Dopo gli esami

di
genere
bisex

La sessione di esami era finita. Finalmente.
Giulia se ne stava accoccolata sul divano a fiori di Sara, le gambe ripiegate sotto il corpo, mentre fuori il sole di giugno filtrava attraverso le persiane socchiuse disegnando lame di luce sul pavimento di cotto. La casa profumava di limone e quella freschezza le aveva sempre ricordato l'estate, le vacanze, la libertà. Ma quel giorno il suo pensiero correva altrove.
Da tre settimane, ormai. Tre settimane che Marco le occupava la mente come un'ossessione silenziosa, un pensiero che si insinuava tra i banchi dell'università, tra le pagine dei libri, tra le pause caffè. Lo guardava ridere con gli altri, espansivo come sempre, con quella sua risata che gli faceva socchiudere gli occhi azzurri. E poi distoglieva lo sguardo, mordendosi l'interno della guancia, perché sapeva che non poteva permetterselo. Non poteva permettersi di rovinare tutto.

Sara entrò in salone con un vassoio di bibite ghiacciate, i capelli rossi che le ricadevano morbidi sulle spalle in onde disordinate. Indossava un vestitino leggero che le accarezzava le curve con familiarità, e quando si chinò per appoggiare il vassoio sul tavolino, la scollatura si aprì quel tanto che bastava per intravedere la curva piena del seno.
"Ecco qua." Sara si raddrizzò con un sorriso malizioso. "Ho pensato che avessimo bisogno di qualcosa di fresco. Fa un caldo assurdo oggi."
Marco era spaparanzato sulla poltrona di vimini, le gambe allungate davanti a sé, i capelli biondi spettinati dal vento. Indossava una maglietta bianca che gli aderiva al torace muscoloso e un paio di pantaloncini corti che lasciavano scoperte le cosce tornite. Giulia distolse lo sguardo quando notò, come le era già capitato altre volte, il rigonfiamento evidente all'inguine. Anche a riposo, Marco era impossibile da ignorare.

"Allora," esordì lui prendendo una lattina, "cosa si dice del vecchio Benedetti?"
Sara scoppiò a ridere. "Quello stronzo mi ha fatto ripetere tre volte la reazione di Maillard. Tre volte! Volevo prenderlo a sberle."
"Ma poi ti ha dato ventotto," le ricordò Giulia, la voce più bassa del solito. Si sentiva ancora addosso la stanchezza dell'ultima prova, il sollievo mescolato a un senso di vuoto improvviso.
"Vero." Sara si sedette sul bracciolo della poltrona di Marco, un gesto confidenziale che fece irrigidire impercettibilmente le spalle di Giulia. "Comunque ora basta parlare di esami. Siamo liberi, cazzo. Liberi."

Il pomeriggio scivolava via tra chiacchiere e risate, aneddoti sui professori e progetti per l'estate. Ma c'era qualcosa nell'aria, una tensione sottile che Giulia percepiva senza saperle dare nome. Sara continuava a lanciare occhiate a Marco, e Marco ricambiava con un mezzo sorriso che gli incurvava l'angolo delle labbra.
Fu Sara a rompere il silenzio, quando il sole iniziò a calare e la stanza si tinse di arancione.
"Sapete una cosa?" disse, alzandosi di scatto. "Mi è venuta un'idea."
Marco inarcò un sopracciglio. "Spara."
"Un gioco." Sara li guardò entrambi, gli occhi verdi che brillavano di quella luce che Giulia conosceva fin troppo bene. Era la stessa luce che aveva visto quando Sara aveva convinto un gruppo di sconosciuti a seguirla in un locale notturno, quando aveva persuaso un professore a farle rifare un esame. Quella luce significava guai. "Niente regole, niente limiti. Solo... divertimento."

