Celestino cap III La prima giornata

Scritto da , il 2020-11-22, genere pulp

Pulp e zoofilia
Un’aria fresca e leggera accarezzò il volto incrostato del nostro; … un saluto umido e ruvido ne frugò il corpo; … un tramestio violento sulla spranga della lettiera lo condusse gattoni; … muggiti di bestie gli suggerirono l’ora del nuovo giorno; … movimenti di forche e carriole lo avvertirono dell’arrivo degli addetti alla cura delle mucche, alla pulizia e al riassetto dei ricoveri. Non poteva chiamare e muoversi. La catena e il sudiciume lo obbligavano a spostarsi solo con il bacino anche per ripararsi dai movimenti delle vacche in attesa del pasto, del cambio lettiera, della mungitura e della raspatura di croste sulla pelle. Respirava a fondo e rivedeva nella memoria la giornata del suo arrivo, le disposizioni per il suo lavoro, di ciò che aveva appreso, dei piaceri provati, dell’obbligo di sdraiarsi e dormire in quel posto, della sua defecazione notturna, dei sogni umidi e caldi. L’ansia, per non conoscere quello che lo attendeva, lo abbrancava e piangeva, ma, comunque con trepidazione desiderava riprendere il supplizio dell’iniziazione.
Celestino attendeva di essere liberato dalla catena dai nuovi arrivati, quando uno scalpiccio della vacca, che durante la notte gli lambì e succhiò la mano, lo insospettì. La coda alta non prometteva nulla di buono. Uno scroscio caldo, giallo, torrentizio e un po’ salato lo investì e lo bagnò completamente dalla testa alle ginocchia. Lo strame e le sue incrostazioni sia notturne sia del giorno prima ridiventarono molli e fluide. Alcuni bovari trasportavano e riempivano d’acqua un tino, altri iniziarono a mungere. Il nostro era nella melma delle deiezioni sue e delle vacche.
“Che ònt! … ti spussi come on porsèo! … su … varda nòaltri, … che te bajnemo nà sciànta! … speta! … chè se metemo qa sora, perché, se no! … stà bestia poe darme na scòatàa, … prima te liberemo e dopo te lavemo con roba fresca e caldaa! … alsate … e sta fermo, èhh …! Maa ... russateee … on pocoo!”
Getti di pipì lo colpirono dapprima sui glutei e sulla colonna e poi tra le natiche dischiusesi a causa dello slittamento di un suo ginocchio sul fango. Per sfuggire agli scrosci, come fanno le vacche quando gli si orina sulla vulva e per vedere chi lo stava annaffiando, scivolò nuovamente per trovarsi bocconi in quella poltiglia. In poche ore passò da un insieme di abiti a un abbigliamento composto di escrementi. Dopo averlo liberato e irrorato, lo fecero sedere in quella coltre per evitargli altre cadute e per proseguire poi con lo scrostamento.
“Sta fermo … che te lavemo na sciànta!” continuava il bovaro, che proseguiva. Secchi d’acqua di fontana, versatigli in modi spicci, gli tolsero una gran quantità del lordume.
“Meijo l’acua dea merda, anca se a zè freda e geada! … e adeso ndemo dentro stà tina, … che te lavemo ben, anca in te to busi!” … e fattolo alzare, accompagnatolo alla mastea e introdottolo in un’acqua piacevolmente tiepida, iniziarono a lavarlo. Le mani degli uomini, in acqua con lui, scivolavano sul corpo del giovane, … sì soffermavano volentieri sulle natiche, … inoltrandosi tra di esse, stuzzicavano l’ano provocando l’erezione del membro dell’adolescente, gli abbassarono il prepuzio e lavarono il pene. L’acqua scivolava sul corpo detergendolo, … le mani andavano sino ai piedi e tra le dita per risalire sui polpacci e dalle ginocchia alle cosce. Lo insaponarono ovunque senza timore di sfiorare zone intime; … dita perlustravano l’alveo orale mentre alle sue spalle, trattenuto da un braccio che lo fasciava, una bocca assaggiava la sua tonicità scapolare e ascellare; … una mano frugava fra le natiche alla ricerca della rosea, inviolata, rotonda e stretta apertura. Il ragazzino ansimava, a volte tratteneva il fiato … inquieto … o sorridendo, ringraziava per le dolci torture che gli regalavano. Un bastone nero scivolava sotto il suo scroto, muovendosi in avanti e indietro, mentre dita pizzicavano i suoi piccoli e teneri capezzoli. Scossoni di piacere invadevano il suo fisico, lasciandolo inerte tra le braccia dei due. Si mordeva le labbra; i suoi occhi erano lucidi e dolci per quello che provava. Cadde, spossato, … sulle ginocchia tra le braccia dei due. Ricordandosi del giorno prima, afferrò l’asta che si trovò sbattuta sul naso portandosela all’interno del recinto difeso dalle labbra.
