Celestino Cap.: V Michele

Scritto da , il 2020-11-29, genere dominazione

Dominazione, masturbazione, pulp, zoofilia

La notte era illuminata dalla luna piena. Pipistrelli stridevano lanciati sulle prede anche all’interno delle stalle attraverso le imposte aperte per il caldo. Mosche e moscerini infastidivano i ruminanti che spesso le allontanavano con un colpo di coda. Nello stallaggio si ascoltavano le note del rimasticare dei bovini, lacerate spesso dal muggito del toro che chiedeva la monta o, per il caldo esterno, il frinire dei grilli rotto qualche volta dall’abbaiare dei cani. L’ultimo vaccaro chiuse la stalla allontanandosi acconsentendo al silenzio della notte di accedere.
Era conquistato da quel lavoro e affascinato sempre di più. Da tutti prendeva suggerimenti e cercava di capirne le richieste e le inclinazioni non dichiarate. Tutti lo guardavano con simpatia e aspettavano il termine della formazione, per averlo e disporre della sua compagnia. Riposava sempre vicino alla vacca “Fisa”, così l’aveva chiamata e sempre, ogni sera, la coccolava accarezzandola, baciandola mettendole la mano sul muso.
Si addormentò cullato dall’alito della bestia. Spesso si agitava dimenandosi nella fredda poltiglia. Talvolta per cercare una posizione più comoda si svegliava con il muso della vacca vicino; in un’altra si era destato per necessità impellenti, tiepide e piacevoli tra i suoi glutei e per le urine che da lui fluivano tranquille, per scorrergli tra i fianchi e la melma di vacca, verso il curiòl. A volte …
Un’anguilla passò tra le sue cosce provocandone una contrazione. Giocava nudo nell’acqua della fonte con il padre che riordinava le scarpate.
Si bagnava e spruzzava il genitore che rispondeva con una pallata d’acqua.
“Dai papà, … prendimi, … dai, … papà, … papàààà …”, …
“e a bisata dove sea?”
Il bambino rispose alzando le spalle, indicandone contemporaneamente la via di fuga tra le sue gambe e rideva felice.
“Ma … cosxa feto, … perché ti pisxi? … no el xè el posto”.
Il piccolo osservava i suoi liquidi mescolarsi e svanire nella corrente, ma … inoltre spingeva con disappunto del padre che, per gioco, prima gli mollò un leggero scappellotto e poi gli tirò un pugnetto di fango colpendolo tra capo e collo facendolo cadere lungo disteso nel letto del rio. Risero per la popò che galleggiando, portata dall’acqua, gli passò sopra.
“Che schifo, … papàààà.”
“Lavate!... On altra volta … te ghè pensarè.”
Parte dei bisogni odorosi di fieno, fumanti, caldi della vacca, destatasi poco prima, gli finirono tra petto e collo, come avevano vagheggiato e concepito gli stallieri poche ore prima e lavati poi dallo scroscio di urine. Quel bagno lo eccitò facendolo godere.
Spesso i sogni portano a bagnarci o, involontariamente, all’eiaculazione. Non si lamentò con quella per gli escrementi che inconsapevolmente lo colpirono, anzi la guardò con affetto, anche se lo aveva bruscamente svegliato. La salutò e le sorrise.
Si ripeté il tramestio dell’aurora precedente. Voci accompagnate a rumori di chiavi, chiavistelli, badili e forche, carriole gli fecero capire dell’arrivo degli stallieri. Attendeva, come tutte le bestie, e nel frattempo salutava le sue due compagne di letto. Una folata d’aria segnalò l’apertura delle stalle e l’entrata delle carrette. Gli animali si alzarono disponendosi in attesa delle pulizie delle greppie, delle lettiere e della prima razione di foraggio.
Romeo, con a fianco l’anziano stalliere Michele, lo salutò ricordandogli il programma di apprendimento del giorno. “Svelti, su … su, … che non gavemo tempo da butar. … Sneteo aea mejio adexso, … che o lavemo ben … dopo, che el ga majà. On co, … el ga da imparar a ciuciar dopo che o gavemo purgà. Apena che gavè finio, porteo sol tavoasxo del saado che … oo spetemo là.”
