Le avventure di Roxanne. cap.13: Il bordello

Scritto da , il 2015-07-21, genere prime esperienze

Il motivo per cui François insistesse a porre le premesse della propria dipartita, continuava a sfuggire al Marchese d’Erot. Quasi ad ogni pasto sciorinava qualche sgradevolezza nei confronti del Prince Koutou o del Marchese stesso, tanto che il Conte suo padre non riusciva più a liquidare le sue intemperanze con una risata ed in più di un’occasione diede in escandescenze, peraltro senza alcun risultato. Indifferente alle sfuriate del Conte, ai rossori della giovane matrigna Annette, solo in parte rispettoso della zia Claude, continuava a riferirsi agli ospiti rispettivamente usando le locuzioni di “il Negro” e “il Libertino” dando a questi termini un evidente significato spregiativo. Koutou, che conosceva il senso di quelle parole, non non ne intendeva il tono sprezzante e aveva chiesto lumi al Marchese. Il dotto nobiluomo non poté che ripetergli che “negro” significa scuro di pelle e che essere “libertino” significa pensare che mai un uomo potesse essere la proprietà di un sovrano, un bambino la proprietà di un padre, una donna la proprietà di un marito, un negro la proprietà di un colono. Erano cose di cui avevano già parlato ma Koutou faticava a capire la differenza tra la “visione del Marchese”, così chiamava le sue idee, e la “visione del prete gonfio”, intendendo con ciò i discorsi che gli aveva fatto un grasso missionario conosciuto durante il viaggio da Dakar a Marsiglia. Il Marchese gli spiegava che uomini come François o Padre Baptiste, riducono la complessità dell’universo ad un’unica causa, ad un unico dio (il loro, naturalmente) e considerano i negri dei selvaggi e quelli come lui dei depravati.
Il prince Koutou lo guardava in silenzio, concentrato. Si prendeva il suo tempo per riflettere e poi poneva le sue domande.
«Ma perché li sopporti?»
«Sono troppi Koutou!» rideva il Marchese «E poi sono un aristocratico. Faccio la bella vita, scrivo, scopo. Se cambierà mai qualcosa, di certo non saranno quelli come me a cambiarla.»

Quando ancora stava a sud, dalle parti dell’equatore, “ospite” a casa della famiglia di Koutou, si era presentato al villaggio una strana comitiva proveniente da un’altra regione. La delegazione si era sistemata alcune settimane ospite del padre di Koutou ma quando se ne erano andati il Prince non era andato a salutarli. Dopo mezza giornata dalla loro partenza era tornato al villaggio con un sacco. Dentro al sacco le teste di tre dei guerrieri che avevano accompagnato la delegazione. Il Marchese, non conosceva bene né la lingua locale né l’etichetta da rispettare nel villaggio e per questo era riuscito a stento a capire che i tre dovevano aver mancato di rispetto a qualcuno e, siccome erano ospiti, nessuno li aveva toccati mentre erano al villaggio. Proprio per questo Koutou li aveva aspettati, da solo, appena oltre i confini del loro territorio. Il Marchese sapeva però che quel ragazzino ignorante di François, prima o poi avrebbe fatto adirare davvero il suo amico negro e, un po’ per divertimento, un po’ per amicizia verso il Conte, si era prestato ad elaborare un contorto piano in due atti per insegnare al giovine le cose del mondo.
Il primo atto fu facile da dispiegare, il secondo più complicato ma oltremodo intrigante.
Il primo atto consistette nel convincere il Conte che era tempo che il suo figliolo si recasse al locale bordello per divenire uomo. Il Marchese in cuor suo sapeva che un uomo può dirsi tale quando è in grado di ingraziarsi un donna libera senza necessità di pagarla, ma in questo caso si può dire che mentì senza alcuna buonafede. Il Conte invece trovò la bugia di suo gradimento e avrebbe accompagnato lui stesso il figlio al bordello senonché, come gli dfece notare il Marchese, ciò non era affatto decoroso. Il Conte comprese e si stabilì che fosse lo stesso Marchese a svolgere questo compito. Che poi era esattamente quello che il Marchese voleva fin dall’inizio.
Convinto il Conte, il Marchese d’Erot si adoperò a coinvolgere la donna giusta. Il nome della prescelta gli era chiaro fin dalla concezione della commedia visto che proprio lei ne sarebbe stata la vera e propria “diva ex machina”. Ma si trattava di convincerla, visto che non si trattata di una normale prostituta. Aiutato in ciò dalla prestanza del Prince Koutou, il Marchese seppe risvegliare i desideri di trasgressione della donna, e soprattutto di quella particolare trasgressione. Lei, come il nobiluomo aveva immaginato, si dimostrò un terreno fertile per il seme di quella particolare trasgressione ed alla fine i suoi “oui” ansimati di piacere, furono anche “oui” di accettazione della molto sconcia e sconveniente proposta del Marchese.

