Sborrami Dentro Al Buio - Capitolo 2
di
_ale_
genere
dominazione
I tre giorni successivi furono un fottuto inferno. Il senso di colpa mi stava divorando vivo. Non riuscivo a guardarla negli occhi senza che la mente mi proiettasse il ricordo del suo sapore, del modo in cui le sue cosce solide mi avevano stretto la testa, delle sue grida disperate. Ero un mostro.
Eppure, la cosa peggiore era la paranoia. Mi aspettavo che da un momento all'altro Jacopo venisse a spaccarmi la faccia, o che lei mi cacciasse di casa. Ma martedì mattina, tutto sembrò scivolare in una folle, distorta normalità.
Ero seduto al bancone della cucina, gli occhi fissi su una tazza di caffè nero, quando Anto uscì dalla sua stanza. Indossava i miei vecchi pantaloncini del pigiama e una canottiera bianca che lasciava poco all'immaginazione. Sbadigliò, stiracchiandosi e mostrando quell'addome naturale e morbido che avevo accarezzato solo poche notti prima.
«Buongiorno,» cinguettò, passandomi accanto per prendere il latte dal frigo. Trattenni il respiro. «Anto... senti. Riguardo a venerdì scorso. Volevo chiederti scusa se sono uscito e tornato tardi, non volevo rovinare la sorpresa a Jacopo...»
Lei si versò il latte, dandomi le spalle. Il suo bacino sinuoso ondeggiò leggermente, accompagnato da una risatina che mi fece gelare il sangue. «Oh, tranquillo. Anche se Jacopo è completamente impazzito.» Il cuore mi si fermò nel petto. «In che senso?» Si voltò, appoggiandosi al bancone, gli occhi nocciola e verdi piantati nei miei. Il suo viso era il ritratto dell'innocenza. «Ieri gli ho detto che è stato fantastico, e lui ha negato tutto. Dice che venerdì non è mai uscito dall'ospedale. Si è pure arrabbiato, convinto che lo stessi prendendo in giro.»
Deglutii a fatica, sudando freddo. «E... e tu cosa gli hai detto?» Anto alzò le spalle, accarezzando il bordo della tazza con un dito. «Gli ho detto che lo stress del reparto gli sta fottendo il cervello. Deve aver avuto un vuoto di memoria per la stanchezza, o magari aveva bevuto per festeggiare con i colleghi ed è passato di qui in blackout. So che era lui. Ma figurati se il signor "medico perfetto" ammette di aver fatto una pazzia e di essere scappato a metà dell'opera. Meglio così, mi eccita l'idea che perda il controllo.»
L'aria mi tornò nei polmoni in un colpo solo. Lei ci crede. Credeva davvero che Jacopo fosse stato lì in uno stato confusionale. L'alibi era perfetto. La mia copertura era intatta.
L'occasione si presentò esattamente il venerdì successivo. Ero appena tornato da un turno estenuante. Anto era in salotto, seduta sul divano, che si limava le unghie con un'espressione infastidita. Indossava solo una vestaglia di seta corta. «Tutto bene?» le chiesi, posando le chiavi. «Jacopo,» sbuffò lei, alzando gli occhi al cielo. «Mi ha appena scritto. Dice che forse riesce a liberarsi per mezzanotte. Gli ho detto che gli do una seconda occasione per rimediare al blackout dell'altra volta. Mi chiudo in camera ad aspettarlo. Quindi tappati in stanza tua, Samu. Niente rumori.»
Annuii, abbassando lo sguardo. «Ricevuto. Buonanotte.»
Mi chiusi in camera. Feci una doccia fredda per calmarmi, ma la testa mi scoppiava. Mi buttai sul letto, prendendo il telefono. Aprii distrattamente l'app con i turni condivisi dei tirocinanti dell'ospedale. Scorsi la lista fino al reparto di Chirurgia. Jacopo M. - Turno di Guardia: 20:00 - 08:00.
Mi accigliai. Era impossibile che si liberasse a mezzanotte. Era di guardia fissa. Le aveva raccontato l'ennesima cazzata per tenerla buona. Anto stava aspettando un fantasma. Guardai l'orologio. Mezzanotte e dieci in punto. L'appartamento era immerso nel silenzio.
Sarei dovuto restare a letto. Ma l'idea di lei, di là, pronta e in attesa per un uomo che non si sarebbe presentato, mi fece scattare in piedi. I miei passi furono felpati sul pavimento in legno del corridoio.
Spinsi la porta della sua stanza. L'aria mi mancò di nuovo. E questa volta, la scena che mi si parò davanti superava qualsiasi fantasia malata avessi mai concepito in dieci anni.
Anto non era sul letto. Era seduta sulla sedia ergonomica della sua scrivania, posizionata esattamente al centro della stanza. Era completamente nuda. La luce fredda del lampione fuori dalla finestra e quella calda dell'abat-jour le accarezzavano la pelle chiara, esaltando ogni singola curva della sua figura a clessidra: il seno pieno e morbido che si alzava a un ritmo irregolare, l'addome rilassato, le cosce solide leggermente divaricate. La solita benda nera di raso le copriva gli occhi. Ma la vera follia erano le sue braccia. Erano tirate dietro lo schienale della sedia, i polsi stretti da un paio di manette di metallo lucido.
Sentì il leggero clic della porta che si chiudeva alle mie spalle.
Un sorriso sfacciato, quasi predatorio, le illuminò il viso delicato. «Jacopo... ce l'hai fatta,» sussurrò, la voce impastata di un desiderio che mi infiammò il sangue all'istante. Si mosse sulla sedia, inarcando la schiena e spingendo il petto in fuori in una posa di totale, devastante vulnerabilità. «Cavolo... meno male che sei qui. Qualche brutto ceffo mi ha ammanettata mentre non c'eri e ha lasciato le chiavi proprio lì, sulla scrivania.»
Il mio sguardo scattò sul piano di legno. Le piccole chiavi d'argento erano appoggiate accanto ai suoi libri di anatomia, illuminate dal riflesso della lampada.
Anto ridacchiò, un suono basso e roco che le vibrò in gola. «Liberami, ti prego...» mormorò, passandosi la lingua sul labbro inferiore. Poi, con un tono falsamente innocente, aggiunse: «Anche se devi ammettere che sono stata brava. Non hai idea di quanto sia stato faticoso riuscire ad ammanettarmi da sola dietro la schiena. Ho quasi pensato di chiamare Samu per farmi dare una mano, ma non credo avrebbe retto la vista.»
