Inabissanti legàmi

di
genere
bondage

Questa storia non accade in un’antica villa abbandonata in riva al mare in burrasca, nessuna fiamma nel camino sta scaldando la stanza e fuori non ci sono fulmini e tuoni in sottofondo. A dir la verità un po’ di vento c’è, in questa notte di fine Marzo, e sta facendo ondeggiare i giunchi ai bordi del lago a pochi metri.

Parcheggiamo nel cortile di questo cottage, i fari dell’auto lo illuminano, lo guardiamo, osserviamo quella porta bianca in stile vittoriano. Sappiamo cosa rappresenta per noi. Nonostante questo sia il nostro primo appuntamento, quando la attraverseremo, entreremo in una dimensione conosciuta, curata e definita per mesi, nelle lettere scambiate, nei dialoghi al telefono.


Ci siamo visti la prima volta venti minuti fa, nessun saluto formale, nessuna chiacchiera. Hai avanzato verso me, camminando lentamente; quando siamo stati faccia a faccia, ti sei spostata di lato, continuando ad avvicinarti. Mi sono abbassato un poco, le guance vicine, nessun tocco, il tuo naso al lato del mio; il vento ha smesso per qualche istante di soffiare, per permetterci di annusarci, scoprirci. Ho trattenuto il respiro per donartelo mentre scendevi verso il mio collo, l’hai accolto con l’olfatto.
Delicata, hai aperto due bottoni della camicia, per spalancare la strada verso il mio petto. Inspirando piano, profondamente, hai ondeggiato il viso, da una lato, poi dall’altro, ad occhi chiusi, come chi sta subendo il piacevole effetto di una sostanza. Hai richiuso un bottone, dicendo: “Andiamo”.


Spengo l’auto ed entriamo, un mondo fatto di fiducia, quella che hai sentito di potermi concedere, sorprendendo anche te stessa, notoriamente diffidente e cinica. Hai riconosciuto in me quella possibilità che, da anni, tenevi segregata nelle fantasie non realizzabili.
La nostra comunicazione, mai invadente, ci ha aperto a questa esplorazione interiore.
Alla base di tutto quel che si condividerà insieme, l’imprescindibile certezza del reciproco consenso, in ogni istante. Sai che potrai abbandonarti, con la possibilità, in qualsiasi momento, di poter rientrare. Questo è fondamentale, come la sicurezza.
Ti mostro le corde in cotone, morbide, per proteggere la tua pelle da abrasioni. Ogni nodo verrà eseguito con un dito interposto tra la pelle e la corda. Ho fissato al soffitto una carrucola con un dispositivo controllabile da remoto, ecco il telecomando che terrai nella mano destra, per tutto il tempo. Premendo il tasto, un cilindro abbasserà il meccanismo, riportandoti alla posizione iniziale, ovvero il livello del materasso futon nero.
Come hai intuito, i nodi avvolgeranno quando saranno messi in trazione dalla forza di gravità del tuo peso; torneranno innocui e larghi non appena risarai in appoggio. Potrò interrompere tutto anche io, tagliando la fune principale, ma avrai anche tu abbia il pulsante del controllo, per poter scendere tranquilla in questa esperienza sensoriale.

La temperatura della stanza è gradevole, ti guardi attorno, è tutto pulito, qualche candela accesa impone la tenue e calda tonalità di luce, una melodia con fasi ritmiche misteriose è il sottofondo a basso volume. Ci guardiamo, anche il sesto senso è dalla nostra parte, sei insolitamente a tuo agio.
Mi metto alle tue spalle, accarezzo con garbo i tuoi capelli. Lo faccio senza toccare la nuca, così che il capello conduca la mia energia fino ai tuoi bulbi, per poi diffondersi in ogni capillare del tuo cervello.
Per questo le mie mani non tirano, ma li accompagnano dietro alla nuca, dove li raccolgo con un elastico. I movimenti sono lenti, ti aiuto a sfilare la maglia, sgancio il reggiseno. Mentre lo fai cadere, mi tolgo la camicia, percepisci la pelle del mio petto sulla tua schiena. Le mie mani prendono le tue, sbottoniamo insieme il tuo pantalone, non sei più tua, sei del mio odore di pelle. Chini il capo all’indietro, lo appoggi sulla mia spalla sinistra mentre abbassiamo la zip e trasciniamo giù, denudando le tue gambe.
Una voce interiore dice che non sei tu, ma l’altra la zittisce, convincendoti del contrario.