Giulia sentì il cuore accelerare. "Che tipo di gioco?"
Sara non rispose. Si limitò a sorridere, un sorriso che prometteva tutto e niente, e fece cenno di seguirla.
Il salone era grande, con un tappeto persiano al centro e una sedia di legno dallo schienale alto posta proprio nel mezzo della stanza, come se fosse lì ad aspettare qualcosa. O qualcuno.
"Marco," disse Sara con voce suadente, "siediti qui."
Lui obbedì con un'alzata di spalle, lasciandosi cadere sulla sedia con l'aria di chi la sa lunga. "D'accordo. E ora?"
"E ora..." Sara prese una cravatta di seta blu dal comò, probabilmente di suo padre, e si avvicinò a Marco alle spalle. "Ti bendiamo."
"Cosa?" Giulia si alzò di scatto, ma Sara la fermò con un'occhiata.
"Fidati." Legò la cravatta attorno alla testa di Marco, nascondendo il suo sguardo dietro il tessuto lucido. "Tutto quello che devi fare è startene lì. E noi... noi ci divertiremo un po'."
Marco rise, un suono profondo che riecheggiò nella stanza. "Mi state forse rapendo?"
"In un certo senso." Sara fece cenno a Giulia di avvicinarsi. "Aiutami."
Giulia si inginocchiò accanto a Sara, i loro corpi vicini mentre legavano insieme i polsi di Marco ai braccioli della sedia con due sciarpe di seta, poi le caviglie alle gambe della sedia. Le sue dita sfiorarono la pelle di lui, calda e liscia, e sentì un brivido correrle lungo la schiena.
Quando ebbero finito, Marco era immobilizzato, bendato, completamente alla loro mercé. E sorrideva ancora.

"Allora?" la sua voce era divertita, ma c'era una nota diversa adesso. Un'aspettativa. "Pensate di torturarmi?"
"Veramente, cosa hai intenzione di fare?" sussurrò Giulia, ma Sara non rispose.
Si alzò e si avvicinò a Marco, così lentamente che Giulia poté vedere ogni dettaglio: il modo in cui i suoi capelli rossi scivolavano sulla schiena, il movimento dei suoi fianchi, il sorriso che le incurvava le labbra. Piegandosi appena, fece scorrere le mani sul petto di lui, sopra la maglietta, poi più giù, verso il ventre piatto.
"Oh..." Il suono che uscì dalla gola di Marco fu basso, gutturale.
Giulia rimase immobile, inginocchiata a terra, le mani strette a pugno sulle cosce. Sentiva il cuore batterle così forte che temeva potessero sentirlo. C'era qualcosa in quella scena che la affascinava e la spaventava allo stesso tempo: Sara che toccava Marco, il corpo di lui che reagiva.
Sara sollevò la maglietta di Marco, scoprendone il torace scolpito. I suoi addominali erano definiti, la pelle dorata dal sole, e quando le dita di Sara scesero verso l'elastico dei pantaloncini, Giulia vide il rigonfiamento farsi più evidente.
"Sai," disse Sara con voce suadente, "Marco si lamenta da settimane che non vede una ragazza nuda. Vero, Marco?"
"Già." La voce di lui era roca. "È una carenza che mi pesa."
"Be', oggi potremmo rimediare." Sara si inginocchiò davanti a lui e iniziò a sfilargli i pantaloncini lungo le gambe, rivelando un paio di boxer aderenti che a stento contenevano la sua erezione. Era impressionante, persino attraverso il tessuto, e Giulia sentì la bocca seccarsi.
"Che dici, Giulia?" Sara si voltò verso di lei, gli occhi che brillavano. "Vediamo se è vero quello che si dice di lui?"