Trattenni il respiro. Quella fottuta frecciatina. Giocava con il fuoco, ignara (o almeno così credevo) che l'uomo che aveva davanti non era il suo perfetto e noioso fidanzato, ma il "brutto ceffo" di cui stava parlando, pronto a bruciare ogni regola.
Rimasi nel mio sacrosanto silenzio. Feci un passo verso di lei, poi un altro, fino a fermarmi a pochi centimetri dalle sue ginocchia nude.
Mi fermai a un palmo dalle sue ginocchia nude. Il silenzio della stanza era rotto solo dal suo respiro leggermente affannoso e dal battito impazzito del mio cuore. Allungai una mano tremante verso la scrivania. Le mie dita si chiusero sul metallo freddo delle piccole chiavi d'argento, producendo un leggero tintinnio. Le presi, stringendole nel pugno, ma non feci alcun movimento per aggirare la sedia e liberarla.
Invece, con l'altra mano, feci scivolare giù la zip dei miei pantaloni. Il rumore metallico fu inequivocabile nel silenzio dell'appartamento. Liberai la mia intimità, già tesa e dolorante, e iniziai a toccarmi lentamente. Ero a un passo da lei, la guardavo dall'alto verso il basso: la sua pelle chiara illuminata dall'abat-jour, il seno pieno che si alzava a ogni respiro, le sue braccia bloccate dietro la schiena. La visione della mia migliore amica, completamente vulnerabile e offerta su quella sedia, mi stava fottendo il cervello.
Anto inclinò la testa di lato, le labbra socchiuse. Il suo udito, acuito dalla benda, aveva captato il fruscio della stoffa e il mio respiro che si faceva sempre più roco. Un sorriso sfacciato, felino, le increspò la bocca.
«Ehi... che fai?» sussurrò, la voce carica di una malizia vibrante. «Non vuoi liberarmi? Oppure... devo darti un incentivo per convincerti?»
Senza aspettare una risposta che sapeva non sarebbe arrivata, Anto si spinse leggermente indietro contro lo schienale e sollevò le gambe. I suoi piedi nudi, con la pelle morbida e curata, iniziarono a muoversi a mezz'aria, cercando a tentativi nel vuoto, guidati solo dall'istinto e dal calore del mio corpo.
«Avvicinati...» mormorò, un ordine dolce e imperioso al tempo stesso. «Fammi sentire cosa stai nascondendo.»
Feci un mezzo passo avanti, incapace di resistere, ubbidendo come un burattino. Le dita del suo piede destro sfiorarono il tessuto dei miei pantaloni scesi, poi trovarono la pelle nuda. Sussultò leggermente al contatto con il mio calore, ma non si ritrasse. Anzi. Con una lentezza esasperante, avvolse la pianta del piede e le dita flessuose attorno alla mia durezza.
Chiusi gli occhi, gettando la testa all'indietro. Un gemito soffocato mi raschiò la gola, ma mi morsi l'interno della guancia per non emettere suono. Il contrasto tra la morbidezza del suo piede e la tensione spasmodica del mio corpo era un cortocircuito assoluto per i sensi. Anto iniziò a muovere il piede su e giù, accarezzandomi e stringendomi, mentre il secondo piede si univa al primo, intrappolandomi in una morsa calda e inaspettata.
«Ti piace, eh?» ansimò lei, muovendo le gambe con un ritmo che si faceva via via più costante e sfacciato. «Sei così duro stasera... non fare il timido, Jacopo. Lasciati viziare un po'.»
Ero dilaniato. Una parte di me urlava di scappare. Stavo ingannando la ragazza che amavo da dieci anni, lasciando che usasse il suo corpo per soddisfare una fantasia destinata a quel coglione del suo ragazzo. Il senso di colpa era una morsa letale allo stomaco. Era sbagliato. Era la cosa più abietta che avessi mai fatto.
Ma la pressione all'inguine era insostenibile. Il mio corpo stava letteralmente per scoppiare sotto il tocco sapiente e cieco della sua pelle. La necessità fisica di avere questo contatto, anche in un modo così contorto e silenzioso, sovrastava ogni briciolo di morale mi fosse rimasta. Così, rimasi immobile. Chiuso nel mio sacrosanto silenzio, mi arresi alla lussuria, lasciando che la mia migliore amica mi portasse sull'orlo del precipizio muovendo i piedi nudi contro di me, mentre la guardavo ansimare bendata.
Le piante dei suoi piedi erano incredibilmente morbide, calde e lisce. Anto mosse prima il piede destro, facendo scivolare l'arco plantare lungo tutta la mia lunghezza con una pressione calcolata e perfetta. Sussultai, un fremito incontrollabile che mi attraversò la spina dorsale. Subito dopo, il sinistro si unì al gioco. Intrappolò la mia durezza pulsante tra le due suole, chiudendomi in una morsa flessuosa e stretta che mi fece mancare il respiro.
«Sei di marmo...» sussurrò lei, la voce che vibrava di un compiacimento puramente femminile nel buio della stanza.
Iniziò a muovere i piedi su e giù, con un ritmo lento e provocatorio. La pelle delicata del collo del piede e la morbidezza delle dita creavano un attrito continuo, esasperante. Ogni volta che scivolava verso il basso, stringeva leggermente la presa, per poi allentarla risalendo, massaggiandomi con una maestria che mi stava mandando in cortocircuito il cervello.
Chiusi gli occhi, la mascella serrata fino a farmi dolere i denti. Il mio sacrosanto silenzio era diventato una prigione e al tempo stesso l'unica cosa che mi teneva in vita. Guardarla — completamente nuda, le braccia tirate indietro e ammanettate alla sedia, la benda nera sugli occhi, mentre usava i suoi piedi nudi per portarmi all'esasperazione — era la scena più oscena e perfetta a cui avessi mai assistito in dieci anni.
«Mh... di solito sei così frettoloso, Jacopo,» continuò a stuzzicarmi, ansimando leggermente per lo sforzo fisico di mantenere le gambe sollevate da quella posizione scomoda. Le sue cosce solide e piene tremavano appena, i muscoli dell'addome tesi. «Invece stasera... ti piace farti viziare senza poter fare niente, eh? Lascia fare a me...»