Si ripeté il rito del giorno prima, però, senza l’immersione nella tiepida tinozza per accompagnarlo e issarlo sul tavolaccio accovacciato sui talloni con la testa in basso verso la pendenza e natiche verso l’alzata in alto per un clistere. La grossa siringa con l’acqua tonica intiepidita, raccolta il giorno prima e mischiata a latte e ad altri ingredienti, era nelle mani del bovaro, che esternava i suoi pensieri:
“No, te ghè da temer gnente. … Te xsì cuà co mi. I te gà da lavar dentro co sta acua benedeta. … Jia tea meterà dentro tutta in vari colpi e ogni volta che te xsì pien … te te svodarè cuando teo dixemo noialtri, … soea stesxa toea. … Te ghè da star, cuando io teo fa, coa testa in sxò, come che i tegà mesxo.
Chesto el xè diverso da queo de el coejio o de to mama. Cuei i servia par farte cagar, ma el nostro, desxo, el serve par snetarte, pujirte, lavarte dentro, … perché chi che te voe o che i te mete on deo o altro dentro, i te voe neto, pujio, lustro e anca profumà e no coea merda, che sxè taca al deo o al caxso o che … ia sente, soea lengoa. … Ogni dì … te ghè da farlo, perché se el vien on sior o te ghe da partexcipar a na festa, … te ghe da eser sempre pronto e lindo, lustro, lusxido. Te ghè da saver che ogni tanto el conte el organixza dei xsoghi particoari e ti … te ghe da prender parte, aderir, vegner, axsisterghe, colaborar e se i te voe, … anca eser ciapà par el cueo … lù gà da eser sempre neto. … E desxo vardeo come el xse move apena eo toco na sgnanta sol cueo, … el verxe ee gambe par dasxarme pasxar, e … lu el scomisxia a balbetar, moverse, scuatar, come se el voesxe eser ciapà.”.
I pochi che poterono entrare stavano in silenzio con le mani sul davanti delle braghe; bramosi di vedere quel piccolo scalpicciare, fremere, contorcersi, muoversi in avanti o indietro, in su e giù sotto le mani di Romeo, che sapientemente andava a toccarlo nei suoi punti più nevralgici.
L’educatore colpiva, accarezzava, pizzicava, graffiava, stringeva, impastava, penetrava e, posta la flessuosa cannula della siringa sulla pulsante chiusura e dopo averlo baciato, scambiando con il languido implume fratellino salive, gliela fece interamente penetrare.
“Ohhhhhhhhhhgg, …!” seguito da un lungo respiro.
Il livello del liquido diminuiva lentamente, mentre una mano dell’istruttore lo massaggiava all’addome. Michele, presa la zampogna, la spingeva e ne pigiava lo stantuffo. Sospiri, boccheggi, sbuffi, iniziali lamenti uniti a incoraggiamenti o stropicci ai glutei per lui, sensibilissimi lo condussero al termine del primo ciclo. Celestino si contorceva, si dimenava, si stirava o contraeva, sussultava arcuandosi o allungandosi sotto le mani esperte di Romeo, finché, consigliato e stimolato, non espulse le feci e i liquidi che gli erano stati introdotti per scorrergli poi sotto le narici. Tutto era predisposto per umiliarlo e renderlo preparato e incline ad accettare in seguito anche richieste più degradanti. Non parlò, si lasciò introdurre un nuovo flessibile ugello, ma più lungo per un altro ciclo, mentre il suo fringuello cinguettava melodie trasparenti e profumate e il suo intestino dettava il tempo con mormorii. L’acqua, questa volta più copiosa, più tepida entrava e scorreva senza problemi; a volte veniva risucchiata per essere ricacciata con forza facendogli percepire il getto sulle pareti intestinali accompagnato dai suoi “ahhhh”.
“Tra poco, par finir, te meteremo sxò, perché te vada, gatonando, con el novo istrutor. No te crusxiar se te xsì ancora sporco dea to merda, perché dopo che te gavarè magnà come lù te insegnarà, … i te lavarà ben daea testa ai pie; e dopo, i te onsxarà tuto de oio profumà, ...perché te voio lusxido, terso, lusxente, lexgero e sneo.”
Michele, il vaccaro responsabile della stalla, aveva per figlioccio in quel giorno il ragazzo per fargli sperimentare e provare altre pratiche erotiche. Nella fattoria egli era responsabile della crescita, dell’alimentazione e svezzamento degli animali per cui, per certe pratiche, era la persona più appropriata. Usava maniere forti con i piccoli e per il lavoro che faceva, non poteva avere tanta cura della sua persona. Oltre che odorare di stallatico, spesso sapeva di popò di vitellino e queste erano sempre tenere e molto puzzolenti.
