Lascio qui uno specchio, fatene buon uso.

di
genere
etero

Da qualche mese mi era stato assegnato il ruolo di coach nel centro di beach volley della città. Gli allenamenti si svolgevano la sera e il gruppo che seguivo era composto da otto donne, due giovanissime e sei mie coetanee, ovvero sulla quarantina. Persone che, uscite dal lavoro, volevano staccare un po’, approcciando a livello molto amatoriale, uno sport poco impegnativo.

Tenevo un atteggiamento distaccato perché era il mio primo incarico e ci tenevo a non creare dinamiche sospette, tuttavia, dopo alcune lezioni la confidenza iniziava a farsi strada. Iniziarono le prime battutine maliziose da parte di Serena, divorziata da poco, la più estroversa del gruppo, poi il fermarsi a chiacchierare tutti insieme qualche minuto dopo la lezione, la creazione del gruppo whatsapp per segnalare eventuali assenze.

Tutto procedeva comunque bene e si era creata amichevole coesione. Martina, una delle otto, era sorridente, con contagiosa vitalità, ma allo stesso tempo riservata, scherzava volentieri ma senza sbottonarsi troppo. Si giocava senza anelli al dito, ma avevo colto che fosse sposata quando Serena chiese alle coniugate di palesarsi.

Quella sera avevamo portato pasticcini e spumante per brindare al compleanno di Erica; dopo qualche brindisi, la domanda successiva fu molto indiscreta: domandò alle cinque mogli, di alzare la mano nel caso avessero ancora appaganti rapporti sessuali col marito. Ci fu un po’ di imbarazzo generale; io, inconsciamente, mi voltai verso Martina, come se l’unica risposta che potesse interessarmi fosse la sua.

E mentre, non senza esitazione, alzava lentamente la mano, si voltò verso me. Distogliemmo immediatamente lo sguardo, ma ognuno dei due aveva colto quel piccolo gesto istintivo.

Martina stava per compiere quarantun'anni. Un viso angelico, capelli a caschetto biondo scuri, carnagione chiara, un’aggraziata regina dagli occhi azzurri. Media statura, giocava sempre con una magliettina bianca, non usava mai pantaloncini corti, ma leggings scuri. Nonostante l’aspetto fine e delicato, non si tirava mai indietro quando c’era da tuffarsi nella sabbia. Le altre non mi incuriosivano, ma lei aveva qualcosa di affascinante.

Una sera l’approfondimento pratico sullo sport riguardò la battuta. I principianti iniziano col dare un colpo a pungo chiuso alla palla, da sotto, buttandola semplicemente dall’altra parte del campo.
Era il momento di provare la tipica battuta professionale.
Quando venne il momento di spiegare il movimento a Martina, fui in lieve difficoltà.
Sentivo una necessità di accortezza superiore, non potevo permettermi che un movimento distratto potesse sembrare intenzionalmente audace.
Provava a battere, ma impostava male il movimento, fui costretto a mettermi alle sue spalle, cercando di tenere ben distante il mio petto dalla sua schiena, toccandola il meno possibile; corressi l’impostazione del corpo. Con la mano sinistra prendemmo insieme il pallone, per alzarlo. Con garbo la invitai a tenere le braccia rilassate, per poter permettere alle mie mani di guidarle nel compiere il gesto. “Perdonami” le dissi, quando dovetti sovrapporre la mia mano destra alla sua, cingendola verso il polso. Erano lì, le nostre mani, quasi sovrapposte, e stavano lievemente tremando insieme. Non dimenticherò mai quell’immagine.
In pochi attimi la mia mente proiettò decine di diapositive immaginarie con noi due protagonisti, nessuna collegata al sesso, solo a fotogrammi di intimità, come un risveglio mattutino, una serata davanti alla tv, un decollo in aereo vicini.

