Progressivo 3 delle ore 7.45
di
thomas andersen
genere
etero
Ero la prenotazione numero 3 delle 7.45 all’usl di Parma. Come da mia rigorosa puntualità, alle 7.30 ero già seduto in sala d’attesa davanti alla porta dei laboratori, attendendo il mio turno. Improvvisamente si aprì la porta; due graziose infermiere, sulla trentina, camice bianco, chiamarono il numero 1. Entrò un signore anziano, ne approfittai per scrutarle, senza alzare troppo il viso concentrato sul cellulare. Arrivò il turno del numero 2, stavolta non uscirono, la chiamata arrivò dalla stanza. Il prossimo sarei stato io.. vent’anni fa avrei tremato di imbarazzo per quello che stava per accadermi ma ora, a 40 anni, vibravo per la curiosità di scoprire come avrei vissuto quel frangente particolare.
“Prenotazione 3”.
Entrai, giacca stretta in pelle beige, semi aperta con camicia bianca sotto, troppo primaverile rispetto alla stagione invernale, a rischio di apparire ridicolo, ma abbinata allo spessore del pantalone grigio chiaro e scarponi marroni poteva passare.
Erano entrambe sedute alla scrivania e, ancor prima di farmi sedere, mi guardarono stranite, titubanti. “Thomas, leggiamo che ha esami del sangue e un tampone uretrale, perdoni una domanda prima di eseguire, che sintomi ha? Non è un esame che eseguiamo di routine” Spiegai loro che non avevo alcun fastidio ma la mia ipocondria mi imponeva un check up per verifica della mia situazione ogni volta in cui chiudevo una relazione, una specie di tagliando sessuale, dissi ironicamente. Si lasciarono sfuggire un sorriso giudicando poi la mia paranoia come un gesto nobile e responsabile.
Mi fecero stendere sul lettino, intimandomi di abbassare pantaloni e boxer. Una delle due, ricciolina nordica, castana chiara, occhi chiari e viso sbarazzino, era alla mia destra. L’altra, scuri capelli lisci, puramente mediterranea, a sinistra. Palesavano una naturalezza complice mentre mi spiegavano come comportarmi: “Dovrai restare rilassato, quando inseriremo il tampone e scenderemo avrai l’istinto di contrarre il muscolo ed è proprio questa reazione involontaria che ti potrebbe provocare dolore”.
Mi mostrai pronto, senza alcun timore abbassai calzoni ed intimo ed il mio membro fuoriuscì rilassato; eviterei di descrivere il mio pene ma capisco che sia un dettaglio importante in un racconto erotico, diciamo che è un cazzo carino, che a riposo promette bene, curato, depilato, con quella delicatezza della pelle in contrapposizione alla forma possente.
L’aria si fece più silenziosa, l’infermiera alla mia sinistra, munita di guanto in lattice, lo afferrò delicata, sorreggendolo e tenendolo verticale mentre l’altra si apprestava a infilare quella fessura con quel sottile cotton fiok. Non era una scena erotica.
Cercai lo sguardo di almeno una delle due ma erano concentrate sulla mia intimità; stavamo vivendo in una simbiosi a tre, quella specie di stupro medicale.
Scese. Lenta. Una devota delicatezza, come quella di chi maneggia una preziosa reliquia, nessuna opposizione da parte mia, arrivò dove necessario, poi risalì.
Tutta quella densità d’aria improvvisamente svanì, “Mai trovata prima una persona che non contragga, complimenti”. Lasciarono il mio organo, senza allontanarsi, risposi ironicamente che avevo controllo e padronanza assoluta della zona. Risero, non era più un esame medico già da vari secondi, la femmina che mi usurpò il cazzo si tolse i guanti e superò lievemente il confine consentito ad un professionista, afferrando a mani nude l’elastico e trascinandolo lentamente fino a ricoprire il mio sesso, prima di fuggire verso il tavolo alle sue spalle.