L’aria era satura di tutto; nello stallaggio s’inalava un odore acre di letame e di urine. I mandriani avevano terminato il riordino e le pulizie delle stalle e ora circondavano i nostri, ordinando, con la speranza di festeggiare, lo sgorgare del piacere dai massaggiatori sul ragazzo.
Dalla verga violacea, carica e dura, che suggeva, debordò la strenna dell’uomo sugli occhi, naso, guance; l’altro sostituì il primo; inoltre, l’uomo cercava con una mano la crema lattiginosa sparsa sulle guance per introdurla in quella cavità orale mentre il membro del giovinetto era stimolato manualmente con saliva. Il pathos era tenuto alto dai continui passaggi sui genitali e sul fondo sacrale del giovane. Le sue mani erano occupate a stringere. Mani scorrevano su falli attorno ai tre. Il primo sbatteva su quella fronte gli ultimi residui di sperma e, avendolo ormai moscio, pisciò sulle labbra e sul pene che Celestino succhiava come fosse un gelato.
Una mucca, tirata su la coda, aprì le valvole scaricando un torrente di liquidi gialli. Tutto era ormai possibile. La sua gola ha avuto modo di conoscere il dolciastro. Dalle sue labbra fuoriuscivano rivoli bianchi. Lo stalliere si fece nettare l’apertura del pene dalle ultime gocce seminali facendogliele assaporare e dopo, tenendolo per i capelli bagnati, gli intimò di trangugiare il suo piscio che si stava preparando a versargli in gola. Conosce e assapora anche il salato ingerendolo. Al suo stomaco è data una colazione imbevuta dei liquidi spermatici dei presenti. La sua bocca è stanca per i continui assalti che subisce. Levatolo dal grande ligneo recipiente, dai due fu sollevato per le ascelle e per le cavità poplitee, e a gambe divaricate, fu offerto per l’aspersione della zona perineale sfinterica e del pube alla lingua bovina che già conosceva.
Quella spazzolava, … frugava … ruvidamente quelle zone facendolo contorcere, sussultare e urlare il piacere; il suo ano vibrava … e si stringeva ogni volta che era sfiorato per rilassarsi, subito dopo, quando quel mezzo di tortura scendeva o passava altrove. Le piante dei piedi si contraevano per i massaggi che ricevevano. L’iniziando, impotente, esausto, con quella lingua che saliva e spazzava energicamente le interne cosce, asportando avidamente umori salini, tremò ancora contorcendosi per scaricare su sè stesso il suo latte. Dall’ano spossato per le continue, lunghe grinzose limate di lingua fuoriuscivano feci liquide.
Celestino, esanime, non manifestava alcuna reazione quando fu issato e riemerso nell’acqua per essere rilavato e per farlo riprendere. Ansimava nel contemplare l’orgia sodomitica cui, lui, a sua insaputa, diede spunto. A causa della spossatezza carnale patita vomitò prima liquidi spermatici misti a urine e poi, passato il malessere, ringraziò i presenti con un sorriso che era pianto.
Unto con creme profumate e lenitive, rimesso lo straccio, sorbì del latte appena munto con marmellata, miele e pane bianco. Fu consegnato, in quel giorno, alla guida e all’ammaestramento di Romeo. Il ragazzo aveva bisogno di uscire per respirare un po’ d’aria di cortile e doveva far la conoscenza dell’ambiente e dei vari personaggi che lavoravano nell’azienda e dei loro compiti. Era estate e per disposizioni un iniziando nel periodo della sua formazione doveva presentarsi, vivere e lavorare sempre discinto e se qualcuno avesse manifestato desiderio di conoscerlo più profondamente e intimamente avrebbe avuto la possibilità di assistere, richiedendolo, alle esibizioni a cui il nuovo arrivato doveva sottostare.
