La festa dell’ufficio di fine anno. Novizio.
di
CattiveIdee
genere
dominazione
La mia prima festa di fine anno nella nuova azienda. Non vedevo l'ora: volevo fare bella figura, impressionare le colleghe giovani, sembrare simpatico e brillante.
Non sono mai stato bellissimo, quindi dovevo puntare tutto sul carisma, sul sorriso, sul mio modo di parlare.
I bicchieri di spritz, gratuiti e abbondanti, erano una benedizione. Ogni sorso era una spruzzata di lubrificante sociale.
Provai qualche approccio timido con le colleghe giovani.
Mentre mi avvicino loro si stanno già mandando segnali di intesa, sento un «...tenda ad ore due.» poi altre frasi bisbigliate che non riesco a cogliere e qualche sorriso.
Mi sembra un buon inizio, faccio il brillante.
Mi liquidarono con un sorriso freddo. L’orgoglio ne risente.
Mi accorsi di avere un inspiegabile erezione, mi sentivo umiliato, ma il mio corpo reagiva invece come se avessi fatto una conquista.
Altro spritz.
Il cuore mi batteva forte, le gambe leggermente molli, e inspiegabilmente segni di un'eccitazione che non sapevo come contenere.
Vago per la sala cercando di non dare nell'occhio, probabilmente più rigido del dovuto.
Cerco di compensare facendo e ridendo a battute non degne di questo nome.
Accenno anche qualche passo di danza ma mi ricredo quasi immediatamente.
Più spritz prendevo, più la mia eccitazione cresceva. Al tavolo del buffet, Serena e Giulia mi osservavano con attenzione, soppesando ogni mio gesto. Gli sguardi erano penetranti, come se potessero leggere ogni mio pensiero, ogni reazione involontaria. Non potevo distogliere gli occhi senza sentirmi scoperto.
Era meglio lasciar perdere quel frangente.
Decido di avvicinarmi a un gruppo di donne più mature, probabilmente sposate.
Mi accolsero sorridenti e curiose.
Il buco nell’acqua con le giovani era evidente, e non si fecero scrupoli a segnalarlo con una serie di battutine apparentemente innocue.
«Quindi niente colpo di fulmine?»
«Fortunatamente non sembri affatto abbattuto.»
Ridevano tra loro, guardandomi come si guarda un esperimento riuscito a metà.
«Dai, parlaci un po’ di te», disse una di loro, con quel tono che non capivo se fosse interesse o puro divertimento.
Mi presentai goffamente, parlai del nuovo lavoro, del trasferimento, di quanto fossi contento di essere lì.
Annuivano tutte.
«Vediamo che sei molto contento»
Fu allora che Cornelia si introdusse. Era la più sicura di sé, postura dritta, sorriso calibrato. Non alzava mai la voce, e proprio per questo ogni parola pesava il doppio.
«È un piacere avere un novizio in azienda»
Quando Cornelia si presentò, alcune colleghe si scambiarono uno sguardo rapido.
«Attento», disse una, ridendo, «qui la chiamano La De Mon.»
«Cornelia De Mon», aggiunse un’altra quasi un coro.
Lei non smentì. Si limitò a sorridere appena e aggiunse «invidiose, so tenere i cagnolini al guinzaglio.»
Io cercavo di ridere alle loro battute velenose, ma ogni volta che mi rilassavo mentalmente il mio corpo mi tradiva, rendendo tutto più difficile da mascherare.
Ad un certo punto a Cornelia cadde un fazzoletto dalle mani, mi chinai per raccoglierlo, cercando di essere galantuomo, ma accadde l’inevitabile: un tremito incontrollabile, un incidente che non potevo più contenere.
Le signore, ironiche e sadiche, si assicurarono immediatamente che stessi bene, ma i loro sguardi e i sussurri mi pungevano come lame.
Frammenti di frasi giungevano alle mie orecchie:
«Oh, non sarà mica...?»
