La Datura - Terza Parte
di
Kiray_8100
genere
bisex
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- DISCLAIMER –
Questa storia non punta alla semplice complicità sessuale o alla pornografia tipica del sito.
Si muove più verso il vero mondo dell’erotismo, verso il filo sottile che separa piacere e inquietudine.
Vi saranno scene esplicite, ma non cercheranno la volgarità. Il racconto è pervaso da atmosfere claustrofobiche, tese e da thriller psicologico.
Se cercate qualcosa più vicino al canone del sito, qui non lo troverete.
A tutti gli altri, auguro una buona lettura.
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Durante la notte, lo studio diventava surreale. Da poco Carlo si era approcciato all’algebra, ma il suo interesse rimaneva la biologia e la botanica. Pensava di trovare qualcosa di solido nella matematica, sicuramente per smettere di pensare al mondo vero, quello che lo obbligò a rinchiudersi nuovamente in sé stesso. Non lo trovò. Quei libri gli procuravano solo mal di testa. Ma continuava a starci sopra, oramai da quattro giorni di fila, da quando fece la promessa al crocifisso. Usciva solo per organizzare i lavori nel campo. Lo faceva solo quando Elena non lo vedeva. Mangiava poco. Dormiva altrettanto poco, ma non riusciva a smettere di masturbarsi sulla foto.
Evitava lo sguardo con il crocifisso della stanza, ma la sua sola presenza bastava per turbarlo. Ad una certa fu impossibile sostenere quel peso e tolse l’ornamento cristiano dalla parete.
Suo fratello continuava ad apparirgli in sogno, ma la sua faccia diventava pian piano sempre meno nitida, fino a trasformarsi in una poltiglia di carne. Irriconoscibile, nessuna morte violenta poteva procurare quelle mutilazioni.
Stare seduto era diventata una tortura. Lasciò lo studio, facendo meno rumore possibile nel cuore della notte. Superò la stanza di sua moglie. La porta che lasciava uno spiraglio per vedere. Dormiva, con le braccia conserte tra le gambe. Sembrava così tranquilla rispetto ai giorni passati.
“Beata lei”. Pensò Carlo, ignorando la situazione di sua moglie. Si poteva permettere di spiarla e basta. Era sua moglie, non una sconosciuta. Eppure non poteva parlarle e, anche lei, poteva capire perché. Carlo sapeva di essere distante, ma a quel punto credette che rimanere coniugi sarebbe stato abbastanza insensato. Erano diventati dei semplici coinquilini, forse lui una presenza infestante.
Chiuse la porta e procedette lungo il corridoio. Qualcosa però lo obbligò a fare dietrofront. Sentiva un vento gelido dietro di lui. Soffiava, sul suo collo.
Si voltò. Il corridoio era vuoto. Lame di luce lunare attraversavano le finestre e creavano un motivo leopardato sul pavimento. Nell’aria si poteva sentire un odore particolare, tipico dell’erba bagnata dalla rugiada.
Percorse la strada per ritornare allo studiolo. Cauto, come un ladro che penetra dentro una casa. Si fermò di fronte alla stanza degli ospiti, quella che una volta doveva essere la stanza del bambino.
L’odore proveniva da lì, ma il vento aveva smesso di spirare. Sopra la porta vi era ancora la targhetta di legno su cui vi avrebbe inciso il nome del nascituro. Non era mai stato convinto di volere un bambino, ignorava l’opinione di Elena a riguardo. Ma chissà perché si sarebbe prodigato così tanto nell’essere un buon padre se suo figlio fosse mai venuto al mondo.
Guardò la targhetta vuota con malinconia. Fu genuinamente dispiaciuto di essere stato così assente.
Aprì di poco la porta e scorse di poco l’interno della stanza. Era praticamente vuota, eccetto per uno scrittoio e un letto sfatto. Più in là un armadio aperto, con dei vestiti suoi che non usava più.
Probabilmente Elena aveva adibito la stanza per l’ospite di cui gli parlò, che usava i suoi vecchi indumenti. Non trovava poi così strano non averlo visto in giro, data la sua vita da quasi recluso.
“Ci dovrebbe essere una minima probabilità di non averlo ancora incontrato”.
In quella stanza, comunque, non trovò nulla di interessante. Il vento e l’odore, la targhetta: pezzi di un ricordo mai avvenuto.
Scese per le scale ed entrò in cucina. La sua gola era secca. Prese un bicchiere e la bottiglia di vetro con l’acqua. Abbandonò il bicchiere subito dopo e cominciò a bere alla canna.
La quiete nel resto della casa era diversa dallo studiolo, o la camera oscura. Ora che ci pensava, da giorni non metteva piede lì dentro. Era cominciato tutto da lì. Quasi si spaventava a pensarci.
Guardò fuori in giardino. Le chiome degli alberi si muovevano, cullate da un leggero vento estivo. Erano così minacciosi i loro tronchi nel buio illuminato dalla luna.
Parcheggiata di fronte al viale della magione c’era la sua bicicletta. Un vaso di terracotta era caduto da una finestra al piano di sopra, lasciando i ciclamini distesi al suolo. Stranamente, non provava fastidio per quell’oggetto fuori posto.
Elena seguì i consigli di Carlo per decorare la casa con i fiori. Lui le diceva che non poteva andare a caso. Doveva seguire dei particolari schemi di odori e colori. Ogni fiore doveva essere perfetto, anche nel giardino. Carlo scelse solo le piante autoctone del territorio.
Nel chiarore opaco della luna, scrutò ogni angolo di erba o, perlomeno, quello che riusciva a vedere.
Vicino al pozzo e sotto la tettoia crescevano dei sambuchi, che godevano dell'ombra. Attorno alla pergola, Carlo invitò Elena a far crescere una madreselva e vicino alla pianta del rosmarino la lavanda. Ma vicino a quella vedeva una tonalità che stonava. Plausibile con l'oscurità, ma il verde e il viola erano difficilmente confondibili. Una pianta cespugliosa, con i fiori ad imbuto e gialli.
Era infastidito da quelle forme e, anche se fosse stata una semplice svista, doveva lo stesso controllare.
Uscì fuori e si diresse verso il rosmarino. Il vento era decisamente più forte di quello che sembrava dalla finestra. Aria calda, secca, anomala per le ore notturne. Ora che si avvicinava, le sue idee divennero certezze. Era un fiore alieno, incredibilmente brutto per i gusti di Carlo. Non aveva mai visto una pianta così, forse nei suoi libri, ma non doveva essere originaria della Toscana.
In maniera quasi cagnesca, Carlo avvicinò il naso al fiore. Aveva un odore ipnotico, dolce ma molto intenso. Lo catturava a sé, troppo, fino a quando non calpestò una parte del fusto e, all'odore afrodisiaco della corolla, si sostituì un'esalazione marcia e sgradevole. Carlo si ritrasse, tappandosi le narici. Cos'era quel vegetale?
Rientrò in casa. Anche se ormai era lontano da quell'erba maledetta, ne percepiva ancora il puzzo. Appena chiuse la porta dietro di sé si sentì al sicuro.
Il suo ordine era crollato. Andò nel panico. Non poteva permettere che la sua visione geometrica del mondo crollasse, esattamente come la sua sfera intima. Doveva cercare risposte, solo risposte che lo soddisfacevano.
