Sorella Sbagliata - Capitolo 1
di
_ale_
genere
incesti
Nota dell'Autrice: Quella che state per leggere è una storia alternativa, uno spin-off ufficiale dell'universo di "Tra la mia ragazza e sua cugina” la storia che proprio non riesco a lasciar andare. Le dinamiche cambiano, i bersagli si spostano e il confine tra odio e desiderio sta per essere completamente cancellato. Benvenuti in questa nuova avventura
La stanza odorava di pelle accaldata, profumo dolce e respiro spezzato. Avevo Erika schiacciata sotto di me, affondata nel piumone del suo letto. La stavo letteralmente divorando.
Le mie labbra scendevano voraci lungo il suo collo, mordicchiandole la pelle sensibile e strappandole gemiti umidi che lei cercava disperatamente di soffocare contro la mia spalla. L'aria era elettrica, carica di una lussuria che non aveva più intenzione di aspettare.
"Sei una meraviglia quando perdi il controllo," le sussurrai all'orecchio, la voce roca e carica di promesse, mentre la mia mano scivolava senza esitazione sotto la sua maglietta.
Sentii il calore del suo addome, salii più su e trovai l'ostacolo del reggiseno. Lo scostai con un movimento secco delle dita, liberando il suo seno. Iniziai a stringerla, massaggiandole la carne nuda con possessività, stuzzicando il capezzolo turgido sotto il mio palmo.
Erika inarcò la schiena come una molla, aggrappandosi ai miei capelli per tirarmi di nuovo contro la sua bocca. "Franci... cazzo, non fermarti," ansimò contro le mie labbra, baciandomi con una foga disordinata. "Spogliami. Fammi tua. Adesso." "Dimmelo di nuovo," la provocai, abbassando la mano per accarezzarle il bottone dei jeans, sentendo quanto fosse già bagnata e calda attraverso il tessuto leggero. "Dimmi cosa vuoi che ti faccia." "Voglio che mi scopi," gemette lei, senza filtri, gli occhi castani annebbiati dal puro desiderio. "Voglio sentirti dentro, ti prego..."
Ero al limite. Il sangue mi martellava nelle vene e stavo per slacciarle i pantaloni, pronto a farle dimenticare il suo stesso nome.
E poi, il disastro.
SBAM.
Il tonfo sordo, metallico e inequivocabile del portone d'ingresso che veniva sbattuto al piano di sotto riecheggiò per tutta la casa. Fu come una secchiata di acqua ghiacciata dritta sulla schiena.
Ci raggelammo all'istante.
Cazzo. È tornata Giulia.
Mi bloccai, la mano ancora chiusa sul seno nudo di Erika, il respiro pesante che mi fischiava nei polmoni. Ci guardammo negli occhi, e vidi la lussuria evaporare dal suo viso, sostituita dal puro panico.
Giulia è la sua sorellina. Ha appena compiuto diciotto anni, e definirla un dito al culo sarebbe un eufemismo riduttivo. È l'equivalente umano di una mina vagante. Il suo fottuto concetto di privacy semplicemente non esiste, o forse lo ignora di proposito per il puro e sadico gusto di farmi innervosire.
Quando siamo a casa loro e lei è nei paraggi, il che purtroppo capita quasi sempre, non abbiamo il minimo stralcio di intimità. Zero. È capace di piombarti addosso in qualsiasi momento, con qualsiasi scusa, con quell'aria perennemente scazzata e giudicante.
Erika mi spinse via per le spalle con una forza improvvisa. "Alzati, alzati!" sibilò nel panico totale, tirandosi giù la maglietta alla cieca, cercando di risistemarsi il reggiseno attraverso la stoffa.
Mi buttai letteralmente giù dal letto. Sapevamo perfettamente cosa significava quel tonfo alla porta. Giulia non era tipo da fermarsi in cucina o annunciare il suo arrivo. Avevamo al massimo sessanta secondi, un fottuto minuto di orologio, per sembrare due persone civili prima che quel piccolo uragano salisse le scale e spalancasse la porta della camera. Ovviamente, senza nemmeno l'ombra di un colpo bussato.
La porta si spalancò con un tonfo secco, urtando contro il muro e facendomi sobbalzare.
Mi ero appena buttato a peso morto sulla sedia della scrivania, afferrando il telefono per fingere di scorrere una chat a caso, mentre Erika si stava ancora lisciando freneticamente la maglietta stropicciata, il petto che si alzava e si abbassava per il respiro corto.
"Eri, hai visto i miei auricolari? Quelli bianchi?"
Giulia entrò in camera come un panzer, zero esitazione, la voce alta e la faccia di chi è padrone del mondo.
"Giulia, porca puttana!" esplose Erika, il viso paonazzo a metà tra la frustrazione e l'imbarazzo. "Te l'ho detto mille volte: si bussa! Esiste una cosa chiamata fottuta privacy in questa casa!"
Giulia si fermò in mezzo alla stanza, per nulla intimidita. Incrociò le braccia al petto e roteò gli occhi al soffitto con una lentezza esasperante. "Oh, scusami tanto, Vostra Maestà. La porta non era chiusa a chiave, quindi di base è territorio libero. E comunque non mi sembra che steste facendo chissà cosa. O ho interrotto un'altra delle vostre noiosissime sessioni di baci casti?"
"Sei un'idiota insopportabile! Fuori di qui! Immediatamente!" urlò Erika, indicando il corridoio.
"Guarda che la casa è anche mia, isterica," ribatté la sorellina con un sorriso strafottente. "Dimmi solo dove hai messo gli auricolari e tolgo il disturbo."
Io me ne stavo in disparte, zitto e apparentemente invisibile. È la mia normalità in questa casa: fare da tappezzeria mentre loro due si scannano per stronzate. Tenevo gli occhi incollati allo schermo del telefono, cercando disperatamente di domare l'erezione dolorosa e pulsante che premeva contro la cerniera dei miei jeans dopo quello che era quasi successo sul letto.
Eppure, con la coda dell'occhio, la stavo guardando. Era fottutamente impossibile non farlo.
Negli ultimi mesi, Giulia era cambiata. Una delle poche cose oggettive in mezzo a tutto quel caos era che, purtroppo per la mia sanità mentale, era cresciuta. La vedevo lì, in piedi davanti a me, stretta in quei vestiti da ginnastica atletica, un paio di leggings neri aderentissimi a vita alta e un top sportivo scuro che le fasciava il torace. Ed è stato in quel momento, mentre litigava sguaiatamente con la sorella, che mi sono reso conto di quanto il mio sguardo su di lei stesse diventando irrimediabilmente torbido.
Lei ha una fisicità minuta e molto proporzionata. È quel tipo di corpo compatto e armonioso che appare naturalmente femminile, senza alcun bisogno di essere volgare o appariscente. La sua presenza in quella stanza era delicata ma allo stesso tempo di una sensualità disarmante, perché le linee del suo corpo sotto quell'abbigliamento tecnico erano morbide, perfette, ben definite.
Il suo viso è piccolo e fine, con lineamenti morbidi che le danno un aspetto paradossalmente dolce, in totale contrasto con la lingua tagliente che si ritrova. La pelle appare liscia e uniforme, con un incarnato chiaro che mette in risalto la delicatezza dei tratti. Ha degli zigomi leggeri ma ben posizionati, che creano una struttura elegante senza rendere il volto spigoloso o duro.
E poi ci sono i suoi occhi. Sono grandi e molto espressivi, leggermente allungati, con uno sguardo che sa essere intenso, velenoso, ma allo stesso tempo nasconde qualcosa di tenero. Le sue ciglia, lunghe e scure, danno una profondità assurda a quello sguardo. Le sopracciglia hanno una forma naturale e morbida che incornicia i suoi occhi alla perfezione.
Il naso è piccolo e proporzionato, con una linea delicata che si inserisce perfettamente nel volto. Ma lo sguardo mi cade sempre, inevitabilmente, sulla bocca. Le labbra sono morbide e piene, soprattutto quella inferiore, e hanno una forma naturalmente sensuale che rende l’espressione del viso incredibilmente femminile, persino quando sta ringhiando insulti.
I capelli sono scuri, leggermente disordinati per l'allenamento, con una texture liscia e morbida che incornicia il viso e mette in evidenza il collo sottile e le spalle piccole.
Il suo corpo è compatto e minuto, con una struttura leggera ma in cui ogni cosa è al posto giusto. Le spalle sono strette e il busto è proporzionato, con una linea del torace morbida e naturale sotto il tessuto del top. La vita è sottile, ben definita dalla fascia alta dei leggings, creando una curva elegantissima verso i fianchi.
Fianchi che sono delicati ma squisitamente femminili, e che accompagnano la linea del corpo verso un sedere piccolo ma molto, molto sodo e compatto. Il suo culetto è rotondo e ben sollevato, senza ombra di dubbio uno dei tratti più evidenti ed eccitanti della sua fisicità: pur essendo un corpo minuto, quella forma piena e tonica dentro i leggings neri crea una curva di una sensualità letale e ipnotica tra la vita stretta e i fianchi.
Le gambe sono snelle e proporzionate, con cosce morbide ma compatte che mantengono l’armonia perfetta della figura. Anche le braccia, ora incrociate in modo sfacciato sotto il petto, sono sottili e delicate, con mani piccole che rafforzano quell'impressione generale di leggerezza e grazia.
Mentre le due continuavano a strillare, io me ne stavo lì a bruciare in silenzio, realizzando una verità scomoda. Nel complesso, la sua sensualità nasceva proprio da quel contrasto da far perdere la testa: un corpo minuto, linee morbide e un culetto sodo e rotondo che dà alla silhouette una curva profondamente femminile. È una bellezza naturale, che a prima vista ti frega apparendo solo dolce, ma che allo stesso tempo è capace di risultare seducente da farti mancare il respiro proprio per le proporzioni armoniose del corpo.