Costui, con pantaloni trattenuti in vita da un laccio di salice, canizie pettorale avanzata, mani callose pesanti e unte, scalzo, con dita dei piedi infarcite di sterco d’animale, barba incolta e lorda, condusse il giovane a quattro zampe sotto una mammella di vacca, salutandolo con una gran manata sulle natiche che si arrossarono e avvamparono notevolmente. Il sederino oltre che striato era anche unto a causa dei liquidi che gli fuoriuscivano dall’ano, spruzzati e accompagnati da suoni. Lo prese per i capelli e lo sistemò sotto le poppe affinché suggesse il latte direttamente dal capezzolo con una mano appoggiata a terra e l’altra su una poccia per spremere e mungere.
“Ahhiahhhhhhhhhhh, …!” … e giù un altro violento doloroso colpo sui glutei del ragazzino, seguito da fuoriuscite.
“Aiutate anca co a testa, … dà cualche colpo soa pansa, come i fa i vedei par far star ferma a mare. … e ciucia, tira … strenxgeo tra lengoa e paato. … el late gà da vegner come pisxo!”
Un nuovo violento energico sculaccione fece capire a Celestino che il capezzolo doveva tenerlo in bocca senza aiuto della mano e solamente con l’aiuto del palato doveva mungere la secrezione bianca. La mano sinistra del mandriano era posta nella sua zona sfinterica perineale, con l’indice all’interno dell’ano per governarlo meglio, per alzarlo o spingerlo, mentre la destra con l’indice in bocca lo forzava a spillare. Il vaccaro teneva con il piccolo lo stesso comportamento che serbava con i vitellini, quando li conduceva tirandoli alle vaccine per la testa e la coda. Al ragazzo il dito nel sedere gli provocò l’uscita dei rimanenti liquidi acquosi, trasparenti, caldi giù per le cosce. Successivamente, messogli un collare, dopo l’esercizio della mungitura del latte, lo riportò gattoni sino al suo posto della greppia. Là gli fece terminare la collazione obbligandolo ad aspirare un’altra pastura da un secchio, già predisposto e adatto alla bisogna, con due sue dita in bocca, come si fa per i vitelli per far loro lasciare la suzione dalla madre e condito con polveri adatte ad aumentare la libido. Lo immerse più di una volta con la testa nell’alimento.
“Dai, … movete … tira su tuto. …Va sxò coea testa. … Aa lengoa dove a gheto? …usea. … er tira su el cueo … sbati a testa soa secia, … come fa i vedei par dirme che i ghe ne voe ancora.”
Questi esercizi servivano per impratichirlo nella stimolazione e suzione orale del pene e della zona circostante.
“Desxo, … ceo, … te finisxi a coeaxion da mi. Vedemo cosxa che te ghè imparà e axsimijà.”
Michele, slacciatosi la braga, sedutosi sul cordolo della mangiatoia, presentò all’adolescente il suo bacino pelvico con il membro da succhiare, aspirare, suggere e spremere come aveva fatto con la poppa della vacca o da umettare, lappare, mordere per addentrarsi poi verso e nell’ano con la lingua. Sudicio per non lavarsi, odorante e puzzolente di urina riconoscibile tra centinaia di altri odori, con residui fecali, ghermito per i capelli il piccolo, lo costrinse ad utilizzare la sua via orale con il suo organo interno.
Per il ragazzo quegli effluvi erano nauseanti, repellenti, ributtanti, ma afrodisiaco, provocante, piacevole, bellissimo era il campanile. Lungo, elaborato, massiccio, dritto, perpendicolare al corpo, straordinario. Sull’apertura di quel viola lucente glande con bordi gonfi splendeva e risaltava un’abbondante stilla di secretio ex libidine. La pelle tutto intorno era color rosso fuoco. Attirava ed eccitava. Gli occhi del ragazzo erano posati e fermi sulla grossa verga; le sue mani si allungarono timidamente e castamente sulla stele umida di rugiada trasparente. Il viavai in quella stalla si era fermato dominato da una quiete e da un silenzio di attesa e di curiosità.
Tutti erano avvezzi e assuefatti nell’azienda a stare e mostrarsi ignudi, ma trovarsi dinanzi ad un giovane adolescente svestito preso dall’ansia di manipolare, massaggiare, aspirare, succhiare, gustare appieno un pene era emozionante.