Il secondo atto della commedia ideata dal Marchese d’Erot, che in quella farsa che era la vita amava recitare la parte del capocomico, iniziò con François indignato e rosso in volto e proseguì con le manfrine di Padre Baptiste che riuscì, dove non avevano potuto le urla e le imposizione del Conte, tirando in ballo la morale cattolica, che considerava la prostituzione tutt’al più un male L'Apollonide 1necessario, peraltro tollerato dallo stesso Cristo nostro signore, che, stando al cappellano, aveva perdato a Maddalena e a i suoi clienti. Alla fine il giovane François cedette e acconsentì a farsi accompagnare al Bordello dal Marchese e poco ci mancò che la sua iniziazione alla sudicia e squallida pratica della prostituzione avvenisse con l’accompagnamento di Padre Baptiste che dovette far buon viso a cattivo gioco, quando il Marchese, gongolante, rilevò l’inopportunità della sua presenza in un luogo come il Bordello. Luogo che del resto conosceva bene, ma che, ovviamente, non poteva frequentare troppo apertamente. Tutto il resto filò liscio come aveva previsto e pianificato il Marchese.
Madame Sylvia li accolse nell’atrio con tutti gli onori e tutto il suo abbondante décolleté così profumato da ricordare al Marchese certe disavventure sessuali di Lemuel Gulliver a Brobdingnag. La Maîtresse recitò però la sua parte con gran abilità, prendendo per il naso il giovane torello e menandolo dove lo si voleva portare. Né la cosa si rivelò difficile: l’abbondanza di colori, su cui dominavano il porpora ed il viola, di stucchi dorati, candelabri accesi, vetrate dipinte, arredi e quadri dai soggetti licenziosi parevano studiati apposta, e in effetti lo erano, per stordire con il loro frastuono visivo i giovani come François, nonostante per lui tutto ciò non fosse che lo sfondo su cui si muovevano dee prostitute scarsamente vestite di trine e veli da cui spuntavano cosce e seni, calze e giarrettiere, sorrisi e sguardi ammiccanti, labbra e occhiaie truccate, braccia nude e visi incipriati e non ultimo, dietro alla balaustra del primo piano che dava sull’atrio, un clamoroso e imperiale deretano.L'Apollonide 2
Ma mi perdonino i lettori la ridondante sintassi di questi tempi barocchi. Dicevamo di Madame Sylvia. La valente Maîtresse, dunque, fece volteggiare la fantasia del giovane François tra le dame lì convenute, tra la rossa, la mora o la bruna, la zingara, l’italiana o la russa, la giovane, l’esperta o la matura, la formosa, l’acerba o la grassa, la dolce, la piccante o la frizzante, l’angelica o la diavola e quando fu sicura del totale smarrimento del ragazzo, si ricordò come per caso della Mademoiselle appena giunta al bordello, la più bella di tutte e che ancora non si era concessa a nessuno, essendo giunta alla casa ponendo due sole condizioni: che si sarebbe donata solo a uomini di suo gradimento e si sarebbe tolta tutto, se necessario, ma non una leggera maschera che le lasciava libera la bella bocca, ma che ne celava gli zigomi e gli occhi. In sintesi, la donna perfetta per un nobiluomo.
«Ma perché la maschera?» obbiettò il giovane François.
«Perché nessuno conosce la sua vera identità e pare che in realtà sia un nobildonna che si concede per puro vizio» rispose Madame Sylvia abbassando la voce.
«Oh».