Giulia non riusciva a parlare. Riusciva solo a guardare, incantata e terrorizzata, mentre Sara abbassava anche i boxer e il membro di Marco si liberava, svettando in tutta la sua grandezza. Era spesso, lungo, con vene prominenti che pulsavano sotto la pelle liscia. La cappella era gonfia, di un rosa scuro, e una goccia lucida brillava sulla punta.
"Cazzo..." sussurrò Marco, la voce incrinata. "Ragazze... così mi uccidete."
Sara rise piano, poi avvolse le dita attorno all'asta e iniziò a muoverle lentamente, su e giù. Marco gemette, la testa che ricadeva all'indietro, le mani che stringevano i braccioli.
"Vuoi provare?" Sara tese la mano verso Giulia.
Giulia esitò. Poi, come spinta da una forza che non sapeva di avere, si avvicinò. Le sue dita tremarono quando toccarono la pelle calda, quando sentirono il peso di quel membro nel palmo della mano. Era duro come il marmo, ma la pelle era morbida, vellutata. E quando iniziò a muoversi, a seguire il ritmo che Sara aveva impostato, una scossa che le arrivò dritta tra le gambe.
"Continua tu," disse Sara, alzandosi. "Io ho un'altra idea."

Si spostò dietro Giulia e iniziò a massaggiarle le spalle, poi fece scivolare le mani lungo le braccia, fino ai fianchi. Giulia rabbrividì, ma non si fermò. Non poteva fermarsi. Era come se tutto ciò che aveva represso per settimane stesse finalmente trovando uno sfogo.
Sentì le labbra di Sara sul suo collo, calde e morbide, mentre le mani le risalivano lungo il busto per posarsi sui seni. Li strinse attraverso il tessuto della maglietta, e Giulia sentì i capezzoli indurirsi, quei capezzoli che Sara aveva definito "chiodi" la prima volta che l'aveva vista cambiarsi.
"Sei bellissima," sussurrò Sara al suo orecchio. "E lui ti vuole. Lo so che ti vuole."
Prima che Giulia potesse rispondere, Sara le sfilò la maglietta, poi il reggiseno. I suoi seni erano piccoli, ma i capezzoli erano turgidi, scuri, incredibilmente sensibili. Giulia sentì una vampata di calore salirle alle guance.

"Toglimi la benda," disse Marco, la voce roca. "Per favore."
Sara sorrise. Si alzò e slegò la cravatta dagli occhi di lui. Marco sbatté le palpebre nella luce morente del pomeriggio, e quando vide Giulia seminuda davanti a lui, i suoi occhi si spalancarono.
"Porca puttana..."
Sara si avvicinò a Giulia e proseguì a spogliarla completamente, facendo scivolare via la gonna, poi le mutandine che erano già umide. Quando fu nuda, la fece girare, mostrando a Marco la curva del suo fondoschiena, poi la fece chinare in avanti, allargandole le natiche con le dita.
"Guarda quanto è bagnata," disse Sara, e Giulia sentì il suo sesso pulsare. "È un lago, qui."
Marco tirò i legacci, tendendo i muscoli delle braccia. "Lasciatemi andare. Voglio toccarla."
"No." Sara infilò un dito dentro Giulia, che si morse il labbro per non urlare. Era bagnatissima, aperta, e quando Sara iniziò a muovere il dito, il piacere la travolse come un'onda. "Prima divertiamoci un po'."
Fece sdraiare Giulia sul tappeto, proprio davanti alla sedia di Marco, e le aprì le gambe. Poi, con movimenti lenti e deliberati, iniziò a leccarla, partendo dall'apertura per risalire fino al clitoride turgido.
Giulia inarcò la schiena, le mani che stringevano il tappeto. Non aveva mai provato nulla del genere. La lingua di Sara era esperta, sapiente, e trovava punti che lei stessa non sapeva di avere. E intanto Marco guardava, i suoi occhi azzurri incollati a loro, il membro che pulsava nell'aria.
"Ti prego..." sussurrò Giulia, e non sapeva se stesse chiedendo a Sara di fermarsi o di continuare.
Sara si alzò e si spogliò a sua volta, rivelando il suo corpo snello, il seno pieno, i fianchi rotondi. Poi si mise a cavalcioni su Marco, guidando il suo membro verso l'apertura.
"Ora scopiamo," disse semplicemente, e si abbassò su di lui.
Marco gemette quando la sentì accoglierlo, calda e bagnata. Sara iniziò a muoversi, cavalcandolo con un ritmo costante, mentre le sue mani gli stringevano le spalle. Giulia rimase a guardare, il corpo che bruciava di desiderio, finché Sara non la chiamò.
Sara si fermò e si alzò, lasciando che il membro di Marco scivolasse fuori da lei. Era gonfio, rosso, incredibilmente duro.
"Vuoi provare anche tu?" chiese a Giulia, tendendole una mano.
Giulia la prese. Si sentiva leggera, priva di peso, come se tutto fosse permesso. Si mise a cavalcioni su Marco, sentendo la punta del suo membro premere contro l'apertura. Era grande, forse troppo grande, ma si abbassò lentamente, lasciando che la riempisse completamente.
"Oh Dio..." disse Marco. "Sei strettissima..."
Giulia iniziò a cavalcarlo, trovando un ritmo che le piaceva. Era una sensazione diversa da qualsiasi altra: sentirlo così in profondità, sentirlo pulsare dentro di lei. E quando Sara si avvicinò e iniziò a masturbarle il clitoride, capì che non avrebbe resistito a lungo.
Venne e mentre il suo corpo si contraeva attorno a quello di Marco, lo sentì irrigidirsi.
"Sto per venire..." la voce di Marco era un ringhio.