«Oops»
«...e non smette più»
«Non capita spesso di vedere reazioni così… sincere.»
«Ti serve un minuto di raccoglimento?»
Le voci si intrecciavano in un coro ironico, beffardo, e io sentivo la vergogna farsi sempre più grande.
Cornelia raggiunse la mia mano e riprese il fazzoletto. «Grazie», disse, con una lentezza studiata.
Bagno.
Disastro.
Mutande completamente zuppe.
Mi spogliai per ripulirmi.
Il mio pisello in tutto questo era ancora bello rigido, e nonostante l'enorme esplosione pubblica le mie palle si facevano ancora sentire pesanti.
Colsi l'occasione per masturbarmi, qualche colpetto ed ero già in dirittura d'arrivo, impreparato, mi svuotai nuovamente nelle mutante.
Non mi fermai, ancora qualche altro secondo di stimolazione e venni ancora, per una terza volta nelle ormai fradice mutante.
Con la bandiera a mezz'asta, ripresi lucidità, ma non mi trovavo in una situazione rosea.
Capì che non c’era modo di rimediare. Le lasciai lì, piegate male, come un oggetto di cui liberarsi in fretta. Non provai sollievo, solo la sensazione di aver oltrepassato un punto da cui non si torna indietro.
Come fare ora... senza?
Poi il colpo di genio.
Uso uno dei profilattici che ho con me per le occasioni speciali, questa sera non credo che li userò altrimenti.
Ne infilo uno, creando una barriera di fortuna. Un gesto rapido, pratico, pensato solo per guadagnare tempo e rimettere insieme una parvenza di controllo.
Meglio fare due.
Intorno a me il bagno non era silenzioso: colpi di tosse, acqua che scorreva, rumori sommessi di altri uomini alle prese con la stessa necessità di ricomporsi. Non ero l’unico, e questo rendeva tutto ancora più amaro.
Uscii infine, con la coda tra le gambe — sperando davvero di non essere rimasto dentro troppo a lungo.
Mi metto in rotta tavolo buffet, ma vengo intercettato dal gruppo di colleghe mature.
«Ah, eccolo.»
«Risolto?»
«Serata intensa, eh.»
Le battute piovevano leggere, ma mirate. Nessuna abbastanza diretta da poter essere fuori posto, tutte sufficienti a ricordarmi che nulla era passato inosservato.
Cornelia fece un passo verso di me e con tono da consulente esterno, mi diede un consiglio professionale, disse:
«Tieni stretta la dignità»
Mi prese delicatamente l'avambraccio, guidandomi la mano all'imbocco della mia stessa tasca.
Capii, e automaticamente feci il resto.
Poi si ritrasse. Cenno di assenso. aveva fatto abbastanza.
«Brava Mon. E tu non temere, non sei certo l'unico stasera ad essere… teso.»
«Già, guarda quanti bei pacchi gonfi»
«Mal comune mezzo gaudio»
«Oddio, ne vedo un paio che stanno ostentando con grande gaudio» il commento fu accompagnato da una risata abbastanza sguaiata.
Cornelia prese le redini della conversazione e riportò le amiche ad un certo contegno.
«Ragazze, calme abbiamo pur sempre un ometto qui con noi»
Detto questo mi guardò dritto negli occhi, portando anche l'attenzione del gruppetto di nuovo su di me.
Io visibilmente in una scomoda posizione, ridevo nervosamente alle loro battute, risatine di circostanza.
La collega che era appena stata ripresa mi mise una mano sulla spalla e disse
«Scusa, era solo una battuta, niente di che... non prenderla sul personale»
Fu lì che qualcosa cedette.
Non fuori, ma dentro.
La consapevolezza di non avere più il controllo della situazione — né dell’immagine che stavo dando — mi colpì più di qualunque battuta.
Ero ferito nell'orgoglio, ma completa soggezione.
Un’ondata improvvisa mi attraversò, troppo rapida per essere anticipata, troppo intensa per essere fermata.
