La festa dell'ufficio di fine anno
di
CattiveIdee
genere
comici
Alla festa di fine anno dell’agenzia di marketing, l’unica cosa davvero “creativa” era l’open bar.
Il resto erano colleghi che parlano e/o litigano di lavoro e la solita liturgia aziendale: sorrisi forzati, pacche sulle spalle e gente che diceva “ci sentiamo a gennaio”.
Il catering era mediocre, finger food tutti in piedi senza tavoli e DJ, cugino del capo creativo, questo molto probabilmente organizzato da Graziella (HR), "costringeva" a rendersi partecipi accennando perlomeno qualche timido passo di danza sperando che l'alcol faccia il resto.
Dietro al bancone del buffet, Giulia e Serena si guardavano a vicenda con aria complice. Entrambe giovani, brillanti, single e con una tolleranza ormai nulla per i colleghi maschi che passavano l’anno a fare battute imbarazzanti durante le riunioni.
«Ora vediamo se davvero funziona», sussurrò Serena.
Giulia annuì, stringendo in tasca una bustina di seta rossa, decorata con ideogrammi dorati, ormai semi vuota.
L’avevano comprata qualche giorno prima in un minuscolo negozio tradizionale cinese, incastrato tra una lavanderia e un ferramenta. Il proprietario, un uomo anzianissimo con sopracciglia leggendarie, aveva sorriso enigmatico dicendo con un forte accento:
«Antica ricetta. Drago, radice e luna. Usate con...rispetto»
Giulia aveva “con rispetto” versato più di mezza busta nel dispenser dello spritz; immancabile protagonista di qualsiasi evento aziendale negli ultimi 3 anni, uno degli oggetti più riveriti in azienda, secondo solo alla macchina del caffè.
La serata arrancava lenta come di consueto qualcuno sospirò, «Se anche stasera finisce con il solito networking imbarazzante, giuro che mi do alla contabilità», al che un alto collega aggiunse «potrebbe andare peggio, potrebbe finire a karaoke come l'altro anno»
Serena, con un sorriso quasi perfido, pensò tra se e se: «Tranquilli. Ho avuto io un’idea di guerrilla marketing sociale.»
Gli effetti non furono immediati, ma cominciavano a diventare inequivocabili, anche se non evidente, non subito.
I colleghi maschi iniziarono a comportarsi… diversamente.
Prima un irrigidimento generale. Poi una serie di micro-aggiustamenti: giacche tirate in avanti, posture innaturalmente dritte, passi misurati come se il pavimento fosse diventato improvvisamente instabile.
Un account manager rimase bloccato davanti a una collega, incapace di sostenere lo sguardo, arrossendo fino alle orecchie senza alcun motivo apparente.
Un altro, al tavolo del buffet, sorseggiava acqua frizzante come se stesse tentando di spegnere un incendio interiore.
Giulia inclinò la testa. «Eccoci.»
Serena sorrise piano. «Oddio, non posso credere che stia funzionando d'avvero.»
Gli uomini, nel frattempo, combattevano una battaglia persa contro i propri pantaloni. Giacche tirate in avanti. Portafogli spostati strategicamente. Mani infilate in tasca con una convinzione sospetta. Uno tentò persino di tenere il laptop davanti a sé, pur essendo a una festa.
Le due cominciarono a osservare. Con un pizzico di malizia ma soprattutto con grande precisione analitica.
«Quello con la camicia chiara.»
«Sì. Molto evidente, zero controllo.»
«Classico profilo da riunione: parla troppo, gestisce poco.»
«Altra tenda ad ore due.»
«Brava, questo non era facile da scovare, o è molto bravo a nasconde o la natura è stata severa.»
«Forse è ancora al primo giro di spritz.»
Un altro passò rigido come un manichino.
«Tecnica del palo.»
«Inefficace. Il tessuto non collabora.»
Davanti a loro passò il responsabile commerciale, rigido come una statua, con una cartellina tenuta esattamente dove non serviva.
Giulia fece finta di osservare le tartine.
«Interessante scelta di accessorio. Non sapevo che le cartelline fossero diventate… protettive.»
«È la nuova linea», rispose Serena. «Autodifesa business.»
Un altro collega tentò una manovra di dissimulazione incrociando le gambe con una decisione eroica. Fallì.
Serena lo seguì con lo sguardo. «Oh, no. Così peggiora.»