Distolsi lo sguardo a fatica, stringendo la presa sul cellulare. Ero il fidanzato di sua sorella. Ma in quel momento, seduto nella loro stanza, la testa mi stava andando a puttane per i motivi più sbagliati del mondo.
Fino a quel giorno è sempre stata la mia cognatina. La conoscevo da anni e tra noi avevamo sempre avuto un bellissimo rapporto, fatto di prese in giro complici e di quell'istinto di protezione che si riserva a una sorella minore. Quel giorno, però, l'aria in quella casa cambiò in modo irrimediabile.
"E allora dimmi dove cazzo sono finiti, se non li hai presi tu!" sbraitò Giulia, piantandosi le mani sui fianchi stretti, per nulla intenzionata a fare un passo indietro.
"E io ti ho detto che non lo so!" sbottò Erika, alzandosi finalmente dal letto e sistemandosi i jeans stropicciati con gesti nervosi. "Forse se non fossi così disordinata e non passassi la vita a ficcare il naso nelle mie cose, sapresti dove li hai messi. Esci dalla mia fottuta camera, Giulia. Subito."
"Sei solo una suora isterica," la provocò Giulia, indietreggiando verso il corridoio, ma senza perdere quel sorrisetto arrogante che le piegava le labbra morbide. "Meno male che c'è Franci che ti sopporta, perché sei pesante da morire."
Erika divenne rossa di rabbia. Puntò il dito contro la porta. "Sei una ragazzina viziata e insopportabile! Fai tanto la grande, ti vesti in quel modo ridicolo per provocare, ma la verità è che non sai niente del mondo. Sei solo una stupida mocciosa. Cresci, Giulia, perché fai pena!"
L'espressione di Giulia vacillò per una frazione di secondo. La sua inesperienza nel gestire le vere umiliazioni la tradì: l'orgoglio ferito le fece stringere i pugni lungo i fianchi, e i suoi grandi occhi scuri lampeggiarono. Non rispose. Si girò di scatto e sparì nel corridoio.
SBAM.
Il tonfo della porta della sua camera rimbombò per tutta la casa, facendo vibrare i muri.
Fino a quel giorno è sempre stata la mia cognatina. La conoscevo da anni e abbiamo sempre avuto un bellissimo rapporto, quel giorno però, qualcosa cambiò. La sua immagine ribelle e vulnerabile mi si era appena incisa a fuoco nella mente.
Erika sbuffò in modo plateale, passandosi entrambe le mani tra i capelli biondi. Si lasciò cadere di nuovo sul bordo del letto, esausta. "Cioè, ti rendi conto, amore?" mi disse, la voce che tremava di frustrazione, indicando la porta vuota. "Fa ancora queste scenate! Mocciosa è un complimento per lei."
Mi avvicinai, posandole una mano sulla spalla per massaggiarla dolcemente. "Dai, Eri... lo sai com'è fatta," mormorai, recitando la mia parte del fidanzato comprensivo alla perfezione.
"Ma non la sopporto quando fa così!" continuò lei, alzando gli occhi verso di me in cerca di supporto. "Si mette in tiro, indossa quei vestiti aderenti, risponde male perché vuole che la gente la tratti da adulta... e poi sbatte le porte e fa i capricci come una bambina di cinque anni a cui hanno tolto un giocattolo. È un'immatura. E tu sei fin troppo paziente con lei."
Annuii in silenzio. Ma dentro di me, il sangue stava bruciando. Erika non capiva un cazzo. Quei vestiti non la facevano sembrare una bambina; la rendevano un bersaglio fottutamente perfetto. La sua arroganza non era fastidiosa, era un invito a spezzarla.
"Erika! Muoviti a scendere, i piatti non si mettono a tavola da soli!" La voce di sua madre tuonò dal piano di sotto, secca e autoritaria.
Erika alzò gli occhi al soffitto con una smorfia di dolore. "Ecco, ci mancava solo lei. Vado, prima che inizi a urlare e mi faccia venire il mal di testa." Si alzò, dandomi un bacio veloce a fior di labbra, totalmente ignara della tensione malata che mi paralizzava. "Tu aspettami qui. O scendi tra un po'."
Uscì dalla stanza. Il silenzio calò di colpo. L'erezione premeva ancora contro la zip dei miei jeans, dolorosa e pulsante, ma ora non era più per Erika. Fissai il corridoio vuoto, lo sguardo incollato alla porta chiusa in fondo.
Così, decisi di fare il bravo cognato e andare a tirare su Giulia.
Percorsi i pochi metri che ci separavano a passi lenti e calcolati. Non bussai. Abbassai la maniglia e spinsi la porta: nella foga, non l'aveva chiusa a chiave.
La stanza era in penombra, le tapparelle socchiuse per tenere fuori il caldo asfissiante di quel pomeriggio estivo. Giulia era sdraiata a pancia in giù sul suo letto. Indossava ancora i pantaloncini aderenti e il top sportivo. Aveva il viso affondato nel cuscino e le gambe piegate all'indietro. I suoi piccoli piedi scalzi, lucidi per un leggero velo di sudore, si muovevano nervosamente per aria, disegnando cerchi invisibili che tradivano tutta la sua frustrazione infantile.
Sentendo la porta aprirsi, sollevò la testa di scatto. I suoi occhi erano lucidi di rabbia.
"Che cazzo vuoi?" sputò subito, mettendosi a sedere e incrociando le braccia sul petto, sulla difensiva. "Ti manda lei a farmi la morale? O sei venuto a difendere la tua fidanzatina perfetta?"
Entrai e chiusi la porta alle mie spalle. Il rumore metallico della serratura che scattava sembrò divorare tutta l'aria nella stanza. "Nessuno dei due," risposi, la voce bassa, quasi raschiata. Mi avvicinai al letto. "Volevo solo vedere come stavi."
"Non me ne frega un cazzo di quello che dice Erika," sibilò, alzando il mento con la sua adorabile, patetica arroganza. "Mi tratta da mocciosa solo perché è gelosa. Non ho bisogno della tua pietà, Franci. Torna di là."
Invece di andarmene, feci un passo avanti e mi sedetti sul bordo del letto. Sorrisi, scuotendo la testa. Allungai una mano e le afferrai un braccio, tirandola leggermente verso di me con una mossa fluida, per smontare quella sua posa da dura.
"Mamma mia, quanto veleno in un corpo così piccolo," la presi in giro, usando il tono leggero e fraterno di sempre, quello che usavo per disinnescarla. "Non mordo, Giù. E farti scoppiare il fegato per le cazzate di tua sorella non cambierà le cose."
Lei oppose una debole resistenza, poi sbuffò, lasciando cadere le braccia. La tensione nelle sue spalle si allentò. Si mise a gambe incrociate di fronte a me; il tessuto sottile dei leggings si tese in modo osceno sulle sue cosce sode.
"È lei che è insopportabile," borbottò, tenendo lo sguardo basso per nascondere il fatto che ci era rimasta male. "Mi tratta come se fossi una bambina. Hai visto come mi guarda? Come mi parla? È convinta di essere l'unica donna adulta di questa casa."
Mentre parlava, la osservai. Era tutto fottutamente ovvio, e per certi versi quasi tenero nella sua arroganza. Il top sportivo tirato un po' troppo giù per evidenziare la scollatura, l'atteggiamento strafottente, perfino quel velo di trucco impeccabile che aveva tenuto su nonostante fosse appena tornata distrutta dalla palestra. Giulia stava facendo di tutto per sembrare più grande. Non lo diceva apertamente, ma urlava disperatamente il bisogno di essere guardata come si guarda una donna, non una bambina.
Se solo sapessi come ti sto guardando io in questo momento, pensai, sentendo un nodo stringermi lo stomaco.
"Non sei una bambina, Giulia," le dissi, abbassando istintivamente la voce e piantando i miei occhi nei suoi. "Lo sappiamo entrambi che non lo sei. Ma se le fai la guerra urlando per un paio di auricolari, le servi la scusa su un piatto d'argento."
Le mie parole ebbero l'effetto sperato. Si sentì validata, capita. L'aggressività svanì dal suo viso, sostituita da un'espressione dolce e grata. E poi, senza alcun preavviso, si sporse in avanti e mi gettò le braccia al collo.
Fu un abbraccio d'impulso, totalmente fraterno e innocente da parte sua. Ma per me fu come infilarmi le dita in una fottuta presa di corrente.
Il suo corpo minuto e caldo si schiacciò contro il mio petto. Sentii la pressione morbida ed elastica dei suoi seni premere contro la mia maglietta, sprovvisti di qualsiasi imbottitura sotto quel top sottile. L'odore della sua pelle, un mix dolciastro di profumo e l'odore acre e muschiato del sudore dell'allenamento in palestra, mi invase le narici facendomi annebbiare la vista. Le mie mani si appoggiarono d'istinto sulla sua schiena nuda: la pelle era umida, bollente, e scivolosa sotto i miei polpastrelli. Potevo sentire il calore emanato dal suo inguine attraverso i pantaloncini sfiorare la mia coscia. La mia eccitazione, che si era a malapena assopita, tornò a pulsare con una violenza dolorosa, gonfiandosi contro la cerniera dei jeans.
Chiusi gli occhi, stringendo i denti, lottando contro l'istinto primordiale di ribaltarla su quel piumone, bloccarle i polsi e infilarle una mano nei pantaloni.
Deglutii a fatica e, facendo appello a ogni grammo di autocontrollo che possedevo, le presi le spalle e la allontanai dolcemente, prima di non poter più nascondere il rigonfiamento nei pantaloni.
"Ok, ok, tigrotta, piano," dissi, forzando una mezza risata per mascherare il fiato corto. "Va bene l'affetto, ma sei letteralmente fradicia. Puzzi di sala pesi lontano un miglio."
