## La professoressa ##
di
Maria S. Fans
genere
etero
L’autunno del 2005 ad Arcavacata non era una stagione, era un prolungamento dell’estate dei sensi, un’afa bagnata che profumava di mosto, di fichi maturi e di umori pruriginosi. E al centro di questa giostra paesana c’era lei: la dottoressa Maria S., sessantottenne lettrice straordinaria d'università, ma soprattutto monumento alla carne più gioiosa e impudica.
Centocinquantotto centimetri di pura e solida esuberanza popolaresca, settantacinque chili di curve burrose che ondeggiavano a ogni passo con allegra sfacciataggine. Portava un taglio sbarazzino di riccioli biondi e corti, specchio di una vitalità maliziosa, e un fondoschiena imperioso, una vera e propria meridiana del desiderio su cui l'intero corpo docente e studentesco regolava l'orologio della propria libido.
Per Maria, la lingua non era un esercizio di grammatica, ma un organo fonetico e tattile, fatto per assaporare la vita senza falsi moralismi borghesi.
Primo Tempo: Lezioni private e rossori giovanili
Nel seminterrato della facoltà, l’aula conferenze era un'alcova di penombra dorata, dove le tapparelle socchiuse lasciavano filtrare lame di sole cariche di pulviscolo. Maria riceveva i giovani studenti di diciott'anni uno alla volta, per esami che di accademico avevano solo il nome.
Sedeva civettuola sul bordo della cattedra, le gambe generose divaricate con allegria e la gonna scozzese sollevata fin sopra le anche, a rivelare il contrasto delizioso tra la pelle bianchissima e il pizzo nero di un paio di calze autoreggenti che stringevano la morbidezza delle sue cosce opulente. Quando entrò l'ennesimo giovanotto dalle guance imporporate, Maria non perse tempo in chiacchiere.
Con mossa repentina e dominatrice, lo bloccò contro il bordo del tavolo, intrecciando le dita alle sue in una morsa complice. Accostò il viso al suo, spegnendo ogni residua timidezza con un bacio cinematografico, profondo, umido, una tempesta di labbra e saliva che sapeva di giovinezza e malizia. Con l’altra mano, guidò il ragazzo a scoprire la consistenza dei suoi fianchi accaldati, per poi accoglierlo d'un colpo dentro il proprio calore più intimo e accogliente, già generosamente lubrificato.
L’aula risuonò dello schiocco allegro e umido dei corpi che si scontrano. Maria sollevò le gambe robuste, agganciandole alla vita del ragazzo, ridendo e gemendo con toni aspro-acuti che celebravano il trionfo della carne. Il diciottenne, ormai perso in quel labirinto di curve, affondò le mani nei seni pesanti di lei, i cui capezzoli scuri erano turgidi come ciliegie mature, fino a un orgasmo solare e liberatorio che li lasciò felici e imperlati di sudore.
Secondo Tempo: Il baccanale in Sala Professori
A metà pomeriggio, la sala professori divenne il palcoscenico di una farsa boccaccesca. Una delegazione di severi colleghi docenti e il ruspante bidello della facoltà stavano discutendo di bilanci, quando Maria fece il suo ingresso, girò la chiave nella toppa e, con una risata sonora, si sfilò la camicetta e la gonna, restando fiera nella sua nudità giunonica.
Senza badare ai formalismi, si mise carponi proprio sul grande tavolo da riunione in mogano, inarcando la schiena con un'elasticità insospettabile e offrendo la maestosità dei suoi settantacinque chili. Il fondoschiena, tondo, sodo e reso lucido da un velo di sudore estivo, dominava la stanza. Il bidello, uomo pratico, le si portò dietro d'istinto, afferrandola per le dita nei fianchi morbidi per trovare l'aggancio, e la penetrò con spinte ritmiche, allegre e vigorose.
Fu il segnale del crollo di ogni ipocrisia. Un distinto professore di filologia si inginocchiò davanti a lei per perdersi in un gioco di lingue e baci bagnati, mentre gli altri colleghi si accalcavano ai lati, palpeggiando e accarezzando i seni pesanti di Maria che sussultavano come gelatine a ogni spinta da dietro. La stanza si riempì di una sinfonia di rumori carnali, risate complici e gridolini gutturali di Maria, che assecondava il movimento spingendo il bacino all'indietro, in un trionfo voyeuristico di fluidi, sguardi e risate.
Epilogo: La capitolazione del Magnifico Preside
L'ultimo atto della giornata si consumò nell'ufficio della massima autorità dell'istituto. Il Preside, un uomo tutto d'un pezzo con gli occhiali sul naso e la giacca abbottonata, l'aveva convocata per un richiamo ufficiale sulla disciplina. Ma la severità borghese nulla poté contro la sensualità popolaresca di Maria.
Con un movimento fluido, Maria si sbarazzò degli ultimi veli, salendo a cavalcioni su di lui direttamente sulla poltrona di pelle presidenziale. Guidò il sesso dell'uomo dentro la sua feritoia caldissima e colma dei piaceri della giornata, iniziando a dondolare i fianchi larghi con un movimento rotatorio, lento e sapiente.
Maria premette il viso del Preside contro la morbidezza del suo petto generoso, soffocando i suoi austeri mugugni in un abbraccio materno e lussurioso. Il Preside abbandonò ogni rigore, aggrappandosi alle sue cosce autoreggenti, mentre Maria accelerava il ritmo con sussulti caldi e festosi, portandolo a un'estasi totale che trasformò la severa presidenza nell'ultimo, felice fotogramma di un'estate senza fine ad Arcavacata.