Accompagnato dal fratello, rifocillato adeguatamente, uscì dalle stalle per incontrare e conoscere gli uomini addetti al taglio del fieno, alla pulizia dell’invaso sorgivo in cui si abbeveravano, quando erano al pascolo, le bestie. Apprese, procedendo con il fratello, che si doveva aver riverenza del trastullo e per lui si doveva usare mani, lingua, bocca, glutei e sfintere; che non si doveva aver paura di fare o ricevere. Tutti i muscoli del suo corpo dovevano nel piacere contrarsi e rilassarsi come una fisarmonica. Bisognava imparare a suonare lo strumento per dare, al suo frequentatore di turno, tutto il godimento e delizia che si poteva. Doveva imparare a leggere il libro della passione con grande spontaneità; essere genuino, libero, sincero ma passionale. Lui era nudo, poiché tutti dovevano accorgersi, vedere, conoscere e abbracciare la nuova presenza. Qualsiasi poteva salutarlo con gesti o palpeggiamenti cordiali; poteva essere baciato con tenera deliziosa passione, … essere tastato ed esplorato nell’intimità, … e rispondere, ma andar oltre era consentito solo se c’era un ordine. La sua formazione era di competenza del fattore, su delega del conte. A qualsiasi flauto spettava venerazione, che appartenesse a un essere o a un altro. Qualsiasi emulsione di un suo frequentatore, per avere piacere, era consentita e doveva essere accettata; importante era avere rispetto e amore per sé e per gli altri. Nel rito della passione non si doveva provocare danni. In quella casa era permesso congiungersi in qualsiasi luogo e sotto lo sguardo di chiunque.
Rilassato, sorridente, seduto nell’aia su un cippo, con il pizzocchero di Romeo in mano, umido e scivoloso, nascosto dalle braghe, ascoltava attentamente quello che gli era insegnato.
“Ogni dì, finché el fator non te vauterà e dirà che te sì pronto par el to lavoro, te me gavaré sempre come istrutor, a mì te me dei … assoluta obediensa, … anca se xè … de strema umiliasion. Mi so to fradeo ma ... cà no! Gheto sentio? … Ogni dì … te ghe da racontar eeto emotion per queo che te ghè prova el dì prima, … ansi … sarà mejio che teo scriva, così eo lexe anca el paron. … On cò … te gò da insegnar come i ho ciama questo in altri posti o altri individui, … e anca come se fa, na booona masturbasion. … e prima che me desmenteghe vojo dirte che eo sperma non gà mai da cader par tera; … se non te resta dentro, … queo che va fora, te ghè da spalmarteo sul viso o sul corpo, come fosse na crema de salute, … come on balsamo…. Par ti, eo, gà da essere on viatico. Te ghe da ciapar el so profumo, … el so odor.”.
Un insudiciato signore con una considerevole pancetta e borsa in mano scese da un lercio calessino per avere informazioni sul nuovo arrivato e conoscerlo. Il germano, fatto un segno d’indicazione, presentò l’adolescente che, alzatosi con la mano coperta di seme, abbassò il capo arrossendo per il disagio. Il medico, posata la borsa e sollevatogli il volto, gli prese la mano, conducendogliela alle labbra perché assaggiasse con devozione quel liquido; contemporaneamente ne tastò i genitali, da cui colavano scie trasparenti. Convennero, lasciandosi, di trovarsi per un’approfondita e curata ispezione a conoscenza della sua muscolatura orale, addominale, perineale e sfinterica, anche per prendere coscienza del suo apprendimento e delle sue qualità. Prima di andarsene il dottore l’obbligò al suo pube ad annusare gli afflati che emanava.
Romeo dopo essersi seduto su un lungo e smisurato cippo dalla forma fallica, disteso in orizzontale incontrato nel percorso di formazione, fattolo inginocchiare tra le sue ginocchia, riprese la lezione.