Giulia arrossì di colpo, sgranando gli occhi, e mi diede uno spintone scherzoso sul petto, ritirandosi subito. "Ma vai a cagare, Franci! Non puzzo!" esclamò, fingendosi offesa ma sorridendo.
"Sei tutta sudata, fidati," ribattei, alzandomi in fretta e facendo attenzione a tenerle la schiena. "Vai a cambiarti e a farti una doccia, dai. Prima che ti prendi un colpo di freddo con gli sbalzi di temperatura."
Lei sbuffò, ma ormai il malumore era passato. Si alzò dal letto, stiracchiandosi leggermente. La stoffa del top si sollevò, scoprendo l'ombelico e la linea morbida del ventre umido. Dovetti distogliere lo sguardo per non impazzire.
Uscimmo dalla camera insieme. Nel corridoio le nostre strade si divisero: Giulia mi fece una linguaccia complice prima di svoltare verso il bagno e chiudersi la porta alle spalle. Io rimasi fermo un secondo, prendendo un respiro profondo per far rallentare il cuore e riprendere il controllo del mio corpo. Poi, con l'odore della sua pelle sudata ancora impigliato nelle narici, scesi le scale verso la cucina, dove mi aspettavano Erika e sua madre.
L'aria odorava di sugo, basilico e pura, banale normalità familiare. Un contrasto allucinante con il cortocircuito oscuro che mi stava divorando il cervello.
Erika stava sistemando i bicchieri sul tavolo, l'espressione ancora un po' tirata per la litigata, mentre sua madre armeggiava ai fornelli. «Franci, tesoro,» esordì la donna, girandosi verso di me con un sorriso stanco ma affettuoso. «Visto che sei in piedi, mi faresti un favore gigantesco? Ho lasciato il telefono sul comodino in camera mia, mi serve per controllare i tempi di cottura di una ricetta.» «Certo, vado subito,» risposi prontamente. «E già che sei di sopra,» aggiunse Erika, sbuffando, «urla a quella mocciosa di muoversi a fare la doccia, o finisce che mangiamo freddo per colpa sua.»
Annuii, girai sui tacchi e ripercorsi le scale a ritroso. Il cuore aveva ricominciato a battermi in modo strano, un tambureggiare sordo e pesante contro le costole.
Presi il telefono dal comodino in camera da letto e subito dopo, andai verso la porta del bagno, accanto alla camera dei genitori.
Pensavo di bussare forte sul legno per farla sbrigare, ma quando arrivai a un metro di distanza, mi bloccai di colpo.
La porta non era chiusa. Giulia l'aveva lasciata accostata, creando una fessura di appena un paio di dita. Un invito involontario al disastro per cui non era minimamente preparata.
Mi avvicinai per aprirla e dirle di muoversi, ma lo spettacolo che mi si parò davanti attraverso quello spiraglio mi paralizzò all'istante, prosciugandomi tutta la saliva in bocca.
Giulia aveva sfilato i leggings e il top sportivo. Era seduta in pizzo sul bordo del bidet, con le gambe snelle e toniche leggermente divaricate. Il suo torace era completamente nudo. La luce alogena dello specchio le accarezzava la pelle chiara, ancora lucida per un sottile velo di sudore dell'allenamento che le faceva brillare le clavicole e l'addome piatto. I suoi seni, liberati dalla costrizione del top, erano piccoli ma pieni, incredibilmente sodi, con i capezzoli turgidi e arrossati che puntavano in avanti, fremendo a ogni suo respiro corto e affannoso.
Indossava esclusivamente un paio di mutandine color carne, un tessuto velato e sottilissimo che aderiva ai suoi fianchi stretti come una seconda pelle, creando un'illusione di nudità totale che mi mandò il sangue alla testa.
Ma non fu la meraviglia di quel corpo esposto a farmi smettere di respirare. Fu quello che stava facendo.
Giulia aveva la testa piegata all'indietro, i capelli scuri sciolti che le sfioravano la schiena nuda, esponendo la curva delicata della gola. I suoi occhi erano chiusi, serrati nello sforzo del piacere, e quelle labbra carnose, sempre pronte a sputare arroganza, erano socchiuse, lucide di saliva, da cui sfuggivano sospiri bassi, umidi e disperati.
Il braccio destro era abbassato, le dita sottili scivolate audacemente sotto l'elastico teso delle mutandine color carne. Potevo vedere la stoffa tendersi e scurirsi al centro, intrisa del suo stesso umore, mentre la sua mano si muoveva con una foga ritmica, inesorabile. Affondava nel proprio calore, accarezzandosi con un'intensità che tradiva tutta la fame inespressa del suo giovane corpo.
A ogni affondo delle dita, i muscoli delle sue cosce morbide si contraevano. Il bacino si inarcava impercettibilmente verso l'alto, sollevandosi dal bordo di ceramica per spingere il proprio inguine contro la mano, cercando di strappare un piacere ancora più profondo. La mano libera stringeva convulsamente il bordo del bidet, le nocche bianche per la tensione.
Ero fottutamente pietrificato. Il contrasto tra la mocciosa che sbatteva le porte e questa visione carnale, completamente abbandonata al vizio e all'estasi, mi fece esplodere il cervello. L'istinto di spalancare la porta, inginocchiarmi tra quelle cosce divaricate e sostituire le sue dita con la mia bocca mi azzannò lo stomaco. Diventai di marmo in una frazione di secondo, un'erezione dolorosa e pulsante che premeva contro la tela spessa dei miei jeans. Ero il fidanzato di sua sorella, eppure la stavo guardando masturbarsi, drogato da ogni suo gemito strozzato.
«Giulia, porca puttana, muoviti! Vuoi farti pregare?!»
L'urlo sguaiato di Erika rimbombò all'improvviso dal fondo del corridoio, facendomi quasi saltare in aria.
Nel bagno, l'incantesimo si spezzò con la violenza di un vetro in frantumi. Giulia sgranò gli occhi, strappando via la mano dalle mutandine con un sussulto spaventato e stizzito. L'espressione di puro piacere fu istantaneamente cancellata, sostituita dalla sua solita maschera di rabbia e frustrazione.
«Arrivo, cazzo! Un attimo!» urlò di rimando, la voce ancora incrinata per il fiato corto e l'eccitazione mozzata a metà.
Sbuffò sonoramente, alzandosi in piedi di scatto. I suoi seni ondeggiarono leggermente. Con un movimento brusco, agganciò i pollici ai lati di quelle mutandine color carne ormai intrise di lei e se le sfilò lungo le gambe con rabbia. Invece di piegarle, le appallottolò e le lanciò con noncuranza verso la cesta del bucato di vimini vicino alla porta.
Mancò il bersaglio. Il minuscolo pezzo di stoffa umida atterrò esattamente sul pavimento, a una spanna dallo spiraglio da cui la stavo spiando.
Senza nemmeno guardare, Giulia si voltò, mostrando per un istante la curva perfetta e nuda del suo sedere, aprì l'acqua della doccia ed entrò nel box di cristallo. Il rumore scrosciante dell'acqua coprì ogni cosa.
Era il mio fottuto momento. Agii con il pilota automatico, guidato da un'ossessione che aveva appena preso il controllo totale della mia mente.
Veloce e silenzioso come un ladro, spinsi leggermente la porta. Mi chinai in avanti, infilai la mano e afferrai quel frammento color carne.
Il tessuto era rovente. Bagnato in modo osceno proprio al centro, pesante per i suoi umori, e sprigionava un profumo muschiato, dolciastro e intensamente femminile che mi fece tremare i polsi. Trattenni quel trofeo nel pugno chiuso, indietreggiando e richiudendo la porta senza fare il minimo rumore.
Invece di tornare in cucina, feci due passi veloci ed entrai nella camera di Erika. Il mio zaino era appoggiato sulla sedia. Lo aprii con le mani che mi tremavano per l'adrenalina. Spinsi le mutandine bollenti di Giulia nella tasca interna più nascosta, tirando la zip.
Mi passai le mani sul viso, stringendo gli occhi. Ero duro da far male, la testa che mi girava per quello che avevo appena visto e fatto. Avevo il suo intimo sporco nel mio zaino.
Feci un respiro profondo per dissimulare il battito impazzito del cuore, mi sistemai alla meglio i pantaloni, e tornai verso la cucina, pronto a sedermi a tavola accanto a Erika come se nulla fosse successo.
Quel giorno cambiò definitivamente, e in modo irreversibile, il mio modo di guardare la mia cognatina. L'immagine di lei abbandonata al piacere, la mano che affondava tra le cosce, aveva mandato in frantumi ogni barriera morale che mi ero costruito in quegli anni.
A cena, seduto accanto alla mia fidanzata, non riuscivo a pensare ad altro. Masticavo senza sentire i sapori, annuivo meccanicamente ai discorsi della madre di Erika, ma la mia mente era un disco rotto. Ogni volta che alzavo lo sguardo,c'era Giulia. Era seduta di fronte a me, i capelli ancora umidi dalla doccia che le ricadevano sulle spalle, l'aria scazzata di chi vorrebbe essere ovunque tranne che lì. Nessuno a quel tavolo aveva la minima fottuta idea di cosa avessi nascosto nello zaino in camera. Sentire il profumo del suo bagnoschiuma alla vaniglia aleggiare nell'aria mi faceva pulsare il sangue nelle vene in modo quasi doloroso.
PIÙ TARDI, CAMERA DI ERIKA
«Franci… cazzo, sì… non ti fermare…»
Erika inarcò la schiena contro il piumone sgualcito, le dita affondate nei miei capelli, mentre la sua voce si spezzava in un gemito acuto e disperato.
L'aria nella sua camera era diventata densa, pesante, saturata dall'odore di sesso e pelle accaldata. L'avevo spogliata non appena i suoi genitori erano andati a dormire, spinto da un'eccitazione oscura, spietata, che non aveva nulla a che fare con il romanticismo. Tutta la tensione accumulata in quel pomeriggio allucinante, l'adrenalina per il furto di quelle mutandine, l'immagine di Giulia che si toccava… tutto si stava riversando su Erika in quel momento.