Giulia annuì. «È come quando provi a sistemare una cravatta davanti allo specchio e la rendi solo più storta.»
Gli uomini evitavano accuratamente di guardarsi sotto la cintura, ma si confrontavano lo stesso. Occhiate laterali. Valutazioni rapide. Espressioni che oscillavano tra il panico e la rassegnazione.
«Hai notato?» sussurrò Serena. «Stanno facendo paragoni.»
«Certo che sì», rispose Giulia. «È una gara che nessuno voleva, ma alla quale partecipano tutti.»
«E perdendo tutti.»
La realizzazione di essere la causa di tutto questo imbarazzo dava un gran senso di potere alle due, era come se avessero di fatto forzatamente messo a nudo i maschietti dell'azienda, una sensazione inebriante.
Uno dei più sicuri di sé provò a camminare con disinvoltura. Due passi. Stop. Cambio direzione. Mani in tasca.
Giulia sorrise storto. «Dieci punti per il tentativo. Zero per l’esecuzione.»
«È bello vedere come l’autostima possa evaporare così in fretta», aggiunse Serena.
La maggior parte dei colleghi aveva ormai optato per la posizione sicura "bicchiere da un lato e mano in tasca dall'altro". Che Serena annotò come «Noiosa ma efficace.»
Giulia ghignò. «Stanno cercando la dignità nella tasca dei pantaloni. Spoiler: non è lì.»
Le altre poche colleghe, l'azienda è formata per la maggior parte da uomini, non tardarono molto a capire che qualcosa nell'aria era cambiato.
Bisbigli bassi, quasi impercettibili:
«…li vedi anche tu?»
«Sì.»
«Tutti.»
«Non guardare, non guardare— ok, troppo tardi.»
«Tutti insieme?»
Una si coprì la bocca per soffocare una risata. Un’altra tirò l’amica per il braccio, indicando non troppo apertamente con gli occhi per mantenere un velo di discrezione.
I rigonfiamenti erano ormai impossibili da ignorare. Giacche usate come scudi, posture innaturali, bicchieri mantenuti ad altezza lombare.
«Hai notato?» sussurrò Serena. «Quelli che di solito spiegano la vita alle donne ora non riescono nemmeno a spiegare se stessi.»
«È il silenzio più educativo che abbia mai sentito», rispose Giulia.
«Chissà se nella loro testolina si stanno chiedendo cosa stia accadendo o sono semplicemente troppo impegnati a dissimulare»
La cosa andava avanti da parecchi minuti, interrotta solamente da qualche collega che sommessamente smorzava una risatina nel calice da vino senza che nessuno avesse fatto una battuta.
Ma ad un certo punto avvenne l'incidente, uno dei maschietti cedette.
Non fece nulla di clamoroso, fece qualcosa di peggio: attirò l’attenzione.
Un junior account, nervosissimo da un po’. Rideva a sproposito. Si sistemava la giacca di continuo peggiorando visibilmente la situazione. Si chinò per raccogliere un tovagliolo caduto, quando si rialzò il suo corpo lo tradì.
Non ci fu rumore.
Non ci fu scena.
Ci fu evidenza.
Lui immobile con lo sguardo fisso sul tovagliolo, non mosse un muscolo, qualche movimento impercettibile nelle mutande e un cambiamento improvviso nel tessuto dei pantaloni.
Tutto accadde in qualche secondo, troppo rapidamente per coprirsi immediatamente.
A cose fatte, fece un calcolato passo indietro per sfuggire agli occhi dei più attenti.
Giulia trattenne il respiro. «Oh.»
Serena socchiuse gli occhi. «No… sì.»
«Ha perso il controllo.»
«Completamente.»
Lui capì di essere stato notato nel momento peggiore.
Si immobilizzò.
Poi afferrò la giacca con entrambe le mani e la portò davanti a sé, rigida, innaturale.
Il rossore gli salì dal collo alle orecchie.
Dei pochi uomini che lo notarono nessun disse nulla.
Ma tutti distolsero lo sguardo nello stesso istante.
Serena non distolse gli occhi. «Direi che non è più in gara.»
Lui fece due passi.
Poi tre.
Scappò con passo felino, verso l’uscita, come se potesse cancellare il momento semplicemente cambiando stanza.
Ignara dell'accaduto, come peraltro la maggior parte dei colleghi in sala, di ritorno dal bagno delle donne arrivo con voce squillante «Ma… questa è la coda del bagno degli uomini?» Dalla bocca di una stagista incredula.
