La festa dell'ufficio di fine anno. Risorse umane
di
CattiveIdee
genere
comici
La festa di fine anno stava andando esattamente come previsto.
Troppo spritz, musica discutibile, colleghi maschi improvvisamente convinti che una camicia più aderente equivalga a carisma. Io sorridevo, annuivo, registravo mentalmente: chi ha bevuto troppo, chi flirta male, chi domani fingerà di non ricordare.
Mi do una scrollata e mi dico "dai rilassati, divertirsi non è ancora vietato dal codice aziendale" e mi metto a trafficare per concludere la preparazione del tavolo del buffet.
Ad un certo punto ho iniziato a notare qualcosa, anzi la mancanza di qualcosa, solitamente il buffet viene assaltato da branchi di colleghi come sciami di cavallette.
Oggi no.
C'è esitazione nell'aria.
Timidezza.
Pochissimi ballano.
Movimenti rigidi del bacino.
Bicchieri tenuti bassi.
Nessuna invasione di spazi personali altrui, la lamentela numero uno delle colleghe il giorno dopo qualsiasi evento aziendale.
Alzando per un attimo la testa da ciò che stavo facendo notai una cosa che mi lasciò sbalordita: Eugenio del commerciale, uno stronzo, aveva un'evidentissima bozza sul fronte dei pantaloni.
Subito pensai, ecco il solito idiota che si è infilato una banana nelle mutande per fare il pagliaccio, ma no, stava di fronte al capo reparto tecnico.
Qualcosa mi sfugge.
Mi avvicinai tenendo gli occhi fissi su quella bravata, pensando che sia troppo presto per simili scherzi da ubriachi; avrei potuto lasciarlo passare a fine serata, ma non ora.
Era troppo presto.
Era troppo.
Era...
Non era...
Non era una banana.
Il mio passo rallentò.
Mi arrestai.
Non distolsi gli occhi, ed ero ora abbastanza vicina per notare i dettagli.
La tensione del tessuto, i contorni e le ombre che venivano a crearsi, giurerei di aver intravisto anche qualche venatura.
L'ombra; l'ombra proiettata era decisamente notevole.
Mi morsi il labbro.
Averlo fatto per colpa di quello stronzo del commerciale mi creò un conflitto interno, mi ricordai velocemente che sono pur sempre HR.
Ripresi con passo calmo verso i due.
Per la prima volta distolsi lo sguardo da quel grosso problema e lo alzai fino al suo volto.
Inaspettatamente teso.
Assente.
La sua solita smorfia odiosa non pervenuta.
«Tutto bene?» chiesi, intromettendomi con il mio sorriso HR standard, quello che non puoi contestare.
Eugenio annuì velocemente.
L'altro disse «Benissimo.»
Silenzio.
Sguardi nel nulla e altro silenzio.
I due cominciarono a dialogare roboticamente di lavori non finiti.
Restai lì con la convinzione che prima o poi mi sarei introdotta nel dialogo e messo Eugenio a confronto del problema.
Cerco di sistemarmi in modo da coprire la visuale di quell'abominio al resto della sala quando noto che anche al capo reparto tecnico sguazza qualcosa tra le gambe.
Meno.
Doveva essere un pesciolino.
Mi volto dando loro le spalle per non far notare il mio lieve girare sotto i baffi, che non credo avrebbero avuto nessuna occasione di notare, quando mi accorsi che il problema non era isolato.
Scandaglio velocemente la sala e mi rendo conto che il problema è diffuso.
Non capisco come sia possibile che tutto questo stia accadendo.
La quasi totalità degli uomini è in preda ai medesimi tentativi disperati di dissimulazione.
Si nota.
Noto segni comuni.
E, con mio sommo fastidio professionale, le differenze.
Mi congedo con un gesto veloce che viene comunque ignorato.
Torno verso il buffet e per la prima volta mi accorgo dei gruppetti di colleghe.
Le colleghe, ovviamente, avevano capito tutto prima di me.
«Hai visto?»
«Sì.»
«Dimmi che lo vedi anche tu.»
«Tesoro, se fosse più evidente dovrebbero metterci un cartello.»
«Tutti?»
«Tutti.»
«Oddio, chi più e chi meno.»