Le mie mani scivolarono lungo i suoi fianchi, afferrandola saldamente per i glutei per tirarla ancora più stretta contro di me. Affondai dentro di lei con spinte lunghe, profonde e inesorabili, dettando un ritmo selvaggio che le toglieva il respiro.
«Sei… sei bellissimo oggi…» ansimò lei, il viso arrossato, aprendo di più le gambe per accogliermi completamente. «Mi fai impazzire così…»
Non risposi. Mi chinai su di lei, catturando le sue labbra in un bacio vorace, disordinato, mescolando i nostri respiri. La mia lingua cercò la sua mentre continuavo a spingere con forza, sentendo il calore umido della sua intimità stringersi intorno a me in spasmi sempre più frequenti. Erika si aggrappò alle mie spalle, le unghie che mi graffiavano leggermente la pelle sudata.
Non facevo l'amore con lei; stavo sfogando un'ossessione. I suoi seni perfetti pressati contro il mio petto, il suo corpo che rispondeva a ogni mio comando… era tutto fantastico, ma la mia mente era fottutamente altrove, alimentata da un feticismo deviato che si era appena risvegliato.
«Franci… sto per… ci sono…» mormorò contro la mia bocca, il corpo che si irrigidiva come una corda di violino.
Aumentai il ritmo, sordo a tutto il resto. L'attrito, il calore e l'immagine mentale di quel frammento di pizzo color carne chiuso nel mio zaino mi portarono oltre il limite. Raggiunsi il climax con un gemito rauco, sordo, svuotandomi dentro di lei mentre Erika tremava sotto di me, travolta da un orgasmo violento che la lasciò senza fiato, persa in me.
Crollai di lato, il respiro pesante che fischiava nel silenzio della stanza. Erika si rannicchiò immediatamente contro il mio fianco, posando la testa sul mio petto coperto di sudore. La sua mano scivolò pigramente sul mio addome.
«Mio dio…» sussurrò, con un sorriso stanco e appagato sulle labbra. «Oggi eri letteralmente insaziabile. Che ti è preso?» Le accarezzai distrattamente i capelli biondi, gli occhi fissi sul soffitto buio. «Avevo solo molta, molta voglia di te,» mentii, la voce ancora roca, recitando la parte del fidanzato perfetto.
Rimanemmo così per un po', coccolandoci nel buio. Erika mi parlò a mezza voce dell'università, di un esame che la preoccupava, e di come, in fondo, sperava che Giulia crescesse in fretta per non doverci litigare tutti i giorni. Ascoltavo il suono della sua voce diventare sempre più lento, impastato dal sonno e dalla stanchezza del sesso.
Quando il suo respiro si fece profondo e regolare, guardai la sveglia sul comodino. Era l'una passata.
«Eri,» le sussurrai dolcemente, baciandole la fronte. «Amore, dormi. Io devo andare a casa, domani mi alzo presto.» Lei mugugnò qualcosa di incomprensibile, stringendosi le coperte addosso. «Mmh… ok… scrivimi quando arrivi… ti amo.» «Anche io. Buonanotte.»
Mi alzai dal letto cercando di non fare rumore. Mi infilai i boxer, i jeans e la maglietta nel buio. Mi caricai lo zaino in spalla, il peso di quel segreto nascosto in fondo alla tasca sembrava quasi scottarmi la schiena e uscii dalla stanza, chiudendo la porta con un clic quasi impercettibile.
Il corridoio della casa era immerso nell'oscurità e in un silenzio tombale.
Feci per dirigermi verso l’ingresso, ma i miei piedi si piantarono sul parquet. In fondo al corridoio, la porta della camera di Giulia era socchiusa, lasciando filtrare una lama di luce lunare dalla finestra.of
Il mostro dentro di me prese il sopravvento. Non potevo andarmene senza prima guardarla. Solo per un fottuto secondo.
Mi avvicinai come un fantasma, spingendo la porta con la punta delle dita per aprirla quel tanto che bastava.
La stanza odorava di vaniglia e del suo profumo leggero. Giulia era stesa sul suo lettino singolo, profondamente addormentata. Il lenzuolo estivo era scivolato via, gettato a terra dalla calura o dall'irrequietezza.
Indossava un pigiama estivo: una canottiera bianca di cotone leggero e un paio di pantaloncini morbidi a quadretti, così corti da rivelare la linea perfetta e tornita delle cosce. Era stesa di lato, voltata verso la porta. Il respiro sollevava il suo torace in un ritmo calmo e infantile, le labbra leggermente socchiuse, il viso rilassato e privo di tutta quell'arroganza che usava come scudo da sveglia.
Ma il mio sguardo non si fermò sul suo viso. Scivolò verso il fondo del letto.
Giulia aveva le gambe leggermente piegate e i suoi piedi nudi sporgevano oltre il bordo del materasso, esposti alla luce fioca della stanza. Piccoli, delicati, con l'arco plantare rilassato. Fissai quei piedini scalzi nel buio, ricordando la sensazione della sua pelle accaldata contro i miei palmi solo poche ore prima.
Era l'immagine della purezza e dell'innocenza adolescenziale. Una sorellina minore che dormiva. Ma nella mia testa, ormai deviata e corrotta, era diventata la mia preda perfetta.
Deglutii a fatica, la mano stretta attorno alla cinghia dello zaino dove riposava il suo intimo rubato. Rimasi a fissarle i piedi nudi per lunghissimi istanti, assecondando la morsa oscura allo stomaco.
Il silenzio della camera era rotto solo dal fruscio ritmico del suo respiro. La mano che stringeva la cinghia dello zaino tremava. L’immagine di lei addormentata, così vicina e così ignara, fece saltare l’ultimo barlume di razionalità che mi era rimasto dopo il sesso con Erika.
Non potevo andarmene. Non ancora.
Feci un passo avanti, poi un altro, finché le mie ginocchia non sfiorarono il bordo del suo letto. Mi chinai su di lei, trattenendo il fiato. L’odore di vaniglia e di pelle pulita mi investì, mescolandosi al ricordo di quell'odore più muschiato che avevo impresso nelle narici. Allungai una mano, con una lentezza agonizzante. Le dita sfiorarono il tessuto della canottiera bianca, scivolando verso la curva morbida del suo seno.
La palpai con una delicatezza estrema, sentendo sotto il cotone leggero la consistenza soda e calda della sua carne. Giulia emise un piccolo mugugno nel sonno, ma non si svegliò. Incoraggiato, feci scivolare la mano più in basso per raggiungere il suo sedere. Il contatto con i pantaloncini sottili mi fece scattare una scarica elettrica lungo la colonna vertebrale. Strinsi la carne soda del suo gluteo nel palmo, saggiandone la compattezza, perdendomi nella rotondità di quel corpo minuto.
Ero posseduto. La afferrai per le spalle e, con un movimento millimetrico, la girai sulla schiena. Giulia si lasciò manovrare come una bambola di pezza, sistemandosi con un sospiro profondo che le fece sollevare il petto. Mi misi sopra di lei, puntando i gomiti e le ginocchia sul materasso per non schiacciarla con il mio peso,
La mia mano tornò sul suo seno, stringendolo con più foga stavolta, mentre chinavo il viso sul suo collo. Le diedi dei baci impercettibili, sfiorando la pelle bollente con la punta della lingua, risalendo verso il lobo dell'orecchio. «Giulia...» sussurrai, un soffio che non avrebbe dovuto uscire, mentre sentivo il suo calore invadermi i sensi.
Ero a un millimetro dal perdere totalmente il controllo. La mia erezione che quasi premeva contro il suo inguine, il cuore batteva così forte che temevo potesse svegliarla. Stavo per infilarle una mano sotto l'elastico dei pantaloncini, pronto a reclamare quel piacere che l'avevo visto darsi da sola poche ore prima.
Poi, un rumore. Uno scricchiolio nel corridoio o forse solo il peso della mia coscienza che crollava.
Mi bloccai. Guardai il suo viso angelico, le ciglia lunghe che le sfioravano le guance, la bocca socchiusa. Cosa cazzo sto facendo? Il pensiero mi colpì come uno schiaffo. Se si fosse svegliata, se Erika fosse uscita dalla stanza... sarebbe stata la fine di tutto.
Mi staccai da lei con uno scatto brusco, il respiro rotto e la fronte imperlata di sudore freddo. Indietreggiai barcollando verso la porta, il battito accelerato dal terrore e dalla bramosia. Uscii dalla stanza senza guardarmi indietro, infilando la porta di casa e ritrovandomi nell'aria fresca della notte.
Tornai a casa guidando come un automa. Non appena richiusi la porta della mia camera, il silenzio divenne il mio peggior nemico. Mi spogliai freneticamente, gettando i vestiti a terra, e mi infilai sotto le coperte.
Aprii lo zaino.
Recuperai quel frammento color carne, le sue mutandine ancora leggermente umide e appallottolate. Me le premetti contro il viso, affondando il naso nel tessuto, inalando in modo ossessivo quell'odore intimo, salato e muschiato che era rimasto intrappolato nelle fibre.
Iniziai a darmi piacere con una mano, mentre con l'altra stringevo lo slip contro la bocca. Ogni immagine di quel giorno mi travolse: la lite in camera di Erika, lei che inciampava sui tacchi, le sue dita che affondavano tra le cosce sul bordo del bidet, i suoi piedi nudi che sporgevano dal letto.
Raggiunsi il climax in pochi istanti, un'esplosione violenta e solitaria che mi lasciò svuotato e tremante nel buio.
Restai immobile, con il fiato corto, fissando il soffitto. Le mutandine di Giulia erano ancora lì, tra le mie dita. Mi sentivo un pezzo di merda. Un predatore che aveva tradito la fiducia di chi amava. Eppure, mentre il senso di colpa mi schiacciava il petto, sapevo che non avrei smesso. Ormai la miccia era accesa.