«Ah», disse Serena. «È iniziata la migrazione.»
Per la prima volta la fila per il bagno maschile era più lunga di quella del bagno femminile, un fatto storico.
Lunga. Silenziosa. Tesa.
Nel corridoio, i colleghi maschi evitavano il contatto visivo, fissavano il soffitto, controllavano compulsivamente il telefono.
Giulia ebbe di nuovo quel brivido di piacere a potere nel vedere i colleghi, molti dei quali sposati, in fila come di ragazzini impazienti.
Entravano speranzosi.
Uscivano ancora affannati, più stropicciati, più sconfitti.
Serena era abbastanza convinta di aver visto qualcuno rientrare in fila senza non molto dopo aver fatto il primo tentativo.
Il bagno delle donne restava vuoto. Inutilizzato. Quasi offensivo.
Serena ne usufruii, un po per sfregio e un pò per dare un altra "controllata" agli amati colleghi irrequieti.
Nessuno della fila maschile alzò gli occhi per incontrare quelli penetranti di Serena.
«Credo che l’anziano del negozio con "rispetto" intendesse moderazione», mormorò Giulia.
«Io qualche drago l'ho intravisto», aggiunse Serena, mentre la responsabile HR passava accanto alla fila con uno sguardo che prometteva email molto lunghe il giorno dopo.
La festa si sciolse in anticipo. Lo spritz era comunque quasi finito, prova del fatto che molti non avevano ancora unito i puntini.
Ma chiaro segno che i colleghi quella sera si sarebbero portati "il problema" a casa.
Il lunedì successivo, nessuno parlò mai apertamente dell’accaduto.
Più tardi durante la settimana una collega, forse innocentemente, propose un aperitivo, si avvertiva un certo irrigidimento ed un timido silenzio gelido calava sulla faccia dei colleghi.
Il che venne contrapposto ad un sorrisetto perfido della collega che fece la proposta, cancellando ogni dubbio della sua buona fede.
Giulia e Serena?
Normali. Professionali. Invisibili.
Certo, ogni volta che passavano davanti al bagno degli uomini, sorridevano appena.
Perché certe leggende, una volta risvegliate, non si dimenticano facilmente. 🐉
Il resto erano colleghi che parlano e/o litigano di lavoro e la solita liturgia aziendale: sorrisi forzati, pacche sulle spalle e gente che diceva “ci sentiamo a gennaio”.
Il catering era mediocre, finger food tutti in piedi senza tavoli e DJ, cugino del capo creativo, questo molto probabilmente organizzato da Graziella (HR), "costringeva" a rendersi partecipi accennando perlomeno qualche timido passo di danza sperando che l'alcol faccia il resto.
Dietro al bancone del buffet, Giulia e Serena si guardavano a vicenda con aria complice. Entrambe giovani, brillanti, single e con una tolleranza ormai nulla per i colleghi maschi che passavano l’anno a fare battute imbarazzanti durante le riunioni.
«Ora vediamo se davvero funziona», sussurrò Serena.
Giulia annuì, stringendo in tasca una bustina di seta rossa, decorata con ideogrammi dorati, ormai semi vuota.
L’avevano comprata qualche giorno prima in un minuscolo negozio tradizionale cinese, incastrato tra una lavanderia e un ferramenta. Il proprietario, un uomo anzianissimo con sopracciglia leggendarie, aveva sorriso enigmatico dicendo con un forte accento:
«Antica ricetta. Drago, radice e luna. Usate con...rispetto»
Giulia aveva “con rispetto” versato più di mezza busta nel dispenser dello spritz; immancabile protagonista di qualsiasi evento aziendale negli ultimi 3 anni, uno degli oggetti più riveriti in azienda, secondo solo alla macchina del caffè.
La serata arrancava lenta come di consueto qualcuno sospirò, «Se anche stasera finisce con il solito networking imbarazzante, giuro che mi do alla contabilità», al che un alto collega aggiunse «potrebbe andare peggio, potrebbe finire a karaoke come l'altro anno»
Serena, con un sorriso quasi perfido, pensò tra se e se: «Tranquilli. Ho avuto io un’idea di guerrilla marketing sociale.»
Gli effetti non furono immediati, ma cominciavano a diventare inequivocabili, anche se non evidente, non subito.