L’ultimo particolare rivelatogli da Madame Sylvia gli appiccò il fuoco della curiosità addosso. Le puttane che aveva visto fino ad allora lo avevano soprattutto disgustato: pubbliche mogli, sporche, sfatte, con le loro carni frollate, gli inguini e le ascelle sudate. Ma quella no. Quella doveva essere davvero un’amante del vizio, una succube del demonio. François pensò che si sarebbe attenuto al piano, il proprio piano, quello che aveva elaborato una volta compreso che non gli era possibile opporsi al Conte suo padre. Si sarebbe rinchiuso in camera con la donnaccia e una volta soli le avrebbe dato del denaro affinché riferisse al Marchese che l’atto era stato compiuto. Poi se ne sarebbe andato immacolato come era entrato, con l’unico rimpianto di una menzogna a fin di bene.
Eppure, mentre seguiva sulle scale il ghignante e debosciato Marchese e Madame Sylvia, si sentiva il cuore in tumulto, al pensiero di quella nobildonna che si concedeva per denaro, in un posto come quello. Doveva trattarsi, concluse il giovane, di una vedova svergognata, incapace per lussuria di rispettare la memoria del defunto marito. E se era veramente una nobildonna, era persino possibile che la conoscesse. Se la immaginava giunonica e in là con gli anni. Ma non era così.
La Mademoiselle misteriosa li accolse in una fragrante veste da camera, lunga ma ben poco casta, tanto che quando entrarono nella sua camera, lei si alzò dalla toeletta per venire loro incontro e François poté notare le sue gambe spuntare ad ogni passo dalla vestaglia. Gambe velate da candide calze sorrette da un laccetto bluette attorno alla coscia, che terminavano in piccoli piedini infilati in sandaletti con il tacco ornato da pietre preziose. Non era vecchia, né giunonica. Il suo corpo era giovane, esile ma armonioso, le sue cosce erano eburnee ma slanciate, e lo fecero arrossire al pensiero che lei le offrisse per denaro, al pensiero che se lui avesse voluto, presto quelle cosce avrebbero cinto i suoi fianchi.
La Maîtresse presentò François alla Mademoiselle raccomandando un trattamento d’eccezione, trattandosi di un ospite di gran riguardo. La ragazza dal volto parzialmente coperto, accettò le raccomandazioni con un inchino e poi porse la mano al giovane. Gli sorrise e gli mandò in fumo il senso del pudore e la capacità di proferire verbo. A stento il giovine riuscì a portarsi alla bocca la mano della Mademoiselle. Una mano sottile, curata, profumata con un profumo che gli parve di riconoscere e lo inebriò come se avesse bevuto distillato di rose per un’intera lunazione.
François, inebetito, rimase con la mano della Mademoiselle nella sua, senza saperne che fare. Il Marchese sghignazzò prendendo la Maîtresse sottobraccio.
«Andiamo, mon cher Sylvia,» disse, «i ragazzi devono fare amicizia e conoscersi un po’ senza l’imbarazzo di noi due. E poi temo di non aver prestato attenzione al menù, e dovrete ripetermelo. Quanto a voi, François, mi raccomando solo una cosa: la regola è “un gentiluomo tratta le regine come puttane, e le puttane come regine”. Ma in questo caso, visto il particolare caso della nostra nobile Mademoiselle, fate un un po’ voi.»

La Mademoiselle, per tutto il tempo del suo incontro con François non disse una parola, ma si fece capire con estrema delicatezza. Quando il Marchese e la Maîtresse furono usciti, rimase con la mano destra in quella di lui, che pareva incapace di lasciarla, e si portò l’altra mano al viso, ponendo la punta del dito indice a contatto con il labbro inferiore, nel gesto di chi sta scegliendo tra diversi tipi di dolcetto, tutti diversamente prelibati, posati su un vassoio d’argento. François rimase incantato dalla mano della Mademoiselle, dal suo dito aggraziato, dalla sua unghia curata che tamburellava pensosa sul labbro tinto. Un labbro morbido, elegante eppure accattivante, quasi familiare nelle sue forme pure.
Prima ancora che François se ne accorgesse, quelle labbra si erano tese in un lieve sorriso, poi si erano socchiuse e ammorbidite, si erano avvicinate fino a raggiungere le sue.
Prima ancora che François se ne accorgesse aveva dato il suo primo bacio ad una donna.