Cerco di stringere la dignità tra le dita, ma perdo la presa, vengo.
Non smetto di annuire al gruppetto con il solito sorriso da idiota che avevo da svariati minuti, nel mentre il mio pugno è spinto da 5 o 6 colpetti. Poi si ferma.
Restai immobile, di fronte a loro, dritto in piedi, aggrappandomi all’idea di aver preso almeno una precauzione, come se fosse una corazza invisibile.
Nessuno disse nulla.
Forse non notarono.
O forse scelsero deliberatamente di non farlo, che era quasi peggio.
Solievo.
Poi torna la pressione, devo tornare in bagno.
La fila del bagno era lunga.
Una delle due giovani che avevo prima maldestramente approcciato al tavolo del buffet mi passa di fianco, rallenta il passo e senza neanche fermarsi mi sussurra diabolicamente: «Se volevi farti notare... ci sei riuscito»
Vengo li, in fila per il bagno degli uomini, mentre la collega si sta allontanando e la coda avanza di un passo. Faccio passare qualche secondo, che i sussulti finiscano e faccio un passo avanti anche io.
Non è ancora arrivato il mio turno che Cornelia se ne esce di scena dicendo, abbastanza forte perché lo sentissi.
«Signori... qui ho visto abbastanza, a lunedì»
Io tornai a casa in autobus, non c'era anima viva in giro, meglio così.
Casas.
Il pensiero di Cornelia, dei suoi occhi, dei commenti ironici delle colleghe, della mia esplosione di eccitazione.
Mi ammazzai letteralmente di seghe.
Ero asciutto.
La mattina, dopo poche ore di sonno. mi svegliai, sempre teso, mi diressi in cucina e preparai un caffè, tutto in piena erezione, attento a non scottarlo.
Bevo il caffè come fosse uno shot di tequila.
Mi masturbo un paio di volte e con mio immenso piacere vedo il mio pene che comincia ad afflosciarsi.
Così come sono, appoggio la testa sul cuscino e con un gran sospiro di sollievo mi rimetto a dormire.
Non sono mai stato bellissimo, quindi dovevo puntare tutto sul carisma, sul sorriso, sul mio modo di parlare.
I bicchieri di spritz, gratuiti e abbondanti, erano una benedizione. Ogni sorso era una spruzzata di lubrificante sociale.
Provai qualche approccio timido con le colleghe giovani.
Mentre mi avvicino loro si stanno già mandando segnali di intesa, sento un «...tenda ad ore due.» poi altre frasi bisbigliate che non riesco a cogliere e qualche sorriso.
Mi sembra un buon inizio, faccio il brillante.
Mi liquidarono con un sorriso freddo. L’orgoglio ne risente.
Mi accorsi di avere un inspiegabile erezione, mi sentivo umiliato, ma il mio corpo reagiva invece come se avessi fatto una conquista.
Altro spritz.
Il cuore mi batteva forte, le gambe leggermente molli, e inspiegabilmente segni di un'eccitazione che non sapevo come contenere.
Vago per la sala cercando di non dare nell'occhio, probabilmente più rigido del dovuto.
Cerco di compensare facendo e ridendo a battute non degne di questo nome.
Accenno anche qualche passo di danza ma mi ricredo quasi immediatamente.
Più spritz prendevo, più la mia eccitazione cresceva. Al tavolo del buffet, Serena e Giulia mi osservavano con attenzione, soppesando ogni mio gesto. Gli sguardi erano penetranti, come se potessero leggere ogni mio pensiero, ogni reazione involontaria. Non potevo distogliere gli occhi senza sentirmi scoperto.
Era meglio lasciar perdere quel frangente.
Decido di avvicinarmi a un gruppo di donne più mature, probabilmente sposate.
Mi accolsero sorridenti e curiose.
Il buco nell’acqua con le giovani era evidente, e non si fecero scrupoli a segnalarlo con una serie di battutine apparentemente innocue.