I colleghi maschi iniziarono a comportarsi… diversamente.
Prima un irrigidimento generale. Poi una serie di micro-aggiustamenti: giacche tirate in avanti, posture innaturalmente dritte, passi misurati come se il pavimento fosse diventato improvvisamente instabile.
Un account manager rimase bloccato davanti a una collega, incapace di sostenere lo sguardo, arrossendo fino alle orecchie senza alcun motivo apparente.
Un altro, al tavolo del buffet, sorseggiava acqua frizzante come se stesse tentando di spegnere un incendio interiore.
Giulia inclinò la testa. «Eccoci.»
Serena sorrise piano. «Oddio, non posso credere che stia funzionando d'avvero.»
Gli uomini, nel frattempo, combattevano una battaglia persa contro i propri pantaloni. Giacche tirate in avanti. Portafogli spostati strategicamente. Mani infilate in tasca con una convinzione sospetta. Uno tentò persino di tenere il laptop davanti a sé, pur essendo a una festa.
Le due cominciarono a osservare. Con un pizzico di malizia ma soprattutto con grande precisione analitica.
«Quello con la camicia chiara.»
«Sì. Molto evidente, zero controllo.»
«Classico profilo da riunione: parla troppo, gestisce poco.»
«Altra tenda ad ore due.»
«Brava, questo non era facile da scovare, o è molto bravo a nasconde o la natura è stata severa.»
«Forse è ancora al primo giro di spritz.»
Un altro passò rigido come un manichino.
«Tecnica del palo.»
«Inefficace. Il tessuto non collabora.»
Davanti a loro passò il responsabile commerciale, rigido come una statua, con una cartellina tenuta esattamente dove non serviva.
Giulia fece finta di osservare le tartine.
«Interessante scelta di accessorio. Non sapevo che le cartelline fossero diventate… protettive.»
«È la nuova linea», rispose Serena. «Autodifesa business.»
Un altro collega tentò una manovra di dissimulazione incrociando le gambe con una decisione eroica. Fallì.
Serena lo seguì con lo sguardo. «Oh, no. Così peggiora.»
Giulia annuì. «È come quando provi a sistemare una cravatta davanti allo specchio e la rendi solo più storta.»
Gli uomini evitavano accuratamente di guardarsi sotto la cintura, ma si confrontavano lo stesso. Occhiate laterali. Valutazioni rapide. Espressioni che oscillavano tra il panico e la rassegnazione.
«Hai notato?» sussurrò Serena. «Stanno facendo paragoni.»
«Certo che sì», rispose Giulia. «È una gara che nessuno voleva, ma alla quale partecipano tutti.»
«E perdendo tutti.»
La realizzazione di essere la causa di tutto questo imbarazzo dava un gran senso di potere alle due, era come se avessero di fatto forzatamente messo a nudo i maschietti dell'azienda, una sensazione inebriante.
Uno dei più sicuri di sé provò a camminare con disinvoltura. Due passi. Stop. Cambio direzione. Mani in tasca.
Giulia sorrise storto. «Dieci punti per il tentativo. Zero per l’esecuzione.»
«È bello vedere come l’autostima possa evaporare così in fretta», aggiunse Serena.
La maggior parte dei colleghi aveva ormai optato per la posizione sicura "bicchiere da un lato e mano in tasca dall'altro". Che Serena annotò come «Noiosa ma efficace.»
Giulia ghignò. «Stanno cercando la dignità nella tasca dei pantaloni. Spoiler: non è lì.»
Le altre poche colleghe, l'azienda è formata per la maggior parte da uomini, non tardarono molto a capire che qualcosa nell'aria era cambiato.
Bisbigli bassi, quasi impercettibili:
«…li vedi anche tu?»
«Sì.»
«Tutti.»
«Non guardare, non guardare— ok, troppo tardi.»
«Tutti insieme?»
Una si coprì la bocca per soffocare una risata. Un’altra tirò l’amica per il braccio, indicando non troppo apertamente con gli occhi per mantenere un velo di discrezione.
I rigonfiamenti erano ormai impossibili da ignorare. Giacche usate come scudi, posture innaturali, bicchieri mantenuti ad altezza lombare.
«Hai notato?» sussurrò Serena. «Quelli che di solito spiegano la vita alle donne ora non riescono nemmeno a spiegare se stessi.»
«È il silenzio più educativo che abbia mai sentito», rispose Giulia.