Era la sorellina della mia fidanzata. Ed era l'unica cosa che desideravo al mondo.
La stanza odorava di pelle accaldata, profumo dolce e respiro spezzato. Avevo Erika schiacciata sotto di me, affondata nel piumone del suo letto. La stavo letteralmente divorando.
Le mie labbra scendevano voraci lungo il suo collo, mordicchiandole la pelle sensibile e strappandole gemiti umidi che lei cercava disperatamente di soffocare contro la mia spalla. L'aria era elettrica, carica di una lussuria che non aveva più intenzione di aspettare.
"Sei una meraviglia quando perdi il controllo," le sussurrai all'orecchio, la voce roca e carica di promesse, mentre la mia mano scivolava senza esitazione sotto la sua maglietta.
Sentii il calore del suo addome, salii più su e trovai l'ostacolo del reggiseno. Lo scostai con un movimento secco delle dita, liberando il suo seno. Iniziai a stringerla, massaggiandole la carne nuda con possessività, stuzzicando il capezzolo turgido sotto il mio palmo.
Erika inarcò la schiena come una molla, aggrappandosi ai miei capelli per tirarmi di nuovo contro la sua bocca. "Franci... cazzo, non fermarti," ansimò contro le mie labbra, baciandomi con una foga disordinata. "Spogliami. Fammi tua. Adesso." "Dimmelo di nuovo," la provocai, abbassando la mano per accarezzarle il bottone dei jeans, sentendo quanto fosse già bagnata e calda attraverso il tessuto leggero. "Dimmi cosa vuoi che ti faccia." "Voglio che mi scopi," gemette lei, senza filtri, gli occhi castani annebbiati dal puro desiderio. "Voglio sentirti dentro, ti prego..."
Ero al limite. Il sangue mi martellava nelle vene e stavo per slacciarle i pantaloni, pronto a farle dimenticare il suo stesso nome.
E poi, il disastro.
SBAM.
Il tonfo sordo, metallico e inequivocabile del portone d'ingresso che veniva sbattuto al piano di sotto riecheggiò per tutta la casa. Fu come una secchiata di acqua ghiacciata dritta sulla schiena.
Ci raggelammo all'istante.
Cazzo. È tornata Giulia.
Mi bloccai, la mano ancora chiusa sul seno nudo di Erika, il respiro pesante che mi fischiava nei polmoni. Ci guardammo negli occhi, e vidi la lussuria evaporare dal suo viso, sostituita dal puro panico.
Giulia è la sua sorellina. Ha appena compiuto diciotto anni, e definirla un dito al culo sarebbe un eufemismo riduttivo. È l'equivalente umano di una mina vagante. Il suo fottuto concetto di privacy semplicemente non esiste, o forse lo ignora di proposito per il puro e sadico gusto di farmi innervosire.
Quando siamo a casa loro e lei è nei paraggi, il che purtroppo capita quasi sempre, non abbiamo il minimo stralcio di intimità. Zero. È capace di piombarti addosso in qualsiasi momento, con qualsiasi scusa, con quell'aria perennemente scazzata e giudicante.
Erika mi spinse via per le spalle con una forza improvvisa. "Alzati, alzati!" sibilò nel panico totale, tirandosi giù la maglietta alla cieca, cercando di risistemarsi il reggiseno attraverso la stoffa.
Mi buttai letteralmente giù dal letto. Sapevamo perfettamente cosa significava quel tonfo alla porta. Giulia non era tipo da fermarsi in cucina o annunciare il suo arrivo. Avevamo al massimo sessanta secondi, un fottuto minuto di orologio, per sembrare due persone civili prima che quel piccolo uragano salisse le scale e spalancasse la porta della camera. Ovviamente, senza nemmeno l'ombra di un colpo bussato.
La porta si spalancò con un tonfo secco, urtando contro il muro e facendomi sobbalzare.
Mi ero appena buttato a peso morto sulla sedia della scrivania, afferrando il telefono per fingere di scorrere una chat a caso, mentre Erika si stava ancora lisciando freneticamente la maglietta stropicciata, il petto che si alzava e si abbassava per il respiro corto.
"Eri, hai visto i miei auricolari? Quelli bianchi?"
Giulia entrò in camera come un panzer, zero esitazione, la voce alta e la faccia di chi è padrone del mondo.
"Giulia, porca puttana!" esplose Erika, il viso paonazzo a metà tra la frustrazione e l'imbarazzo. "Te l'ho detto mille volte: si bussa! Esiste una cosa chiamata fottuta privacy in questa casa!"
Giulia si fermò in mezzo alla stanza, per nulla intimidita. Incrociò le braccia al petto e roteò gli occhi al soffitto con una lentezza esasperante. "Oh, scusami tanto, Vostra Maestà. La porta non era chiusa a chiave, quindi di base è territorio libero. E comunque non mi sembra che steste facendo chissà cosa. O ho interrotto un'altra delle vostre noiosissime sessioni di baci casti?"
"Sei un'idiota insopportabile! Fuori di qui! Immediatamente!" urlò Erika, indicando il corridoio.
"Guarda che la casa è anche mia, isterica," ribatté la sorellina con un sorriso strafottente. "Dimmi solo dove hai messo gli auricolari e tolgo il disturbo."
Io me ne stavo in disparte, zitto e apparentemente invisibile. È la mia normalità in questa casa: fare da tappezzeria mentre loro due si scannano per stronzate. Tenevo gli occhi incollati allo schermo del telefono, cercando disperatamente di domare l'erezione dolorosa e pulsante che premeva contro la cerniera dei miei jeans dopo quello che era quasi successo sul letto.
Eppure, con la coda dell'occhio, la stavo guardando. Era fottutamente impossibile non farlo.
Negli ultimi mesi, Giulia era cambiata. Una delle poche cose oggettive in mezzo a tutto quel caos era che, purtroppo per la mia sanità mentale, era cresciuta. La vedevo lì, in piedi davanti a me, stretta in quei vestiti da ginnastica atletica, un paio di leggings neri aderentissimi a vita alta e un top sportivo scuro che le fasciava il torace. Ed è stato in quel momento, mentre litigava sguaiatamente con la sorella, che mi sono reso conto di quanto il mio sguardo su di lei stesse diventando irrimediabilmente torbido.
Lei ha una fisicità minuta e molto proporzionata. È quel tipo di corpo compatto e armonioso che appare naturalmente femminile, senza alcun bisogno di essere volgare o appariscente. La sua presenza in quella stanza era delicata ma allo stesso tempo di una sensualità disarmante, perché le linee del suo corpo sotto quell'abbigliamento tecnico erano morbide, perfette, ben definite.
Il suo viso è piccolo e fine, con lineamenti morbidi che le danno un aspetto paradossalmente dolce, in totale contrasto con la lingua tagliente che si ritrova. La pelle appare liscia e uniforme, con un incarnato chiaro che mette in risalto la delicatezza dei tratti. Ha degli zigomi leggeri ma ben posizionati, che creano una struttura elegante senza rendere il volto spigoloso o duro.
E poi ci sono i suoi occhi. Sono grandi e molto espressivi, leggermente allungati, con uno sguardo che sa essere intenso, velenoso, ma allo stesso tempo nasconde qualcosa di tenero. Le sue ciglia, lunghe e scure, danno una profondità assurda a quello sguardo. Le sopracciglia hanno una forma naturale e morbida che incornicia i suoi occhi alla perfezione.
Il naso è piccolo e proporzionato, con una linea delicata che si inserisce perfettamente nel volto. Ma lo sguardo mi cade sempre, inevitabilmente, sulla bocca. Le labbra sono morbide e piene, soprattutto quella inferiore, e hanno una forma naturalmente sensuale che rende l’espressione del viso incredibilmente femminile, persino quando sta ringhiando insulti.
I capelli sono scuri, leggermente disordinati per l'allenamento, con una texture liscia e morbida che incornicia il viso e mette in evidenza il collo sottile e le spalle piccole.
Il suo corpo è compatto e minuto, con una struttura leggera ma in cui ogni cosa è al posto giusto. Le spalle sono strette e il busto è proporzionato, con una linea del torace morbida e naturale sotto il tessuto del top. La vita è sottile, ben definita dalla fascia alta dei leggings, creando una curva elegantissima verso i fianchi.
Fianchi che sono delicati ma squisitamente femminili, e che accompagnano la linea del corpo verso un sedere piccolo ma molto, molto sodo e compatto. Il suo culetto è rotondo e ben sollevato, senza ombra di dubbio uno dei tratti più evidenti ed eccitanti della sua fisicità: pur essendo un corpo minuto, quella forma piena e tonica dentro i leggings neri crea una curva di una sensualità letale e ipnotica tra la vita stretta e i fianchi.
Le gambe sono snelle e proporzionate, con cosce morbide ma compatte che mantengono l’armonia perfetta della figura. Anche le braccia, ora incrociate in modo sfacciato sotto il petto, sono sottili e delicate, con mani piccole che rafforzano quell'impressione generale di leggerezza e grazia.
Mentre le due continuavano a strillare, io me ne stavo lì a bruciare in silenzio, realizzando una verità scomoda. Nel complesso, la sua sensualità nasceva proprio da quel contrasto da far perdere la testa: un corpo minuto, linee morbide e un culetto sodo e rotondo che dà alla silhouette una curva profondamente femminile. È una bellezza naturale, che a prima vista ti frega apparendo solo dolce, ma che allo stesso tempo è capace di risultare seducente da farti mancare il respiro proprio per le proporzioni armoniose del corpo.
Distolsi lo sguardo a fatica, stringendo la presa sul cellulare. Ero il fidanzato di sua sorella. Ma in quel momento, seduto nella loro stanza, la testa mi stava andando a puttane per i motivi più sbagliati del mondo.