«Quindi niente colpo di fulmine?»
«Fortunatamente non sembri affatto abbattuto.»
Ridevano tra loro, guardandomi come si guarda un esperimento riuscito a metà.
«Dai, parlaci un po’ di te», disse una di loro, con quel tono che non capivo se fosse interesse o puro divertimento.
Mi presentai goffamente, parlai del nuovo lavoro, del trasferimento, di quanto fossi contento di essere lì.
Annuivano tutte.
«Vediamo che sei molto contento»
Fu allora che Cornelia si introdusse. Era la più sicura di sé, postura dritta, sorriso calibrato. Non alzava mai la voce, e proprio per questo ogni parola pesava il doppio.
«È un piacere avere un novizio in azienda»
Quando Cornelia si presentò, alcune colleghe si scambiarono uno sguardo rapido.
«Attento», disse una, ridendo, «qui la chiamano La De Mon.»
«Cornelia De Mon», aggiunse un’altra quasi un coro.
Lei non smentì. Si limitò a sorridere appena e aggiunse «invidiose, so tenere i cagnolini al guinzaglio.»
Io cercavo di ridere alle loro battute velenose, ma ogni volta che mi rilassavo mentalmente il mio corpo mi tradiva, rendendo tutto più difficile da mascherare.
Ad un certo punto a Cornelia cadde un fazzoletto dalle mani, mi chinai per raccoglierlo, cercando di essere galantuomo, ma accadde l’inevitabile: un tremito incontrollabile, un incidente che non potevo più contenere.
Le signore, ironiche e sadiche, si assicurarono immediatamente che stessi bene, ma i loro sguardi e i sussurri mi pungevano come lame.
Frammenti di frasi giungevano alle mie orecchie:
«Oh, non sarà mica...?»
«Oops»
«...e non smette più»
«Non capita spesso di vedere reazioni così… sincere.»
«Ti serve un minuto di raccoglimento?»
Le voci si intrecciavano in un coro ironico, beffardo, e io sentivo la vergogna farsi sempre più grande.
Cornelia raggiunse la mia mano e riprese il fazzoletto. «Grazie», disse, con una lentezza studiata.
Bagno.
Disastro.
Mutande completamente zuppe.
Mi spogliai per ripulirmi.
Il mio pisello in tutto questo era ancora bello rigido, e nonostante l'enorme esplosione pubblica le mie palle si facevano ancora sentire pesanti.
Colsi l'occasione per masturbarmi, qualche colpetto ed ero già in dirittura d'arrivo, impreparato, mi svuotai nuovamente nelle mutante.
Non mi fermai, ancora qualche altro secondo di stimolazione e venni ancora, per una terza volta nelle ormai fradice mutante.
Con la bandiera a mezz'asta, ripresi lucidità, ma non mi trovavo in una situazione rosea.
Capì che non c’era modo di rimediare. Le lasciai lì, piegate male, come un oggetto di cui liberarsi in fretta. Non provai sollievo, solo la sensazione di aver oltrepassato un punto da cui non si torna indietro.
Come fare ora... senza?
Poi il colpo di genio.
Uso uno dei profilattici che ho con me per le occasioni speciali, questa sera non credo che li userò altrimenti.
Ne infilo uno, creando una barriera di fortuna. Un gesto rapido, pratico, pensato solo per guadagnare tempo e rimettere insieme una parvenza di controllo.
Meglio fare due.
Intorno a me il bagno non era silenzioso: colpi di tosse, acqua che scorreva, rumori sommessi di altri uomini alle prese con la stessa necessità di ricomporsi. Non ero l’unico, e questo rendeva tutto ancora più amaro.
Uscii infine, con la coda tra le gambe — sperando davvero di non essere rimasto dentro troppo a lungo.
Mi metto in rotta tavolo buffet, ma vengo intercettato dal gruppo di colleghe mature.