“Demo Seestin! … sbrigate! … ciapa sta sberla! … e … movate! …A volte a teta de na vaca po’ eser sporca dea so merda ma el vedeo la ciucia oo stesxo.”
Una mano di Michele, posata sulla testa del ragazzo, tirava decisa verso il suo sesso, mentre l’altra glielo porgeva. Celestino strusciava il suo volto sull’asta da cui usciva liquido filante trasparente; guardava l’uomo con devozione aspirando con calma ed emozione i suoi olezzi. Un forte desiderio di averlo nel suo alveo orale prese il sopravento sul tenero, sensibile fresco corpo. Impavido e imperturbabile agli odori non fece resistenza, anche se provava dei rigurgiti.
“Uhmmm, … ohhhh, … ahh, …” Quel perno gli riempiva completamente la bocca. La sua lingua lambiva, titillava, lappava, leccava il pene dal glande alla radice; sfiorava, poppava e suggeva i testicoli asportando sudore e untume anche dall’inguine e dalla zona perineale; la adoperava come fosse un pennello. Si ungeva spalmando con libidine e godimento i liquidi pre-eiaculatori sul collo e sul viso. Rituffava il volto sotto lo scroto di Michele per sentire e captare l’odore dell’ano; utilizzava e gettava la lingua nel foro grinzoso con la speranza di provocare una violenta e impetuosa eiaculazione. Godeva ormai, senza essere toccato ai genitali, anche solo masturbando un pene con la bocca e dal suo gioiello uscivano copiosi liquidi opalescenti.
Le mani dell’uomo rigavano la giovane colonna dorsale facendola vibrare e contorcere dal piacere; risalivano su per la cervicale; bloccavano il movimento di suzione per arrestare il suo godimento in arrivo; davano la bocca del ragazzo alla sua per grufolare; pizzicavano i capezzoli di Celestino per inturgidirgli e intumidirgli. Le tensioni dei corpi erano allo spasimo.
“Bastaaa, … ohhh, … ancoraaaaaaaaaaaa, …” accompagnati da incitamenti dei presenti, dediti ormai alla sodomia e all’onanismo.
L’anziano bovaro, per bloccare l’intensità e il lirismo del rapporto, afferrato e attirato per le natiche al suo torace il giovane, lo rovistava con la sua lingua in gola. Le lingue s’intrecciavano frugando roventi, scambiandosi salive, mentre una mano del ragazzo massaggiava su e giù lentamente e dolcemente l’asta dell’uomo gustandone l’umidità.
Gradualmente l’allievo, in preda alla lussuria, scendeva ungendo e baciando il torace villoso verso l’oggetto a cui doveva venerazione; si fermava docile e muto per chiedere istruzioni e delucidazioni; con la mano libera, spinto e sdraiato il maestro di traverso la greppia, scese ubbidiente lungo il fisico attempato per introdursi fra i glutei, impastando, rigandone la muscolatura. Due dita trovarono la rosa raggrinzita dell’entrata anale e la penetrarono. Spasmi di piacere all’intrusione corsero lungo il corpo adulto provocando sussulti e vibrazioni all’asta aspirata e succhiata dal giovinetto. Il sesso del ragazzo sobbalzava, oscillava, tremolava in sintonia con il suo inviolato e fresco sfintere. Umidori comparivano nell’insenatura delle natiche del piccolo facendo capire che godeva. Era arrivato a provare piacere anale senza subire manipolazioni o sfregamenti.
La bocca, da cui uscivano materie schiumose fluide, seguiva il movimento della mano; a volte si fermava permettendo all’arto di scivolare dolcemente su e giù per osservare sorridendo attentamente l’uomo. Si sentiva ogni tanto un plof, come un suono di bottiglia stappata, con risucchio successivo. Era il movimento a ventosa insegnato che dava piaceri diversi provocato dalla lingua e dal palato sul glande.
Michele non era più in grado di dirigere il gioco, anzi lo subiva contorcendosi e contraendosi nella inutile e illusoria ricerca di opporsi all’imminente orgasmo. Il giovane manovrava le dita della sua mano sinistra nello sfintere dell’adulto con movimenti ondulatori e sussultori, mentre il suo alveo orale titillava e schiacciava il frenulo per risucchiare e fagocitare poi tutto il glande; la mano destra palpava, frizionava, manipolava e carezzava i testicoli bagnati e roridi di saliva.
