Ventinove racconti di ER prima di andare a dormire
di
thomas andersen
genere
interviste
“Signor Thomas, senza appuntamento? Era da un po’ che non ci vedevamo, il fatto che non avesse più avuto bisogno di me mi aveva rincuorato, dando per scontato che il lavoro svolto insieme avesse dato buoni risultati; mi turba rivederla qui, cosa è successo? Qualche minuto per lei lo trovo sempre, mi racconti”.
“Son tornato perché il suo modo discreto di ascoltare mi permette di aprirmi, lasciar defluire i pensieri, e ciò mi fa bene. Stanotte è stata singolare, tasselli di visioni andavano via via ricomponendosi nella mia mente, riaffiorando ricordi che non son sicuro di avere, credo di averli immaginati, ma si possono creare i ricordi?”
“Non entrerei ora in questo campo, indagare i déjà-vu, le reminiscenze di vite passate, rischia di portarci fuori strada, piuttosto, mi dica, riguardano qualcosa? Qualcuno?”
“Stavo passeggiando in una stradina, c’erano cipressi, avevo un bicchiere di vino rosso in mano, mi chiedevo come mai mi trovassi in quel luogo a me ignoto, poi però riconoscevo lei”.
“Lei chi?”
“Non lo so, alla mia destra c’era un bar con vetrata sulla strada, lei era lì, seduta su uno sgabello; muovendo la caviglia, faceva ondeggiare in mondo femminile un sandalo. E poi quella successione di allucinazioni”.
“Prosegua, cosa vedeva?”
“Il resto erano per metà ricordi veri: cene, luoghi, strade che ho realmente frequentato e vissuto, ma con presente lei, come se fosse sempre stata lì, ma stavolta messa a fuoco. Era la ragazza sulle sue, quella che comunicava ancor prima di parlare e che se apriva bocca, pietrificava l’atmosfera. Quella che quando incrociavi il suo sguardo, ci si imbarazzava insieme ma poi non potevi far altro che insistere perché l’arrossarsi delle sue guance era irresistibile. Ha presente? Quella particolare, che esulava un po’ dagli schemi, riservata ma pungente, ironica, misteriosa, femmina nel porsi. Le è mai capitato di avvertire una presenza nonostante l’apparente assenza?”
“Ma cosa fa? Ora va a contaminare il passato? Non vorremo rivedere tutto con una nuova chiave di lettura? Credo che lei abbia dormito poco. Le consiglio di congedarci e riparlarne tra qualche giorno, perché lo so che sta per portare il discorso sul sesso, la conosco”.
“La prego, un’ultima confidenza e concludo. Sbaglia, non indirizzerò questo inebriante vortice verso quella prevedibile direzione, credo che lascerò il finale aperto. Non è vero che l’immaginazione mi ha condotto a sfiorarla, spostandole i capelli, in modo che la mia voce potesse accarezzarle il collo, mentre le confidavo che l’unico casino che bramo è quello che, quando scorre nel sangue, sconvolge la pulsazione di ogni organo. Non ho assolutamente fantasticato di invadere il suo sensibile olfatto, per insinuarmi e imprimerle nella mente l’odore della mia pelle. Mai balenata l’idea che ogni affondo cesellerebbe la forma di me in lei, mentre carezze, strette e morsi, plasmerebbero il nostro intreccio, da fuori. Non se ne parla di chiederle di far scorrere quel suo dito lungo la mia schiena, fin giù, fino a scoprire insieme che ne sarebbe del mio respiro.
I miei occhi neri non le verranno dentro, i suoi denti non prenderanno in ostaggio il mio labbro inferiore. Non griderò il mio più disperato desiderio in lei, nemmeno se bastassero poche spinte. Non la conosco, non so chi è, non so se esiste e se capiterà, so solo che in lei si trova la più dirompente e tracimante passionalità priva di volgarità gratuita; osservandola, si può leggere l’indecente delicatezza dell’essere…
Come si è permesso di accennare al sesso? Quello è l’ultimo pensiero. Non le affiderò più i miei inconfessabili deliri. Ora la saluto, fiducioso che rispetterà il codice deontologico”.
“Senta Thomas, non starà davvero scherzando? Le ricordo che non le ho mai chiesto un euro, son arrivato anche a sorreggerla quando appoggiava a me la fronte, nei momenti più disperati, non pretenderà che io mantenga la riservatezza? Ha notato quanti appunti prendo mentre lei racconta?
