La festa dell'ufficio di fine anno. Il risveglio del soldato.
di
CattiveIdee
genere
comici
La festa di fine anno dell’ufficio era una di quelle cose che fai per inerzia.
Un rito aziendale, come le riunioni inutili o le email mandate “per conoscenza”.
Io, responsabile commerciale, lì dentro ci stavo da anni. Abbastanza da sapere che non sarebbe successo nulla di memorabile. Abbastanza da sapere che, il giorno dopo, nessuno avrebbe ricordato nulla di rilevante.
Come tutte le altre.
Arrivai presto.
Non fossi proprio in vena di festeggiare, a casa l’aria era diventata complicata. Non litigiosa. Peggio: silenziosa.
Negli ultimi mesi combattevo una guerra tutta mia. Una di quelle che non racconti agli amici, figuriamoci ai colleghi. La chiamavo “stress”, “monotonia”, “età che avanza”. Parole comode, di gomma.
La verità era più scomoda.
Dopo svariati mesi non potevo più nascondermi dietro ad un dito.
Inpotenza.
Mia moglie era quasi quasi contenta che mi stessi dando una calmata.
«Ci rilassiamo» sdrammatizzava.
Col passare dei mesi cominciava ad essere troppo, troppo poco, anche per lei.
Io avevo la voglia. La testa c’era. La volontà pure.
Qualche tiepido orgasmo per lei quando va bene, poi crolla tutto e per me sono bocconi di frustrazione da deglutire.
Mia moglie è sempre stat molto contenta della nostra vita sessuale.
Spesso si lamentava, anche apertamente con le amiche, delle mie prestazioni intense e frequenti. Nonché delle mie dimensioni.
Lo faceva con una leggerezza studiata.
Alle cene tra una portata e l’altra lasciava scivolare frasi che sembravano battute, ma avevano sempre un seguito negli sguardi delle altre.
«A volte devo dirgli di rallentare.»
«Mi chiedo se abbia un interruttore.»
«Diciamo che occupa… spazio.»
«Conviviamo in tre. Io, lui ed Eugenio»
Le amiche ridevano, qualcuna alzava gli occhi al cielo, qualcun’altra chiedeva “in che senso?” fingendo innocenza.
Lei sorrideva, beveva un sorso e non aggiungeva altro.
Era quel silenzio a fare il lavoro sporco: suggeriva resistenza, abbondanza, una presenza che occupava spazio anche quando non era nominata.
Ora che mia moglie era a bocca asciutta da qualche mese le battute erano cambiate:
«Anche "semi" sei un bel giocattolo.»
«Guarda che da floscio, sei probabilmente meglio dei mariti delle mie amiche… per sentito dire.»
«Beh, almeno il modello è sempre elegante, anche se la batteria si scarica.»
Ogni battuta era come un colpo di avvertimento: ironico, pungente, senza maligna, anzi, ma comunque un colpo.
Ci amiamo, ma vedevo in queste piccole crepe la possibilità per una voragine spaventosa.
Aggiungendo altre preoccupazioni alla lista, un circolo vizioso.
Così ero lì, bicchiere in mano, a sorseggiare spritz come se potesse sciogliere anche quello che non si dice. Un bicchiere per l’azienda. Uno per la casa. Uno per me.
Non molto altro da fare.
Parlavo con un gruppetto di colleghi, annuivo, facevo il mio.
E, senza un motivo preciso, lo sentii.
Un segnale. Debole all’inizio.
Poi più deciso.
Come un soldato che, dopo mesi di inattività, riceve improvvisamente l’ordine di rientrare in servizio.
Rimasi interdetto.
Mi fermai a metà frase.
Non ero in condizioni di preoccuparmene al momento, ma col senno di poi sicuramente si notò qualcosa di strano.
Ero evidente.
Serena, al tavolo del buffet, inclinò leggermente la testa. Giulia, di fianco, smise di sorridere per un istante.
Occhi che scendevano, risalivano. Valutavano.
Gli stessi sguardi delle amiche di mia moglie quando capivano che dietro una battuta c’era una storia intera.
Non dicevano nulla.
Ma avevano capito.
Non avevo fatto nulla di particolare.
Certo stavo fissando distrattamente i movimenti di un fondoschiena abbastanza sodo.
Cose che si fanno, un automatismo imparato da giovane, di certo non abbastanza da giustificare quella risposta così convinta.
Non in questo periodo.
Periodo lungo.
Celebravo internamente.
Ma fermo.
Non era il contesto giusto.
Non era il momento.
E soprattutto non era il tipo di entusiasmo che vuoi condividere con l’ufficio.