Risatine basse. Commenti sussurrati con una precisione chirurgica.
Voci investigative:
«Ma che diamine sta succedendo?»
«Sembra uno sport sincronizzato… olimpico.»
«Un flashmob improvvisato.»
«Mai visto nulla di simile in vita mia.»
«Avete presente No Nut November? Astinenza di gruppo? Potrebbe essere quello.»
«E tu… come le sai queste cose?»
«Oh, tieni a bada il maritino?»
«Haha…»
«Astinenza di gruppo? Inverosimile che si siano messi tutti d’accordo.»
«Ma no, è una cosa di Internet…»
«No, qualcuno deve aver messo del viagra nei drink.»
«Non può essere un caso.»
Altre meno preoccupate del motivo.
Semplicemente curiose.
«Oh mio Dio, avete visto Eugenio? È… enorme.»
«Chi non lo ha visto?»
«Guarda come sposta la mano in tasca…»
«Non basta, servirebbero due mani per coprirlo.»
«Ma quindi il suo essere stronzo è in proporzione a…»
Questo lo pensavo anche io.
Sicuramente queste stesse commentatrici hanno fatto qualche battutina perfida sul fatto che mi sia precipitata verso il caso più eclatante.
La netta sensazione che, in una sola mossa, fossi passata da garante delle regole a possibile argomento di pausa caffè.
Roberta del reparto di grafica ha finto di scattare una foto al buffet. L’angolazione era… creativa.
Ho fatto finta di non vedere.
Se questa sparge la foto online sono fregata.
Un'emergenza alla volta.
Il problema più imminente da contenere era di ben altre proporzioni.
Quando ho visto alcuni colleghi dirigersi ripetutamente verso il corridoio dei bagni con l’aria di chi sta perdendo una battaglia interna, ho capito che la serata aveva superato una soglia.
Nessuno rideva più apertamente.
Solo sguardi.
Valutazioni.
E quel silenzio carico che, in azienda, precede sempre una riunione difficile.
Serena è uscita dal bagno, a voce abbastanza alta da farsi sentire:
«Ragazzi, non dimenticatevi di lavarvi le mani.»
Ha poi camminato verso la sala, passando in rassegna uno a uno i colleghi in fila.
Non ha accelerato il passo.
Non ha detto altro.
Ha solo guardato.
Nessuno ha incrociato i suoi occhi.
Nessuno ha osato sollevare il mento.
Quando è passata oltre, la fila si è mossa di mezzo passo in avanti, in silenzio.
La festa si è sciolta in anticipo. Nessun annuncio. Nessun saluto ufficiale. Solo gente che recuperava cappotti con una fretta sospetta.
La sala si svuotava, alcune colleghe decisamente brille mi raggiunsero per congedarsi, ridacchiando e traballando appena:
«HR, devo dire… ottimo lavoro stasera!» disse una, strizzandomi l’occhio.
«Come scusa?»
«Sì, non so come fai a restare così calma con tutto quel… caos.»
«Lo spettacolo dei colleghi… gestito… contenuto con fermezza.»
«Io ti giuro, se fossi stata al tuo posto sarei scoppiata a ridere in faccia a molti.»
«Ah, capisco…» annuii, cercando di sembrare professionale.
Giulia e Serena, bicchieri in mano, si avvicinarono per congedarsi e quasi si scontrarono con me.
Decisamente ubriache.
«Graziella… davvero, ma che serata,» disse Giulia, ridacchiando. «I maschietti… sembrano aver perso ogni briciolo di dignità.»
«Sì,» aggiunse Serena con un ghigno, «una scenetta dopo l’altra… non sapevo dove guardare.»
«Poveretti»
Io scrollai appena le spalle: «Ragazze, calma… stiamo pur sempre parlando di professionisti.»
«Professionisti?» rise Giulia. «Sembravano più una comitiva di scolaretti alle prime…»
La guardai minacciosa: stava oltrepassando la linea.
«Armi…» finì Giulia, capendo l’antifona.
Serena lanciò un’occhiata verso l’uscita: «E Eugenio… cavolo, davvero un colpo di scena.»
Poi mi guardò, come quando si cerca la sincerità in fondo agli occhi «Ma tu sapevi?»