“Ciapa, … vegnooo, … ohhhh, … siiiiiiiiiiiiiiiiii, … ciapaaaaaaaaaaaaaaa, … in bocaaaaaaa, … tegneo in boca che voio veder, … siiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii, …” irrigidendosi, l’asta di Michele eruttò con copiose e traboccanti spruzzate il contenuto dei suoi testicoli in gola all’adolescente che comunque continuava a pulire quella carne che aveva iniziato a venerare.
“Uhmmmm, … buona, … e sa di latte vaccino,” …Rise. Rivoli bianchi dagli angoli delle labbra scivolavano sul mento.
L’ attempato, portatosi a sedere, ancora ansimante … preso il mite e dolce adolescente, espostolo ai presenti per mostrare gli esiti dell’irrumazione, si portò le giovani, toniche rotondità, care all’impudicizia e alla lascivia, sulle ginocchia per riprendere la lezione.
“Te sì riusxio a tirarme fora anca l’anima, … te sì sta bravo ma desxo vojio veder chel buso che te governa, … Dexso el xè beo neto ed eo posxo tastar, tocar, sbusar par veder come te te movi e te serpenti, … ma prima xe mejio che seo possa veder ben e che el scomixsie a moverse, … a voer respirar, … a ongersxe de crema. El gà da dirme … suplicar … movendose fremendo … co brividi …chel me vol, … che el vol eser verto …roto … demojio … vinto da uno che lo vol gustar. … e … par far chesto … te ghe da eser beo rosxo. … E, co te gò ben scaldà, vojio che ti te me lustri coa lengoa el mio. Da so mare me fasxo lecar anca el cueo … co cuea loro lengoa xe on piasxer grando, che ti farò provar, … se cualcun de cuei che xè cuà, me iuta.”
Che cosa significava bello, rosso, … che lo voleva vedere palpitare, vibrare, spasimare. … e cosa voleva dire mi faccio leccare anche il culo dalla madre. Celestino lo capì subito dopo, quando l’uomo gli intimò di tenere gli arti inferiori distanziati. Avendo assaggiato poco prima le violenti manate, aveva paura, per cui si contrasse. Il suo buchetto sudava, anche se era preso e avvolto da calore. Tremava. Batteva forte e faceva male, … tanto. Romeo non parlava e anche altri che osservavano, anzi …
“Te ghe da imparar, … on cueo beo caldo, … rosxo, … infiammato, … se esxita pì fasxilmente, … sxe daxsa forar sensa fadiga … e che … a noialtri omeni piase aver sempre na lengoa picada sol buso. … te xsì ancora on ceo, ma te ghe da dasxarte far … perché, se no, fasxo come coi vedei … che i bato fin che i caga moeo.” … e mentre parlava, sacramentava, strizzava provocando al piccolo contorcimenti, lamenti, spasmi anche di dolore. Quelle mani callose, screpolate, ruvide lasciavano il segno quando si posavano sulle giovanili natiche. Il ragazzino fissava con trepidazione quell’uomo che lo stava seviziando. Una percossa sbiancò dapprima un muscolo per farlo arrossire subito dopo, accompagnata da un urlo di dolore e da una torsione con sobbalzo del giovinetto sulle ginocchia mature. Il dolore, lancinante e bruciante, partiva dalla pelle del sedere e si propagava in tutto il posteriore e, trasportato da cavi nervosi, volava dritto e violento al suo cervello. Aveva movimenti inconsulti per via del supplizio insopportabile. Tentava di pararsi con le mani, ma l’uomo era troppo forte e robusto. Non aveva compassione per quel piccolo che da poco aveva iniziato un percorso di estremo erotismo per essere pronto e addestrato ad accettare qualsiasi richiesta di godimento. Torcendogli un braccio lo obbligò ad aprire di più i glutei mostrando un forellino voglioso e pulsante “Ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh, … fa male!”
“Sta fermo, … che gò apena scomisxià” … e giù altri sculaccioni. Quel culetto passò da bianco a rosso e poi violaceo: Il piccolo gemeva trattenuto anche da mani estranee. Dal suo forellino tumido e fortemente arrossato uscivano oleose lacrime trasparenti.