La stanza era invasa dai nostri sorrisi mattutini, mi misi a sedere, toccava ora al prelievo venoso. Mentre stringevo il pugno per far apparire la vena nel braccio, insistette con l’ammirare la mia indagine scrupolosa, aggiungendo che se fossero tutti come me il mondo sarebbe migliore. “Aspettiamo l’esito prima di eventualmente festeggiare” fu la mia scaramanzia a parlare mentre spudoratamente avvicinavo il viso al cartellino spillato sul suo camice all’altezza del petto.
Lessi ad alta voce nome e cognome, proprio mente mi trafiggeva la vena con un gesto deciso. Emisi un piccolo, palesemente finto, gemito di dolore; il mio sangue schizzava impetuoso nelle provette, cercammo reciprocamente il nostro sguardo per un istante, venirle in fica sarebbe stato meno scandaloso di quello sgorgare così impetuoso in quel cilindrico recipiente trasparente tra le sue mani.
Aprivo e chiudevo il pugno, vicino al suo petto, per gestire l’emissione della mia linfa scarlatta, incrementandola, per donarle spruzzi di me; era un lecito velato sesso muto. Mi disinfettò pensierosa, mi alzai e mentre mi accingevo ad uscire, mi chiese se sarei passato io a ritirare gli esiti, se avevo il fascicolo elettronico o se gradivo il modulo di delega. Risposi senza ragionare che sarei tornato di persona. Avevamo pochi secondi prima della prenotazione numero 4 e ce li stavamo giocavamo al massimo per non renderlo un addio ufficiale.
Aggiunse che se avessi lasciato il numero di cel mi avrebbero avvisato tempestivamente in caso di esito cattivo. Credo fosse fuori prassi, ma lo scandii senza esitazione; l’altra infermiera presenziava tacita.
Salutai composto, per non eccedere nella confidenza e abbandonai quel contesto. Le ore passarono, il tempo stava per spazzare via quella parentesi quando, tre mattine seguenti, un messaggio mi ricondusse su quel lettino, sotto la luce di quel neon : “Perdona la mia invadenza, non posso comunicarti ufficialmente l’esito degli esami ma volevo avvisarti che sono pronti e che puoi passare quando vuoi, con calma, poiché non c’è motivo di preoccuparsi”.
Una parte della mia mente lo voleva leggere come un invito esplicito, mi raccontavo che era un suo prendersi cura del mio sesso, del mio sangue, della mia incolumità. Non volevo averla fisicamente ma affidarle ancora la tutela e cura della mia virilità. Non mi interessava invitarla ad una comune conoscenza con la classica uscita di coppia, ma spingere l’impostazione dell’eventuale confronto instradandola a tutrice, balia, per la salute e benessere del mio crudele indifeso organo riproduttivo.
“Prenotazione 3”.
Entrai, giacca stretta in pelle beige, semi aperta con camicia bianca sotto, troppo primaverile rispetto alla stagione invernale, a rischio di apparire ridicolo, ma abbinata allo spessore del pantalone grigio chiaro e scarponi marroni poteva passare.
Erano entrambe sedute alla scrivania e, ancor prima di farmi sedere, mi guardarono stranite, titubanti. “Thomas, leggiamo che ha esami del sangue e un tampone uretrale, perdoni una domanda prima di eseguire, che sintomi ha? Non è un esame che eseguiamo di routine” Spiegai loro che non avevo alcun fastidio ma la mia ipocondria mi imponeva un check up per verifica della mia situazione ogni volta in cui chiudevo una relazione, una specie di tagliando sessuale, dissi ironicamente. Si lasciarono sfuggire un sorriso giudicando poi la mia paranoia come un gesto nobile e responsabile.
Mi fecero stendere sul lettino, intimandomi di abbassare pantaloni e boxer. Una delle due, ricciolina nordica, castana chiara, occhi chiari e viso sbarazzino, era alla mia destra. L’altra, scuri capelli lisci, puramente mediterranea, a sinistra. Palesavano una naturalezza complice mentre mi spiegavano come comportarmi: “Dovrai restare rilassato, quando inseriremo il tampone e scenderemo avrai l’istinto di contrarre il muscolo ed è proprio questa reazione involontaria che ti potrebbe provocare dolore”.