«Onestamente… no,» ammettei. «Sono rimasta stupita quanto voi.»
Serena ridacchiò, scuotendo la testa: «Non credo proprio, io sono rimasta enormemente stupita. Ottime venature…»
Giulia fece un fischio sommesso: «Mmm… quanta attenzione ai dettagli.»
Ammisi, con un sorriso malizioso: «Beh… le avevo intraviste anche io, un artefatto»
Serena mi lanciò un’occhiata sorpresa, poi complice.
«Comunque uno spritz davvero carico.» disse Giulia, con tono malizioso.
«Davvero… ha fatto sollevato una stasera disastrosa.» aggiunse Serena.
Le due escono barcollando.
Usciti tutti.
Io sono rimasta.
Perché l’HR resta sempre.
Rassetto. Bicchieri vuoti. Tavoli appiccicosi. E poi, quasi contro il mio miglior giudizio, la curiosità.
Il bagno degli uomini.
Ho aperto la porta e mi sono fermata.
Non per shock teatrale.
Per evidenza.
Carta ovunque, in quantità francamente eccessive.
Lavandini usati come se fossero stati protagonisti di un’emergenza idraulica.
Specchi appannati, segni di mani, superfici pulite a metà e frettolosamente.
Un odori, profumi, deodoranti.
Il pavimento era vagamente appiccicoso.
Una giacca dimenticata sul termosifone.
Un paio di mutande abbandonate in un angolo di fianco ad un water.
Inorridii.
Non c’era bisogno di immaginare troppo.
Il quadro era chiaro.
Era stata combattuta una guerra.
Numerose battaglie avvenute una accanto all'altra.
Combattute in sordina.
L'immagine dei colleghi chiusi nei bagni, tutti a menarselo come ragazzini, mi balenò velocemente nella testa.
Una frazione di secondo.
Deve essere stato umiliante.
Sconfitti.
Nemmeno il bagno si poteva definire vincitore.
Lascio immediatamente la maniglia della porta.
Faccio un passo in dietro mentre la porta si chiude lentamente, togliendo quel terribile campo di battaglia dalla mia vista.
Avevo visto già troppi dettagli.
Mi aspetta un lunedì difficile.
Ho bisogno di dormire.
Troppo spritz, musica discutibile, colleghi maschi improvvisamente convinti che una camicia più aderente equivalga a carisma. Io sorridevo, annuivo, registravo mentalmente: chi ha bevuto troppo, chi flirta male, chi domani fingerà di non ricordare.
Mi do una scrollata e mi dico "dai rilassati, divertirsi non è ancora vietato dal codice aziendale" e mi metto a trafficare per concludere la preparazione del tavolo del buffet.
Ad un certo punto ho iniziato a notare qualcosa, anzi la mancanza di qualcosa, solitamente il buffet viene assaltato da branchi di colleghi come sciami di cavallette.
Oggi no.
C'è esitazione nell'aria.
Timidezza.
Pochissimi ballano.
Movimenti rigidi del bacino.
Bicchieri tenuti bassi.
Nessuna invasione di spazi personali altrui, la lamentela numero uno delle colleghe il giorno dopo qualsiasi evento aziendale.
Alzando per un attimo la testa da ciò che stavo facendo notai una cosa che mi lasciò sbalordita: Eugenio del commerciale, uno stronzo, aveva un'evidentissima bozza sul fronte dei pantaloni.
Subito pensai, ecco il solito idiota che si è infilato una banana nelle mutande per fare il pagliaccio, ma no, stava di fronte al capo reparto tecnico.
Qualcosa mi sfugge.
Mi avvicinai tenendo gli occhi fissi su quella bravata, pensando che sia troppo presto per simili scherzi da ubriachi; avrei potuto lasciarlo passare a fine serata, ma non ora.
Era troppo presto.
Era troppo.
Era...
Non era...
Non era una banana.
Il mio passo rallentò.
Mi arrestai.
Non distolsi gli occhi, ed ero ora abbastanza vicina per notare i dettagli.
La tensione del tessuto, i contorni e le ombre che venivano a crearsi, giurerei di aver intravisto anche qualche venatura.
L'ombra; l'ombra proiettata era decisamente notevole.