Ancora attonito per le sensazioni appena ricevute, aprì gli occhi che non si era accorto di aver chiuso e si accorse che la Mademoiselle lo stava conducendo per mano verso il letto. Il bacio era stato profumato, dolce, rorido. Prima aveva sentito sulle proprie le labbra di lei, e già questo l’aveva fatto precipitare in un diluvio di sentimenti sconosciuti. Poi, ormai da tempo dimentico di sé e di ogni altra idea avesse mai covato sul mondo, aveva avvertito qualcosa che gli era parsa una saetta nella notte, tanto gli aveva sconquassato l’anima, ed era in effetti stata solo la lingua da cerbiatto della Mademoiselle che si intrufolava tra le sue labbra come lo zampillo di una fonte, da cui lui non si sarebbe mai dissetato a sufficienza.
Quando furono in piedi, accanto al baldacchino, la luce delle candele là posizionate, illuminò gli occhi di lei dietro la maschera che non era che un ricamo di pizzo nero sulla sua pelle candida. Ed erano occhi neri e brillanti come ossidiana, occhi nati in qualche vulcano. François avrebbe voluto baciarla subito, e ancora, ma lei si ritrasse e lo tenne a bada agitandogli con eleganza l’indice sotto il naso a dire “no-no”. Quando il ragazzo si arrese, lei si avvicinò e gli sciolse la marsina, un bottone dopo l’altro, senza che lui potesse far altro che respirare dalla bocca lasciata aperta dall’ultimo bacio ricevuto. Quando ebbe finito con i bottoni, la Mademoiselle prese i baveri della marsina e li spinse indietro, sulle spalle giovani del giovane uomo, e poi verso il basso fino ai suoi gomiti. In tal modo lui fu un po’ prigioniero di lei, che gli si fece incontro e lo baciò di nuovo, rinnovandone l’estasi.
La marsina cadde a terra e lui finì seduto sul letto. Lei si chinò per togliergli le calzature, poi, stando in ginocchio, si sollevò quel tanto da arrivare alla patta dei calzoni. Lui allungò una mano, lei la respinse e, posandogli la sua manina sul petto, lo spinse indietro. Lui si lasciò cadere, sconfitto, e solo allora notò lo specchio sul soffitto del baldacchino. Sentì le mani di lei armeggiare, i calzoni che gli venivano sfilati con decisa gentilezza. Si ritrovò con la sua virilità esposta, nuda, rigogliosa come un verde virgulto di quercia che trova la luce dopo aver superato la terra tra la sua gemma e il cielo.
François si accorse di aver di nuovo chiuso gli occhi e allora li riaprì vedendosi riflesso sopra di sé. Si vide abbandonato sul letto, con gli stinchi a penzoloni oltre il letto, la camicia sbottonata e le vergogne in bella mostra. E vide la Mademoiselle che, inginocchiata ai suoi piedi, osservava il suo fardello eretto. Il giovane alzò la testa per vederla in viso. Lei gli sorrise e allungò una mano. Il tocco di lei lo sconvolse. Si abbandonò all’indietro, chiuse gli occhi e gli parve di cadere in un delirio in cui c’era solo la mano calda di lei, la sua mano bianca, la sua mano morbida, la sua mano abile. E poi qualcos’altro. Umido, molle, come calda rugiada sul suo fiore. Spalancò gli occhi e lo specchio riflesse la nuca di lei, la sua capigliatura scura, il movimento del suo collo da gazzella che assecondava quello della sua bocca sul suo fardello. François gemette sentendosi abbandonare da tutta l’aria che ne alimentava i polmoni, poi inspirò forte, quasi temendo di annegare, e di nuovo soffiò fuori tutto. Iniziò ad agitarsi, quasi a voler fuggire ma si sentì la mano di lei che gli risaliva sotto la camicia dal ventre al petto e quando fu lì, François sentì il calore di quella mano penetrargli fino al cuore il cui ritmo accelerato pareva non poter trovare quiete. E invece quella forte carezza lo placò per un attimo e lui desistette dalla fuga. Si sentì sciogliere e diventare liquido. Portò le mani sul capo della Mademoiselle ma senza alcuna intenzione che non fosse riempirsi dei suoi riccioli neri. Si sentì lava, si sentì vulcano ed infine eruttò.