“Xè mejo che ti, mentre mi te parlo, teo tegna in man e che teo masajia col siso, coi oci, coe mascée, col naso e anca che teo basa ma sensa andar oltre e sensa denti, … Non te ghe da farme vegner.” … e mentre Celestino eseguiva l’invito, anche con l’aiuto delle mani, ... il fratello proseguiva.
“Questo podemo ciamarlo anca: agnello, alabarda, albero dea cucagna, anaconda e Armando, arnese, asso de bastoni, attaccapanni, avvoltoio o attizzamonache o preti. …. Noialtri preferimo i preti. … badije, banana, baobab, Bartolo, batacchio, bega o belin come el tuo che el xe un po’ picolin, ma speremo che el cressa ancora na scanta, … che el vegna come el mio. Vedito … che beo che el xe, luscido, grosso con na capea che voe essere messa so na tana. Chee giòsse che vien fora da eo, tiree xò e spalmae so tutta ea verga, … che ea vien ancora pi bea e allegra, … radiosa,… o anca come biberon, bigatto, bigoeo, bischero o biscoto, termini che i xe tuto on programa; branzin o britoea, califfo, canoeo, o capiton sensa rece, cappuccino o casso che te baea en te cueo, clarinetto, coda o colonna, dardo o durlindana, Ernesto, estintore o excalibur, fallo, fava o flauto de pee, fungo, generale o Giacomino, gelato, Gino e Ginetto, vendicatore calvo, invogliaculo o inzipatore, legno, manganello, manico del badije o massa de tamburo, membro o minchia, nerchia, nervo o ninin, organo o oseo, pacco o panocia, Pasquale, pennon o pentegana, pertega, pesce o picossa, pipino, pirla o pisciolo, pisello, piostillo o peppone, proboscide o puiscio, pungolo o ragazzino, randello o renga, salsicciotto o sberla, sciupparagazzi, sfodaculi o sfibramorroidi, sigaro, spaccaculi o spaventaragazzi, sfollagente o squalo, stanga o stoccafisso o sventracui, tega, tanghero o tarello, torello tritaculi o tromba, useo vaccaro o verga, vanga o arieggiatore de cul.
Come te ghè sentio tanti nomi per ciamar sto atresso; e ghe né tanti altri, perché ogni region o ogni omo lo ciama come el vol.”.
“Par stasera te ghè da elencarmene on pochi e da dirmene de tui oltre al queo che te ghè da scriver su de ieri.”
“Prima de andar avanti a trovar el fornaro, xe mejo che te prepare e te mostre come se dee fare na masturbasion, che dopo tea farè tì al fornaro e che te disa che da cuà a to formation prende na piega anca religiosa. El nostro darse a chi me voe xè anca un atto sacro dedicato al fallo e ti, anca par questo te ghe da venerare qualsiasi membro che i ti fa veder o ciapar, che sia de omo o de bestia, pulito come el tuo, che xè pena sta lavà o sporco come queo che te podarè incontrar o ciapar cuà dentro.”.
“Va bene, …sino ad ora tutto quello che ho potuto ricevere di emozioni e di grandi eccitazioni lo dedico a questa divinità e, se prima mi sembrava una piacevole e incantevole violenza per conoscere me stesso e il mio corpo, da ora tutto quello che volete che io faccia lo consacro e lo offro a Lui, come dono. Per cui istruiscimi e addestrami a fare bene il mio servizio. Se a volte erro o mi rifiuto, ti prego di punirmi come devi, affinché non dimentichi mai il fine del mio operato.” Una carezza confermò il gradimento della disponibilità e apertura del giovinetto, che accoglieva come una spugna gli insegnamenti e i suggerimenti del fratello.
“Sto pimpin gà ora poco liquido de passion, per cui tocandoeo, acaresandoeo e sopratuto basandoeo col ciaparlo anca in boca el se svejerà. Sto lavoro gà da esser fato con passion e amor, … e per far mejio dassate basar e rispondi al baso, … chee lengue se toche … e … se russe par conoscerse e scambiarse saive; e basa, … basa anca aea goea, el naso i oci, e rece, tutto de queo che te xè davanti el xe da basar anca el cueo, daea testa ai pie anca se a persona xè onta. Te ghè da esser furbo, sea persona xè onta e spussa, dighe che teo voi lavar par farlo sentir mejo… per farlo goder de pì, anca con on bon masajio de àcua e son e che dopo teo lavori c’o l’ojo.”