Mi morsi il labbro.
Averlo fatto per colpa di quello stronzo del commerciale mi creò un conflitto interno, mi ricordai velocemente che sono pur sempre HR.
Ripresi con passo calmo verso i due.
Per la prima volta distolsi lo sguardo da quel grosso problema e lo alzai fino al suo volto.
Inaspettatamente teso.
Assente.
La sua solita smorfia odiosa non pervenuta.
«Tutto bene?» chiesi, intromettendomi con il mio sorriso HR standard, quello che non puoi contestare.
Eugenio annuì velocemente.
L'altro disse «Benissimo.»
Silenzio.
Sguardi nel nulla e altro silenzio.
I due cominciarono a dialogare roboticamente di lavori non finiti.
Restai lì con la convinzione che prima o poi mi sarei introdotta nel dialogo e messo Eugenio a confronto del problema.
Cerco di sistemarmi in modo da coprire la visuale di quell'abominio al resto della sala quando noto che anche al capo reparto tecnico sguazza qualcosa tra le gambe.
Meno.
Doveva essere un pesciolino.
Mi volto dando loro le spalle per non far notare il mio lieve girare sotto i baffi, che non credo avrebbero avuto nessuna occasione di notare, quando mi accorsi che il problema non era isolato.
Scandaglio velocemente la sala e mi rendo conto che il problema è diffuso.
Non capisco come sia possibile che tutto questo stia accadendo.
La quasi totalità degli uomini è in preda ai medesimi tentativi disperati di dissimulazione.
Si nota.
Noto segni comuni.
E, con mio sommo fastidio professionale, le differenze.
Mi congedo con un gesto veloce che viene comunque ignorato.
Torno verso il buffet e per la prima volta mi accorgo dei gruppetti di colleghe.
Le colleghe, ovviamente, avevano capito tutto prima di me.
«Hai visto?»
«Sì.»
«Dimmi che lo vedi anche tu.»
«Tesoro, se fosse più evidente dovrebbero metterci un cartello.»
«Tutti?»
«Tutti.»
«Oddio, chi più e chi meno.»
Risatine basse. Commenti sussurrati con una precisione chirurgica.
Voci investigative:
«Ma che diamine sta succedendo?»
«Sembra uno sport sincronizzato… olimpico.»
«Un flashmob improvvisato.»
«Mai visto nulla di simile in vita mia.»
«Avete presente No Nut November? Astinenza di gruppo? Potrebbe essere quello.»
«E tu… come le sai queste cose?»
«Oh, tieni a bada il maritino?»
«Haha…»
«Astinenza di gruppo? Inverosimile che si siano messi tutti d’accordo.»
«Ma no, è una cosa di Internet…»
«No, qualcuno deve aver messo del viagra nei drink.»
«Non può essere un caso.»
Altre meno preoccupate del motivo.
Semplicemente curiose.
«Oh mio Dio, avete visto Eugenio? È… enorme.»
«Chi non lo ha visto?»
«Guarda come sposta la mano in tasca…»
«Non basta, servirebbero due mani per coprirlo.»
«Ma quindi il suo essere stronzo è in proporzione a…»
Questo lo pensavo anche io.
Sicuramente queste stesse commentatrici hanno fatto qualche battutina perfida sul fatto che mi sia precipitata verso il caso più eclatante.
La netta sensazione che, in una sola mossa, fossi passata da garante delle regole a possibile argomento di pausa caffè.
Roberta del reparto di grafica ha finto di scattare una foto al buffet. L’angolazione era… creativa.
Ho fatto finta di non vedere.
Se questa sparge la foto online sono fregata.
Un'emergenza alla volta.
Il problema più imminente da contenere era di ben altre proporzioni.
Quando ho visto alcuni colleghi dirigersi ripetutamente verso il corridoio dei bagni con l’aria di chi sta perdendo una battaglia interna, ho capito che la serata aveva superato una soglia.
Nessuno rideva più apertamente.
Solo sguardi.
Valutazioni.
E quel silenzio carico che, in azienda, precede sempre una riunione difficile.
Serena è uscita dal bagno, a voce abbastanza alta da farsi sentire:
«Ragazzi, non dimenticatevi di lavarvi le mani.»