Ritornò nello studiolo e liberò il tavolo dai grafici e dai polinomi per lasciare spazio ai libri di botanica. Li aveva sfogliati troppe volte quei libri. Le pagine consumate, le copertine sgualcite. A quel punto doveva ricordarsi ogni pianta di cui ne avesse letto le caratteristiche.
Non rammentò quanto tempo rimase a cercare. Guardava gli indici, poi le intere pagine singole, esaminandole con estrema perizia. Non trovava nulla.
Infuriato, gettò tutto a terra e sprofondò con il volto tra le mani.
Una terribile stretta allo stomaco lo attanagliò. Non poteva controllare nulla. Il sesso, l'amore, la promessa a Gesù. Da lì a poco temeva che anche i suoi affari sarebbero crollati.
Alzò lo sguardo verso la scrivania. La fioca luce della lampada illuminava le lacrime amare che cadevano sul legno del ripiano. La foto del ragazzo si trovava in una zona di penombra, depositata tra le pagine di un libro che fino ad allora Carlo aveva ignorato. Lo portò a sé. Era sempre un libro di botanica, un libro che lesse molto poco poiché non aveva piante e fiori italiani al suo interno. Era una lettura che si concentrava di più sul lato farmaceutico delle piante ed era abbastanza antico. Non ricordò dove lo prese.
Alzò la copertina, spingendo verso l'alto la foto del ragazzo. Non sapeva come era finita lì. Il libro si aprì su una pagina ingiallita, cosparsa da macchie marroni.
Lesse il titolo della pagina: “Stramonium (o dhattūra)”. A fianco, l'immagine dello stesso fiore che vide in giardino.
Mentre leggeva il resto della pagina, Carlo sgranò gli occhi. Nel silenzio più assoluto, si sentivano solo le sue dita che scorrevano lungo le righe della pagina e il battito accelerato del suo cuore. Il suo dito tornava sulle stesse parole, più e più volte.
Lesse di come la pianta causava effetti allucinatori, aumentava la libidine, gravi disorientamenti e confusioni, tachicardia. Il soggetto sottoposto ai suoi effetti tendeva spesso a confondere figure proiettate dalla mente con la realtà, specialmente figure antropomorfe e sessuali.
Sorrise, istericamente. Piangeva, gli occhi che bruciavano. Lesse ancora. Scoprì che la pianta faceva effetto solo se ingerita o fumata, non con il semplice contatto o gli odori. Non poteva essere accaduto. Le spiegazioni non bastavano.
Cercò ancora. Cambiò pagina più di una volta per cercare un'altra pianta che avesse effetti simili, ma non trovò nulla. Lei poteva essere l'unica causa dei suoi deliri. Non sapeva come, specialmente perché non aveva avuto nessun contatto diretto con quel fiore demoniaco. Ma oramai cosa importava? Era disperato, solo. Doveva tornare in giardino e sradicarla. Cercare i suoi semi, dei germogli vicino. Distruggere tutto.
Spinto dall'odio più profondo, scese in giardino e raggiunse il capanno degli attrezzi. L'oggetto perfetto era una pala o una zappa, ma decise di usare una ronca. Proseguì verso il rosmarino e, ancora prima di vedere la pianta, scagliò un fendente nell'aria e un altro, e un altro ancora. Aprì gli occhi, ma il fiore era sparito. Carlo aveva solo spezzato qualche ramo di rosmarino.
"Non è possibile. Che cosa sta succedendo?".
Si inginocchiò, scavò con la punta dell'utensile a terra, poi con le mani. Infuriato, colpì con forza il suolo. Bestemmiando, imprecando. La sua rabbia era incontenibile. In preda al furore, cominciò a distruggere la pianta di lavanda e di rosmarino. Sradicò entrambi, lasciando una buca enorme di terra fresca.
Ansimò e poi crollò al suolo. Si raggomitolò su sé stesso e pianse.
Era tutto reale. Lo era sempre stato. Quel fiore, un brutto gioco della sua mente magari, solo per spiegare che la sua fatica era inutile. Che non doveva sentirsi in colpa. Il ragazzo, dunque, esisteva. Forse non doveva più combatterlo e, se fosse stato malato anche lui, realizzò che aveva qualcuno con cui condividerlo.
Guardò verso la sua casa, verso la finestra della camera da letto. Riusciva a capire che la sua scienza e la sua religione non riuscivano più a rispondere alle sue domande.
"Mi dispiace, Elena. Nicola, fratello mio, ti ho deluso?"
La mattina entrò nella camera da letto con il canto di un'upupa che si era posata sul balcone. Elena aprì gli occhi. Era un'ottima giornata. Lo realizzò in così poco tempo. Dormire a volte ti lasciava in condizioni di pura serenità, che si frantumavano nel giro di poco.
Rimase ferma, a guardare l'uccello, fino a quando questo non volò via. Solo da allora la giornata di Elena cominciò.
Quella mattina non pensò. Difficile a farsi, ma rimase completamente concentrata nelle proprie gesta giornaliere che, incredibilmente, le riusciva fin troppo bene.
Quattro giorni erano passati dalla faccenda della stalla, dalla notte d'amore con Carlo, da quella cena che, per non ripetere più, decise di mangiare dappertutto tranne che in sala da pranzo. Ma oramai era praticamente sola. Non sapeva dove l'ospite fosse andato e Carlo si era rinchiuso nello studiolo. Capitava spesso che si isolava lì dentro per lunghi periodi di tempo, pensando che lei non lo notasse quando usciva.
Ieri notte non sentì la porta del suo studiolo aprirsi. Forse era così spossata da cadere in un sonno tale che nemmeno un carro armato l'avrebbe svegliata. Non ricordò che sogno fece quella notte e ringraziò per la cosa. Gli ultimi giorni erano stati un inferno anche quando la sua mente si spegneva. Incubi la infestavano. Spesso vedeva l'ospite con aria minacciosa e qualcosa che lo inghiottiva lontano da lei. Dall'altra parte Carlo che rimaneva in riva al lago, a scrutare un ragazzo a distanza, che non riconobbe in alcun modo. Lei si trovava a fianco lui e pareva spaventata, incitando suo marito ad andarsene da lì. Ma lui rimaneva inamovibile.
Elena aveva riflettuto molto quei giorni. Quello che provò quella notte con Carlo fu surreale. Fino a quando non venne, pensò seriamente di aver avuto un rapporto con un altro uomo. E ora che l'ospite non c'era, si sarebbe dovuta sentire sollevata. Lo era stata, ma solo per brevi attimi. Lui sarebbe potuto ritornare in qualsiasi momento e l'attesa la rendeva sia nervosa che eccitata.
Ogni tanto rimaneva con l'orecchio teso, a sentire se Carlo era fuori a sfrecciare con la bicicletta. Lo faceva nonostante fosse abbastanza sicura che lui fosse al piano di sopra.
Guardò fuori dalla finestra. Dove non poteva arrivare con l'orecchio, poteva pur sempre osservare. La bicicletta non c'era e, poco più in là, la pianta di rosmarino era stata completamente sradicata.