Quando tornò in sé abbastanza da provare qualcosa di distinguibile dal magma in cui era sprofondato, per prima cosa si sentì beato e quel letto a baldacchino gli parve galleggiare su una delle nuvole rosate su cui gli angeli suonavano la cetra e cantavano inni al Signore nel soffitto della cappella della Magione. Poi, gradatamente, ricordò che quel letto in realtà era in una stanza del locale bordello e questa discesa in terra un po’ lo deluse. Ma fu un attimo perché si ricordò di non essere solo e subito provò vergogna per il suo sconcio abbandono, per la propria nudità e, non ultimo, per il fatto che la sua virilità si era esaurita in un… in un unico bacio. Si tirò a sedere e vide che la Mademoiselle era lì, in piedi, e lo guardava divertita da dietro i ghirigori della sua maschera. Fece per chinarsi a recuperare i calzoni, ma lei rise e, quando lui sollevò gli occhi, vide di nuovo il dito che diceva il suo ipnotico “no-no”.
E poi accadde.
La Mademoiselle socchiuse la bocca e la punta della sua lingua fece capolino tra le labbra. Poi le sue mani si portarono ai lacci della vestaglia e li sciolsero. La vestaglia frusciò a terra come un sospiro sulla pelle e la Mademoiselle apparve come una delle tre grazie discese in terra posando piedini di rugiada sui muschi di un sottobosco bagnato da una sorgente di acqua pura.
Ed anche la sua sorgente riprese a sgorgare, alla vista dei suoi seni leggiadri, dei suoi fianchi garbati, del suo ventre adorabile, del suo vello spumeggiante. Si avvicinò a lui con le sole calze e quando fu al limitare del letto fece scivolare dai piedini i sandaletti ingioiellati e posò il suo incantevole ginocchio sul letto, salendogli a cavalcioni con maestria da provetta cavallerizza. François fu catturato come un piccolo vascello tra due navi pirata. Così lei lo catturò e la prima bordata fu un nuovo e potente bacio che lo schiantò contro il letto, poi la Mademoiselle si sollevò, si impadronì delle mani di lui e se le portò ai fianchi, ai seni, ai capezzoli. Lui sentì la carne di lei tra le mani, carne soda, calda, sconvolgente e le mani di lei scesero a cercargli il fardello, glorioso albero maestro del suo vascello espugnato. La mano di lei lo condusse alla propria dolcezza che lui immaginò come la piccola caverna del parco della Magione, che sorgeva sul fianco di una collinetta, con l’interno di rocce in stucco ed in fondo una zampillante fontana. Il giovane gemette quando sentì la propria pelle ritrarsi dalla punta e la propria rosea lancia inoltrarsi nella sgocciolante intimità della donna. Anche costei gemette, infine, dopo che ebbe accolto l’intera virilità del ragazzo dentro di sé con abili movimenti di prendere e lasciare. Quindi iniziò la sua danza.
Le mani di François iniziarono a prendere consapevolezza del corpo di lei, a goderne davvero, e lei lo cavalcava con precisione, portandolo avanti e riconducendolo indietro finché, inaspettatamente, rotolò di lato invitandolo con i suoi occhi neri di ossidiana a raggiungerla, a possederla. François comprese e le fu sopra, entusiasta. Stavolta trovò la via quasi da solo e vi si introdusse. Si sfilò la camicia per godere con il proprio ventre il ventre di lei, con il proprio petto il seno di lei, e lei soprattutto, lei in ogni forma, le sue labbra soffici come un panetto appena sfornato e dolci come un fico maturo e le sue spalle, le sue braccia il suo collo, ed i suoi baci sui propri lobi, sul petto, sui bottoncini in questo. Di nuovo lei gemette forte, e lui si convinse di amarla e che per lui era aria, sole, luna, acqua, terra ed ogni altra cosa da cui potesse dipendere la sua esistenza.
Fu allora che non poté più trattenersi e non solo affondò per un’ultima volta in lei, e più a fondo di ogni altra, ma l’impulso lo portò a violare l’unica regola che gli era stata imposta: le strappò la maschera.
Sorpresa, ma soddisfatta e appagata, lasciva ma inesorabilmente bella come non gli era mai apparsa, la donna che gli stava sorridendo era Annette, la Contessina Annette, ovvero la seconda moglie del Conte suo padre e sua giovane matrigna.


[il blog personale di Joe Cabot è https://raccontiviola.wordpress.com/]

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