Presi una cartelletta. Non ricordo nemmeno cosa contenesse. La usai come scudo a difesa della dignità, era una barriera fragile, ma necessaria.
Pizzicai un collega poco distante spiare dieto il mio scudo, si irrigidì a sua volta.
Aveva visto, poi all'altezza del suo pube, uguale reazione, diversa potenza.
Ma la sagoma parlava chiaro.
Se ne accorsero anche le due vedette, Giulia e Serena.
Curiose fino all’ossessione.
Osservavano ogni minimo movimento, come chi cerca di leggere un segreto proibito.
Il collega, portò goffamente le mani sul davanti come un bambino in punizione.
Con occhi che scintillavano di una malizia silenziosa, la loro attenzione perfida ora era tutta per lui.
Mi spostai verso il margine della sala.
Alcuni sguardi mi seguirono.
Ero teso.
Nel senso buono.
Nel senso che non provavo da tempo.
La gioia superava l'imbarazzo.
Bagno.
Chiusi la porta, respirai.
Alzai la tavoletta come se fosse un gesto rituale.
Bottone, lampo.
E rimasi lì. A contemplare.
Parecchi secondi.
Non per vanità.
Per gloria.
Il soldato era lì. In piedi. Pulsante. Convinto.
Come se non avesse mai lasciato il posto.
Feci quello che andava fatto.
Non ci volle molto.
Arretrati accumulati si tradussero in un enorme potenza di fuoco ma decisamente scarsa precisione.
Ero svuotato e incredibilmente pieno di ritrovata speranza.
Il campo di battaglia era testimone di quell'eclatante successo.
Fiero.
Le testimonianze però erano ovunque.
Pulii frettolosamente con la carta.
Mi rimisi insieme alla meglio. Altra carta, acqua, un tentativo di decoro.
Uscii con un sorriso che non provavo da mesi.
Spritz.
Ci vuole uno spritz!
Il capo reparto tecnico, Carlo, mi parlava dei suoi problemi. Nessuna novità. Io annuivo. Facevo passare il tempo.
Il soldato, che non era andato fermamente a riposo, stava di nuovo rimettendosi sull'attenti.
Carlo continuava a parlare, ma evitava accuratamente di guardarmi sotto il petto.
Chiaro segno che aveva già guardato almeno una volta.
Voce incerta.
Un silenzio strano tra una frase e l’altra.
Come se avesse intuito una sproporzione.
Non solo di ruoli.
Io in tutto questo stavo pensando solo che questa fosse la luce in fondo al tunnel, pensavo a mia moglie, alla possibilità, finalmente concreta, di sorprenderla.
Le scrissi:
Mi divincolo presto. Aspettami per cena.
Graziella, HR, comparve all’improvviso all’orizzonte.
Il passo misurato, lo sguardo attento, come un ufficiale che controlla il fronte.
Guai in vista.
Non correva certo buon sangue tra no, nessuno ama HR diciamocelo, ma non ero nelle condizioni di affrontarla.
Annuii educatamente. Breve. Professionale.
Senza osare il minimo contatto visivo.
Dio solo sa quanto le sarebbe piaciuto avere le mie palle, come ferma carte sulla scrivania.
Venne distratta da altro, ero salvo.
Dovevo andarmene.
Pensavo a una cosa sola.
Alla cosa a cui pensavo sempre, certo.
Ma stavolta aveva un profumo diverso.
Di successo.
Aspettavo impaziente che Carlo si stufasse di parlare, aspettavo forse un altro miracolo.
Ero teso di nuovo e sentivo gli occhi addosso.
Infilai una mano in tasca.
Il soldato rispose presente.
Un gesto minuscolo.
Eppure bastò a cambiare l’aria intorno a me.
Occhi fissi, curiosi, affamati. Morbidi sospiri tra labbra socchiuse.
Frammenti di frasi mi giungevano a sprazzi, come echi:
“…non può essere…”
“…non guardare, non…”
“…competitivo…”
All'improvviso, uno agitatissimo collega giovane, uno nuovo, credo sia un account, attirò maldestramente l'attenzione.
Un sibilo incredulo si perse tra i bicchieri: “Ma… seriamente?”
Qualcuno mormorò: “È un disastro… ma che spettacolo.” Dalla voce credo Giulia.
Un sospiro trattenuto. Seguito da un “Oups…" carico di ironia.
In distanza qualcuno emise quel piccolo “Oh!”
Colsi la palla al balzo.
Uscii senza salutare nessuno.
La mia specialità.
In macchina mandai un vocale:
«Amore, la festa era la solita solfa. Nulla di che sto tornando a casa con un sorpresone.»