Sei libera, non dei vestiti, ma da ogni contegno.

Scalci lentamente, allontanando il pantalone. Non sai se sono le mie mani, le tue, o la musica a trascinare via anche l’intimo che hai addosso.
Una benda avvolge i tuoi occhi, la vista non ti serve, è questo è il momento in cui ti affidi totalmente a me.
Disinserisci la moltitudine di pensieri, di regole innestate, spegni quella che pensi sia la modalità brava persona, ti lasci cadere nel mio condurti. Non ti tocco ma ti senti costantemente sfiorata, è una sensazione mai provata; i polpastrelli padroneggiano la corda che viene piegata in due, faccio un nodo ad asola, lo tengo ad alcuni centimetri sotto la base della nuca. Le due estremità passano sopra le spalle, scendono sul petto e si incrociano sotto lo sterno, tornando poi dietro la schiena per formare un anello orizzontale che avvolge il tuo torace. Una volta dietro, passano attraverso l'asola iniziale e vengono tirate con una pressione costante ma dolce. Ciò crea la struttura portante. Le corde scendono poi verso la vita, dove le senti creare un secondo giro orizzontale parallelo al primo, che viene annodato sulla colonna vertebrale. Nulla stringe, il mio abito ti calza a pennello, sai che devi avvisare se qualcosa ti duole.
Prendo le tue braccia, le porto dietro, sovrapponendo i polsi e avvicinando i gomiti, senza forzare. Il movimento ad "otto" di una seconda corda li immobilizza, lentamente risale intrecciandosi alla corda precedente, si interpone tra i gomiti e la schiena, creando una frizione che solleva leggermente i gomiti, aprendo il petto e stabilizzando la tua postura. Gli ultimi metri passano attraverso i giri precedenti per decorare e bloccare il tutto.
Sei sempre più immobilizzata ma avverti una libertà mai provata.
Accompagnandoti, ti faccio appoggiare pancia in giù sul materasso,
Ti affido il telecomando ora.
Faccio piegare completamente solo la tua gamba destra, portando il tallone sul fondoschiena e una terza corda lega la tua caviglia al gluteo, per poi congiungersi agli intrecci sulla schiena. Ignoro la gamba sinistra.
Ti accarezzo il viso: ”Sei pronta?” Fai un cenno di approvazione. Appoggio qualche secondo la fronte alla tua, senti che siamo insieme, e che vuoi restare tra le mie mani.
Inizio a tirare la fune sollevandoti, le corde distribuiscono bene il carico, si stringono appena, sei legata, lo senti nitidamente ora, stai andando dove io decido di portarti. Sali, orizzontale ma con la gamba sinistra penzoloni, la destra è trattenuta. La tua fica è quindi totalmente esposta, come i tuoi seni.
Un po’ di timore ti percorre, mi avvicino, il tuo olfatto si accorge che mi sto eccitando, ti lascio annusare il mio petto; non vedi nulla ma disegni il mio pettorale con la punta del naso. Mi chino, ci baciamo per la prima volta, così, mentre sei in totale balìa di me. Vorresti prendermi il viso ma non puoi muovere le braccia. Allora baci, con tutta la bocca che puoi, e lo stesso faccio io, cerchiamo disperati le lingue, un po’ di saliva cola dalle tue labbra.
Sei costretta, imprigionata, non puoi vedere, ma non premeresti il pulsante per nessun motivo. Mi stacco dal bacio per prendere aria, cerchi nel vuoto la mia bocca, ti vedo, appesa, indifesa, nuda, sprotetta, boccheggi; torno da te, riprendi a baciare, accorgendoti che non è più la mia bocca, ma il mio glande, pulsante, enorme, buono.
Ti fermi qualche secondo, muovi la gamba sinistra, vorresti inconsciamente stringere le cosce, per nascondere il tuo sesso che inizia a colare.
Poi desisti, torni priva di ogni pudore, quella che sei stata solo quando ti masturbavi da sola. Succhi, baci, assapori. Lo spingo in profondità, la saliva aumenta, straborda, ma io continuo.
Ti scopo il viso bendato, la bocca, la gola. Puoi solo lasciarmi fare, non hai scampo, non lo vuoi. E con l’udito, non disturbato dalla vista, non puoi evitare di ascoltare i gorgoglii della tua gola, il risucchio sbrodolante che emetti. E mentre quasi soffochi, annusi le mie palle, piene di voglia di te.
Mi sfilo e riprendo a baciarti, a raccogliere la tua bava con le mie labbra morbide.