Chi aveva vandalizzato il loro giardino? Ultimamente notò che il rumore delle jeep in lontananza e i rombi degli aerei da caccia diventarono più frequenti. Forse si stavano preparando ad una nuova guerriglia. Un partigiano, o un soldato ubriaco, aveva rovinato il loro giardino. D’altronde, altre case in paese furono state saccheggiate. Sì, ma perché proprio quella pianta?
Elena fu quasi felice di concentrarsi per una volta su quelle notizie che, nemmeno una settimana prima, le causavano solo che ansia. Almeno non doveva pensare a suo marito o all'ospite.
Si chiedeva se avessero rubato anche la loro bicicletta. L'unica cosa che poteva fare era assicurarsi della cosa da Carlo.
Non aveva troppo coraggio di entrare nello studiolo di suo marito. Rimase un poco a riflettere anche su quel gesto, d'altronde le giornate precedenti le passò sempre in quel modo, a titubare.
Salì al piano di sopra, rallentando il passo appena si avvicinava alla porta dello studiolo. Bussò. Un gesto così banale, ma che sembrava attuato con una timidezza disarmante. Batté ancora il pugno e la porta dello studiolo si aprì leggermente. Elena sbirciò dentro. La scrivania era vuota. Le pareti ricoperte di legno sembravano ardere nella luce. Libri a terra, il ripiano vuoto eccetto per un libro aperto su due pagine scritte in un italiano arcaico. Le scorse distrattamente, poiché fu colpita maggiormente dal negativo posizionato lì accanto. Ritraeva l'isola che sorgeva al centro del lago, dove Carlo spesso si recava. Non aveva un soggetto, era solo un paesaggio vuoto. La foto era incrostata, sporca in superficie. Aveva un forte odore di ammoniaca.
Non capiva cosa la disturbava a vedere quel ritratto. Capiva solo che qualcosa non andava. La sua testa prese a vorticare, come se il mondo le crollasse addosso. Nella sua testa ritornò a mostrarsi l'immagine di suo marito che spiava il ragazzo misterioso. E lei sempre lì accanto, che si masturbava sfregando violentemente le dita sul suo sesso, fino a sanguinare.
Carlo dormì vicino alla postazione della camera fotografica. Il suo collo era dolorante e la sua testa fu colpita da un'altra delle sue emicranie. Era giorno, oramai. Aveva dormito all'aperto, rifugiandosi sulla sponda del lago.
Non ricordò molto di quello che successe ieri notte da quando finì di cercare la datura. Vagò per la foresta, senza meta e senza scopo. Gli pareva di ricordarsi di vedere delle figure correre tra gli alberi, con maschere di legno e il corpo dipinto. Forse era stata un'inquietante esperienza onirica. Diventava sempre più difficile distinguere realtà e delirio. Le sue certezze, già da tempo, si stavano sgretolando, portandolo in uno stato di vagabondaggio e di passività estrema.
Quella mattina non poté ammettere di essere più lucido rispetto alla scorsa notte. Anzi, ogni tanto ebbe l'impressione di muoversi in maniera troppo meccanica, privo di volontà e di attrito emotivo. In mano teneva la macchina fotografica. Non ricordò di essere sceso nella camera oscura per prenderla. La posizionò sul treppiede e puntò nuovamente verso l'isola. Il lago si increspava spinto da una leggera brezza, mentre alcune rondini volavano sopra la superficie, creando uno scenario idilliaco. Ma Carlo non voleva ritrarre quello. Non sapeva bene che cosa stava facendo, ma voleva raggiungere l'isola con la zattera e rimanere lì, aspettando qualcuno.
Attivò il temporizzatore, si tolse le scarpe e le abbandonò lì vicino, per poi proseguire fino alla zattera. La spinse lontano dalla riva per poi, con un salto, salirci sopra. Pagaiò per qualche minuto, le sue braccia parevano così pesanti. In quel momento, le campane del paese suonarono e Carlo fu investito da una scomoda sensazione. Vide qualcosa muoversi nell'acqua. Sembravano delle pinne in lontananza, da vicino le teste di alcune persone. Vorticavano attorno alla zattera, facendo pensare che la volessero affondare. Le furono molto vicini quando Carlo raggiunse l'isolotto.
Sotto il salice che cresceva sull'isola vi erano posizionate delle casse. Sulle loro superfici vi erano delle croci, forse dei simboli cristiani. Carlo fu incuriosito dal loro contenuto, ma si trattenne dall'aprirle. Doveva ancora capire che cosa ci faceva lì o se qualcuno, o qualcosa, lo avesse spinto a muoversi contro la sua volontà.
Un effluvio si mosse nell'aria. Un odore che riconobbe, ma che non voleva ricordare. Era il profumo della datura. Improvvisamente, il lago fu circondato dalla nebbia. Non la solita foschia, ma qualcosa di molto più spaventoso. Le teste continuavano a muoversi attorno all'isola. Come se attuassero un rituale, cercavano di isolare Carlo dal resto del mondo. Improvvisamente il bosco scomparì e rimase solo il grigiore della nebbia.
Carlo si strinse contro l'albero. Non poteva scappare, qualcuno lo voleva lì in quel preciso momento. Il tronco dell'albero sembrava aggrapparlo a sé. Mentre veniva catturato dal legno, l'odore della datura si fece più intenso. I rami divennero due braccia umane. Non lo stringevano più, non con veemenza, ma lo abbracciavano con un affetto illogico. Scesero fino al suo membro, portandolo in uno stato di estasi. All'orecchio sentì il respiro di una persona. Il suo alito profumava dello stesso odore del fiore.
«Sei tornato qui, Carlo.»
Non aveva mai sentito la sua voce. Il ragazzo parlava con tono così distaccato, così poco articolato. Non c'era teatralità nella sua voce, solo la freddezza di qualcuno che lo voleva possedere.
«Come conosci il mio nome?»
«Mi hai seguito, sin da quando mi hai visto su quest’isola. Non puoi fare a meno di me.»
Il ragazzo lo spinse a terra, facendolo cadere proprio vicino alla battigia. Due paia di braccia sbucarono dall'acqua, per tenerlo fermo a terra.
«Ora avrai esattamente quello che vuoi.»
Il ragazzo si inginocchiò sopra di lui. Carlo poté finalmente vedere il suo volto. Un'espressione pacata, totalmente umana, che non riusciva a spiegare l'assurdità di quello che stava facendo.
Lo toccò attraverso i pantaloni, fino a tirargli fuori il membro. Si aggrappò a lui, con la bocca, mentre un rivolo caldo scendeva lungo il suo interno coscia.
Carlo voleva divincolarsi. Voleva farlo per la prima volta. Allontanarsi dal ragazzo, quando fino ad allora era sempre stato attirato da lui. Aveva già appurato che tutto quello che stava succedendo era reale. Non vi era spiegazione scientifica dell'assurdo che stava vivendo, del piacere che provava. E se quel fiore non era mai esistito nel suo giardino, allora era stato tutto un gioco orchestrato dal ragazzo.
Ma la sua volontà era totalmente soggiogata, e l'orgasmo a cui arrivò non fu fonte di desiderio, quando il ragazzo raccolse tutto il suo seme con la lingua.
Lo guardava dall'alto, mentre le braccia allentarono la morsa. Avevano fatto il loro lavoro, Carlo non riusciva più a controllarsi.
Il ragazzo si sedette sopra di lui. Teneva ancora in bocca il suo sperma, che scambiò con lui mentre univano le loro lingue.