Il ritmo accelerò. Nell'erotico la spontaneità vince sulla complessità, e i suoi movimenti si fecero più rudi, meno calcolati e più istintivi. La frizione della sua pelle contro la mia divenne febbrile. Il calore generato dallo sfregamento dei suoi piedi mi stava spingendo pericolosamente vicino al limite. Ero un fottuto ladro che rubava piacere al buio, logorato da un senso di colpa acido e schiacciante, eppure non feci un solo passo indietro. Spinsi i fianchi in avanti, assecondando la spinta dei suoi piedi, cercando disperatamente quel contatto.
«Oh... sei così caldo,» ansimò Anto, mordendosi il labbro inferiore rosato. Le dita dei suoi piedi si arricciarono, stringendomi ancora più forte sulla punta. «Ancora un po' e mi esplodi addosso prima ancora che io ti abbia slegato le mani... vero?»
Quella frase fu una secchiata di ghiaccio misto a benzina. Lei era convinta che io fossi passivo quanto lei, bloccato in un gioco di ruolo. Se non l'avessi fermata in quel preciso istante, le sarei venuto sui piedi o sull'addome, nel silenzio più totale, e la finzione sarebbe crollata miseramente sotto il peso del mio orgasmo.
Aprii gli occhi, ansimando dal naso per non farmi sentire. Con un gesto secco, afferrai le sue caviglie sottili con le mie mani, bloccando di colpo il movimento frenetico dei suoi piedi.
Anto sussultò, sorpresa dalla presa forte e ruvida delle mie dita. Un gemito le sfuggì dalle labbra. Il gioco dei preliminari era finito. Era il momento di prendermi il resto.
Le mie mani erano ancora chiuse attorno alle sue caviglie. Sentivo il polso accelerato sotto i miei polpastrelli, il battito del suo sangue che correva veloce come il mio. Non c'era più Samu, il bravo studente di medicina, il migliore amico devoto. Era stato divorato. Al suo posto c'era una bestia bramosa, un mostro di lussuria che aveva vissuto per dieci anni nella gabbia del senso di colpa e che ora si era liberata. E la gabbia era la sua bocca.
Con un movimento fluido e scattante, Le lasciai le caviglie e le mie dita si tesero come artigli per afferrare i suoi capelli. Quelli lunghi, lisci, castano dorati che avevo sognato mille volte di sentire scorrere tra le mie mani. Li presi con forza, dalla radice, sentendomi schizzare contro il palmo il profumo del suo shampoo di mandorle e vaniglia.
Lei sbuffò, un suono soffocato tra sorpresa e dolore, quando le tirai la testa all'indietro, esponendole la gola bianca e delicata. Poi, con una violenza che mi spaventò, la spinsi in avanti, verso di me. Verso il mio sesso che era ancora eretto, umido e caldo per la frizione dei suoi piedi.
Non fu una richiesta. Fu un'imposizione.
La punta della mia erezione le sfiorò le labbra carnose, ancora un po' gonfie per il morso che si era data pochi istanti prima.Lei dischiuse appena le labbra per parlare, ma io non le diedi il tempo di emettere un fiato. Affondai nella sua bocca con un colpo secco... godendo ogni singolo millimetro di quel passaggio stretto, umido e caldo. La sua lingua, in un primo momento rigida e sorpresa, cercò di adattarsi, di seguirne il ritmo. Ma io non ne avevo uno. Avevo solo fame.
Iniziai a scoparle la bocca con violenza e passione. Un tempo non lento, non veloce, ma profondo. Spingendo fino in fondo, sentendola contrarsi, ascoltando il suono strozzato che le usciva dalla gola ogni volta che la mia base toccava le sue labbra. Le mie mani si tesero ancora di più nei suoi capelli, tenendola ferma, usandola come un'ancora per non perdere il controllo completamente.
«Mph... Jacopo... s-sentiti...» singhiozzò lei, cercando di respirare il più che poteva. Le parole erano fangose, distorte dalla mia presenza. «Sei così... grande... stasera...»
Il nome di quell'altro. Forse. Non lo capii più. Mi entrò in un orecchio e uscì dall'altro, portandosi via l'ultimo frammento di colpa che mi rimaneva. Non era più un inganno. Era mia. Stava prendendo me. E io avrei preso tutto il resto.
La forza delle mie spinte aumentò, divenendo più rude, più insistente. Il mio pube sbatteva contro il suo mento, le mie palle si stringevano, pronte a esplodere. Lei provava a tenere il ritmo, ma era un gioco perduto in partenza. Lei era il vaso, io l'acqua che lo faceva traboccare. Saliva e il mio liquido pre-eiaculatorio le colavano dagli angoli della bocca, scendendo lungo il mento e finendo sul suo seno pieno e morbido, segnandola, marchiandola come mia.
Con la mano libera, mi chinai e la afferrai. Il suo capezzolo si indurì immediatamente tra le mie dita, una perla rosa e perfetta che io schiacciai, pizzicai e torturai con un godimento che fu pura, crudele estasi. Lei si contorse, un gemito profondo le vibrò in gola, una vibrazione che si trasmise tutta lungo il mio cazzo, spingendomi oltre ogni limite.
«Sì... così...» sussurrò lei, o forse fu solo un pensiero che mi si conficcò nel cervello. «Ancora...»
Voleva di più. Voleva che la facessi a pezzi. E io le avrei dato esattamente quello che desiderava.
Tolsi la mano dal suo seno, la strinsi alla base del suo collo, sentendo le sue vertebre delicate sotto il mio pollice. Non la strinsi, ma la minacciai. La possedetti con quel gesto. La sua reazione fu immediata: un'arcata improvvisa del suo corpo, le gambe che si divaricarono ancora di più sulla sedia, anche se nessuno le toccava lì. Era tutta una sola, grande, pulsante voglia di essere scopata.
Il mondo si ridusse a pochi, devastanti centimetri di carne umana.
La mia mano alla base del suo collo non era più solo una minaccia. Era un punto fermo, un'ancora che le impediva di ritirarsi, di sottrarsi anche solo di un millimetro all'assalto che stavo scatenando. L'altra mano, invece, manteneva una presa d'acciaio, le dita saldamente intrecciate nelle sue chiome castane, tirando le radici fino a farle male. che la costrinse ad accettare ogni singolo centimetro di me, ogni singola spinta, fino alle radici dei suoi capelli che dolevo.