«Chissà se nella loro testolina si stanno chiedendo cosa stia accadendo o sono semplicemente troppo impegnati a dissimulare»
La cosa andava avanti da parecchi minuti, interrotta solamente da qualche collega che sommessamente smorzava una risatina nel calice da vino senza che nessuno avesse fatto una battuta.
Ma ad un certo punto avvenne l'incidente, uno dei maschietti cedette.
Non fece nulla di clamoroso, fece qualcosa di peggio: attirò l’attenzione.
Un junior account, nervosissimo da un po’. Rideva a sproposito. Si sistemava la giacca di continuo peggiorando visibilmente la situazione. Si chinò per raccogliere un tovagliolo caduto, quando si rialzò il suo corpo lo tradì.
Non ci fu rumore.
Non ci fu scena.
Ci fu evidenza.
Lui immobile con lo sguardo fisso sul tovagliolo, non mosse un muscolo, qualche movimento impercettibile nelle mutande e un cambiamento improvviso nel tessuto dei pantaloni.
Tutto accadde in qualche secondo, troppo rapidamente per coprirsi immediatamente.
A cose fatte, fece un calcolato passo indietro per sfuggire agli occhi dei più attenti.
Giulia trattenne il respiro. «Oh.»
Serena socchiuse gli occhi. «No… sì.»
«Ha perso il controllo.»
«Completamente.»
Lui capì di essere stato notato nel momento peggiore.
Si immobilizzò.
Poi afferrò la giacca con entrambe le mani e la portò davanti a sé, rigida, innaturale.
Il rossore gli salì dal collo alle orecchie.
Dei pochi uomini che lo notarono nessun disse nulla.
Ma tutti distolsero lo sguardo nello stesso istante.
Serena non distolse gli occhi. «Direi che non è più in gara.»
Lui fece due passi.
Poi tre.
Scappò con passo felino, verso l’uscita, come se potesse cancellare il momento semplicemente cambiando stanza.
Ignara dell'accaduto, come peraltro la maggior parte dei colleghi in sala, di ritorno dal bagno delle donne arrivo con voce squillante «Ma… questa è la coda del bagno degli uomini?» Dalla bocca di una stagista incredula.
«Ah», disse Serena. «È iniziata la migrazione.»
Per la prima volta la fila per il bagno maschile era più lunga di quella del bagno femminile, un fatto storico.
Lunga. Silenziosa. Tesa.
Nel corridoio, i colleghi maschi evitavano il contatto visivo, fissavano il soffitto, controllavano compulsivamente il telefono.
Giulia ebbe di nuovo quel brivido di piacere a potere nel vedere i colleghi, molti dei quali sposati, in fila come di ragazzini impazienti.
Entravano speranzosi.
Uscivano ancora affannati, più stropicciati, più sconfitti.
Serena era abbastanza convinta di aver visto qualcuno rientrare in fila senza non molto dopo aver fatto il primo tentativo.
Il bagno delle donne restava vuoto. Inutilizzato. Quasi offensivo.
Serena ne usufruii, un po per sfregio e un pò per dare un altra "controllata" agli amati colleghi irrequieti.
Nessuno della fila maschile alzò gli occhi per incontrare quelli penetranti di Serena.
«Credo che l’anziano del negozio con "rispetto" intendesse moderazione», mormorò Giulia.
«Io qualche drago l'ho intravisto», aggiunse Serena, mentre la responsabile HR passava accanto alla fila con uno sguardo che prometteva email molto lunghe il giorno dopo.
La festa si sciolse in anticipo. Lo spritz era comunque quasi finito, prova del fatto che molti non avevano ancora unito i puntini.
Ma chiaro segno che i colleghi quella sera si sarebbero portati "il problema" a casa.
Il lunedì successivo, nessuno parlò mai apertamente dell’accaduto.
Più tardi durante la settimana una collega, forse innocentemente, propose un aperitivo, si avvertiva un certo irrigidimento ed un timido silenzio gelido calava sulla faccia dei colleghi.
Il che venne contrapposto ad un sorrisetto perfido della collega che fece la proposta, cancellando ogni dubbio della sua buona fede.
Giulia e Serena?
Normali. Professionali. Invisibili.
Certo, ogni volta che passavano davanti al bagno degli uomini, sorridevano appena.
Perché certe leggende, una volta risvegliate, non si dimenticano facilmente. 🐉
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