La festa dell'ufficio di fine anno. Rovescio della medaglia

di
genere
comici

La festa di fine anno era esattamente come me l’aspettavo.
Peggio.

Luci troppo calde, musica che impediva il silenzio ma non giustificava il ballo, colleghi vestiti leggermente meglio del solito come se bastasse quello a rendere l’anno meno mediocre. Io ero entrato con un piano semplice: un’ora, due spritz, qualche sorriso strategico e via.

Poi è arrivata quella sensazione.
All’inizio ero solo confuso, il pisello mi sussultava tra le gambe senza motivo apparente, un risveglio fuori luogo che ho attribuito all’alcol, al caldo, alla giacca troppo stretta. Un fastidio gestibile. Ho cambiato posizione. Ho tirato la giacca.

Ho pensato passa.
Bevo un altro bicchiere per distrarmi, cerco goffamente di ballare.
Non passa.

Anzi, rinchiuso nelle mutande sempre più strette ha cominciato a prendere decisioni autonome.

Mentre parlavo con una collega del reparto vendite — stava raccontando qualcosa su un cliente, credo — ho iniziato a perdere pezzi del discorso. Le parole arrivavano ovattate, scivolavano via, sovrastate da un’attenzione fisica ingombrante e da un impulso decisamente inopportuno: non far cadere lo sguardo dove non dovresti.

Fallimento, parziale.
Ho distolto gli occhi dalla sua scollatura appena troppo tardi, con una goffaggine da principiante. Lei ha sorriso. Non in modo gentile. In modo consapevole.

Ed è stato solo allora che ho iniziato a guardarmi intorno.
E come l'occhio cadde già con la collega ancora una volta cadde e cadde ancora sulle patte dei colleghi e ancora peggio erano i tentativi di nasconderle.
Giacche tese. Mani strategicamente occupate. Colleghi che di solito invadevano lo spazio vitale ora mantenevano distanze prudenti. E, con una rapidissima occhiata laterale, ho colto quello che nessuno voleva ammettere: alcuni se la stavano passando peggio di me. Altri sorprendentemente meglio.

Non volevo soffermarmi troppo con lo sguardo, alcuni erano mezzi salvati dai jeans, per altri, i più eleganti facevano molta fatica a coprire l’evidenza.
E la consapevolezza silenziosa che stavamo tutti facendo confronti che non avevamo mai chiesto di fare.

Quando mi accorsi che a scandagliare la stanza non ero il solo, ma che addirittura un paio di gruppetti di colleghe avevano gli occhi che guizzavano da un pantalone all'altro, ho deciso che era il momento di calmare i bollenti spiriti, bagno.
Ho interrotto la collega che stava ancora discutendo di un argomento che non ero più in grado di seguire e mi sono diretto verso i bagni.
Ho trovato una coda. "proprio adesso" ho imprecato tra me e me.
Mi accorsi quasi subito in quella fila avevamo tutti uno scopo comune.

Tocca a me.
Entro rapido, con un lavoro da pompiere, dignitoso, quasi professionale. Una gestione del danno.
Mi sono risistemato senza neanche aspettare che l'erezione calasse e me ne sono andato senza far troppo caso agli altri in coda.

Quando sono rientrato in sala, mi sentivo relativamente in controllo di me.
Relativamente.

È stato allora che una collega — la stessa del reparto vendite — mi si è avvicinata di nuovo.
«Dove eravamo rimasti?»
Io ovviamente non seppi che rispondere, l'unica cosa che il mio cervello aveva registrato prima del bagno era quella ruggente erezione arrivata dal nulla.

Ha inclinato la testa, gli occhi che brillavano di divertimento.
«Tutto bene?»
Pausa.
«Sembri… un po’ teso stasera.»

Ho farfugliato qualcosa. Clima. Alcol. Fine anno.

Lei ha fatto una smorfia che non seppi decifrare.
«Sarà», ha detto. «Ne riparliamo lunedì…»
Detto questo si voltò per andare a prendere da bere, bisbigliano «…sembra contagioso.»

Potrei giurare che mentre si allontanava stesse sculettando intenzionalmente, o forse era semplicemente l'effetto del vestito.
Se n’è andò, lasciandomi con la netta sensazione che con lei se ne stesse camminando via anche parte della mia dignità.

Sono rimasto per qualche secondo lì impalato. Nel vero senso della parola.
Di nuovo stretto nelle mutande, la situazione stava peggiorando rapidamente e ogni tentativo di distrazione sembrava completamente inutile.
Ormai da svariati interminabili minuti stavo tenendo una mano costantemente in una tasca per cercare di tenere la situazione in pugno.

Mai avrei pensato di trovarmi eccitato come un ragazzino a tenermelo in mano a pochi passi dalle mie colleghe che scrutavano ogni mio movimento. Ero allo stesso tempo in forte soggezione ma anche intrigato da quegli sguardi fugaci e invasivi.
Quando vidi Graziella, la responsabile del personale, aggirarsi tra i vari gruppetti di colleghi per le sue solite quattro chiacchiere d'ordinanza, realizzai che prima o poi sarebbe giunta da me.
Il mio pugno fece un sussulto.
Poi ne fece altri due pericolosamente ravvicinati.
Di questo passo sarei esploso di fronte a tutti.
Dovevo tornare al bagno.

Quando sono tornato verso il corridoio per la seconda volta, la fila era più lunga. Più silenziosa. Più carica di rassegnazione. Più lenta.

Il bagno raccontava una storia che non volevo leggere: tracce evidenti di passaggi precedenti, carta in quantità sospette, lavandini lasciati gocciolanti. Segni chiari che non ero solo in quella lotta.

La seconda seduta è stata lunga.
Molto lunga.

Seduto, immobile, a fissare una macchia sul muro come se fosse un punto di fuga mentale. Ogni rumore fuori sembrava un’accusa. Ogni minuto un test di pazienza. Quando finalmente sono uscito, sapevo che non sarei rimasto un secondo di più.

Ho preso il cappotto. Ho evitato sguardi. Ho ignorato risatine trattenute. In macchina, ho appoggiato la fronte al volante e ho respirato a fondo.

Il tragitto verso casa è stato una prova di autocontrollo. Ogni semaforo un esercizio di concentrazione. Ogni rallentamento un rischio. Non sarei sceso dall’auto finché la situazione non fosse tornata presentabile.
Era imperativo che mia moglie non notasse nulla di strano.

In realtà passai una lunga notte insonne voltandomi e rivoltandomi parecchie volte, la mente continuava a tornare alla festa e le erezioni tronavano ad ondate inesorabili.
Al mattino diedi la colpa della stanchezza alla sbornia e rimasi a letto fino al calmarsi delle acque.

Il lunedì in ufficio nessuno diceva nulla, e con che coraggio.

Quando qualche giorno più tardi qualcuno ha proposto un aperitivo, ho sentito un brivido attraversare la schiena.
Io ho abbassato gli occhi e ho detto che avevo già un impegno.

Da allora, quando passo davanti al bagno degli uomini, ho la sensazione che mi stia giudicando.
E forse ha ragione.
scritto il
2026-01-02
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