“Anca col doeor te godi … vardè sto buso come chel sgiosxa, …come chel bria. El gà pianto e mi desxo sto dentro a sto buso e lu se move come on serpente ciapà. Prima el pianxsea … e dexso el se agita de godimento. Par chesto dixo che ee sberle e scuasxoni i serve par aumentar … aa sensibiità, … par farte aver on piasxer pi grando. E ti Berto, … anca ti Romeo deme na man. Uno per parte. Alseghe el cueo e testa in sxò … che o bagno co na scianta de pixso e dopo par meterghe on po’ de sae là so chel rosxo e … tegneo forte … perché … el trà e gambe da na parte all’altra co na forza che no ghe credarì. Da cueo chel provarà non soeo el vegnarà ma anca el pisxarà … e che nol svegna.”.
“Ahhh, … ahhfg, …ohhh, … basta, … bastaaaaaa … ehhh, …hhhhhhhhhhhhh”. Si agitava, guizzava e si divincolava, a volte s’irrigidiva senza fiato. Stentavano i due a tenerlo davanti al grifo umido, sbuffante della Visa. Quella lingua raspava da una parte all’altra di quel sederino imporporato, eccitato mentre il piccolo pertugio, là incastrato, pulsava, boccheggiava, forse sfinito per i supplizi, … per i piaceri subiti.
“Basta desxo, … meteo là, … carpon sora el gatoeo a sxenoci verti, … che el pixsarà come ee bestie. …Cuando uno sxe sfinio, come sto toso cuà, … el farà tuto cueo che ghe disxemo, … perché el loro cueo el palpita, el freme, ghe fà spisxa ancora … el gà bisogno de eser vardà, … palpà, … forà, … sbatuo e ciavà. … e perché ve rendei conto che cuel che diso sxèe aa verità, … basta, che vardei cuando el vegnerà da mi … par ciaparmeo in boca, e che no varderà che ee so man sxè sporche de boasxa, perché par aa escitazion chel prova e chel vive no ghe interesxa gnente, … ma soeo sto casxo cuà.”.
La piccola recluta, con i glutei rossi come una sanguinella, ansante ed esausta pisciava a tratti indifferente a tutto.
“Vien cuà dexso e … ciapeo nee man … par fame goder ancora co lengua e boca.” L’avanti con gli anni con i piedi nel materasso di escrementi bovini, mostrato il suo marmoreo imponente sesso al giovinetto, con gesti invitò ad eseguire e ad appagarlo. Con una mano, sollevato il volto del piccolo, gli porse alle labbra la punta. Quel glande viola scuro con bordi gonfi fu sospinto dentro la bocca del ragazzino sino nel profondo della gola.
“Tegneo coe man, anca se e xè sporche, … avanti movi a testa su e sxò, … aiutate coe man, … leccame e bae e anca el buso del cueo. Leca, … leca! … meteme on deo dentro e torna a lecar. … Ohhhhhhhh, … te si drio far ben. Torna sol perno, …ohhhhhhhhh, siiiiiii. Te sì ceo, ma te ghè impara presto e ben … a usar a boca ee man.”
A un certo punto il ritmo fu imposto dalle mani del bovaro che gli strinse la testa fino a che grugnì, prima piano e poi sempre di più per poi zittirsi di colpo. Gli gridò di fare il bravo e di bere tutto mentre lo teneva fermo, schiacciato contro di lui. Appena il vecchio lasciò la presa Celestino si tirò indietro e tossì mentre l’anziano gli ricordò ancora di non sputare niente.
“Snetame anca dae boasxa che te me ghe pica soi pei … co boca e lengoa, … e ti, Romeo, meteghe dexso el coin che el gà xzà provà, … el ghe entrerà sensa fadiga, … come on corteo caldo sol butiro e dopo laveo ben e meteo co na coerta sol strame suto; chel dorma na scxiànta. El l’hè sfinio. Oo svejiarè … pena el pasto sxè pronto. … e ti Leo, riordina el materasxo, sensa butar via gnente e preparagheo daea testa ai pie. Tira su e boasxe nove fin stasera. El so leto gà da eser alto par profondar e tegnerghe caldo se el sxe coerto, longo par ciaparlo tuto. … e prima chel torne a star tra e do bestie, meteghe on teo so cueo che te ghè preparà, perché se no, doman no ghea fasxemo a far tuto. Non stè a vardar, cuando el dorme, se el se move o trema, … sxe ancora queo che el gà prova, cheo governa.”.
Ascoltarono ed eseguirono.

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