Mi mostrai pronto, senza alcun timore abbassai calzoni ed intimo ed il mio membro fuoriuscì rilassato; eviterei di descrivere il mio pene ma capisco che sia un dettaglio importante in un racconto erotico, diciamo che è un cazzo carino, che a riposo promette bene, curato, depilato, con quella delicatezza della pelle in contrapposizione alla forma possente.
L’aria si fece più silenziosa, l’infermiera alla mia sinistra, munita di guanto in lattice, lo afferrò delicata, sorreggendolo e tenendolo verticale mentre l’altra si apprestava a infilare quella fessura con quel sottile cotton fiok. Non era una scena erotica.
Cercai lo sguardo di almeno una delle due ma erano concentrate sulla mia intimità; stavamo vivendo in una simbiosi a tre, quella specie di stupro medicale.
Scese. Lenta. Una devota delicatezza, come quella di chi maneggia una preziosa reliquia, nessuna opposizione da parte mia, arrivò dove necessario, poi risalì.
Tutta quella densità d’aria improvvisamente svanì, “Mai trovata prima una persona che non contragga, complimenti”. Lasciarono il mio organo, senza allontanarsi, risposi ironicamente che avevo controllo e padronanza assoluta della zona. Risero, non era più un esame medico già da vari secondi, la femmina che mi usurpò il cazzo si tolse i guanti e superò lievemente il confine consentito ad un professionista, afferrando a mani nude l’elastico e trascinandolo lentamente fino a ricoprire il mio sesso, prima di fuggire verso il tavolo alle sue spalle.
La stanza era invasa dai nostri sorrisi mattutini, mi misi a sedere, toccava ora al prelievo venoso. Mentre stringevo il pugno per far apparire la vena nel braccio, insistette con l’ammirare la mia indagine scrupolosa, aggiungendo che se fossero tutti come me il mondo sarebbe migliore. “Aspettiamo l’esito prima di eventualmente festeggiare” fu la mia scaramanzia a parlare mentre spudoratamente avvicinavo il viso al cartellino spillato sul suo camice all’altezza del petto.
Lessi ad alta voce nome e cognome, proprio mente mi trafiggeva la vena con un gesto deciso. Emisi un piccolo, palesemente finto, gemito di dolore; il mio sangue schizzava impetuoso nelle provette, cercammo reciprocamente il nostro sguardo per un istante, venirle in fica sarebbe stato meno scandaloso di quello sgorgare così impetuoso in quel cilindrico recipiente trasparente tra le sue mani.
Aprivo e chiudevo il pugno, vicino al suo petto, per gestire l’emissione della mia linfa scarlatta, incrementandola, per donarle spruzzi di me; era un lecito velato sesso muto. Mi disinfettò pensierosa, mi alzai e mentre mi accingevo ad uscire, mi chiese se sarei passato io a ritirare gli esiti, se avevo il fascicolo elettronico o se gradivo il modulo di delega. Risposi senza ragionare che sarei tornato di persona. Avevamo pochi secondi prima della prenotazione numero 4 e ce li stavamo giocavamo al massimo per non renderlo un addio ufficiale.
Aggiunse che se avessi lasciato il numero di cel mi avrebbero avvisato tempestivamente in caso di esito cattivo. Credo fosse fuori prassi, ma lo scandii senza esitazione; l’altra infermiera presenziava tacita.
Salutai composto, per non eccedere nella confidenza e abbandonai quel contesto. Le ore passarono, il tempo stava per spazzare via quella parentesi quando, tre mattine seguenti, un messaggio mi ricondusse su quel lettino, sotto la luce di quel neon : “Perdona la mia invadenza, non posso comunicarti ufficialmente l’esito degli esami ma volevo avvisarti che sono pronti e che puoi passare quando vuoi, con calma, poiché non c’è motivo di preoccuparsi”.
Una parte della mia mente lo voleva leggere come un invito esplicito, mi raccontavo che era un suo prendersi cura del mio sesso, del mio sangue, della mia incolumità. Non volevo averla fisicamente ma affidarle ancora la tutela e cura della mia virilità. Non mi interessava invitarla ad una comune conoscenza con la classica uscita di coppia, ma spingere l’impostazione dell’eventuale confronto instradandola a tutrice, balia, per la salute e benessere del mio crudele indifeso organo riproduttivo.
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