Mentre il maestro parlava. Il suo scolaro ne leccava, ungeva, bagnava con la lingua il glande del fallo che cingeva delicatamente in una mano, mentre l’altra ne arruffava deliziosamente il boschetto da cui si ergeva, asportandone in continuazione le stille che dal suo forellino grondavano; aveva ascoltato il precettore iniziando ad amare e venerare il membro, che nelle sue mani appariva e scompariva bagnato di umori eccitanti, afrodisiaci.
“Vien a sentarte a cavaeo dee me gambe, che possa restituir na sciànta a passion che te ghè vùo verso sto pitton”, e sollevatolo da dove era, fattolo accomodare cavalcioni delle sue gambe con quelle di Celestino aggrappate a lui iniziò a baciare quell’alunno che prometteva diventare un discepolo bramato e desiderato da tutti i frequentatori della cascina. Le lingue danzavano, si lasciavano prendere, venivano aspirate e succhiate per fermarsi dando il tempo ai due di vedersi nelle pupille e per riprendere fiato.
“Te si pena vegnuo fora dal gnaro, che sxià te ghe ansia, smania de farte prendere, te spasmi, te fe veder lussuria. Cuà sotto semo drio bagnarse tutti e do. Te me piasi tanto, … te me someji; e … xe mejio che scomiscia”. … e, sempre con le lingue intrecciate con una mano sulla nuca per tenerlo a sé e una sul sederino, guidando il movimento di allungamento, lo posò sul granito per portare subito dopo la mano dal sedere all’implume ridente infradiciato cappuccino senza tonaca, iniziando lentamente la tortura formativa promessa, mentre l’altra procedeva, pizzicando o graffiando; invece, la lingua scendeva, eccitando, verso l’ombelico del dolce, sensibile infiammato scugnizzo. Si portò le gambe del piccolo con il bacino sulle sue ginocchia per meglio controllare poi l’orgasmo che gli avrebbe provocato.
“Sostiente sui gomii e varda …” Celestino iniziava ad intercalare ai respiri lunghi e profondi sussurri di gradimento con espressioni di piacere accompagnate da quelle di consenso e di sprone. Era in poche ore entrato nella parte che doveva prendere. Affascinava.
“Prosegui Romeo. … Ehhhhhhhh, … sssiiiiiiiiiiiiiii. Vedo la tua mano che scivola dolcemente sul mio pene, prendendo e trascinando le stille che escono copiose da quel piccolo orifizio. La punta è infiammata, rossa e lucida e … ohhhhhhhhhh c’è un qualcosa di bloccato sul fondo schiena che vuole uscire, esplodere per correre su tutta la spina. Il mio ano si agita, si apre e si chiude in continuazione; … anche lui sta bagnandosi. … Sssssiiiiiiiiiiiiii, … ohhhhhhhhhhhhh, è sublime e meraviglioso quello che mi stai facendo.”.
Mentre una mano del maestro slittava e scorreva sul giovanile membro con l’aiuto dell’abbondante precum, sfiorando qualche volta l’inserzione del frenulo, - Quando questo avveniva il giovane corpo s’irrigidiva e si allungava tutto, arcuandosi verso l’alto come a voler donare un qualcosa che l’adolescente aveva già provato, ma non sapeva ancora come chiamare. -, l’altra stringeva leggermente il sacco durale per interrompere l’esplosione del godimento e scendere subito dopo verso l’ano aumentando la pressione. Romeo guardava sempre il volto del discepolo per capire qual era il punto di massimo appagamento e trovatolo, ruotava il polpastrello dell’indice con movimenti pulsanti con ritmo crescente sino a … ma l’uomo ritornava a stringere e ottenuta la regressione, sollevato il bacino del ragazzino con le bianche ginocchia a contatto della testa in modo da poter avere il fresco roseo piccolo sfintere dinanzi alla sua vista.