Lei ci provò. Con un coraggio che mi scosse fino al midollo, cercò di adattarsi. Respirava di sbieco dal naso, il respiro affannoso e umido che batteva sul mio pube ad ogni spinta. La sua lingua cercava di muoversi, di avvolgermi, ma io le negai anche quel piccolo controllo. La usai come un oggetto, un cuscino morbido e caldo su cui battere con violenza. I miei colpi divennero più duri, più profondi, il suono dei miei testicoli che sbattevano contro il suo mento umido divenne la percussione brutale della nostra sinfonia proibita.
«Mhpf... gluh...»
I suoni che le uscivano dalla gola non erano più parole. Erano lamenti strozzati, gemiti animali, il suono della sua totale sottomissione. E io l'adoravo. La benda le nascondeva gli occhi, ma il suo corpo mi raccontava tutto. I suoi fianchi arrotondati iniziarono a muoversi sulla sedia, un dondolio ritmico e involontario, una danza carnale che cercava di rispondere alla violenza che le infliggevo alla bocca. Si sollevava leggermente sulle punte dei piedi, le cosce tese, come se volesse spingere contro me, accettare ancora di più.
«Non... fermarti...» riuscì a sibilare, le parole spezzate, quasi illeggibili, ma io le udii. Chiare come un ordine.
E così obbedii. O meglio, la disobbedii. Non solo non mi fermai, ma distrussi la sua richiesta. La velocità aumentò vertiginosamente, trasformando il mio ritmo in una furia cieca. Non c'era più tecnica, non c'era più gioco. C'era solo un bisogno primordiale, un istinto animale di scaricare in lei dieci anni di astinenza, dieci anni di rifiuti, dieci anni di odio per il nome che aveva appena pronunciato.
Mi piegai in avanti, il mio stomaco si contrasse, i muscoli delle cosce divennero d'acciaio. Senti la scintilla partire dalla base della mia schiena, un fuoco che mi attraversò tutto, ardendo, bruciando ogni ragione, ogni rimorso, ogni briciola del Samu di prima.
«Sto... sto...» pensai, ma non potevo dirlo.
Il mio seme esplose dalla mia carne con una violenza che mi piegò in due. Non fu un'eruzione, fu una detonazione. Il primo getto, caldo e denso, le colpì la gola in profondità, facendola sobbalzare e sussultare. Ma io la tenevo ferma. La mia mano nei suoi capelli la bloccava, impedendole di ritirarsi, costringendola a ingoiare, a sentire il mio sapore lescorrere giù, lungo l'esofago, un torrente bollente che la marchiava dall'interno.
Un secondo getto, ancora più potente, la riempì, facendola affogare nel mio piacere. Dalle labbra, socchiuse in un silenzio assoluto, iniziò a colare il bianco latteo della mia eccitazione, mescolato alla sua saliva, scendendo lungo il mento, macchiando il suo seno che si sollevava per respirare. Un terzo, e ancora un altro, finché non fui vuoto. Svuotato e tremante.
Rimanemmo così per un istante che parve un'eternità. Io con il cazzo ancora duro nella sua bocca, lei immobile, la testa tenuta in alto dalla mia presa. Il mio respiro era un raglio affannoso. Il suo, un sibilo disperato dal naso.
Il mio respiro era un raglio affannoso. Il suo, un sibilo disperato dal naso. Ero svuotato, tremante, con le dita ancora aggrappate ai suoi capelli castani. Abbassai lo sguardo sul suo viso. La benda nera le copriva gli occhi, ma le sue labbra carnose, dischiuse e macchiate dal mio seme, erano un richiamo a cui non potevo più resistere. Dieci anni. Dieci fottuti anni passati a immaginare che sapore avessero, ad accontentarmi di baci sulla guancia e abbracci fraterni.
La farsa del silenzio non mi bastava più. Allentai la presa sui suoi capelli, feci scivolare la mano dietro la sua nuca e catturai la sua bocca. Non fu un bacio romantico. Fu un bacio violento, disperato, profondamente sporco. Le nostre lingue si scontrarono con ferocia, mescolando il sapore salato della mia eccitazione con la dolcezza della sua saliva. Anto rispose con una fame animale, inarcandosi contro di me e gemendo a gola spiegata contro le mie labbra, accettando quella dominazione totale senza la minima esitazione.
Mi staccai a fatica, i polmoni in fiamme. Feci scivolare la mano destra dietro la sua schiena, sfiorando la pelle umida di sudore, fino a stringere le piccole chiavi d'argento. Il metallo freddo tintinnò contro le manette che le bloccavano i polsi. Ma non la liberai. Non ancora.
Volevo prolungare quel senso di potere assoluto. Temporeggiai, facendo scorrere la punta della chiave lungo la linea della sua spina dorsale. Poi, mi chinai sul suo petto nudo. Con un gesto ruvido, primitivo e sfacciato, raccolsi la saliva in bocca e le sputai dolcemente sul seno sinistro. La goccia scivolò sulla sua pelle chiara e accaldata. Anto sussultò, un brivido visibile le attraversò l'addome morbido. Mi abbassai e iniziai a leccare e succhiare alternatamente i suoi capezzoli turgidi, usando la saliva per bagnarli, mordicchiandoli e tirandoli con le labbra. La sua carne riempiva la mia bocca, calda e reattiva, mentre la storia erotica toccava la sua "apoteosi dei sensi".
«Mh... Dio...» ansimò lei, la testa abbandonata all'indietro, il collo teso. «Sei così... cattivo stasera. Mmh... dovresti... dovresti tenermi legata più spesso...»
Il suono della sua voce rotta dal piacere fu la spinta finale. Inserii la chiave nella toppa. Clic. I bracciali di metallo si aprirono con uno scatto secco, liberando i suoi polsi, che recavano i segni rossi della stretta. Anto portò le braccia in avanti con un sospiro di sollievo, massaggiandosi la pelle.
Feci un passo indietro, pronto a tirarmi su i pantaloni e a fuggire di nuovo nel buio del corridoio, convinto di aver portato a termine il mio furto perfetto. Ma lei non si mosse per togliersi la benda.
Le sue mani si fermarono. Si appoggiò allo schienale della sedia, nuda, marchiata da me, e un sorriso lento, affilato e spaventosamente lucido le incurvò le labbra. «Lo sapevo, Jacopo,» mormorò, la voce bassa, languida, che vibrava di pura malizia nel silenzio della stanza. «Quando non sei qui, sei molto più bravo a scoparmi.»
Il mio sangue si raggelò all'istante. Rimasi paralizzato a un metro da lei, incapace di respirare.