Appena la mia fantasia mi permise di tornare lì, le mani sinistre alzarono verso l’alto la palla e quando alzammo le teste seguendola con lo sguardo, il movimento del collo lasciò che l’odore della sua pelle accaldata si liberasse nel piccolo spazio tra i nostri respiri, insinuandosi nelle mie narici. Qualcosa mi impedì di condurla a completare il colpo; restammo lì, mentre la sfera di cuoio scendeva fino ad impattare sulla sabbia.
“Lanciamola più in alto” tentai di uscire dall’impasse e da quel silenzio, tentando di depistare. Riprovammo, alzammo il braccio destro, completammo la battuta, riuscii a non appoggiare il mio corpo al suo, ma quel movimento coordinato fece ondeggiare troppo le nostre magliette. In una sera di fine primavera, scoprimmo per la prima volta i nostri odori.

Mi ritrovai eccitato, non un’erezione completa, ma abbastanza perché si notasse attraverso il pantaloncino bianco. I miei sensi avevano riconosciuto qualcosa che la mia mente non voleva accettare. Non feci in tempo a voltarmi, lei si voltò, le cadde l’occhio, poi ci guardammo, col respiro trattenuto. Aveva appena scoperto che il mio desiderio le apparteneva.

“Brava!” Giustificai così l’immediata interruzione del training per allontanarmi da lei.

Ci ignorammo per il resto della serata, finché, prima di congedarci tutti, Serena lanciò l’ennesima confessione fuori luogo. Raccontò di esser stata da sola a Capo Verde durante le feste natalizie e di aver scopato con ben tre uomini diversi in dieci giorni. Stavolta non guardai Martina, non volevo mostrarmi sfacciatamente intrigato. Fu lei, inaspettatamente, a replicare per prima: “Complimenti, io non sono arrivata a tre diversi in tutta la vita.” Mi cercò lei con lo sguardo, ricambiai, restammo connessi troppi secondi, il tempo necessario per metterci il dubbio che volessimo la stessa cosa.

Il caso volle che ci fu un torneo a Bibbione, lontano da qui, era inevitabile dormire una notte fuori casa. Lei segnò la sua presenza, dichiarando alle altre che il marito non sarebbe riuscito a seguirla per un impegno. Lo disse in modo che potessi ascoltare anch’io. Ormai ci cercavamo ossessivamente con occhiate, allusioni indecifrabili per le altre, aspettavamo segretamente quell’evento lontano da qui. Fu il periodo più erotico della mia vita, senza mai sfiorarla. La desideravo con gli ormoni, col cuore, con la pancia, con la mente.
Mi masturbavo ogni sera e sempre pensando a Martina. Potevo fantasticare per tre vite su quello che avrei vissuto sessualmente con lei.

Arrivò quel weekend, andammo in quattro: io, lei e altre due ragazze. Guidai io. Cercavo di restare disinvolto, spensierato, ma non riuscivo a concentrarmi nemmeno sulla strada. Capita di desiderare talmente tanto una cosa da spaventarsi all’idea che possa davvero accadere.

Pensai tanto, arrivai al punto di decidere di evitare che potesse succedere qualcosa, quella fantasia era così potente perché rinchiusa in una bolla proibita, irrealizzabile. Qualsiasi avvenimento avrebbe spezzato quell’equilibrio coinvolgente. E poi ero troppo preso. Non sarei riuscito a gestire l’effetto domino che si sarebbe potuto innescare.

Il torneo finì, lei conquistò un ottimo piazzamento in classifica, era euforica, cenammo tutti insieme, dichiarò che il merito era stato mio, che l’avevo elevata e preparata da vero professionista. Brindammo, bevve quel flute tutto in un sorso, chinando il capo all’indietro, ancor prima che io potessi realizzare che stavo osservando il suo collo deglutire.

Tra chiacchiere e confidenze, venne l’ora di rientrare alle camere. Nessuna voleva abbandonare per prima la serata, forse avevano intuito che poteva accadere qualcosa. Ma alla fine, una alla volta, si rassegnarono e andarono a dormire. Restammo io e lei, seduti vicini, su un divanetto a due posti, in un angolo della hall dell’hotel, in penombra, soli.