“Te sì beo, fresco, caldo e questo – toccandoglielo con il medio destro - xè umido, pulsante, el bocheji in continuasion.” … e posando la lingua su quell’apertura ancora chiusa, ma desiderosa di essere visitata e penetrata per quello che faceva vedere, innestò il momento finale. Leccava, lisciava, limava per addentrarsi con la punta al suo interno.
“Ahhhhhhhhhhhhh, … basta, … continua, … sssiiiiiiiiiiiii!” Le gambe del ragazzino non trattenute si muovevano in su e giù, come se pedalasse montando sul seggiolino o stanco si riposasse, sedendosi. Si lamentava, incoraggiava a proseguire quel dolce sublime supplizio, taceva sgranando gli occhi sotto lo sguardo dell’insegnante e di alcuni curiosi, che sentendo guaiti o urla si erano avvicinati per contemplare quel corpo che, stimolato da mani esperte, stava scoprendo una parte di sé sino a poche ore prima sconosciuta. Degli zampilli intensi e irrefrenabili sgorgarono dal suo pene cadendogli sul volto e sul torace, accompagnati subito dopo da quelli degli astanti. Sorrise dolcemente al docente.
“Grazie.”
“Te gaeo piasuo? …” Sorridendo nuovamente ritornò nella postura iniziale con i presenti che gli stavano regalando il loro piacere.
“Par proseguir la lesion, gò concordà con el fattor de meterte sta trivea co sto rixso. No a xè grossa ma longa. A somejia aea coa de on porseo, ma con te camini ea se move dentro de ti, fasendote mancar el fià. Te sarè sempre in tension, ma questo non vol dir gnente, perché uno preso daea passion fa tutto queo che se ghe domanda sensa obiesion; ma prima dassa che te spalma el to sboro sol viso e che teo fassa sercar, gustar, sorbir. … El xè bon, mentre queo de lori teo slargo sol corpo e sol cueo. Tè ghe da saver de sboro, … te ghe da imparar a conoscerlo, a gustarlo, a berlo … a sentirlo dentro de ti.”.
Romeo distribuiva quel gel con movimenti lenti, lunghi e verticali della mano, quasi delle pennellate dal viso al perineo e all’ano sempre sotto lo sguardo dei presenti sempre più numerosi e generosi; e ogni volta che la mano adulta passava sul viso lasciava tracce anche nella luccicante fulgida cavità orale.
“Desso te meto sto coso dentro el cueo. Non te farà tanto mae, ma te ghe da dassarteo inser. Nol xè tanto grosso, e va ben cossì. Eo el gà da farte esìtar, … e se te voi no sentirlo, basta che te camini a gàton. Teo cavarò soeo par latar e ciapar el pixso, … stasera.”.
Romeo, aiutato anche dai presenti che trattenevano le gambe del piccolo, appoggiata quella trivella sull’anello sfinterico di Celestino snervato e allentato per i massaggi ricevuti poco prima, spinse con decisione facendo ruotare quel sex toys o plug anale somigliante al perno di un verro sino a farlo entrare totalmente. Fuori rimaneva un piccolo ricciolo simile alla coda del maiale. Glielo sistemò in maniera tale che la punta esterna del codino con l’incedere colpisse un punto vicino allo scroto facendolo eccitare, ansimare senza soste; se non che lui stesso, come apprese, non se la ruotasse verso l’esterno, spostando, però, in questo modo la percussione all’interno. La sua deliziosa, avvincente, infiammante sevizia non gli avrebbe dato tregua; lo avrebbe condotto a spasimare, a desiderare anche mentalmente di essere legato e posseduto da un membro. … e, lì, in quella fattoria, ne avrebbe conosciuti e presi tanti.
“Te go fato mae? … Cossa séntito e come steto co sto cosso dentro?”.
“No, mi ha provocato fastidio quando me lo hai spinto dentro, come la mamma o in collegio quando m’introducevano la cannula per il clistere. Avverto là un appagamento mai provato prima, … un pieno che invoglia ed eccita. Sto bene, … è magnifico e meraviglioso averlo dentro. Mi piace e mi diverte.”