Anto inclinò la testa bendata verso di me, il sorriso che si allargava in un'espressione di trionfo assoluto, crudele e bellissimo. «Aspetta...» sussurrò, fingendo un'innocenza che ormai era andata in frantumi. «Preferisci che ti chiami Jacopo... o Sam?»
Eppure, la cosa peggiore era la paranoia. Mi aspettavo che da un momento all'altro Jacopo venisse a spaccarmi la faccia, o che lei mi cacciasse di casa. Ma martedì mattina, tutto sembrò scivolare in una folle, distorta normalità.
Ero seduto al bancone della cucina, gli occhi fissi su una tazza di caffè nero, quando Anto uscì dalla sua stanza. Indossava i miei vecchi pantaloncini del pigiama e una canottiera bianca che lasciava poco all'immaginazione. Sbadigliò, stiracchiandosi e mostrando quell'addome naturale e morbido che avevo accarezzato solo poche notti prima.
«Buongiorno,» cinguettò, passandomi accanto per prendere il latte dal frigo. Trattenni il respiro. «Anto... senti. Riguardo a venerdì scorso. Volevo chiederti scusa se sono uscito e tornato tardi, non volevo rovinare la sorpresa a Jacopo...»
Lei si versò il latte, dandomi le spalle. Il suo bacino sinuoso ondeggiò leggermente, accompagnato da una risatina che mi fece gelare il sangue. «Oh, tranquillo. Anche se Jacopo è completamente impazzito.» Il cuore mi si fermò nel petto. «In che senso?» Si voltò, appoggiandosi al bancone, gli occhi nocciola e verdi piantati nei miei. Il suo viso era il ritratto dell'innocenza. «Ieri gli ho detto che è stato fantastico, e lui ha negato tutto. Dice che venerdì non è mai uscito dall'ospedale. Si è pure arrabbiato, convinto che lo stessi prendendo in giro.»
Deglutii a fatica, sudando freddo. «E... e tu cosa gli hai detto?» Anto alzò le spalle, accarezzando il bordo della tazza con un dito. «Gli ho detto che lo stress del reparto gli sta fottendo il cervello. Deve aver avuto un vuoto di memoria per la stanchezza, o magari aveva bevuto per festeggiare con i colleghi ed è passato di qui in blackout. So che era lui. Ma figurati se il signor "medico perfetto" ammette di aver fatto una pazzia e di essere scappato a metà dell'opera. Meglio così, mi eccita l'idea che perda il controllo.»
L'aria mi tornò nei polmoni in un colpo solo. Lei ci crede. Credeva davvero che Jacopo fosse stato lì in uno stato confusionale. L'alibi era perfetto. La mia copertura era intatta.
L'occasione si presentò esattamente il venerdì successivo. Ero appena tornato da un turno estenuante. Anto era in salotto, seduta sul divano, che si limava le unghie con un'espressione infastidita. Indossava solo una vestaglia di seta corta. «Tutto bene?» le chiesi, posando le chiavi. «Jacopo,» sbuffò lei, alzando gli occhi al cielo. «Mi ha appena scritto. Dice che forse riesce a liberarsi per mezzanotte. Gli ho detto che gli do una seconda occasione per rimediare al blackout dell'altra volta. Mi chiudo in camera ad aspettarlo. Quindi tappati in stanza tua, Samu. Niente rumori.»
Annuii, abbassando lo sguardo. «Ricevuto. Buonanotte.»
Mi chiusi in camera. Feci una doccia fredda per calmarmi, ma la testa mi scoppiava. Mi buttai sul letto, prendendo il telefono. Aprii distrattamente l'app con i turni condivisi dei tirocinanti dell'ospedale. Scorsi la lista fino al reparto di Chirurgia. Jacopo M. - Turno di Guardia: 20:00 - 08:00.
Mi accigliai. Era impossibile che si liberasse a mezzanotte. Era di guardia fissa. Le aveva raccontato l'ennesima cazzata per tenerla buona. Anto stava aspettando un fantasma. Guardai l'orologio. Mezzanotte e dieci in punto. L'appartamento era immerso nel silenzio.
Sarei dovuto restare a letto. Ma l'idea di lei, di là, pronta e in attesa per un uomo che non si sarebbe presentato, mi fece scattare in piedi. I miei passi furono felpati sul pavimento in legno del corridoio.
Spinsi la porta della sua stanza. L'aria mi mancò di nuovo. E questa volta, la scena che mi si parò davanti superava qualsiasi fantasia malata avessi mai concepito in dieci anni.
Anto non era sul letto. Era seduta sulla sedia ergonomica della sua scrivania, posizionata esattamente al centro della stanza. Era completamente nuda. La luce fredda del lampione fuori dalla finestra e quella calda dell'abat-jour le accarezzavano la pelle chiara, esaltando ogni singola curva della sua figura a clessidra: il seno pieno e morbido che si alzava a un ritmo irregolare, l'addome rilassato, le cosce solide leggermente divaricate. La solita benda nera di raso le copriva gli occhi. Ma la vera follia erano le sue braccia. Erano tirate dietro lo schienale della sedia, i polsi stretti da un paio di manette di metallo lucido.
Sentì il leggero clic della porta che si chiudeva alle mie spalle.
Un sorriso sfacciato, quasi predatorio, le illuminò il viso delicato. «Jacopo... ce l'hai fatta,» sussurrò, la voce impastata di un desiderio che mi infiammò il sangue all'istante. Si mosse sulla sedia, inarcando la schiena e spingendo il petto in fuori in una posa di totale, devastante vulnerabilità. «Cavolo... meno male che sei qui. Qualche brutto ceffo mi ha ammanettata mentre non c'eri e ha lasciato le chiavi proprio lì, sulla scrivania.»
Il mio sguardo scattò sul piano di legno. Le piccole chiavi d'argento erano appoggiate accanto ai suoi libri di anatomia, illuminate dal riflesso della lampada.
Anto ridacchiò, un suono basso e roco che le vibrò in gola. «Liberami, ti prego...» mormorò, passandosi la lingua sul labbro inferiore. Poi, con un tono falsamente innocente, aggiunse: «Anche se devi ammettere che sono stata brava. Non hai idea di quanto sia stato faticoso riuscire ad ammanettarmi da sola dietro la schiena. Ho quasi pensato di chiamare Samu per farmi dare una mano, ma non credo avrebbe retto la vista.»
Trattenni il respiro. Quella fottuta frecciatina. Giocava con il fuoco, ignara (o almeno così credevo) che l'uomo che aveva davanti non era il suo perfetto e noioso fidanzato, ma il "brutto ceffo" di cui stava parlando, pronto a bruciare ogni regola.