Fino a quel giorno è sempre stata la mia cognatina. La conoscevo da anni e tra noi avevamo sempre avuto un bellissimo rapporto, fatto di prese in giro complici e di quell'istinto di protezione che si riserva a una sorella minore. Quel giorno, però, l'aria in quella casa cambiò in modo irrimediabile.
"E allora dimmi dove cazzo sono finiti, se non li hai presi tu!" sbraitò Giulia, piantandosi le mani sui fianchi stretti, per nulla intenzionata a fare un passo indietro.
"E io ti ho detto che non lo so!" sbottò Erika, alzandosi finalmente dal letto e sistemandosi i jeans stropicciati con gesti nervosi. "Forse se non fossi così disordinata e non passassi la vita a ficcare il naso nelle mie cose, sapresti dove li hai messi. Esci dalla mia fottuta camera, Giulia. Subito."
"Sei solo una suora isterica," la provocò Giulia, indietreggiando verso il corridoio, ma senza perdere quel sorrisetto arrogante che le piegava le labbra morbide. "Meno male che c'è Franci che ti sopporta, perché sei pesante da morire."
Erika divenne rossa di rabbia. Puntò il dito contro la porta. "Sei una ragazzina viziata e insopportabile! Fai tanto la grande, ti vesti in quel modo ridicolo per provocare, ma la verità è che non sai niente del mondo. Sei solo una stupida mocciosa. Cresci, Giulia, perché fai pena!"
L'espressione di Giulia vacillò per una frazione di secondo. La sua inesperienza nel gestire le vere umiliazioni la tradì: l'orgoglio ferito le fece stringere i pugni lungo i fianchi, e i suoi grandi occhi scuri lampeggiarono. Non rispose. Si girò di scatto e sparì nel corridoio.
SBAM.
Il tonfo della porta della sua camera rimbombò per tutta la casa, facendo vibrare i muri.
Fino a quel giorno è sempre stata la mia cognatina. La conoscevo da anni e abbiamo sempre avuto un bellissimo rapporto, quel giorno però, qualcosa cambiò. La sua immagine ribelle e vulnerabile mi si era appena incisa a fuoco nella mente.
Erika sbuffò in modo plateale, passandosi entrambe le mani tra i capelli biondi. Si lasciò cadere di nuovo sul bordo del letto, esausta. "Cioè, ti rendi conto, amore?" mi disse, la voce che tremava di frustrazione, indicando la porta vuota. "Fa ancora queste scenate! Mocciosa è un complimento per lei."
Mi avvicinai, posandole una mano sulla spalla per massaggiarla dolcemente. "Dai, Eri... lo sai com'è fatta," mormorai, recitando la mia parte del fidanzato comprensivo alla perfezione.
"Ma non la sopporto quando fa così!" continuò lei, alzando gli occhi verso di me in cerca di supporto. "Si mette in tiro, indossa quei vestiti aderenti, risponde male perché vuole che la gente la tratti da adulta... e poi sbatte le porte e fa i capricci come una bambina di cinque anni a cui hanno tolto un giocattolo. È un'immatura. E tu sei fin troppo paziente con lei."
Annuii in silenzio. Ma dentro di me, il sangue stava bruciando. Erika non capiva un cazzo. Quei vestiti non la facevano sembrare una bambina; la rendevano un bersaglio fottutamente perfetto. La sua arroganza non era fastidiosa, era un invito a spezzarla.
"Erika! Muoviti a scendere, i piatti non si mettono a tavola da soli!" La voce di sua madre tuonò dal piano di sotto, secca e autoritaria.
Erika alzò gli occhi al soffitto con una smorfia di dolore. "Ecco, ci mancava solo lei. Vado, prima che inizi a urlare e mi faccia venire il mal di testa." Si alzò, dandomi un bacio veloce a fior di labbra, totalmente ignara della tensione malata che mi paralizzava. "Tu aspettami qui. O scendi tra un po'."
Uscì dalla stanza. Il silenzio calò di colpo. L'erezione premeva ancora contro la zip dei miei jeans, dolorosa e pulsante, ma ora non era più per Erika. Fissai il corridoio vuoto, lo sguardo incollato alla porta chiusa in fondo.
Così, decisi di fare il bravo cognato e andare a tirare su Giulia.
Percorsi i pochi metri che ci separavano a passi lenti e calcolati. Non bussai. Abbassai la maniglia e spinsi la porta: nella foga, non l'aveva chiusa a chiave.
La stanza era in penombra, le tapparelle socchiuse per tenere fuori il caldo asfissiante di quel pomeriggio estivo. Giulia era sdraiata a pancia in giù sul suo letto. Indossava ancora i pantaloncini aderenti e il top sportivo. Aveva il viso affondato nel cuscino e le gambe piegate all'indietro. I suoi piccoli piedi scalzi, lucidi per un leggero velo di sudore, si muovevano nervosamente per aria, disegnando cerchi invisibili che tradivano tutta la sua frustrazione infantile.
Sentendo la porta aprirsi, sollevò la testa di scatto. I suoi occhi erano lucidi di rabbia.
"Che cazzo vuoi?" sputò subito, mettendosi a sedere e incrociando le braccia sul petto, sulla difensiva. "Ti manda lei a farmi la morale? O sei venuto a difendere la tua fidanzatina perfetta?"
Entrai e chiusi la porta alle mie spalle. Il rumore metallico della serratura che scattava sembrò divorare tutta l'aria nella stanza. "Nessuno dei due," risposi, la voce bassa, quasi raschiata. Mi avvicinai al letto. "Volevo solo vedere come stavi."
"Non me ne frega un cazzo di quello che dice Erika," sibilò, alzando il mento con la sua adorabile, patetica arroganza. "Mi tratta da mocciosa solo perché è gelosa. Non ho bisogno della tua pietà, Franci. Torna di là."
Invece di andarmene, feci un passo avanti e mi sedetti sul bordo del letto. Sorrisi, scuotendo la testa. Allungai una mano e le afferrai un braccio, tirandola leggermente verso di me con una mossa fluida, per smontare quella sua posa da dura.
"Mamma mia, quanto veleno in un corpo così piccolo," la presi in giro, usando il tono leggero e fraterno di sempre, quello che usavo per disinnescarla. "Non mordo, Giù. E farti scoppiare il fegato per le cazzate di tua sorella non cambierà le cose."
Lei oppose una debole resistenza, poi sbuffò, lasciando cadere le braccia. La tensione nelle sue spalle si allentò. Si mise a gambe incrociate di fronte a me; il tessuto sottile dei leggings si tese in modo osceno sulle sue cosce sode.
"È lei che è insopportabile," borbottò, tenendo lo sguardo basso per nascondere il fatto che ci era rimasta male. "Mi tratta come se fossi una bambina. Hai visto come mi guarda? Come mi parla? È convinta di essere l'unica donna adulta di questa casa."
Mentre parlava, la osservai. Era tutto fottutamente ovvio, e per certi versi quasi tenero nella sua arroganza. Il top sportivo tirato un po' troppo giù per evidenziare la scollatura, l'atteggiamento strafottente, perfino quel velo di trucco impeccabile che aveva tenuto su nonostante fosse appena tornata distrutta dalla palestra. Giulia stava facendo di tutto per sembrare più grande. Non lo diceva apertamente, ma urlava disperatamente il bisogno di essere guardata come si guarda una donna, non una bambina.
Se solo sapessi come ti sto guardando io in questo momento, pensai, sentendo un nodo stringermi lo stomaco.
"Non sei una bambina, Giulia," le dissi, abbassando istintivamente la voce e piantando i miei occhi nei suoi. "Lo sappiamo entrambi che non lo sei. Ma se le fai la guerra urlando per un paio di auricolari, le servi la scusa su un piatto d'argento."
Le mie parole ebbero l'effetto sperato. Si sentì validata, capita. L'aggressività svanì dal suo viso, sostituita da un'espressione dolce e grata. E poi, senza alcun preavviso, si sporse in avanti e mi gettò le braccia al collo.
Fu un abbraccio d'impulso, totalmente fraterno e innocente da parte sua. Ma per me fu come infilarmi le dita in una fottuta presa di corrente.
Il suo corpo minuto e caldo si schiacciò contro il mio petto. Sentii la pressione morbida ed elastica dei suoi seni premere contro la mia maglietta, sprovvisti di qualsiasi imbottitura sotto quel top sottile. L'odore della sua pelle, un mix dolciastro di profumo e l'odore acre e muschiato del sudore dell'allenamento in palestra, mi invase le narici facendomi annebbiare la vista. Le mie mani si appoggiarono d'istinto sulla sua schiena nuda: la pelle era umida, bollente, e scivolosa sotto i miei polpastrelli. Potevo sentire il calore emanato dal suo inguine attraverso i pantaloncini sfiorare la mia coscia. La mia eccitazione, che si era a malapena assopita, tornò a pulsare con una violenza dolorosa, gonfiandosi contro la cerniera dei jeans.
Chiusi gli occhi, stringendo i denti, lottando contro l'istinto primordiale di ribaltarla su quel piumone, bloccarle i polsi e infilarle una mano nei pantaloni.
Deglutii a fatica e, facendo appello a ogni grammo di autocontrollo che possedevo, le presi le spalle e la allontanai dolcemente, prima di non poter più nascondere il rigonfiamento nei pantaloni.
"Ok, ok, tigrotta, piano," dissi, forzando una mezza risata per mascherare il fiato corto. "Va bene l'affetto, ma sei letteralmente fradicia. Puzzi di sala pesi lontano un miglio."
Giulia arrossì di colpo, sgranando gli occhi, e mi diede uno spintone scherzoso sul petto, ritirandosi subito. "Ma vai a cagare, Franci! Non puzzo!" esclamò, fingendosi offesa ma sorridendo.