L’orologio del campanile con i suoi rintocchi annunciava le undici. Avevano tutto il tempo, prima di avviarsi verso la cucina per il pranzo, di fermarsi al forno per godere del profumo del pane in cottura. L’adolescente, ormai pedinato, camminava bloccandosi spesso a causa dello stimolo provocato tra le natiche per riprendere il passo subito dopo. Qualsiasi arto lui avesse mosso riceva sempre un colpetto nel punto trovatogli dalla sapienza erotica del fratello Romeo. Prima della sosta, presso il forno, il precettore riposizionò il plug con il codino verso l’esterno suscitandogli un lungo sussulto con impasse respiratoria.
“Perché?”
“Queo che fa el pan ga da vedere sto codin! … e dopo te sé cossa che te ghé da far.” Rasentando il forno, da cui uscivano profumi da pane fresco. Salutarono l’addetto alla cottura del pane e dei dolci tradizionali che, spesso, erano preparati per gli ospiti e per le feste dei braccianti. Dalle deiezioni di vacca attorno alle fessure per non far uscire calore della porticina i due si accorsero che l’infornata era appena stata turata.
“Questo, Romeo, saria el novo rivà? … me sa che el xé massa xgiòvane, … anca se el sé presenta ben, beh … oohhhhhh ho gheto portà a consacrar su l’altar del dio Minh, … el xè pien de brodo dae a testa a soto. … Teo ghè inisià presto, … el xè ancora on puteo, … sensa peo, … ohhh che profumo chel gà, … però … me sembra chel gàbia on bel fisico sensuae, concupissente. … Co sta coa el xè anca imorae, libidinoso; però mirandoeo, vautandeo ben … el me sembra anca pujito, inosiente, pudico e xgenuin. … ma te sé, Romeo, che par dar on xgiudisio, oltre che vederlo coi oci, bisogna saverlo veder anca con altro, … e mi no me tiro indrio a farte sto favor. … e ti, puteo, che non so come che te ciami, piegate na xcianta, … chee me man gà da tastar. Dasseme parlar, … dopo te me disi come te ciami e par cossa che te sì cuà.”
Il ragazzino, sorreggendosi al fratello, favorì, accogliendo la richiesta, alle mani del fornaio di conoscerlo. Oh, quelle mani! Tutti, da quando aveva iniziato quell’esperienza, le impiegavano lascivamente in modo depravato, peccaminoso e osceno. Scuotevano e stimolavano senza timore la sua natura e a lui piaceva e conquistava quella lascivia, quella libidine o turpitudini e il suo fisico si era aperto alla sessualità senza remore o inibizioni. Era unto di copiosi umori maschili quando quell’uomo lo conobbe e volle esaminarlo a fondo. Forse desiderava anche lui fargli omaggio del suo piacere. Romeo lo pilotava e incitava per farlo sondare, testare, ispezionare anche nei suoi recessi nascosti e quello spesso tirava o girava il ricciolo e quando succedeva il piccolo vacillava, tremava, implorava o boccheggiava per il piacere che riceveva e che quelle mani gli davano.
“Anca se te ghè on strasso de mudanda onta de sboro e sbregada che non querxe gnente, ansi … ti fa ancora pì provocante, … exsitante. I gà da aver provà a svestirte e no te voevi? Xea cossì? Beh, no importa …e desso, sbaxsete ancora, … metete gaton … che vojo vardar ben el sto cueo … co sta cossa infiada dentro. Che beo che te sì … là, … che stretto che te ghe da esser, … e caldo; ma caldo te sì xgia adesso. Che fortuna chei gà quei che xè pieni de paanche, … che i poe goder de simil tesori. Gò ancora i dei sporchi de boassa de vaca, ma ti te ghè na lengua calda, lusida, tenera che xè on pecà non fartea adoperar, mentre te usi e te man par farme sborar. Su vanti … movete; chea braga xè verta sia davanti che dadrio. Noaltri costumemo cossì, perché se uno te voe, el gà suito a porta verta.”
“Sono Celestino. Da poco …”
“Speta, … speta, … el parla talian Romeo?” Da dove vegneo e dove o gavio trovà fora?”