Il soldato stava ormai quasi logorando il tessuto dei pantaloni eleganti.
Lo liberai, se lo meritava.
Premetti sull’acceleratore.
Un rito aziendale, come le riunioni inutili o le email mandate “per conoscenza”.
Io, responsabile commerciale, lì dentro ci stavo da anni. Abbastanza da sapere che non sarebbe successo nulla di memorabile. Abbastanza da sapere che, il giorno dopo, nessuno avrebbe ricordato nulla di rilevante.
Come tutte le altre.
Arrivai presto.
Non fossi proprio in vena di festeggiare, a casa l’aria era diventata complicata. Non litigiosa. Peggio: silenziosa.
Negli ultimi mesi combattevo una guerra tutta mia. Una di quelle che non racconti agli amici, figuriamoci ai colleghi. La chiamavo “stress”, “monotonia”, “età che avanza”. Parole comode, di gomma.
La verità era più scomoda.
Dopo svariati mesi non potevo più nascondermi dietro ad un dito.
Inpotenza.
Mia moglie era quasi quasi contenta che mi stessi dando una calmata.
«Ci rilassiamo» sdrammatizzava.
Col passare dei mesi cominciava ad essere troppo, troppo poco, anche per lei.
Io avevo la voglia. La testa c’era. La volontà pure.
Qualche tiepido orgasmo per lei quando va bene, poi crolla tutto e per me sono bocconi di frustrazione da deglutire.
Mia moglie è sempre stat molto contenta della nostra vita sessuale.
Spesso si lamentava, anche apertamente con le amiche, delle mie prestazioni intense e frequenti. Nonché delle mie dimensioni.
Lo faceva con una leggerezza studiata.
Alle cene tra una portata e l’altra lasciava scivolare frasi che sembravano battute, ma avevano sempre un seguito negli sguardi delle altre.
«A volte devo dirgli di rallentare.»
«Mi chiedo se abbia un interruttore.»
«Diciamo che occupa… spazio.»
«Conviviamo in tre. Io, lui ed Eugenio»
Le amiche ridevano, qualcuna alzava gli occhi al cielo, qualcun’altra chiedeva “in che senso?” fingendo innocenza.
Lei sorrideva, beveva un sorso e non aggiungeva altro.
Era quel silenzio a fare il lavoro sporco: suggeriva resistenza, abbondanza, una presenza che occupava spazio anche quando non era nominata.
Ora che mia moglie era a bocca asciutta da qualche mese le battute erano cambiate:
«Anche "semi" sei un bel giocattolo.»
«Guarda che da floscio, sei probabilmente meglio dei mariti delle mie amiche… per sentito dire.»
«Beh, almeno il modello è sempre elegante, anche se la batteria si scarica.»
Ogni battuta era come un colpo di avvertimento: ironico, pungente, senza maligna, anzi, ma comunque un colpo.
Ci amiamo, ma vedevo in queste piccole crepe la possibilità per una voragine spaventosa.
Aggiungendo altre preoccupazioni alla lista, un circolo vizioso.
Così ero lì, bicchiere in mano, a sorseggiare spritz come se potesse sciogliere anche quello che non si dice. Un bicchiere per l’azienda. Uno per la casa. Uno per me.
Non molto altro da fare.
Parlavo con un gruppetto di colleghi, annuivo, facevo il mio.
E, senza un motivo preciso, lo sentii.
Un segnale. Debole all’inizio.
Poi più deciso.
Come un soldato che, dopo mesi di inattività, riceve improvvisamente l’ordine di rientrare in servizio.
Rimasi interdetto.
Mi fermai a metà frase.
Non ero in condizioni di preoccuparmene al momento, ma col senno di poi sicuramente si notò qualcosa di strano.
Ero evidente.
Serena, al tavolo del buffet, inclinò leggermente la testa. Giulia, di fianco, smise di sorridere per un istante.
Occhi che scendevano, risalivano. Valutavano.
Gli stessi sguardi delle amiche di mia moglie quando capivano che dietro una battuta c’era una storia intera.
Non dicevano nulla.
Ma avevano capito.
Non avevo fatto nulla di particolare.
Certo stavo fissando distrattamente i movimenti di un fondoschiena abbastanza sodo.
Cose che si fanno, un automatismo imparato da giovane, di certo non abbastanza da giustificare quella risposta così convinta.
Non in questo periodo.
Periodo lungo.
Celebravo internamente.
Ma fermo.
Non era il contesto giusto.
Non era il momento.
E soprattutto non era il tipo di entusiasmo che vuoi condividere con l’ufficio.
Presi una cartelletta. Non ricordo nemmeno cosa contenesse. La usai come scudo a difesa della dignità, era una barriera fragile, ma necessaria.