«Ah, eccolo.»
«Risolto?»
«Serata intensa, eh.»
Le battute piovevano leggere, ma mirate. Nessuna abbastanza diretta da poter essere fuori posto, tutte sufficienti a ricordarmi che nulla era passato inosservato.
Cornelia fece un passo verso di me e con tono da consulente esterno, mi diede un consiglio professionale, disse:
«Tieni stretta la dignità»
Mi prese delicatamente l'avambraccio, guidandomi la mano all'imbocco della mia stessa tasca.
Capii, e automaticamente feci il resto.
Poi si ritrasse. Cenno di assenso. aveva fatto abbastanza.
«Brava Mon. E tu non temere, non sei certo l'unico stasera ad essere… teso.»
«Già, guarda quanti bei pacchi gonfi»
«Mal comune mezzo gaudio»
«Oddio, ne vedo un paio che stanno ostentando con grande gaudio» il commento fu accompagnato da una risata abbastanza sguaiata.
Cornelia prese le redini della conversazione e riportò le amiche ad un certo contegno.
«Ragazze, calme abbiamo pur sempre un ometto qui con noi»
Detto questo mi guardò dritto negli occhi, portando anche l'attenzione del gruppetto di nuovo su di me.
Io visibilmente in una scomoda posizione, ridevo nervosamente alle loro battute, risatine di circostanza.
La collega che era appena stata ripresa mi mise una mano sulla spalla e disse
«Scusa, era solo una battuta, niente di che... non prenderla sul personale»
Fu lì che qualcosa cedette.
Non fuori, ma dentro.
La consapevolezza di non avere più il controllo della situazione — né dell’immagine che stavo dando — mi colpì più di qualunque battuta.
Ero ferito nell'orgoglio, ma completa soggezione.
Un’ondata improvvisa mi attraversò, troppo rapida per essere anticipata, troppo intensa per essere fermata.
Cerco di stringere la dignità tra le dita, ma perdo la presa, vengo.
Non smetto di annuire al gruppetto con il solito sorriso da idiota che avevo da svariati minuti, nel mentre il mio pugno è spinto da 5 o 6 colpetti. Poi si ferma.
Restai immobile, di fronte a loro, dritto in piedi, aggrappandomi all’idea di aver preso almeno una precauzione, come se fosse una corazza invisibile.
Nessuno disse nulla.
Forse non notarono.
O forse scelsero deliberatamente di non farlo, che era quasi peggio.
Solievo.
Poi torna la pressione, devo tornare in bagno.
La fila del bagno era lunga.
Una delle due giovani che avevo prima maldestramente approcciato al tavolo del buffet mi passa di fianco, rallenta il passo e senza neanche fermarsi mi sussurra diabolicamente: «Se volevi farti notare... ci sei riuscito»
Vengo li, in fila per il bagno degli uomini, mentre la collega si sta allontanando e la coda avanza di un passo. Faccio passare qualche secondo, che i sussulti finiscano e faccio un passo avanti anche io.
Non è ancora arrivato il mio turno che Cornelia se ne esce di scena dicendo, abbastanza forte perché lo sentissi.
«Signori... qui ho visto abbastanza, a lunedì»
Io tornai a casa in autobus, non c'era anima viva in giro, meglio così.
Casas.
Il pensiero di Cornelia, dei suoi occhi, dei commenti ironici delle colleghe, della mia esplosione di eccitazione.
Mi ammazzai letteralmente di seghe.
Ero asciutto.
La mattina, dopo poche ore di sonno. mi svegliai, sempre teso, mi diressi in cucina e preparai un caffè, tutto in piena erezione, attento a non scottarlo.
Bevo il caffè come fosse uno shot di tequila.
Mi masturbo un paio di volte e con mio immenso piacere vedo il mio pene che comincia ad afflosciarsi.
Così come sono, appoggio la testa sul cuscino e con un gran sospiro di sollievo mi rimetto a dormire.
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