"Sei tutta sudata, fidati," ribattei, alzandomi in fretta e facendo attenzione a tenerle la schiena. "Vai a cambiarti e a farti una doccia, dai. Prima che ti prendi un colpo di freddo con gli sbalzi di temperatura."
Lei sbuffò, ma ormai il malumore era passato. Si alzò dal letto, stiracchiandosi leggermente. La stoffa del top si sollevò, scoprendo l'ombelico e la linea morbida del ventre umido. Dovetti distogliere lo sguardo per non impazzire.
Uscimmo dalla camera insieme. Nel corridoio le nostre strade si divisero: Giulia mi fece una linguaccia complice prima di svoltare verso il bagno e chiudersi la porta alle spalle. Io rimasi fermo un secondo, prendendo un respiro profondo per far rallentare il cuore e riprendere il controllo del mio corpo. Poi, con l'odore della sua pelle sudata ancora impigliato nelle narici, scesi le scale verso la cucina, dove mi aspettavano Erika e sua madre.
L'aria odorava di sugo, basilico e pura, banale normalità familiare. Un contrasto allucinante con il cortocircuito oscuro che mi stava divorando il cervello.
Erika stava sistemando i bicchieri sul tavolo, l'espressione ancora un po' tirata per la litigata, mentre sua madre armeggiava ai fornelli. «Franci, tesoro,» esordì la donna, girandosi verso di me con un sorriso stanco ma affettuoso. «Visto che sei in piedi, mi faresti un favore gigantesco? Ho lasciato il telefono sul comodino in camera mia, mi serve per controllare i tempi di cottura di una ricetta.» «Certo, vado subito,» risposi prontamente. «E già che sei di sopra,» aggiunse Erika, sbuffando, «urla a quella mocciosa di muoversi a fare la doccia, o finisce che mangiamo freddo per colpa sua.»
Annuii, girai sui tacchi e ripercorsi le scale a ritroso. Il cuore aveva ricominciato a battermi in modo strano, un tambureggiare sordo e pesante contro le costole.
Presi il telefono dal comodino in camera da letto e subito dopo, andai verso la porta del bagno, accanto alla camera dei genitori.
Pensavo di bussare forte sul legno per farla sbrigare, ma quando arrivai a un metro di distanza, mi bloccai di colpo.
La porta non era chiusa. Giulia l'aveva lasciata accostata, creando una fessura di appena un paio di dita. Un invito involontario al disastro per cui non era minimamente preparata.
Mi avvicinai per aprirla e dirle di muoversi, ma lo spettacolo che mi si parò davanti attraverso quello spiraglio mi paralizzò all'istante, prosciugandomi tutta la saliva in bocca.
Giulia aveva sfilato i leggings e il top sportivo. Era seduta in pizzo sul bordo del bidet, con le gambe snelle e toniche leggermente divaricate. Il suo torace era completamente nudo. La luce alogena dello specchio le accarezzava la pelle chiara, ancora lucida per un sottile velo di sudore dell'allenamento che le faceva brillare le clavicole e l'addome piatto. I suoi seni, liberati dalla costrizione del top, erano piccoli ma pieni, incredibilmente sodi, con i capezzoli turgidi e arrossati che puntavano in avanti, fremendo a ogni suo respiro corto e affannoso.
Indossava esclusivamente un paio di mutandine color carne, un tessuto velato e sottilissimo che aderiva ai suoi fianchi stretti come una seconda pelle, creando un'illusione di nudità totale che mi mandò il sangue alla testa.
Ma non fu la meraviglia di quel corpo esposto a farmi smettere di respirare. Fu quello che stava facendo.
Giulia aveva la testa piegata all'indietro, i capelli scuri sciolti che le sfioravano la schiena nuda, esponendo la curva delicata della gola. I suoi occhi erano chiusi, serrati nello sforzo del piacere, e quelle labbra carnose, sempre pronte a sputare arroganza, erano socchiuse, lucide di saliva, da cui sfuggivano sospiri bassi, umidi e disperati.
Il braccio destro era abbassato, le dita sottili scivolate audacemente sotto l'elastico teso delle mutandine color carne. Potevo vedere la stoffa tendersi e scurirsi al centro, intrisa del suo stesso umore, mentre la sua mano si muoveva con una foga ritmica, inesorabile. Affondava nel proprio calore, accarezzandosi con un'intensità che tradiva tutta la fame inespressa del suo giovane corpo.
A ogni affondo delle dita, i muscoli delle sue cosce morbide si contraevano. Il bacino si inarcava impercettibilmente verso l'alto, sollevandosi dal bordo di ceramica per spingere il proprio inguine contro la mano, cercando di strappare un piacere ancora più profondo. La mano libera stringeva convulsamente il bordo del bidet, le nocche bianche per la tensione.
Ero fottutamente pietrificato. Il contrasto tra la mocciosa che sbatteva le porte e questa visione carnale, completamente abbandonata al vizio e all'estasi, mi fece esplodere il cervello. L'istinto di spalancare la porta, inginocchiarmi tra quelle cosce divaricate e sostituire le sue dita con la mia bocca mi azzannò lo stomaco. Diventai di marmo in una frazione di secondo, un'erezione dolorosa e pulsante che premeva contro la tela spessa dei miei jeans. Ero il fidanzato di sua sorella, eppure la stavo guardando masturbarsi, drogato da ogni suo gemito strozzato.
«Giulia, porca puttana, muoviti! Vuoi farti pregare?!»
L'urlo sguaiato di Erika rimbombò all'improvviso dal fondo del corridoio, facendomi quasi saltare in aria.
Nel bagno, l'incantesimo si spezzò con la violenza di un vetro in frantumi. Giulia sgranò gli occhi, strappando via la mano dalle mutandine con un sussulto spaventato e stizzito. L'espressione di puro piacere fu istantaneamente cancellata, sostituita dalla sua solita maschera di rabbia e frustrazione.
«Arrivo, cazzo! Un attimo!» urlò di rimando, la voce ancora incrinata per il fiato corto e l'eccitazione mozzata a metà.
Sbuffò sonoramente, alzandosi in piedi di scatto. I suoi seni ondeggiarono leggermente. Con un movimento brusco, agganciò i pollici ai lati di quelle mutandine color carne ormai intrise di lei e se le sfilò lungo le gambe con rabbia. Invece di piegarle, le appallottolò e le lanciò con noncuranza verso la cesta del bucato di vimini vicino alla porta.
Mancò il bersaglio. Il minuscolo pezzo di stoffa umida atterrò esattamente sul pavimento, a una spanna dallo spiraglio da cui la stavo spiando.
Senza nemmeno guardare, Giulia si voltò, mostrando per un istante la curva perfetta e nuda del suo sedere, aprì l'acqua della doccia ed entrò nel box di cristallo. Il rumore scrosciante dell'acqua coprì ogni cosa.
Era il mio fottuto momento. Agii con il pilota automatico, guidato da un'ossessione che aveva appena preso il controllo totale della mia mente.
Veloce e silenzioso come un ladro, spinsi leggermente la porta. Mi chinai in avanti, infilai la mano e afferrai quel frammento color carne.
Il tessuto era rovente. Bagnato in modo osceno proprio al centro, pesante per i suoi umori, e sprigionava un profumo muschiato, dolciastro e intensamente femminile che mi fece tremare i polsi. Trattenni quel trofeo nel pugno chiuso, indietreggiando e richiudendo la porta senza fare il minimo rumore.
Invece di tornare in cucina, feci due passi veloci ed entrai nella camera di Erika. Il mio zaino era appoggiato sulla sedia. Lo aprii con le mani che mi tremavano per l'adrenalina. Spinsi le mutandine bollenti di Giulia nella tasca interna più nascosta, tirando la zip.
Mi passai le mani sul viso, stringendo gli occhi. Ero duro da far male, la testa che mi girava per quello che avevo appena visto e fatto. Avevo il suo intimo sporco nel mio zaino.
Feci un respiro profondo per dissimulare il battito impazzito del cuore, mi sistemai alla meglio i pantaloni, e tornai verso la cucina, pronto a sedermi a tavola accanto a Erika come se nulla fosse successo.
Quel giorno cambiò definitivamente, e in modo irreversibile, il mio modo di guardare la mia cognatina. L'immagine di lei abbandonata al piacere, la mano che affondava tra le cosce, aveva mandato in frantumi ogni barriera morale che mi ero costruito in quegli anni.
A cena, seduto accanto alla mia fidanzata, non riuscivo a pensare ad altro. Masticavo senza sentire i sapori, annuivo meccanicamente ai discorsi della madre di Erika, ma la mia mente era un disco rotto. Ogni volta che alzavo lo sguardo,c'era Giulia. Era seduta di fronte a me, i capelli ancora umidi dalla doccia che le ricadevano sulle spalle, l'aria scazzata di chi vorrebbe essere ovunque tranne che lì. Nessuno a quel tavolo aveva la minima fottuta idea di cosa avessi nascosto nello zaino in camera. Sentire il profumo del suo bagnoschiuma alla vaniglia aleggiare nell'aria mi faceva pulsare il sangue nelle vene in modo quasi doloroso.
PIÙ TARDI, CAMERA DI ERIKA
«Franci… cazzo, sì… non ti fermare…»
Erika inarcò la schiena contro il piumone sgualcito, le dita affondate nei miei capelli, mentre la sua voce si spezzava in un gemito acuto e disperato.
L'aria nella sua camera era diventata densa, pesante, saturata dall'odore di sesso e pelle accaldata. L'avevo spogliata non appena i suoi genitori erano andati a dormire, spinto da un'eccitazione oscura, spietata, che non aveva nulla a che fare con il romanticismo. Tutta la tensione accumulata in quel pomeriggio allucinante, l'adrenalina per il furto di quelle mutandine, l'immagine di Giulia che si toccava… tutto si stava riversando su Erika in quel momento.