“El xè me fradeo. El studiava in coejio; el sa de latin e de greco. Paea profession chel ga dito … ghessemo. Che piaseva al paron, sior conte, perché el ghè sembrava on puteo, come ghe piase a tanti omeni aver tra e man on ceo; ma lu el xè sempre sta a studiar e dea vita de sesso non sa gnente. El xe partio da casa che el gavea gnanca diese ani. Ogni volta che el vegnea a casa se fermava do dì e non de pì; ma stavolta el dovea fermarse tanto e poiché el conte el gavea bisogno, ghe gavemo parlà e lu xè sta suito contento, perché Seestin sa parlar anca in latin e lexge ben el greco vecio. A scoea el xgera el mejio co voti alti in tute ee materie, ma de cueo, de casso, de sbora non savea e no xsà gnente … e desso … semo drio insegnarghe. Gavemo visto che ghe piase tanto esser accaressà, basà, segà ee esser toca sol cueo. A mi sembra on genuin, … on po’ puteo, ma el va ben cossì. A xgente che vien in sta casa lo vorà suito e sarà disposta a pagar ben per averlo pa na volta, e noialtri semo contenti perché, co lu, se ritornerà a lavorare tutti quanti come ai bei tempi. E desso date da far per insegnarghe colcossa.”.
“Beh, … desso che so colcossa de ti piccin, < proseguì nell’accoglienza e nei saluti il panettiere> … date da far co sto baston, che el xè drio bagnarse, pianxger. … el voe e to man. Vardeo che beo grosso, longo, che el xè, … co na capea lussida, rossa e piena de umor. Xea a prima che te vedi cossì, … dime?”.
“E’vero, ma ho visto pochi membri. Questo è il più grosso e lungo che ho incontrato e che mi è stato presentato. Mi piace; lo voglio accarezzare e godere sia nel tenerlo tra le mani sia nel prendere quello, che dopo mi darà.”
“Senteo Romeo, come che el gà parlà: El xè pena sbocià, che suito el vol conoscer manganei e gustar i loro sbori coi loro profumi. …”
Quel pene sapeva di piscio fermentato, ma al piccolo non interessava, poiché era in preda ad una forte eccitazione, datagli dal plug, che non gli permetteva di avvertire l’olezzo che l’uomo, non lavandosi, emanava.
Celestino, mentre muoveva la destra piano piano in su e giù, con la sinistra ne tastava i testicoli accarezzandoli o schiacciandoli lievemente, guardando sempre negli occhi il fornaio. Dal suo viso sprizzava luce. Sorrideva tranquillo e soddisfatto per la certezza di ricevere dal meato di quello sciupparagazzi la crema bianco lattiginosa corroborante della sua libidine. Si portava quell’attizzapreti sfavillante e madido di succhi alle narici o alle labbra, agli occhi, alle guance come a formare una ragnatela di bava di ragno. La mancina nel frattempo inoltratasi nella valle dell’Eden torturava l’anello vibrante, là nascosto, in attesa di essere penetrato, varcato, invaso.
“Seestin, … ohhhhh, … sto vegnendo. Non resisto ae to man deicate, xgentji, calde, piene de bonagrasia, odorose de bon, de inocensa. Te me sì caro, …ohhhhhhhhhh, … ma chi te gà insegnà. Dove vuto el me liquido, … sul viso, … nea boca?”
L’adolescente gioiva e continuava ad operare sereno e affabile sul pennone del panettiere. Il primo spruzzo lo colpì sulle narici per scivolare copioso sulle labbra aperte, il successivo sull’occhio destro e poi sul sinistro. Non vide più nulla, avvertiva solamente dove veniva raggiunto. Vibrava e sussultava. La sua testa veniva mossa e girata verso altre fonti e la sua bocca fu varie volte inondata e farcita di liquidi cremosi lattiginosi opalescenti. Sul busto scorrevano scie profumate di maschio. Una mano del panificatore contento e appagato gli ridiede la vista, e lui, allora, prima si spalmò tutta quella crema ricevuta sul corpo e dopo ciucciò le dita; indi si portò quel membro, ancora duro, lucido, coperto di crema alle labbra per pulirlo, mentre l’uomo, scosso e sbalordito, respirava con affanno.
Romeo soddisfatto ringraziò l’amico per l’aiuto datogli a formare quel giovane virgulto, ben avviato sulla via di Sodoma e a dar appagamento e godimento a chi lo avrebbe richiesto.

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