«Ti scoperemo, Carlo» Il ragazzo parlò, mentre schioccava la lingua. «Hai sempre voluto questo durante i tuoi anni di matrimonio e, ora che lo hai, non sei più solo.»
Carlo non voleva sentire. Non perché quelle parole erano menzogne, ma perché oramai si era arreso alla realtà. Senza scienza, senza religione, rimanevano solo lui e i suoi predatori. Solo l'istinto e l'umiliazione.
Gli altri due ragazzi emersero dall'acqua. Portavano maschere di legno, cesellate per creare forme ferine. Gli occhi rossi, lingue di fuori, il loro corpo era nudo, con pitture arancioni e gialle. I loro membri duri, gonfi. In balia dei suoi peccati e dei suoi aguzzini, Carlo chiuse gli occhi.
Per Elena fu praticamente impossibile capire quanto tempo rimase svenuta nella stanza fino a quando non sentì dei rumori inusuali. Si ridestò, con un’immensa voluttà. Per un attimo non capì nemmeno cosa ci faceva nello studiolo di Carlo e pensava di essere insieme a lui in riva al lago.
Un altro rumore, ancora più forte, la costrinse ad alzarsi dalla sedia.
Ogni passo che faceva le arrivava all'orecchio come un passo falso per farsi scoprire. I suoni provenienti dal piano di sotto le lasciavano solo presagire che qualcuno si fosse intrufolato in casa sua. Elaborava, mentre lentamente si avvicinava alle scale. Cercava di collegare quello che stava vivendo con il giardino rovinato. La cosa più ragionevole da fare sarebbe stata prendere un'arma, anche impropria, ma cosa poteva usare con un partigiano o un soldato armato? Non ci rifletté abbastanza, pensando che avrebbe risolto tutto una volta arrivata lì.
Appena appoggiò il piede sull'ultimo gradino, i rumori si fecero più fievoli. Forse era stata scoperta, così credette, prima che la cacofonia non riprese. Continuò, temeraria, verso la fonte di quei suoni. Si affacciò dallo stipite della sala da pranzo e non vi era nessuno. I cassetti erano tutti aperti, le posate abbandonate ovunque sul pavimento. Le sedie erano ribaltate e le tende della finestra cadute a terra. Doveva nascondersi, probabilmente. Perché Carlo non era in casa? Come avrebbe affrontato quel pericolo?
Non aveva il coraggio di proseguire e provò a fuggire, ma una presenza la bloccò da dietro. Si spaventò e andò a sbattere contro il tavolo. Davanti a lei si stagliava l'ospite. Poteva urlare, anche se nessuno l'avrebbe sentita, ma il fiato le si bloccava in gola.
«Che ci fai qui?»
L'ospite era madido di sudore. Il suo volto era violaceo, gli occhi scavati dentro le ossa del cranio e le labbra screpolate. Non sembrava essere un pericolo, quanto essere lui stesso in pericolo.
Farneticò, riguardo a trovare un'arma per difendersi. Un coltello, una forchetta, qualsiasi cosa. Diceva che lo sarebbero venuti a prendere.
Elena ipotizzò il peggio. Era un partigiano, un'ipotesi che fino a lì aveva ignorato o, anzi, avrebbe accolto pienamente.
Ma lui non sembrava intendere quello. Parlava di alcune figure, oscure figure, che stavano arrivando alla casa. Diceva di essere al sicuro lì, almeno fino ad allora.
Probabilmente aveva sbattuto la testa. Suo marito avrebbe razionalizzato la cosa in quell’esatto modo, ma Elena non lasciava che i particolari la ingannassero per trarre conclusioni affrettate. C'era qualcosa di terribilmente grottesco nei movimenti dell'ospite, e nelle sue parole, gesta che non vide mai in lui nei giorni precedenti.
Chi era quell'uomo se lo era chiesto per tanto tempo, ma il semplice anonimato era qualcosa che l'attizzava maggiormente. Si avvicinò a lui, cercando di confortarlo da qualcosa che non poteva capire. Ma le sue mani avevano altre intenzioni, cosa che l'uomo capiva più che bene.
L'ospite si avvicinò a lei. Fiatò sul suo collo, due gocce di sudore scesero da lui a lei, fino a scivolare nel grembiule. In quell'esatto momento, paura ed eccitazione si fondevano per creare qualcosa che Elena non sperimentò mai prima di allora.
Lui la distese lungo il ripiano del tavolo. Le baciò il seno, fino a spingersi nel ventre, e le sue mani affondarono tra le sue gambe, fino a toglierle l'intimo.
E poi quell'atto, che ripeteva con lui ogni volta: toccare i suoi capelli. Erano crespi, un poco unti. Una sensazione sgradevole in altre occasioni, enfatizzata dall'odore di erba che i vestiti dell'ospite emanavano.
Il suo membro premeva contro il suo sesso. La situazione era del tutto simile a quello che accadde in camera da letto con Carlo, ma ora Elena lo stava facendo con l'uomo che voleva veramente. Strinse i suoi capelli, violenta, quando venne penetrata. L'ospite le morse il seno, obbligandola a cacciare un grido di dolore. Lei rispose graffiandolo sulla nuca. Il desiderio più recondito, la repressione, aveva trasformato quel momento tanto atteso in una goffa lotta. Entrambi si bramavano, con la stessa intensità, ma entrambi volevano appropriarsi di quell'altro e scavallarlo. Lui premette, più a fondo, e lei conficcò le unghie nella sua carne, facendolo sanguinare.
Durò poco e la visione seguente di Elena sull'ospite fu disgustosa. Coperto di sudore e di sangue che si versava sulla sua spalla, mentre il suo seme fluiva dentro di lei. Un’esperienza pietosa, eppure intensa. E quella scarica di adrenalina li lasciò entrambi in uno stato di torpore che li costrinse ad accettarsi per quello che erano, senza più anteporre la loro volontà ai desideri dell'altro.
L'ospite si accasciò sul suo ventre, rimanendo ancora dentro di lei. Si assopì, un sonno leggero, quanto bastava per dimenticare quello che visse prima di tornare da lei. Ma Elena non poteva smettere di pensare. La casa divenne un luogo ancora più ostile. Le pareti dovevano servire a proteggerla, ma ora voleva solo cadere in un sonno talmente profondo da non svegliarsi più. Lasciò cadere il suo sguardo nel vuoto. La razionalità che emerge dopo un orgasmo è sempre così letale. Lei capì che non lo voleva più. Dopo aver ottenuto quello che desiderava, l'uomo che dormiva su di lei era così insulso, deleterio per quella stessa vita coniugale che disprezzava ma che non poteva distruggere per così poco.
Ricordò le parole di Carlo: "povera te che mi devi sopportare". Che cosa gli aveva fatto?
Elena tirò fuori dal grembiule il negativo di Carlo. Lo aveva tenuto con sé, o forse era scivolato da solo nella sua tasca. Notava delle ombre, sfocate, dove prima vi era un semplice paesaggio vuoto. Quattro uomini, su un'isola, mentre sembravano danzare e portare avanti una specie di festa tribale.
Non capì e la sola visione della foto le tolse l’aria.
La nascose e lasciò che il frastuono di un aereo da caccia, che sorvolò la casa proprio in quel momento, interrompesse i suoi pensieri.