Mandò un messaggio, poi spense il telefono davanti ai miei occhi. Ci guardammo, fu l’ultimo sguardo prima del momento in cui avvicinammo per la prima volta le labbra. Fino a lasciare che si trovassero, scoprissero, lente, timorose, e poi toccò alle lingue, delicate, condannabili, dolci, golose. Venne il turno delle mani, a tenerci il viso reciprocamente. Un bacio senza interruzione, per minuti, lo avevamo immaginato troppo, ma non abbastanza da capire quanto poteva essere intenso. Aumentava, al punto da farci alzare insieme, senza smettere, per cercare di raggiungere la prima camera possibile, la mia.
Nessuno toccava il corpo dell’altro. Ci trascinammo nella hall, senza staccare le bocche, sbattendo contro un pianoforte, una sedia, un muro. La porta si aprì, rotolammo dentro fino a lasciarci cadere sul letto, senza spogliarci, senza separare i nostri respiri.

Poi ci staccammo, per prender fiato, per fingere di riemergere un istante da quel vortice irrefrenabile.

Fece la prima delle tre cose che mi avrebbero condannato per sempre. Pronunciò una frase: “Non posso, non me la sento, scusa.”

Una parte di me sperava che lo dicesse, avevo tutto in quel momento, non importava andare oltre, anzi, avevo ancora quella generica paura di rovinare qualcosa. Le dissi di non preoccuparsi, che anche io avevo sbagliato a lasciarmi andare visto che era sposata, poi cambiammo discorso per rifinire col baciarci. Solo che stavolta cercò con la mano, sopra i miei pantaloni, la mia erezione, trovandola. Lì cambiò qualcosa in lei, forse si spense l’ultimo contegno. Mi sbottonò, ci spogliammo a vicenda, continuando a darci lingua senza pudore. Ci trovammo nudi, io schiena sul materasso, lei sopra, afferrò il mio sesso, si sedette pronta per farlo sparire tutto dentro lei, guardo verso il cielo e disse la seconda frase del percorso per rendermi spacciato: “Dio, perdonami”
E scese, non troppo forte, nemmeno troppo piano. Il tempo giusto perché io potessi guardarla in viso mentre, con gli occhi chiusi, si godeva il più possibile quel piacere misto lieve dolore di venir riempita, fino in fondo.
Lo prese tutto, restò lì, ferma, per dare il tempo alla sua vagina di accogliermi, colandomi attorno ancor di più. Una mia mano intrecciò la sua, l‘altra raggiunse un seno, lo avvolse, lo liberò per un attimo dalla gravità, lo strinse, pizzicò il capezzolo. Ricominciò a muoversi, ricordo che ondeggiò, si piegò verso il mio viso, non era un salire e scendere, ma uno strusciare di ventre, “come essere risacca e spuma” cit.
Mormorò qualcosa, cosa darei per sapere cosa disse, mentre cambiò l’espressione del suo viso, sempre senza riaprire gli occhi. La quantità di umori che scese sui miei testicoli non mi lasciò dubbi.
Lentamente si riprese, senza parlare, si sfilò, portò il viso verso il mio inguine, mi succhiò, dolcemente, piano, leccò, la nostra prima volta la passai interamente ad osservare il suo viso mentre lei la visse interamente ad occhi chiusi. Quando si aiutò con la mano, le feci capire che stavo per venirle in bocca e fece la terza cosa.

Si staccò.

E ciò aumentando il ritmo della mano, raggiungendo la mia bocca con la sua, baciandomi senza sosta proprio mentre un’infinità di schizzi ci raggiungeva chissà dove. Soffocò con la bocca ogni grido del mio orgasmo; credo che in quel momento, ogni mia speranza fuoriuscì dai miei polmoni per finirle sull’avida lingua.

Se solo avesse ingoiato lo sperma, mi avrebbe salvato. Se non avesse tradito ad occhi chiusi. Se non avesse miseramente provato a contenersi. Se non si fosse poi vergognata, coprendosi col lenzuolo.

Se solo avesse almeno fatto finta di sentirsi in colpa.

Invece no. Era lei.

E così va a finire che le cose travolgono, trascinano, poi lentamente cambiano, si soffre, finiscono.

Restano in noi, e a volte anche in qualche racconto su questo sito.

scritto il
2026-03-20
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