Oggi hai rinunciato alla quiete, hai scelto la tempesta.

Provi a dimenarti, verifico che tutto sia a posto, voglio tenerti così ancora un po’. La mia mano afferra la tua caviglia sinistra, per tenerla giù, mentre inizio a respirare sul tuo sesso.
Ho voglia di scoprire quanto è gonfio il tuo clitoride passandoci lievemente sopra la lingua.
Appena lo faccio vieni attraversata da una scossa, gridi qualcosa, una specie di supplica a liberarti. Allora passo ancora una volta sulla tua eccitazione. Un altro urlo, non hai più ritegno.
Prendo un pezzo di stoffa, lo arrotolo e te lo infilo in bocca, accertandomi che tu possa respirare col naso. Ho voglia di smorzare i tuoi rantoli indecenti.
E poi la lecco quella tua bella fica depilata, le sputo sopra e poi succhio, lecco ancora, non puoi far altro che subire il mio bisogno di assaggiarti, berti, deglutirti. Sei sospesa nel vuoto, sulla mia lingua per l’esattezza, che si muove senza decenza, mentre due dita si avvicinano, ti toccano e si infilano, unite.
Salgono, le senti frugare, cercarti, pretenderti, accelerare, velocissime, poi rallentare, per tornare sfrontate a reclamare il tuo succo.
E poi non resisto, ti lecco anche il buco del culo, godi del sentirmi godere mentre approfitto di te.

Riesci a far uscire la stoffa dalla bocca, ti serve aria.

Smetto di masturbarti, mi sdraio di schiena e ti faccio scendere verso il letto, fermandoti all’altezza giusta per farti entrare in fica solo la cappella marmorea. Svergognata, tenti disperatamente di farne entrare qualche centimetro in più.
Implori di liberarti, afferro la forbice con le punte arrotondate.
Ma sappiamo entrambi che non sarò io a penetrarti, dovrai premere tu quel bottone.
Qualche secondo, poi ti arrendi, schiacci il telecomando, non per fermarci, ma perché il meccanismo ti faccia scendere sulla mia erezione impetuosa.
Gridi mentre ti riempie fino al ventre. Non te ne frega se non dovresti esser qui, se non mi conosci, se il piacere che sta per raggiungerti sconquasserà la tua vita, non ti importa di niente e nessuno.

Taglio due corde, puoi liberare le braccia e la gamba destra.
E la prima cosa che fai è mettere le mani sul mio petto, muoverti su di me, come una amazzone, scegliendo inclinazione e ritmo, ora hai tu il controllo su di me, ti togli la benda, mi guardi negli occhi, fino a lasciare che l'orgasmo raggiunga angoli della tua mente mai perlustrati, portandoti via.

Ti cerco con lo sguardo anch’io, mentre le tue contrazioni si prendono anche me.
Ti raggiungo, vengo, dove decidi tu, cioè dentro.

Crolli su me, ci baciamo piano, sappiamo di noi, le candele si spengono, la musica smette di suonare, il vento si placa.

Senza sfilarci, ci addormentiamo, legati, nonostante i nodi si siano sciolti.
scritto il
2026-03-24
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