Centocinquantotto centimetri di pura e solida esuberanza popolaresca, settantacinque chili di curve burrose che ondeggiavano a ogni passo con allegra sfacciataggine. Portava un taglio sbarazzino di riccioli biondi e corti, specchio di una vitalità maliziosa, e un fondoschiena imperioso, una vera e propria meridiana del desiderio su cui l'intero corpo docente e studentesco regolava l'orologio della propria libido.
Per Maria, la lingua non era un esercizio di grammatica, ma un organo fonetico e tattile, fatto per assaporare la vita senza falsi moralismi borghesi.
Primo Tempo: Lezioni private e rossori giovanili
Nel seminterrato della facoltà, l’aula conferenze era un'alcova di penombra dorata, dove le tapparelle socchiuse lasciavano filtrare lame di sole cariche di pulviscolo. Maria riceveva i giovani studenti di diciott'anni uno alla volta, per esami che di accademico avevano solo il nome.
Sedeva civettuola sul bordo della cattedra, le gambe generose divaricate con allegria e la gonna scozzese sollevata fin sopra le anche, a rivelare il contrasto delizioso tra la pelle bianchissima e il pizzo nero di un paio di calze autoreggenti che stringevano la morbidezza delle sue cosce opulente. Quando entrò l'ennesimo giovanotto dalle guance imporporate, Maria non perse tempo in chiacchiere.
Con mossa repentina e dominatrice, lo bloccò contro il bordo del tavolo, intrecciando le dita alle sue in una morsa complice. Accostò il viso al suo, spegnendo ogni residua timidezza con un bacio cinematografico, profondo, umido, una tempesta di labbra e saliva che sapeva di giovinezza e malizia. Con l’altra mano, guidò il ragazzo a scoprire la consistenza dei suoi fianchi accaldati, per poi accoglierlo d'un colpo dentro il proprio calore più intimo e accogliente, già generosamente lubrificato.
L’aula risuonò dello schiocco allegro e umido dei corpi che si scontrano. Maria sollevò le gambe robuste, agganciandole alla vita del ragazzo, ridendo e gemendo con toni aspro-acuti che celebravano il trionfo della carne. Il diciottenne, ormai perso in quel labirinto di curve, affondò le mani nei seni pesanti di lei, i cui capezzoli scuri erano turgidi come ciliegie mature, fino a un orgasmo solare e liberatorio che li lasciò felici e imperlati di sudore.
Secondo Tempo: Il baccanale in Sala Professori
A metà pomeriggio, la sala professori divenne il palcoscenico di una farsa boccaccesca. Una delegazione di severi colleghi docenti e il ruspante bidello della facoltà stavano discutendo di bilanci, quando Maria fece il suo ingresso, girò la chiave nella toppa e, con una risata sonora, si sfilò la camicetta e la gonna, restando fiera nella sua nudità giunonica.
Senza badare ai formalismi, si mise carponi proprio sul grande tavolo da riunione in mogano, inarcando la schiena con un'elasticità insospettabile e offrendo la maestosità dei suoi settantacinque chili. Il fondoschiena, tondo, sodo e reso lucido da un velo di sudore estivo, dominava la stanza. Il bidello, uomo pratico, le si portò dietro d'istinto, afferrandola per le dita nei fianchi morbidi per trovare l'aggancio, e la penetrò con spinte ritmiche, allegre e vigorose.
Fu il segnale del crollo di ogni ipocrisia. Un distinto professore di filologia si inginocchiò davanti a lei per perdersi in un gioco di lingue e baci bagnati, mentre gli altri colleghi si accalcavano ai lati, palpeggiando e accarezzando i seni pesanti di Maria che sussultavano come gelatine a ogni spinta da dietro. La stanza si riempì di una sinfonia di rumori carnali, risate complici e gridolini gutturali di Maria, che assecondava il movimento spingendo il bacino all'indietro, in un trionfo voyeuristico di fluidi, sguardi e risate.
Epilogo: La capitolazione del Magnifico Preside
L'ultimo atto della giornata si consumò nell'ufficio della massima autorità dell'istituto. Il Preside, un uomo tutto d'un pezzo con gli occhiali sul naso e la giacca abbottonata, l'aveva convocata per un richiamo ufficiale sulla disciplina. Ma la severità borghese nulla poté contro la sensualità popolaresca di Maria.
Con un movimento fluido, Maria si sbarazzò degli ultimi veli, salendo a cavalcioni su di lui direttamente sulla poltrona di pelle presidenziale. Guidò il sesso dell'uomo dentro la sua feritoia caldissima e colma dei piaceri della giornata, iniziando a dondolare i fianchi larghi con un movimento rotatorio, lento e sapiente.
Maria premette il viso del Preside contro la morbidezza del suo petto generoso, soffocando i suoi austeri mugugni in un abbraccio materno e lussurioso. Il Preside abbandonò ogni rigore, aggrappandosi alle sue cosce autoreggenti, mentre Maria accelerava il ritmo con sussulti caldi e festosi, portandolo a un'estasi totale che trasformò la severa presidenza nell'ultimo, felice fotogramma di un'estate senza fine ad Arcavacata.
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