- DISCLAIMER –
Questa storia non punta alla semplice complicità sessuale o alla pornografia tipica del sito.
Si muove più verso il vero mondo dell’erotismo, verso il filo sottile che separa piacere e inquietudine.
Vi saranno scene esplicite, ma non cercheranno la volgarità. Il racconto è pervaso da atmosfere claustrofobiche, tese e da thriller psicologico.
Se cercate qualcosa più vicino al canone del sito, qui non lo troverete.
A tutti gli altri, auguro una buona lettura.
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Durante la notte, lo studio diventava surreale. Da poco Carlo si era approcciato all’algebra, ma il suo interesse rimaneva la biologia e la botanica. Pensava di trovare qualcosa di solido nella matematica, sicuramente per smettere di pensare al mondo vero, quello che lo obbligò a rinchiudersi nuovamente in sé stesso. Non lo trovò. Quei libri gli procuravano solo mal di testa. Ma continuava a starci sopra, oramai da quattro giorni di fila, da quando fece la promessa al crocifisso. Usciva solo per organizzare i lavori nel campo. Lo faceva solo quando Elena non lo vedeva. Mangiava poco. Dormiva altrettanto poco, ma non riusciva a smettere di masturbarsi sulla foto.
Evitava lo sguardo con il crocifisso della stanza, ma la sua sola presenza bastava per turbarlo. Ad una certa fu impossibile sostenere quel peso e tolse l’ornamento cristiano dalla parete.
Suo fratello continuava ad apparirgli in sogno, ma la sua faccia diventava pian piano sempre meno nitida, fino a trasformarsi in una poltiglia di carne. Irriconoscibile, nessuna morte violenta poteva procurare quelle mutilazioni.
Stare seduto era diventata una tortura. Lasciò lo studio, facendo meno rumore possibile nel cuore della notte. Superò la stanza di sua moglie. La porta che lasciava uno spiraglio per vedere. Dormiva, con le braccia conserte tra le gambe. Sembrava così tranquilla rispetto ai giorni passati.
“Beata lei”. Pensò Carlo, ignorando la situazione di sua moglie. Si poteva permettere di spiarla e basta. Era sua moglie, non una sconosciuta. Eppure non poteva parlarle e, anche lei, poteva capire perché. Carlo sapeva di essere distante, ma a quel punto credette che rimanere coniugi sarebbe stato abbastanza insensato. Erano diventati dei semplici coinquilini, forse lui una presenza infestante.
Chiuse la porta e procedette lungo il corridoio. Qualcosa però lo obbligò a fare dietrofront. Sentiva un vento gelido dietro di lui. Soffiava, sul suo collo.
Si voltò. Il corridoio era vuoto. Lame di luce lunare attraversavano le finestre e creavano un motivo leopardato sul pavimento. Nell’aria si poteva sentire un odore particolare, tipico dell’erba bagnata dalla rugiada.
Percorse la strada per ritornare allo studiolo. Cauto, come un ladro che penetra dentro una casa. Si fermò di fronte alla stanza degli ospiti, quella che una volta doveva essere la stanza del bambino.
L’odore proveniva da lì, ma il vento aveva smesso di spirare. Sopra la porta vi era ancora la targhetta di legno su cui vi avrebbe inciso il nome del nascituro. Non era mai stato convinto di volere un bambino, ignorava l’opinione di Elena a riguardo. Ma chissà perché si sarebbe prodigato così tanto nell’essere un buon padre se suo figlio fosse mai venuto al mondo.
Guardò la targhetta vuota con malinconia. Fu genuinamente dispiaciuto di essere stato così assente.
Aprì di poco la porta e scorse di poco l’interno della stanza. Era praticamente vuota, eccetto per uno scrittoio e un letto sfatto. Più in là un armadio aperto, con dei vestiti suoi che non usava più.
Probabilmente Elena aveva adibito la stanza per l’ospite di cui gli parlò, che usava i suoi vecchi indumenti. Non trovava poi così strano non averlo visto in giro, data la sua vita da quasi recluso.
“Ci dovrebbe essere una minima probabilità di non averlo ancora incontrato”.
In quella stanza, comunque, non trovò nulla di interessante. Il vento e l’odore, la targhetta: pezzi di un ricordo mai avvenuto.
Scese per le scale ed entrò in cucina. La sua gola era secca. Prese un bicchiere e la bottiglia di vetro con l’acqua. Abbandonò il bicchiere subito dopo e cominciò a bere alla canna.
La quiete nel resto della casa era diversa dallo studiolo, o la camera oscura. Ora che ci pensava, da giorni non metteva piede lì dentro. Era cominciato tutto da lì. Quasi si spaventava a pensarci.
Guardò fuori in giardino. Le chiome degli alberi si muovevano, cullate da un leggero vento estivo. Erano così minacciosi i loro tronchi nel buio illuminato dalla luna.
Parcheggiata di fronte al viale della magione c’era la sua bicicletta. Un vaso di terracotta era caduto da una finestra al piano di sopra, lasciando i ciclamini distesi al suolo. Stranamente, non provava fastidio per quell’oggetto fuori posto.
Elena seguì i consigli di Carlo per decorare la casa con i fiori. Lui le diceva che non poteva andare a caso. Doveva seguire dei particolari schemi di odori e colori. Ogni fiore doveva essere perfetto, anche nel giardino. Carlo scelse solo le piante autoctone del territorio.
Nel chiarore opaco della luna, scrutò ogni angolo di erba o, perlomeno, quello che riusciva a vedere.
Vicino al pozzo e sotto la tettoia crescevano dei sambuchi, che godevano dell'ombra. Attorno alla pergola, Carlo invitò Elena a far crescere una madreselva e vicino alla pianta del rosmarino la lavanda. Ma vicino a quella vedeva una tonalità che stonava. Plausibile con l'oscurità, ma il verde e il viola erano difficilmente confondibili. Una pianta cespugliosa, con i fiori ad imbuto e gialli.
Era infastidito da quelle forme e, anche se fosse stata una semplice svista, doveva lo stesso controllare.
Uscì fuori e si diresse verso il rosmarino. Il vento era decisamente più forte di quello che sembrava dalla finestra. Aria calda, secca, anomala per le ore notturne. Ora che si avvicinava, le sue idee divennero certezze. Era un fiore alieno, incredibilmente brutto per i gusti di Carlo. Non aveva mai visto una pianta così, forse nei suoi libri, ma non doveva essere originaria della Toscana.
In maniera quasi cagnesca, Carlo avvicinò il naso al fiore. Aveva un odore ipnotico, dolce ma molto intenso. Lo catturava a sé, troppo, fino a quando non calpestò una parte del fusto e, all'odore afrodisiaco della corolla, si sostituì un'esalazione marcia e sgradevole. Carlo si ritrasse, tappandosi le narici. Cos'era quel vegetale?
Rientrò in casa. Anche se ormai era lontano da quell'erba maledetta, ne percepiva ancora il puzzo. Appena chiuse la porta dietro di sé si sentì al sicuro.
Il suo ordine era crollato. Andò nel panico. Non poteva permettere che la sua visione geometrica del mondo crollasse, esattamente come la sua sfera intima. Doveva cercare risposte, solo risposte che lo soddisfacevano.