Rimasi nel mio sacrosanto silenzio. Feci un passo verso di lei, poi un altro, fino a fermarmi a pochi centimetri dalle sue ginocchia nude.
Mi fermai a un palmo dalle sue ginocchia nude. Il silenzio della stanza era rotto solo dal suo respiro leggermente affannoso e dal battito impazzito del mio cuore. Allungai una mano tremante verso la scrivania. Le mie dita si chiusero sul metallo freddo delle piccole chiavi d'argento, producendo un leggero tintinnio. Le presi, stringendole nel pugno, ma non feci alcun movimento per aggirare la sedia e liberarla.
Invece, con l'altra mano, feci scivolare giù la zip dei miei pantaloni. Il rumore metallico fu inequivocabile nel silenzio dell'appartamento. Liberai la mia intimità, già tesa e dolorante, e iniziai a toccarmi lentamente. Ero a un passo da lei, la guardavo dall'alto verso il basso: la sua pelle chiara illuminata dall'abat-jour, il seno pieno che si alzava a ogni respiro, le sue braccia bloccate dietro la schiena. La visione della mia migliore amica, completamente vulnerabile e offerta su quella sedia, mi stava fottendo il cervello.
Anto inclinò la testa di lato, le labbra socchiuse. Il suo udito, acuito dalla benda, aveva captato il fruscio della stoffa e il mio respiro che si faceva sempre più roco. Un sorriso sfacciato, felino, le increspò la bocca.
«Ehi... che fai?» sussurrò, la voce carica di una malizia vibrante. «Non vuoi liberarmi? Oppure... devo darti un incentivo per convincerti?»
Senza aspettare una risposta che sapeva non sarebbe arrivata, Anto si spinse leggermente indietro contro lo schienale e sollevò le gambe. I suoi piedi nudi, con la pelle morbida e curata, iniziarono a muoversi a mezz'aria, cercando a tentativi nel vuoto, guidati solo dall'istinto e dal calore del mio corpo.
«Avvicinati...» mormorò, un ordine dolce e imperioso al tempo stesso. «Fammi sentire cosa stai nascondendo.»
Feci un mezzo passo avanti, incapace di resistere, ubbidendo come un burattino. Le dita del suo piede destro sfiorarono il tessuto dei miei pantaloni scesi, poi trovarono la pelle nuda. Sussultò leggermente al contatto con il mio calore, ma non si ritrasse. Anzi. Con una lentezza esasperante, avvolse la pianta del piede e le dita flessuose attorno alla mia durezza.
Chiusi gli occhi, gettando la testa all'indietro. Un gemito soffocato mi raschiò la gola, ma mi morsi l'interno della guancia per non emettere suono. Il contrasto tra la morbidezza del suo piede e la tensione spasmodica del mio corpo era un cortocircuito assoluto per i sensi. Anto iniziò a muovere il piede su e giù, accarezzandomi e stringendomi, mentre il secondo piede si univa al primo, intrappolandomi in una morsa calda e inaspettata.
«Ti piace, eh?» ansimò lei, muovendo le gambe con un ritmo che si faceva via via più costante e sfacciato. «Sei così duro stasera... non fare il timido, Jacopo. Lasciati viziare un po'.»
Ero dilaniato. Una parte di me urlava di scappare. Stavo ingannando la ragazza che amavo da dieci anni, lasciando che usasse il suo corpo per soddisfare una fantasia destinata a quel coglione del suo ragazzo. Il senso di colpa era una morsa letale allo stomaco. Era sbagliato. Era la cosa più abietta che avessi mai fatto.
Ma la pressione all'inguine era insostenibile. Il mio corpo stava letteralmente per scoppiare sotto il tocco sapiente e cieco della sua pelle. La necessità fisica di avere questo contatto, anche in un modo così contorto e silenzioso, sovrastava ogni briciolo di morale mi fosse rimasta. Così, rimasi immobile. Chiuso nel mio sacrosanto silenzio, mi arresi alla lussuria, lasciando che la mia migliore amica mi portasse sull'orlo del precipizio muovendo i piedi nudi contro di me, mentre la guardavo ansimare bendata.
Le piante dei suoi piedi erano incredibilmente morbide, calde e lisce. Anto mosse prima il piede destro, facendo scivolare l'arco plantare lungo tutta la mia lunghezza con una pressione calcolata e perfetta. Sussultai, un fremito incontrollabile che mi attraversò la spina dorsale. Subito dopo, il sinistro si unì al gioco. Intrappolò la mia durezza pulsante tra le due suole, chiudendomi in una morsa flessuosa e stretta che mi fece mancare il respiro.
«Sei di marmo...» sussurrò lei, la voce che vibrava di un compiacimento puramente femminile nel buio della stanza.
Iniziò a muovere i piedi su e giù, con un ritmo lento e provocatorio. La pelle delicata del collo del piede e la morbidezza delle dita creavano un attrito continuo, esasperante. Ogni volta che scivolava verso il basso, stringeva leggermente la presa, per poi allentarla risalendo, massaggiandomi con una maestria che mi stava mandando in cortocircuito il cervello.
Chiusi gli occhi, la mascella serrata fino a farmi dolere i denti. Il mio sacrosanto silenzio era diventato una prigione e al tempo stesso l'unica cosa che mi teneva in vita. Guardarla — completamente nuda, le braccia tirate indietro e ammanettate alla sedia, la benda nera sugli occhi, mentre usava i suoi piedi nudi per portarmi all'esasperazione — era la scena più oscena e perfetta a cui avessi mai assistito in dieci anni.
«Mh... di solito sei così frettoloso, Jacopo,» continuò a stuzzicarmi, ansimando leggermente per lo sforzo fisico di mantenere le gambe sollevate da quella posizione scomoda. Le sue cosce solide e piene tremavano appena, i muscoli dell'addome tesi. «Invece stasera... ti piace farti viziare senza poter fare niente, eh? Lascia fare a me...»
Il ritmo accelerò. Nell'erotico la spontaneità vince sulla complessità, e i suoi movimenti si fecero più rudi, meno calcolati e più istintivi. La frizione della sua pelle contro la mia divenne febbrile. Il calore generato dallo sfregamento dei suoi piedi mi stava spingendo pericolosamente vicino al limite. Ero un fottuto ladro che rubava piacere al buio, logorato da un senso di colpa acido e schiacciante, eppure non feci un solo passo indietro. Spinsi i fianchi in avanti, assecondando la spinta dei suoi piedi, cercando disperatamente quel contatto.