Sara si affrettò a far spostare Giulia e si mise di nuovo a cavalcioni su Marco, cavalcandolo con furia. Lui venne con un grido roco, riempiendola con getti caldi che traboccarono, colando lungo le sue cosce.
Rimasero tutti e tre sul tappeto, il respiro affannoso. La stanza era immersa nella penombra, e l'aria profumava di sesso.

Giulia guardò il soffitto, sentendo il battito del cuore che rallentava. C'era solo il piacere che ancora le vibrava nelle vene, la consapevolezza di aver attraversato un confine da cui non si poteva tornare indietro.
Sara si avvicinò a lei e la baciò sulla tempia. "È stato bellissimo," sussurrò.
Marco, ancora legato alla sedia, rise piano. "Adesso mi slegate? O avete intenzione di tenermi qui tutta la notte?"

Giulia si voltò verso di lui, incontrando i suoi occhi azzurri nella penombra.
Sorrise, un sorriso che le proveniva dal profondo. Si alzò lentamente, ignorando il tremore nelle gambe, e si avvicinò alla sedia. Le sue dita scorrevano sui nodi con calma, liberando prima le caviglie, poi i polsi.
Marco non si affrettò a coprirsi, né a cercare i vestiti. Rimase lì, nudo e disinvolto, a guardarla con quell'espressione che le faceva sempre venire voglia di scappare e restare allo stesso tempo.
"Dovremmo farlo più spesso," disse lui, con quella sua voce che sembrava fatta per dire cose proibite.
"Potremmo," concesse Sara, raccogliendo i vestiti di Giulia e porgendoglieli.
Giulia li prese e rimase in piedi, nuda, a guardare i suoi due amici.
Si vestì in silenzio, i movimenti meccanici, mentre la mente correva a quello che sarebbe venuto dopo.
Le cose sarebbero cambiate. Era inevitabile.
Sara la prese sottobraccio mentre uscivano dal salone. "Restate a cena?" chiese. "Ho del vino in frigo."
Marco si fermò sulla porta, guardando prima lei, poi Giulia.
C'era qualcosa nel suo sguardo che non c'era prima, un'attenzione diversa. Poi sorrise, quel sorriso aperto e solare che le faceva ancora mancare il fiato.
"Perché no," disse.

Quella sera, a cena, Giulia rise alle battute di Marco come se nulla fosse successo. Bevve il vino che Sara versava con generosità. Raccontò storie, ascoltò quelle degli altri, si sentì leggera come non lo era stata da settimane.
Ma quando il suo sguardo incrociò quello di Marco, capì che non c'era modo di tornare indietro.
Qualsiasi cosa fosse successa dopo, qualunque scelta avessero fatto, qualcosa era cambiato per sempre.
E forse, si disse mentre Sara la baciava sulla guancia augurandole la buonanotte, era esattamente quello di cui aveva bisogno.

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scritto il
2026-02-17
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