Ritornò nello studiolo e liberò il tavolo dai grafici e dai polinomi per lasciare spazio ai libri di botanica. Li aveva sfogliati troppe volte quei libri. Le pagine consumate, le copertine sgualcite. A quel punto doveva ricordarsi ogni pianta di cui ne avesse letto le caratteristiche.
Non rammentò quanto tempo rimase a cercare. Guardava gli indici, poi le intere pagine singole, esaminandole con estrema perizia. Non trovava nulla.
Infuriato, gettò tutto a terra e sprofondò con il volto tra le mani.
Una terribile stretta allo stomaco lo attanagliò. Non poteva controllare nulla. Il sesso, l'amore, la promessa a Gesù. Da lì a poco temeva che anche i suoi affari sarebbero crollati.
Alzò lo sguardo verso la scrivania. La fioca luce della lampada illuminava le lacrime amare che cadevano sul legno del ripiano. La foto del ragazzo si trovava in una zona di penombra, depositata tra le pagine di un libro che fino ad allora Carlo aveva ignorato. Lo portò a sé. Era sempre un libro di botanica, un libro che lesse molto poco poiché non aveva piante e fiori italiani al suo interno. Era una lettura che si concentrava di più sul lato farmaceutico delle piante ed era abbastanza antico. Non ricordò dove lo prese.
Alzò la copertina, spingendo verso l'alto la foto del ragazzo. Non sapeva come era finita lì. Il libro si aprì su una pagina ingiallita, cosparsa da macchie marroni.
Lesse il titolo della pagina: “Stramonium (o dhattūra)”. A fianco, l'immagine dello stesso fiore che vide in giardino.
Mentre leggeva il resto della pagina, Carlo sgranò gli occhi. Nel silenzio più assoluto, si sentivano solo le sue dita che scorrevano lungo le righe della pagina e il battito accelerato del suo cuore. Il suo dito tornava sulle stesse parole, più e più volte.
Lesse di come la pianta causava effetti allucinatori, aumentava la libidine, gravi disorientamenti e confusioni, tachicardia. Il soggetto sottoposto ai suoi effetti tendeva spesso a confondere figure proiettate dalla mente con la realtà, specialmente figure antropomorfe e sessuali.
Sorrise, istericamente. Piangeva, gli occhi che bruciavano. Lesse ancora. Scoprì che la pianta faceva effetto solo se ingerita o fumata, non con il semplice contatto o gli odori. Non poteva essere accaduto. Le spiegazioni non bastavano.
Cercò ancora. Cambiò pagina più di una volta per cercare un'altra pianta che avesse effetti simili, ma non trovò nulla. Lei poteva essere l'unica causa dei suoi deliri. Non sapeva come, specialmente perché non aveva avuto nessun contatto diretto con quel fiore demoniaco. Ma oramai cosa importava? Era disperato, solo. Doveva tornare in giardino e sradicarla. Cercare i suoi semi, dei germogli vicino. Distruggere tutto.
Spinto dall'odio più profondo, scese in giardino e raggiunse il capanno degli attrezzi. L'oggetto perfetto era una pala o una zappa, ma decise di usare una ronca. Proseguì verso il rosmarino e, ancora prima di vedere la pianta, scagliò un fendente nell'aria e un altro, e un altro ancora. Aprì gli occhi, ma il fiore era sparito. Carlo aveva solo spezzato qualche ramo di rosmarino.
"Non è possibile. Che cosa sta succedendo?".
Si inginocchiò, scavò con la punta dell'utensile a terra, poi con le mani. Infuriato, colpì con forza il suolo. Bestemmiando, imprecando. La sua rabbia era incontenibile. In preda al furore, cominciò a distruggere la pianta di lavanda e di rosmarino. Sradicò entrambi, lasciando una buca enorme di terra fresca.
Ansimò e poi crollò al suolo. Si raggomitolò su sé stesso e pianse.
Era tutto reale. Lo era sempre stato. Quel fiore, un brutto gioco della sua mente magari, solo per spiegare che la sua fatica era inutile. Che non doveva sentirsi in colpa. Il ragazzo, dunque, esisteva. Forse non doveva più combatterlo e, se fosse stato malato anche lui, realizzò che aveva qualcuno con cui condividerlo.
Guardò verso la sua casa, verso la finestra della camera da letto. Riusciva a capire che la sua scienza e la sua religione non riuscivano più a rispondere alle sue domande.
"Mi dispiace, Elena. Nicola, fratello mio, ti ho deluso?"
La mattina entrò nella camera da letto con il canto di un'upupa che si era posata sul balcone. Elena aprì gli occhi. Era un'ottima giornata. Lo realizzò in così poco tempo. Dormire a volte ti lasciava in condizioni di pura serenità, che si frantumavano nel giro di poco.
Rimase ferma, a guardare l'uccello, fino a quando questo non volò via. Solo da allora la giornata di Elena cominciò.
Quella mattina non pensò. Difficile a farsi, ma rimase completamente concentrata nelle proprie gesta giornaliere che, incredibilmente, le riusciva fin troppo bene.
Quattro giorni erano passati dalla faccenda della stalla, dalla notte d'amore con Carlo, da quella cena che, per non ripetere più, decise di mangiare dappertutto tranne che in sala da pranzo. Ma oramai era praticamente sola. Non sapeva dove l'ospite fosse andato e Carlo si era rinchiuso nello studiolo. Capitava spesso che si isolava lì dentro per lunghi periodi di tempo, pensando che lei non lo notasse quando usciva.
Ieri notte non sentì la porta del suo studiolo aprirsi. Forse era così spossata da cadere in un sonno tale che nemmeno un carro armato l'avrebbe svegliata. Non ricordò che sogno fece quella notte e ringraziò per la cosa. Gli ultimi giorni erano stati un inferno anche quando la sua mente si spegneva. Incubi la infestavano. Spesso vedeva l'ospite con aria minacciosa e qualcosa che lo inghiottiva lontano da lei. Dall'altra parte Carlo che rimaneva in riva al lago, a scrutare un ragazzo a distanza, che non riconobbe in alcun modo. Lei si trovava a fianco lui e pareva spaventata, incitando suo marito ad andarsene da lì. Ma lui rimaneva inamovibile.
Elena aveva riflettuto molto quei giorni. Quello che provò quella notte con Carlo fu surreale. Fino a quando non venne, pensò seriamente di aver avuto un rapporto con un altro uomo. E ora che l'ospite non c'era, si sarebbe dovuta sentire sollevata. Lo era stata, ma solo per brevi attimi. Lui sarebbe potuto ritornare in qualsiasi momento e l'attesa la rendeva sia nervosa che eccitata.
Ogni tanto rimaneva con l'orecchio teso, a sentire se Carlo era fuori a sfrecciare con la bicicletta. Lo faceva nonostante fosse abbastanza sicura che lui fosse al piano di sopra.
Guardò fuori dalla finestra. Dove non poteva arrivare con l'orecchio, poteva pur sempre osservare. La bicicletta non c'era e, poco più in là, la pianta di rosmarino era stata completamente sradicata.
Chi aveva vandalizzato il loro giardino? Ultimamente notò che il rumore delle jeep in lontananza e i rombi degli aerei da caccia diventarono più frequenti. Forse si stavano preparando ad una nuova guerriglia. Un partigiano, o un soldato ubriaco, aveva rovinato il loro giardino. D’altronde, altre case in paese furono state saccheggiate. Sì, ma perché proprio quella pianta?