Le mie mani scivolarono lungo i suoi fianchi, afferrandola saldamente per i glutei per tirarla ancora più stretta contro di me. Affondai dentro di lei con spinte lunghe, profonde e inesorabili, dettando un ritmo selvaggio che le toglieva il respiro.
«Sei… sei bellissimo oggi…» ansimò lei, il viso arrossato, aprendo di più le gambe per accogliermi completamente. «Mi fai impazzire così…»
Non risposi. Mi chinai su di lei, catturando le sue labbra in un bacio vorace, disordinato, mescolando i nostri respiri. La mia lingua cercò la sua mentre continuavo a spingere con forza, sentendo il calore umido della sua intimità stringersi intorno a me in spasmi sempre più frequenti. Erika si aggrappò alle mie spalle, le unghie che mi graffiavano leggermente la pelle sudata.
Non facevo l'amore con lei; stavo sfogando un'ossessione. I suoi seni perfetti pressati contro il mio petto, il suo corpo che rispondeva a ogni mio comando… era tutto fantastico, ma la mia mente era fottutamente altrove, alimentata da un feticismo deviato che si era appena risvegliato.
«Franci… sto per… ci sono…» mormorò contro la mia bocca, il corpo che si irrigidiva come una corda di violino.
Aumentai il ritmo, sordo a tutto il resto. L'attrito, il calore e l'immagine mentale di quel frammento di pizzo color carne chiuso nel mio zaino mi portarono oltre il limite. Raggiunsi il climax con un gemito rauco, sordo, svuotandomi dentro di lei mentre Erika tremava sotto di me, travolta da un orgasmo violento che la lasciò senza fiato, persa in me.
Crollai di lato, il respiro pesante che fischiava nel silenzio della stanza. Erika si rannicchiò immediatamente contro il mio fianco, posando la testa sul mio petto coperto di sudore. La sua mano scivolò pigramente sul mio addome.
«Mio dio…» sussurrò, con un sorriso stanco e appagato sulle labbra. «Oggi eri letteralmente insaziabile. Che ti è preso?» Le accarezzai distrattamente i capelli biondi, gli occhi fissi sul soffitto buio. «Avevo solo molta, molta voglia di te,» mentii, la voce ancora roca, recitando la parte del fidanzato perfetto.
Rimanemmo così per un po', coccolandoci nel buio. Erika mi parlò a mezza voce dell'università, di un esame che la preoccupava, e di come, in fondo, sperava che Giulia crescesse in fretta per non doverci litigare tutti i giorni. Ascoltavo il suono della sua voce diventare sempre più lento, impastato dal sonno e dalla stanchezza del sesso.
Quando il suo respiro si fece profondo e regolare, guardai la sveglia sul comodino. Era l'una passata.
«Eri,» le sussurrai dolcemente, baciandole la fronte. «Amore, dormi. Io devo andare a casa, domani mi alzo presto.» Lei mugugnò qualcosa di incomprensibile, stringendosi le coperte addosso. «Mmh… ok… scrivimi quando arrivi… ti amo.» «Anche io. Buonanotte.»
Mi alzai dal letto cercando di non fare rumore. Mi infilai i boxer, i jeans e la maglietta nel buio. Mi caricai lo zaino in spalla, il peso di quel segreto nascosto in fondo alla tasca sembrava quasi scottarmi la schiena e uscii dalla stanza, chiudendo la porta con un clic quasi impercettibile.
Il corridoio della casa era immerso nell'oscurità e in un silenzio tombale.
Feci per dirigermi verso l’ingresso, ma i miei piedi si piantarono sul parquet. In fondo al corridoio, la porta della camera di Giulia era socchiusa, lasciando filtrare una lama di luce lunare dalla finestra.of
Il mostro dentro di me prese il sopravvento. Non potevo andarmene senza prima guardarla. Solo per un fottuto secondo.
Mi avvicinai come un fantasma, spingendo la porta con la punta delle dita per aprirla quel tanto che bastava.
La stanza odorava di vaniglia e del suo profumo leggero. Giulia era stesa sul suo lettino singolo, profondamente addormentata. Il lenzuolo estivo era scivolato via, gettato a terra dalla calura o dall'irrequietezza.
Indossava un pigiama estivo: una canottiera bianca di cotone leggero e un paio di pantaloncini morbidi a quadretti, così corti da rivelare la linea perfetta e tornita delle cosce. Era stesa di lato, voltata verso la porta. Il respiro sollevava il suo torace in un ritmo calmo e infantile, le labbra leggermente socchiuse, il viso rilassato e privo di tutta quell'arroganza che usava come scudo da sveglia.
Ma il mio sguardo non si fermò sul suo viso. Scivolò verso il fondo del letto.
Giulia aveva le gambe leggermente piegate e i suoi piedi nudi sporgevano oltre il bordo del materasso, esposti alla luce fioca della stanza. Piccoli, delicati, con l'arco plantare rilassato. Fissai quei piedini scalzi nel buio, ricordando la sensazione della sua pelle accaldata contro i miei palmi solo poche ore prima.
Era l'immagine della purezza e dell'innocenza adolescenziale. Una sorellina minore che dormiva. Ma nella mia testa, ormai deviata e corrotta, era diventata la mia preda perfetta.
Deglutii a fatica, la mano stretta attorno alla cinghia dello zaino dove riposava il suo intimo rubato. Rimasi a fissarle i piedi nudi per lunghissimi istanti, assecondando la morsa oscura allo stomaco.
Il silenzio della camera era rotto solo dal fruscio ritmico del suo respiro. La mano che stringeva la cinghia dello zaino tremava. L’immagine di lei addormentata, così vicina e così ignara, fece saltare l’ultimo barlume di razionalità che mi era rimasto dopo il sesso con Erika.
Non potevo andarmene. Non ancora.
Feci un passo avanti, poi un altro, finché le mie ginocchia non sfiorarono il bordo del suo letto. Mi chinai su di lei, trattenendo il fiato. L’odore di vaniglia e di pelle pulita mi investì, mescolandosi al ricordo di quell'odore più muschiato che avevo impresso nelle narici. Allungai una mano, con una lentezza agonizzante. Le dita sfiorarono il tessuto della canottiera bianca, scivolando verso la curva morbida del suo seno.
La palpai con una delicatezza estrema, sentendo sotto il cotone leggero la consistenza soda e calda della sua carne. Giulia emise un piccolo mugugno nel sonno, ma non si svegliò. Incoraggiato, feci scivolare la mano più in basso per raggiungere il suo sedere. Il contatto con i pantaloncini sottili mi fece scattare una scarica elettrica lungo la colonna vertebrale. Strinsi la carne soda del suo gluteo nel palmo, saggiandone la compattezza, perdendomi nella rotondità di quel corpo minuto.
Ero posseduto. La afferrai per le spalle e, con un movimento millimetrico, la girai sulla schiena. Giulia si lasciò manovrare come una bambola di pezza, sistemandosi con un sospiro profondo che le fece sollevare il petto. Mi misi sopra di lei, puntando i gomiti e le ginocchia sul materasso per non schiacciarla con il mio peso,
La mia mano tornò sul suo seno, stringendolo con più foga stavolta, mentre chinavo il viso sul suo collo. Le diedi dei baci impercettibili, sfiorando la pelle bollente con la punta della lingua, risalendo verso il lobo dell'orecchio. «Giulia...» sussurrai, un soffio che non avrebbe dovuto uscire, mentre sentivo il suo calore invadermi i sensi.
Ero a un millimetro dal perdere totalmente il controllo. La mia erezione che quasi premeva contro il suo inguine, il cuore batteva così forte che temevo potesse svegliarla. Stavo per infilarle una mano sotto l'elastico dei pantaloncini, pronto a reclamare quel piacere che l'avevo visto darsi da sola poche ore prima.
Poi, un rumore. Uno scricchiolio nel corridoio o forse solo il peso della mia coscienza che crollava.
Mi bloccai. Guardai il suo viso angelico, le ciglia lunghe che le sfioravano le guance, la bocca socchiusa. Cosa cazzo sto facendo? Il pensiero mi colpì come uno schiaffo. Se si fosse svegliata, se Erika fosse uscita dalla stanza... sarebbe stata la fine di tutto.
Mi staccai da lei con uno scatto brusco, il respiro rotto e la fronte imperlata di sudore freddo. Indietreggiai barcollando verso la porta, il battito accelerato dal terrore e dalla bramosia. Uscii dalla stanza senza guardarmi indietro, infilando la porta di casa e ritrovandomi nell'aria fresca della notte.
Tornai a casa guidando come un automa. Non appena richiusi la porta della mia camera, il silenzio divenne il mio peggior nemico. Mi spogliai freneticamente, gettando i vestiti a terra, e mi infilai sotto le coperte.
Aprii lo zaino.
Recuperai quel frammento color carne, le sue mutandine ancora leggermente umide e appallottolate. Me le premetti contro il viso, affondando il naso nel tessuto, inalando in modo ossessivo quell'odore intimo, salato e muschiato che era rimasto intrappolato nelle fibre.
Iniziai a darmi piacere con una mano, mentre con l'altra stringevo lo slip contro la bocca. Ogni immagine di quel giorno mi travolse: la lite in camera di Erika, lei che inciampava sui tacchi, le sue dita che affondavano tra le cosce sul bordo del bidet, i suoi piedi nudi che sporgevano dal letto.
Raggiunsi il climax in pochi istanti, un'esplosione violenta e solitaria che mi lasciò svuotato e tremante nel buio.
Restai immobile, con il fiato corto, fissando il soffitto. Le mutandine di Giulia erano ancora lì, tra le mie dita. Mi sentivo un pezzo di merda. Un predatore che aveva tradito la fiducia di chi amava. Eppure, mentre il senso di colpa mi schiacciava il petto, sapevo che non avrei smesso. Ormai la miccia era accesa.
Era la sorellina della mia fidanzata. Ed era l'unica cosa che desideravo al mondo.
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