Pizzicai un collega poco distante spiare dieto il mio scudo, si irrigidì a sua volta.
Aveva visto, poi all'altezza del suo pube, uguale reazione, diversa potenza.
Ma la sagoma parlava chiaro.
Se ne accorsero anche le due vedette, Giulia e Serena.
Curiose fino all’ossessione.
Osservavano ogni minimo movimento, come chi cerca di leggere un segreto proibito.
Il collega, portò goffamente le mani sul davanti come un bambino in punizione.
Con occhi che scintillavano di una malizia silenziosa, la loro attenzione perfida ora era tutta per lui.
Mi spostai verso il margine della sala.
Alcuni sguardi mi seguirono.
Ero teso.
Nel senso buono.
Nel senso che non provavo da tempo.
La gioia superava l'imbarazzo.
Bagno.
Chiusi la porta, respirai.
Alzai la tavoletta come se fosse un gesto rituale.
Bottone, lampo.
E rimasi lì. A contemplare.
Parecchi secondi.
Non per vanità.
Per gloria.
Il soldato era lì. In piedi. Pulsante. Convinto.
Come se non avesse mai lasciato il posto.
Feci quello che andava fatto.
Non ci volle molto.
Arretrati accumulati si tradussero in un enorme potenza di fuoco ma decisamente scarsa precisione.
Ero svuotato e incredibilmente pieno di ritrovata speranza.
Il campo di battaglia era testimone di quell'eclatante successo.
Fiero.
Le testimonianze però erano ovunque.
Pulii frettolosamente con la carta.
Mi rimisi insieme alla meglio. Altra carta, acqua, un tentativo di decoro.
Uscii con un sorriso che non provavo da mesi.
Spritz.
Ci vuole uno spritz!
Il capo reparto tecnico, Carlo, mi parlava dei suoi problemi. Nessuna novità. Io annuivo. Facevo passare il tempo.
Il soldato, che non era andato fermamente a riposo, stava di nuovo rimettendosi sull'attenti.
Carlo continuava a parlare, ma evitava accuratamente di guardarmi sotto il petto.
Chiaro segno che aveva già guardato almeno una volta.
Voce incerta.
Un silenzio strano tra una frase e l’altra.
Come se avesse intuito una sproporzione.
Non solo di ruoli.
Io in tutto questo stavo pensando solo che questa fosse la luce in fondo al tunnel, pensavo a mia moglie, alla possibilità, finalmente concreta, di sorprenderla.
Le scrissi:
Mi divincolo presto. Aspettami per cena.
Graziella, HR, comparve all’improvviso all’orizzonte.
Il passo misurato, lo sguardo attento, come un ufficiale che controlla il fronte.
Guai in vista.
Non correva certo buon sangue tra no, nessuno ama HR diciamocelo, ma non ero nelle condizioni di affrontarla.
Annuii educatamente. Breve. Professionale.
Senza osare il minimo contatto visivo.
Dio solo sa quanto le sarebbe piaciuto avere le mie palle, come ferma carte sulla scrivania.
Venne distratta da altro, ero salvo.
Dovevo andarmene.
Pensavo a una cosa sola.
Alla cosa a cui pensavo sempre, certo.
Ma stavolta aveva un profumo diverso.
Di successo.
Aspettavo impaziente che Carlo si stufasse di parlare, aspettavo forse un altro miracolo.
Ero teso di nuovo e sentivo gli occhi addosso.
Infilai una mano in tasca.
Il soldato rispose presente.
Un gesto minuscolo.
Eppure bastò a cambiare l’aria intorno a me.
Occhi fissi, curiosi, affamati. Morbidi sospiri tra labbra socchiuse.
Frammenti di frasi mi giungevano a sprazzi, come echi:
“…non può essere…”
“…non guardare, non…”
“…competitivo…”
All'improvviso, uno agitatissimo collega giovane, uno nuovo, credo sia un account, attirò maldestramente l'attenzione.
Un sibilo incredulo si perse tra i bicchieri: “Ma… seriamente?”
Qualcuno mormorò: “È un disastro… ma che spettacolo.” Dalla voce credo Giulia.
Un sospiro trattenuto. Seguito da un “Oups…" carico di ironia.
In distanza qualcuno emise quel piccolo “Oh!”
Colsi la palla al balzo.
Uscii senza salutare nessuno.
La mia specialità.
In macchina mandai un vocale:
«Amore, la festa era la solita solfa. Nulla di che sto tornando a casa con un sorpresone.»
Il soldato stava ormai quasi logorando il tessuto dei pantaloni eleganti.
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