«Oh... sei così caldo,» ansimò Anto, mordendosi il labbro inferiore rosato. Le dita dei suoi piedi si arricciarono, stringendomi ancora più forte sulla punta. «Ancora un po' e mi esplodi addosso prima ancora che io ti abbia slegato le mani... vero?»
Quella frase fu una secchiata di ghiaccio misto a benzina. Lei era convinta che io fossi passivo quanto lei, bloccato in un gioco di ruolo. Se non l'avessi fermata in quel preciso istante, le sarei venuto sui piedi o sull'addome, nel silenzio più totale, e la finzione sarebbe crollata miseramente sotto il peso del mio orgasmo.
Aprii gli occhi, ansimando dal naso per non farmi sentire. Con un gesto secco, afferrai le sue caviglie sottili con le mie mani, bloccando di colpo il movimento frenetico dei suoi piedi.
Anto sussultò, sorpresa dalla presa forte e ruvida delle mie dita. Un gemito le sfuggì dalle labbra. Il gioco dei preliminari era finito. Era il momento di prendermi il resto.
Le mie mani erano ancora chiuse attorno alle sue caviglie. Sentivo il polso accelerato sotto i miei polpastrelli, il battito del suo sangue che correva veloce come il mio. Non c'era più Samu, il bravo studente di medicina, il migliore amico devoto. Era stato divorato. Al suo posto c'era una bestia bramosa, un mostro di lussuria che aveva vissuto per dieci anni nella gabbia del senso di colpa e che ora si era liberata. E la gabbia era la sua bocca.
Con un movimento fluido e scattante, Le lasciai le caviglie e le mie dita si tesero come artigli per afferrare i suoi capelli. Quelli lunghi, lisci, castano dorati che avevo sognato mille volte di sentire scorrere tra le mie mani. Li presi con forza, dalla radice, sentendomi schizzare contro il palmo il profumo del suo shampoo di mandorle e vaniglia.
Lei sbuffò, un suono soffocato tra sorpresa e dolore, quando le tirai la testa all'indietro, esponendole la gola bianca e delicata. Poi, con una violenza che mi spaventò, la spinsi in avanti, verso di me. Verso il mio sesso che era ancora eretto, umido e caldo per la frizione dei suoi piedi.
Non fu una richiesta. Fu un'imposizione.
La punta della mia erezione le sfiorò le labbra carnose, ancora un po' gonfie per il morso che si era data pochi istanti prima.Lei dischiuse appena le labbra per parlare, ma io non le diedi il tempo di emettere un fiato. Affondai nella sua bocca con un colpo secco... godendo ogni singolo millimetro di quel passaggio stretto, umido e caldo. La sua lingua, in un primo momento rigida e sorpresa, cercò di adattarsi, di seguirne il ritmo. Ma io non ne avevo uno. Avevo solo fame.
Iniziai a scoparle la bocca con violenza e passione. Un tempo non lento, non veloce, ma profondo. Spingendo fino in fondo, sentendola contrarsi, ascoltando il suono strozzato che le usciva dalla gola ogni volta che la mia base toccava le sue labbra. Le mie mani si tesero ancora di più nei suoi capelli, tenendola ferma, usandola come un'ancora per non perdere il controllo completamente.
«Mph... Jacopo... s-sentiti...» singhiozzò lei, cercando di respirare il più che poteva. Le parole erano fangose, distorte dalla mia presenza. «Sei così... grande... stasera...»
Il nome di quell'altro. Forse. Non lo capii più. Mi entrò in un orecchio e uscì dall'altro, portandosi via l'ultimo frammento di colpa che mi rimaneva. Non era più un inganno. Era mia. Stava prendendo me. E io avrei preso tutto il resto.
La forza delle mie spinte aumentò, divenendo più rude, più insistente. Il mio pube sbatteva contro il suo mento, le mie palle si stringevano, pronte a esplodere. Lei provava a tenere il ritmo, ma era un gioco perduto in partenza. Lei era il vaso, io l'acqua che lo faceva traboccare. Saliva e il mio liquido pre-eiaculatorio le colavano dagli angoli della bocca, scendendo lungo il mento e finendo sul suo seno pieno e morbido, segnandola, marchiandola come mia.
Con la mano libera, mi chinai e la afferrai. Il suo capezzolo si indurì immediatamente tra le mie dita, una perla rosa e perfetta che io schiacciai, pizzicai e torturai con un godimento che fu pura, crudele estasi. Lei si contorse, un gemito profondo le vibrò in gola, una vibrazione che si trasmise tutta lungo il mio cazzo, spingendomi oltre ogni limite.
«Sì... così...» sussurrò lei, o forse fu solo un pensiero che mi si conficcò nel cervello. «Ancora...»
Voleva di più. Voleva che la facessi a pezzi. E io le avrei dato esattamente quello che desiderava.
Tolsi la mano dal suo seno, la strinsi alla base del suo collo, sentendo le sue vertebre delicate sotto il mio pollice. Non la strinsi, ma la minacciai. La possedetti con quel gesto. La sua reazione fu immediata: un'arcata improvvisa del suo corpo, le gambe che si divaricarono ancora di più sulla sedia, anche se nessuno le toccava lì. Era tutta una sola, grande, pulsante voglia di essere scopata.
Il mondo si ridusse a pochi, devastanti centimetri di carne umana.
La mia mano alla base del suo collo non era più solo una minaccia. Era un punto fermo, un'ancora che le impediva di ritirarsi, di sottrarsi anche solo di un millimetro all'assalto che stavo scatenando. L'altra mano, invece, manteneva una presa d'acciaio, le dita saldamente intrecciate nelle sue chiome castane, tirando le radici fino a farle male. che la costrinse ad accettare ogni singolo centimetro di me, ogni singola spinta, fino alle radici dei suoi capelli che dolevo.
Lei ci provò. Con un coraggio che mi scosse fino al midollo, cercò di adattarsi. Respirava di sbieco dal naso, il respiro affannoso e umido che batteva sul mio pube ad ogni spinta. La sua lingua cercava di muoversi, di avvolgermi, ma io le negai anche quel piccolo controllo. La usai come un oggetto, un cuscino morbido e caldo su cui battere con violenza. I miei colpi divennero più duri, più profondi, il suono dei miei testicoli che sbattevano contro il suo mento umido divenne la percussione brutale della nostra sinfonia proibita.