Elena fu quasi felice di concentrarsi per una volta su quelle notizie che, nemmeno una settimana prima, le causavano solo che ansia. Almeno non doveva pensare a suo marito o all'ospite.
Si chiedeva se avessero rubato anche la loro bicicletta. L'unica cosa che poteva fare era assicurarsi della cosa da Carlo.
Non aveva troppo coraggio di entrare nello studiolo di suo marito. Rimase un poco a riflettere anche su quel gesto, d'altronde le giornate precedenti le passò sempre in quel modo, a titubare.
Salì al piano di sopra, rallentando il passo appena si avvicinava alla porta dello studiolo. Bussò. Un gesto così banale, ma che sembrava attuato con una timidezza disarmante. Batté ancora il pugno e la porta dello studiolo si aprì leggermente. Elena sbirciò dentro. La scrivania era vuota. Le pareti ricoperte di legno sembravano ardere nella luce. Libri a terra, il ripiano vuoto eccetto per un libro aperto su due pagine scritte in un italiano arcaico. Le scorse distrattamente, poiché fu colpita maggiormente dal negativo posizionato lì accanto. Ritraeva l'isola che sorgeva al centro del lago, dove Carlo spesso si recava. Non aveva un soggetto, era solo un paesaggio vuoto. La foto era incrostata, sporca in superficie. Aveva un forte odore di ammoniaca.
Non capiva cosa la disturbava a vedere quel ritratto. Capiva solo che qualcosa non andava. La sua testa prese a vorticare, come se il mondo le crollasse addosso. Nella sua testa ritornò a mostrarsi l'immagine di suo marito che spiava il ragazzo misterioso. E lei sempre lì accanto, che si masturbava sfregando violentemente le dita sul suo sesso, fino a sanguinare.
Carlo dormì vicino alla postazione della camera fotografica. Il suo collo era dolorante e la sua testa fu colpita da un'altra delle sue emicranie. Era giorno, oramai. Aveva dormito all'aperto, rifugiandosi sulla sponda del lago.
Non ricordò molto di quello che successe ieri notte da quando finì di cercare la datura. Vagò per la foresta, senza meta e senza scopo. Gli pareva di ricordarsi di vedere delle figure correre tra gli alberi, con maschere di legno e il corpo dipinto. Forse era stata un'inquietante esperienza onirica. Diventava sempre più difficile distinguere realtà e delirio. Le sue certezze, già da tempo, si stavano sgretolando, portandolo in uno stato di vagabondaggio e di passività estrema.
Quella mattina non poté ammettere di essere più lucido rispetto alla scorsa notte. Anzi, ogni tanto ebbe l'impressione di muoversi in maniera troppo meccanica, privo di volontà e di attrito emotivo. In mano teneva la macchina fotografica. Non ricordò di essere sceso nella camera oscura per prenderla. La posizionò sul treppiede e puntò nuovamente verso l'isola. Il lago si increspava spinto da una leggera brezza, mentre alcune rondini volavano sopra la superficie, creando uno scenario idilliaco. Ma Carlo non voleva ritrarre quello. Non sapeva bene che cosa stava facendo, ma voleva raggiungere l'isola con la zattera e rimanere lì, aspettando qualcuno.
Attivò il temporizzatore, si tolse le scarpe e le abbandonò lì vicino, per poi proseguire fino alla zattera. La spinse lontano dalla riva per poi, con un salto, salirci sopra. Pagaiò per qualche minuto, le sue braccia parevano così pesanti. In quel momento, le campane del paese suonarono e Carlo fu investito da una scomoda sensazione. Vide qualcosa muoversi nell'acqua. Sembravano delle pinne in lontananza, da vicino le teste di alcune persone. Vorticavano attorno alla zattera, facendo pensare che la volessero affondare. Le furono molto vicini quando Carlo raggiunse l'isolotto.
Sotto il salice che cresceva sull'isola vi erano posizionate delle casse. Sulle loro superfici vi erano delle croci, forse dei simboli cristiani. Carlo fu incuriosito dal loro contenuto, ma si trattenne dall'aprirle. Doveva ancora capire che cosa ci faceva lì o se qualcuno, o qualcosa, lo avesse spinto a muoversi contro la sua volontà.
Un effluvio si mosse nell'aria. Un odore che riconobbe, ma che non voleva ricordare. Era il profumo della datura. Improvvisamente, il lago fu circondato dalla nebbia. Non la solita foschia, ma qualcosa di molto più spaventoso. Le teste continuavano a muoversi attorno all'isola. Come se attuassero un rituale, cercavano di isolare Carlo dal resto del mondo. Improvvisamente il bosco scomparì e rimase solo il grigiore della nebbia.
Carlo si strinse contro l'albero. Non poteva scappare, qualcuno lo voleva lì in quel preciso momento. Il tronco dell'albero sembrava aggrapparlo a sé. Mentre veniva catturato dal legno, l'odore della datura si fece più intenso. I rami divennero due braccia umane. Non lo stringevano più, non con veemenza, ma lo abbracciavano con un affetto illogico. Scesero fino al suo membro, portandolo in uno stato di estasi. All'orecchio sentì il respiro di una persona. Il suo alito profumava dello stesso odore del fiore.
«Sei tornato qui, Carlo.»
Non aveva mai sentito la sua voce. Il ragazzo parlava con tono così distaccato, così poco articolato. Non c'era teatralità nella sua voce, solo la freddezza di qualcuno che lo voleva possedere.
«Come conosci il mio nome?»
«Mi hai seguito, sin da quando mi hai visto su quest’isola. Non puoi fare a meno di me.»
Il ragazzo lo spinse a terra, facendolo cadere proprio vicino alla battigia. Due paia di braccia sbucarono dall'acqua, per tenerlo fermo a terra.
«Ora avrai esattamente quello che vuoi.»
Il ragazzo si inginocchiò sopra di lui. Carlo poté finalmente vedere il suo volto. Un'espressione pacata, totalmente umana, che non riusciva a spiegare l'assurdità di quello che stava facendo.
Lo toccò attraverso i pantaloni, fino a tirargli fuori il membro. Si aggrappò a lui, con la bocca, mentre un rivolo caldo scendeva lungo il suo interno coscia.
Carlo voleva divincolarsi. Voleva farlo per la prima volta. Allontanarsi dal ragazzo, quando fino ad allora era sempre stato attirato da lui. Aveva già appurato che tutto quello che stava succedendo era reale. Non vi era spiegazione scientifica dell'assurdo che stava vivendo, del piacere che provava. E se quel fiore non era mai esistito nel suo giardino, allora era stato tutto un gioco orchestrato dal ragazzo.
Ma la sua volontà era totalmente soggiogata, e l'orgasmo a cui arrivò non fu fonte di desiderio, quando il ragazzo raccolse tutto il suo seme con la lingua.
Lo guardava dall'alto, mentre le braccia allentarono la morsa. Avevano fatto il loro lavoro, Carlo non riusciva più a controllarsi.
Il ragazzo si sedette sopra di lui. Teneva ancora in bocca il suo sperma, che scambiò con lui mentre univano le loro lingue.