Sa cosa facciamo? Clicchi pure qui, sul tasto grande alla destra della “ù” accentata, perché, non prendiamoci in giro, io non sono il suo psichiatra, ma la tastiera del suo pc. A presto”.
“Son tornato perché il suo modo discreto di ascoltare mi permette di aprirmi, lasciar defluire i pensieri, e ciò mi fa bene. Stanotte è stata singolare, tasselli di visioni andavano via via ricomponendosi nella mia mente, riaffiorando ricordi che non son sicuro di avere, credo di averli immaginati, ma si possono creare i ricordi?”
“Non entrerei ora in questo campo, indagare i déjà-vu, le reminiscenze di vite passate, rischia di portarci fuori strada, piuttosto, mi dica, riguardano qualcosa? Qualcuno?”
“Stavo passeggiando in una stradina, c’erano cipressi, avevo un bicchiere di vino rosso in mano, mi chiedevo come mai mi trovassi in quel luogo a me ignoto, poi però riconoscevo lei”.
“Lei chi?”
“Non lo so, alla mia destra c’era un bar con vetrata sulla strada, lei era lì, seduta su uno sgabello; muovendo la caviglia, faceva ondeggiare in mondo femminile un sandalo. E poi quella successione di allucinazioni”.
“Prosegua, cosa vedeva?”
“Il resto erano per metà ricordi veri: cene, luoghi, strade che ho realmente frequentato e vissuto, ma con presente lei, come se fosse sempre stata lì, ma stavolta messa a fuoco. Era la ragazza sulle sue, quella che comunicava ancor prima di parlare e che se apriva bocca, pietrificava l’atmosfera. Quella che quando incrociavi il suo sguardo, ci si imbarazzava insieme ma poi non potevi far altro che insistere perché l’arrossarsi delle sue guance era irresistibile. Ha presente? Quella particolare, che esulava un po’ dagli schemi, riservata ma pungente, ironica, misteriosa, femmina nel porsi. Le è mai capitato di avvertire una presenza nonostante l’apparente assenza?”
“Ma cosa fa? Ora va a contaminare il passato? Non vorremo rivedere tutto con una nuova chiave di lettura? Credo che lei abbia dormito poco. Le consiglio di congedarci e riparlarne tra qualche giorno, perché lo so che sta per portare il discorso sul sesso, la conosco”.
“La prego, un’ultima confidenza e concludo. Sbaglia, non indirizzerò questo inebriante vortice verso quella prevedibile direzione, credo che lascerò il finale aperto. Non è vero che l’immaginazione mi ha condotto a sfiorarla, spostandole i capelli, in modo che la mia voce potesse accarezzarle il collo, mentre le confidavo che l’unico casino che bramo è quello che, quando scorre nel sangue, sconvolge la pulsazione di ogni organo. Non ho assolutamente fantasticato di invadere il suo sensibile olfatto, per insinuarmi e imprimerle nella mente l’odore della mia pelle. Mai balenata l’idea che ogni affondo cesellerebbe la forma di me in lei, mentre carezze, strette e morsi, plasmerebbero il nostro intreccio, da fuori. Non se ne parla di chiederle di far scorrere quel suo dito lungo la mia schiena, fin giù, fino a scoprire insieme che ne sarebbe del mio respiro.
I miei occhi neri non le verranno dentro, i suoi denti non prenderanno in ostaggio il mio labbro inferiore. Non griderò il mio più disperato desiderio in lei, nemmeno se bastassero poche spinte. Non la conosco, non so chi è, non so se esiste e se capiterà, so solo che in lei si trova la più dirompente e tracimante passionalità priva di volgarità gratuita; osservandola, si può leggere l’indecente delicatezza dell’essere…
Come si è permesso di accennare al sesso? Quello è l’ultimo pensiero. Non le affiderò più i miei inconfessabili deliri. Ora la saluto, fiducioso che rispetterà il codice deontologico”.
“Senta Thomas, non starà davvero scherzando? Le ricordo che non le ho mai chiesto un euro, son arrivato anche a sorreggerla quando appoggiava a me la fronte, nei momenti più disperati, non pretenderà che io mantenga la riservatezza? Ha notato quanti appunti prendo mentre lei racconta?
Sa cosa facciamo? Clicchi pure qui, sul tasto grande alla destra della “ù” accentata, perché, non prendiamoci in giro, io non sono il suo psichiatra, ma la tastiera del suo pc. A presto”.
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