La versione di K.
di
Serena Rossi
genere
trio
K. ebbe modo di soffermarsi ad analizzare le proprie sensazioni, le proprie emozioni vissute in quella serata per lui nuova, strana, alla quale si era abbandonato d’istinto, cosa per lui assolutamente nuova.
K. amava riflettere prima di compiere atti, valutare le implicazioni, le conseguenze, cercare nei fatti l’espressione del proprio essere.
Eppure era stato immediatamente conquistato dalla proposta di M., una proposta i cui fatti avrebbero visto il coinvolgimento di altra persona che lui affermava essere di sua proprietà e che non avrebbe esitato ad accettare ogni sua decisione.
K. aveva deciso subito di affidarsi a quel volo nell’ignoto, come colui che, steso su una spiaggia in apparente riposo fisico e mentale, sente nel mare un richiamo improvviso ed irresistibile, che lo attrae a sé verso l’ignoto, verso terre sconosciute con i loro segreti e le loro storie, in cui lui si sarebbe trovato in situazioni delle quali non avrebbe avuto il controllo.
Solo a bocce ferme, ad avventura vissuta con l’ausilio del mero istinto, K. realizzò la forza del possesso attraverso la cessione, la cui forza psicologica risiede nel paradosso "Ti do via perché sei mia".
K. Realizzò, a mente fredda, come era sua natura fare anche dopo gli eventi, che M. non aveva mai perso il controllo, ma la cessione consistette nell'esercizio massimo dello stesso.
Questo formicolio nelle vene, che diffondeva le emozioni in tutto il corpo, divenne irresistibile, al punto da cercarne la ripetizione, come un’esigenza di proseguire l’indagine di sé attraverso altri.
Il lunedì mattina, la luce dell'ufficio sembrava troppo bianca, troppo violenta. S. sedeva alla sua scrivania, il rumore dei tasti intorno a lei come un ronzio lontano. Sotto la camicia di seta, la pelle delle sue spalle era ancora sensibile, un promemoria costante della mano di K. che l'aveva spinta contro il muro.
Il telefono vibrò. Un messaggio da M.
«Ti senti di nuovo "libera", S.? O senti ancora il peso di quello che abbiamo deciso per te?»
Un brivido familiare le partì dalla base della nuca. S. chiuse gli occhi per un istante, visualizzando la stanza buia, l'odore di cuoio e il calore di due corpi che la sovrastavano. La sua "libertà" lavorativa le sembrava improvvisamente una recita superficiale.
Poco dopo, una notifica da un numero non salvato. Una foto: solo un dettaglio della sua nuca scattato da K. quella notte, mentre lei era piegata sul letto. Nessuna parola, solo l'immagine della sua vulnerabilità.
S. sentì il cuore accelerare. Non era ansia, era il riconoscimento. Sapeva che K. e M. stavano parlando di lei, che stavano decidendo, in quel momento, quale sarebbe stato il prossimo passo. La sensazione di svuotamento della notte prima stava venendo riempita da una nuova, inquietante forma di attesa.
K. amava riflettere prima di compiere atti, valutare le implicazioni, le conseguenze, cercare nei fatti l’espressione del proprio essere.
Eppure era stato immediatamente conquistato dalla proposta di M., una proposta i cui fatti avrebbero visto il coinvolgimento di altra persona che lui affermava essere di sua proprietà e che non avrebbe esitato ad accettare ogni sua decisione.
K. aveva deciso subito di affidarsi a quel volo nell’ignoto, come colui che, steso su una spiaggia in apparente riposo fisico e mentale, sente nel mare un richiamo improvviso ed irresistibile, che lo attrae a sé verso l’ignoto, verso terre sconosciute con i loro segreti e le loro storie, in cui lui si sarebbe trovato in situazioni delle quali non avrebbe avuto il controllo.
Solo a bocce ferme, ad avventura vissuta con l’ausilio del mero istinto, K. realizzò la forza del possesso attraverso la cessione, la cui forza psicologica risiede nel paradosso "Ti do via perché sei mia".
K. Realizzò, a mente fredda, come era sua natura fare anche dopo gli eventi, che M. non aveva mai perso il controllo, ma la cessione consistette nell'esercizio massimo dello stesso.
Questo formicolio nelle vene, che diffondeva le emozioni in tutto il corpo, divenne irresistibile, al punto da cercarne la ripetizione, come un’esigenza di proseguire l’indagine di sé attraverso altri.
Il lunedì mattina, la luce dell'ufficio sembrava troppo bianca, troppo violenta. S. sedeva alla sua scrivania, il rumore dei tasti intorno a lei come un ronzio lontano. Sotto la camicia di seta, la pelle delle sue spalle era ancora sensibile, un promemoria costante della mano di K. che l'aveva spinta contro il muro.
Il telefono vibrò. Un messaggio da M.
«Ti senti di nuovo "libera", S.? O senti ancora il peso di quello che abbiamo deciso per te?»
Un brivido familiare le partì dalla base della nuca. S. chiuse gli occhi per un istante, visualizzando la stanza buia, l'odore di cuoio e il calore di due corpi che la sovrastavano. La sua "libertà" lavorativa le sembrava improvvisamente una recita superficiale.
Poco dopo, una notifica da un numero non salvato. Una foto: solo un dettaglio della sua nuca scattato da K. quella notte, mentre lei era piegata sul letto. Nessuna parola, solo l'immagine della sua vulnerabilità.
S. sentì il cuore accelerare. Non era ansia, era il riconoscimento. Sapeva che K. e M. stavano parlando di lei, che stavano decidendo, in quel momento, quale sarebbe stato il prossimo passo. La sensazione di svuotamento della notte prima stava venendo riempita da una nuova, inquietante forma di attesa.
4
voti
voti
valutazione
7.3
7.3
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
K.
Commenti dei lettori al racconto erotico