«Ti scoperemo, Carlo» Il ragazzo parlò, mentre schioccava la lingua. «Hai sempre voluto questo durante i tuoi anni di matrimonio e, ora che lo hai, non sei più solo.»
Carlo non voleva sentire. Non perché quelle parole erano menzogne, ma perché oramai si era arreso alla realtà. Senza scienza, senza religione, rimanevano solo lui e i suoi predatori. Solo l'istinto e l'umiliazione.
Gli altri due ragazzi emersero dall'acqua. Portavano maschere di legno, cesellate per creare forme ferine. Gli occhi rossi, lingue di fuori, il loro corpo era nudo, con pitture arancioni e gialle. I loro membri duri, gonfi. In balia dei suoi peccati e dei suoi aguzzini, Carlo chiuse gli occhi.
Per Elena fu praticamente impossibile capire quanto tempo rimase svenuta nella stanza fino a quando non sentì dei rumori inusuali. Si ridestò, con un’immensa voluttà. Per un attimo non capì nemmeno cosa ci faceva nello studiolo di Carlo e pensava di essere insieme a lui in riva al lago.
Un altro rumore, ancora più forte, la costrinse ad alzarsi dalla sedia.
Ogni passo che faceva le arrivava all'orecchio come un passo falso per farsi scoprire. I suoni provenienti dal piano di sotto le lasciavano solo presagire che qualcuno si fosse intrufolato in casa sua. Elaborava, mentre lentamente si avvicinava alle scale. Cercava di collegare quello che stava vivendo con il giardino rovinato. La cosa più ragionevole da fare sarebbe stata prendere un'arma, anche impropria, ma cosa poteva usare con un partigiano o un soldato armato? Non ci rifletté abbastanza, pensando che avrebbe risolto tutto una volta arrivata lì.
Appena appoggiò il piede sull'ultimo gradino, i rumori si fecero più fievoli. Forse era stata scoperta, così credette, prima che la cacofonia non riprese. Continuò, temeraria, verso la fonte di quei suoni. Si affacciò dallo stipite della sala da pranzo e non vi era nessuno. I cassetti erano tutti aperti, le posate abbandonate ovunque sul pavimento. Le sedie erano ribaltate e le tende della finestra cadute a terra. Doveva nascondersi, probabilmente. Perché Carlo non era in casa? Come avrebbe affrontato quel pericolo?
Non aveva il coraggio di proseguire e provò a fuggire, ma una presenza la bloccò da dietro. Si spaventò e andò a sbattere contro il tavolo. Davanti a lei si stagliava l'ospite. Poteva urlare, anche se nessuno l'avrebbe sentita, ma il fiato le si bloccava in gola.
«Che ci fai qui?»
L'ospite era madido di sudore. Il suo volto era violaceo, gli occhi scavati dentro le ossa del cranio e le labbra screpolate. Non sembrava essere un pericolo, quanto essere lui stesso in pericolo.
Farneticò, riguardo a trovare un'arma per difendersi. Un coltello, una forchetta, qualsiasi cosa. Diceva che lo sarebbero venuti a prendere.
Elena ipotizzò il peggio. Era un partigiano, un'ipotesi che fino a lì aveva ignorato o, anzi, avrebbe accolto pienamente.
Ma lui non sembrava intendere quello. Parlava di alcune figure, oscure figure, che stavano arrivando alla casa. Diceva di essere al sicuro lì, almeno fino ad allora.
Probabilmente aveva sbattuto la testa. Suo marito avrebbe razionalizzato la cosa in quell’esatto modo, ma Elena non lasciava che i particolari la ingannassero per trarre conclusioni affrettate. C'era qualcosa di terribilmente grottesco nei movimenti dell'ospite, e nelle sue parole, gesta che non vide mai in lui nei giorni precedenti.
Chi era quell'uomo se lo era chiesto per tanto tempo, ma il semplice anonimato era qualcosa che l'attizzava maggiormente. Si avvicinò a lui, cercando di confortarlo da qualcosa che non poteva capire. Ma le sue mani avevano altre intenzioni, cosa che l'uomo capiva più che bene.
L'ospite si avvicinò a lei. Fiatò sul suo collo, due gocce di sudore scesero da lui a lei, fino a scivolare nel grembiule. In quell'esatto momento, paura ed eccitazione si fondevano per creare qualcosa che Elena non sperimentò mai prima di allora.
Lui la distese lungo il ripiano del tavolo. Le baciò il seno, fino a spingersi nel ventre, e le sue mani affondarono tra le sue gambe, fino a toglierle l'intimo.
E poi quell'atto, che ripeteva con lui ogni volta: toccare i suoi capelli. Erano crespi, un poco unti. Una sensazione sgradevole in altre occasioni, enfatizzata dall'odore di erba che i vestiti dell'ospite emanavano.
Il suo membro premeva contro il suo sesso. La situazione era del tutto simile a quello che accadde in camera da letto con Carlo, ma ora Elena lo stava facendo con l'uomo che voleva veramente. Strinse i suoi capelli, violenta, quando venne penetrata. L'ospite le morse il seno, obbligandola a cacciare un grido di dolore. Lei rispose graffiandolo sulla nuca. Il desiderio più recondito, la repressione, aveva trasformato quel momento tanto atteso in una goffa lotta. Entrambi si bramavano, con la stessa intensità, ma entrambi volevano appropriarsi di quell'altro e scavallarlo. Lui premette, più a fondo, e lei conficcò le unghie nella sua carne, facendolo sanguinare.
Durò poco e la visione seguente di Elena sull'ospite fu disgustosa. Coperto di sudore e di sangue che si versava sulla sua spalla, mentre il suo seme fluiva dentro di lei. Un’esperienza pietosa, eppure intensa. E quella scarica di adrenalina li lasciò entrambi in uno stato di torpore che li costrinse ad accettarsi per quello che erano, senza più anteporre la loro volontà ai desideri dell'altro.
L'ospite si accasciò sul suo ventre, rimanendo ancora dentro di lei. Si assopì, un sonno leggero, quanto bastava per dimenticare quello che visse prima di tornare da lei. Ma Elena non poteva smettere di pensare. La casa divenne un luogo ancora più ostile. Le pareti dovevano servire a proteggerla, ma ora voleva solo cadere in un sonno talmente profondo da non svegliarsi più. Lasciò cadere il suo sguardo nel vuoto. La razionalità che emerge dopo un orgasmo è sempre così letale. Lei capì che non lo voleva più. Dopo aver ottenuto quello che desiderava, l'uomo che dormiva su di lei era così insulso, deleterio per quella stessa vita coniugale che disprezzava ma che non poteva distruggere per così poco.
Ricordò le parole di Carlo: "povera te che mi devi sopportare". Che cosa gli aveva fatto?
Elena tirò fuori dal grembiule il negativo di Carlo. Lo aveva tenuto con sé, o forse era scivolato da solo nella sua tasca. Notava delle ombre, sfocate, dove prima vi era un semplice paesaggio vuoto. Quattro uomini, su un'isola, mentre sembravano danzare e portare avanti una specie di festa tribale.
Non capì e la sola visione della foto le tolse l’aria.
La nascose e lasciò che il frastuono di un aereo da caccia, che sorvolò la casa proprio in quel momento, interrompesse i suoi pensieri.
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