Ha poi camminato verso la sala, passando in rassegna uno a uno i colleghi in fila.
Non ha accelerato il passo.
Non ha detto altro.
Ha solo guardato.
Nessuno ha incrociato i suoi occhi.
Nessuno ha osato sollevare il mento.
Quando è passata oltre, la fila si è mossa di mezzo passo in avanti, in silenzio.
La festa si è sciolta in anticipo. Nessun annuncio. Nessun saluto ufficiale. Solo gente che recuperava cappotti con una fretta sospetta.
La sala si svuotava, alcune colleghe decisamente brille mi raggiunsero per congedarsi, ridacchiando e traballando appena:
«HR, devo dire… ottimo lavoro stasera!» disse una, strizzandomi l’occhio.
«Come scusa?»
«Sì, non so come fai a restare così calma con tutto quel… caos.»
«Lo spettacolo dei colleghi… gestito… contenuto con fermezza.»
«Io ti giuro, se fossi stata al tuo posto sarei scoppiata a ridere in faccia a molti.»
«Ah, capisco…» annuii, cercando di sembrare professionale.
Giulia e Serena, bicchieri in mano, si avvicinarono per congedarsi e quasi si scontrarono con me.
Decisamente ubriache.
«Graziella… davvero, ma che serata,» disse Giulia, ridacchiando. «I maschietti… sembrano aver perso ogni briciolo di dignità.»
«Sì,» aggiunse Serena con un ghigno, «una scenetta dopo l’altra… non sapevo dove guardare.»
«Poveretti»
Io scrollai appena le spalle: «Ragazze, calma… stiamo pur sempre parlando di professionisti.»
«Professionisti?» rise Giulia. «Sembravano più una comitiva di scolaretti alle prime…»
La guardai minacciosa: stava oltrepassando la linea.
«Armi…» finì Giulia, capendo l’antifona.
Serena lanciò un’occhiata verso l’uscita: «E Eugenio… cavolo, davvero un colpo di scena.»
Poi mi guardò, come quando si cerca la sincerità in fondo agli occhi «Ma tu sapevi?»
«Onestamente… no,» ammettei. «Sono rimasta stupita quanto voi.»
Serena ridacchiò, scuotendo la testa: «Non credo proprio, io sono rimasta enormemente stupita. Ottime venature…»
Giulia fece un fischio sommesso: «Mmm… quanta attenzione ai dettagli.»
Ammisi, con un sorriso malizioso: «Beh… le avevo intraviste anche io, un artefatto»
Serena mi lanciò un’occhiata sorpresa, poi complice.
«Comunque uno spritz davvero carico.» disse Giulia, con tono malizioso.
«Davvero… ha fatto sollevato una stasera disastrosa.» aggiunse Serena.
Le due escono barcollando.
Usciti tutti.
Io sono rimasta.
Perché l’HR resta sempre.
Rassetto. Bicchieri vuoti. Tavoli appiccicosi. E poi, quasi contro il mio miglior giudizio, la curiosità.
Il bagno degli uomini.
Ho aperto la porta e mi sono fermata.
Non per shock teatrale.
Per evidenza.
Carta ovunque, in quantità francamente eccessive.
Lavandini usati come se fossero stati protagonisti di un’emergenza idraulica.
Specchi appannati, segni di mani, superfici pulite a metà e frettolosamente.
Un odori, profumi, deodoranti.
Il pavimento era vagamente appiccicoso.
Una giacca dimenticata sul termosifone.
Un paio di mutande abbandonate in un angolo di fianco ad un water.
Inorridii.
Non c’era bisogno di immaginare troppo.
Il quadro era chiaro.
Era stata combattuta una guerra.
Numerose battaglie avvenute una accanto all'altra.
Combattute in sordina.
L'immagine dei colleghi chiusi nei bagni, tutti a menarselo come ragazzini, mi balenò velocemente nella testa.
Una frazione di secondo.
Deve essere stato umiliante.
Sconfitti.
Nemmeno il bagno si poteva definire vincitore.
Lascio immediatamente la maniglia della porta.
Faccio un passo in dietro mentre la porta si chiude lentamente, togliendo quel terribile campo di battaglia dalla mia vista.
Avevo visto già troppi dettagli.
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