«Mhpf... gluh...»
I suoni che le uscivano dalla gola non erano più parole. Erano lamenti strozzati, gemiti animali, il suono della sua totale sottomissione. E io l'adoravo. La benda le nascondeva gli occhi, ma il suo corpo mi raccontava tutto. I suoi fianchi arrotondati iniziarono a muoversi sulla sedia, un dondolio ritmico e involontario, una danza carnale che cercava di rispondere alla violenza che le infliggevo alla bocca. Si sollevava leggermente sulle punte dei piedi, le cosce tese, come se volesse spingere contro me, accettare ancora di più.
«Non... fermarti...» riuscì a sibilare, le parole spezzate, quasi illeggibili, ma io le udii. Chiare come un ordine.
E così obbedii. O meglio, la disobbedii. Non solo non mi fermai, ma distrussi la sua richiesta. La velocità aumentò vertiginosamente, trasformando il mio ritmo in una furia cieca. Non c'era più tecnica, non c'era più gioco. C'era solo un bisogno primordiale, un istinto animale di scaricare in lei dieci anni di astinenza, dieci anni di rifiuti, dieci anni di odio per il nome che aveva appena pronunciato.
Mi piegai in avanti, il mio stomaco si contrasse, i muscoli delle cosce divennero d'acciaio. Senti la scintilla partire dalla base della mia schiena, un fuoco che mi attraversò tutto, ardendo, bruciando ogni ragione, ogni rimorso, ogni briciola del Samu di prima.
«Sto... sto...» pensai, ma non potevo dirlo.
Il mio seme esplose dalla mia carne con una violenza che mi piegò in due. Non fu un'eruzione, fu una detonazione. Il primo getto, caldo e denso, le colpì la gola in profondità, facendola sobbalzare e sussultare. Ma io la tenevo ferma. La mia mano nei suoi capelli la bloccava, impedendole di ritirarsi, costringendola a ingoiare, a sentire il mio sapore lescorrere giù, lungo l'esofago, un torrente bollente che la marchiava dall'interno.
Un secondo getto, ancora più potente, la riempì, facendola affogare nel mio piacere. Dalle labbra, socchiuse in un silenzio assoluto, iniziò a colare il bianco latteo della mia eccitazione, mescolato alla sua saliva, scendendo lungo il mento, macchiando il suo seno che si sollevava per respirare. Un terzo, e ancora un altro, finché non fui vuoto. Svuotato e tremante.
Rimanemmo così per un istante che parve un'eternità. Io con il cazzo ancora duro nella sua bocca, lei immobile, la testa tenuta in alto dalla mia presa. Il mio respiro era un raglio affannoso. Il suo, un sibilo disperato dal naso.
Il mio respiro era un raglio affannoso. Il suo, un sibilo disperato dal naso. Ero svuotato, tremante, con le dita ancora aggrappate ai suoi capelli castani. Abbassai lo sguardo sul suo viso. La benda nera le copriva gli occhi, ma le sue labbra carnose, dischiuse e macchiate dal mio seme, erano un richiamo a cui non potevo più resistere. Dieci anni. Dieci fottuti anni passati a immaginare che sapore avessero, ad accontentarmi di baci sulla guancia e abbracci fraterni.
La farsa del silenzio non mi bastava più. Allentai la presa sui suoi capelli, feci scivolare la mano dietro la sua nuca e catturai la sua bocca. Non fu un bacio romantico. Fu un bacio violento, disperato, profondamente sporco. Le nostre lingue si scontrarono con ferocia, mescolando il sapore salato della mia eccitazione con la dolcezza della sua saliva. Anto rispose con una fame animale, inarcandosi contro di me e gemendo a gola spiegata contro le mie labbra, accettando quella dominazione totale senza la minima esitazione.
Mi staccai a fatica, i polmoni in fiamme. Feci scivolare la mano destra dietro la sua schiena, sfiorando la pelle umida di sudore, fino a stringere le piccole chiavi d'argento. Il metallo freddo tintinnò contro le manette che le bloccavano i polsi. Ma non la liberai. Non ancora.
Volevo prolungare quel senso di potere assoluto. Temporeggiai, facendo scorrere la punta della chiave lungo la linea della sua spina dorsale. Poi, mi chinai sul suo petto nudo. Con un gesto ruvido, primitivo e sfacciato, raccolsi la saliva in bocca e le sputai dolcemente sul seno sinistro. La goccia scivolò sulla sua pelle chiara e accaldata. Anto sussultò, un brivido visibile le attraversò l'addome morbido. Mi abbassai e iniziai a leccare e succhiare alternatamente i suoi capezzoli turgidi, usando la saliva per bagnarli, mordicchiandoli e tirandoli con le labbra. La sua carne riempiva la mia bocca, calda e reattiva, mentre la storia erotica toccava la sua "apoteosi dei sensi".
«Mh... Dio...» ansimò lei, la testa abbandonata all'indietro, il collo teso. «Sei così... cattivo stasera. Mmh... dovresti... dovresti tenermi legata più spesso...»
Il suono della sua voce rotta dal piacere fu la spinta finale. Inserii la chiave nella toppa. Clic. I bracciali di metallo si aprirono con uno scatto secco, liberando i suoi polsi, che recavano i segni rossi della stretta. Anto portò le braccia in avanti con un sospiro di sollievo, massaggiandosi la pelle.
Feci un passo indietro, pronto a tirarmi su i pantaloni e a fuggire di nuovo nel buio del corridoio, convinto di aver portato a termine il mio furto perfetto. Ma lei non si mosse per togliersi la benda.
Le sue mani si fermarono. Si appoggiò allo schienale della sedia, nuda, marchiata da me, e un sorriso lento, affilato e spaventosamente lucido le incurvò le labbra. «Lo sapevo, Jacopo,» mormorò, la voce bassa, languida, che vibrava di pura malizia nel silenzio della stanza. «Quando non sei qui, sei molto più bravo a scoparmi.»
Il mio sangue si raggelò all'istante. Rimasi paralizzato a un metro da lei, incapace di respirare.
Anto inclinò la testa bendata verso di me, il sorriso che si allargava in un'espressione di trionfo assoluto, crudele e bellissimo. «Aspetta...» sussurrò, fingendo un'innocenza che ormai era andata in frantumi. «Preferisci che ti chiami Jacopo... o Sam?»
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