La lunga notte 23 – Non per sempre, per un’ora
scritto il 2026-11-07 tempo di lettura 21 min
di
Agave Ionia
genere
Dominazione
cura
A+
“Idra, anche quel giorno sembrava che dovesse piovere da un momento all’altro. Ma alla fine anche quel giorno era arrivato il mezzogiorno. Il sole. Non c’era sempre, ma almeno a quell’ora. Stavamo ritornando dal parco in macchina... Certe volte mi pare l’unico ricordo. Ci passavamo praticamente tutta la vita in macchina.”
***
Ditmir guida in silenzio, mentre io sono schiacciata sul sedile posteriore tra Irina e Redian e sento ancora il profumo dolciastro di primavera che Giovanna ha lasciato nell’aria prima di sparire. Redian ha tirato fuori dalla cintura il coltello da macellaio e sta lucidando la lama su una vecchia sciarpa di Valjet. “Che mi sono perso?”
Io fisso la punta senza rispondere. Non ricordo di averlo visto cadere nella terra del parco, ma forse ero troppo impegnata a guardare altro.
Irina dà un colpo di tosse, si lamenta dell’umidità. “E che ti devi essere perso? Una travona ti sei perso.”
Marina dice: “Una che è venuta a romperci le palle stamattina, facendo la diva con la patente falsa.”
“Doveva essere una meraviglia, se per questa avete ridotto così il mio coltellino.”
Lo solleva e le luci si muovono sul metallo, fanno il giro e mi finiscono negli occhi mentre lui continua a strofinare.
Lo solleva ancora, davanti al mio naso. “È pulito?”
E io non so cosa dire.
“Questo non è un affare per divertirsi, maledetti. Questo è un cimelio di famiglia.”
La mia faccia nello specchietto dice: discorsi assurdi.
“Questo affare è stato nel cuore di mia madre.”
Il mio cuore sta dicendo: uno, due, tre, muoio. Uno, due, tre, muoio.
Ma poi mi ricordo che mi ha raccontato dei polli che ammazzava sua madre, perciò deve riferirsi a un ricordo d’infanzia.
Ricordi da pazzo in un’auto che si riempie di sole. Continuo a guardare nello specchietto retrovisore, nel cuore di quel fuoco blu. E per un attimo la nostra macchina è stupenda.
“Guarda che roba.” Redian ha alzato il libro nero chiuso, lo ha coperto di striscioline di polvere magica e lo mette davanti al naso di Irina, facendolo passare sotto il mio naso.
Ditmir accelera per superare un semaforo giallo. “Non potevi aspettare di tornare a casa, bestia?”
“Non posso fare niente a casa con quella matta, e stamattina sono rimasto perché Nadia aveva paura di stare da sola con lei. Ma non potevamo né scopare né spararci con quella in mezzo... Almeno lasciami tirare quando mi pare.”
Irina tende verso il libro la mano bianca e fredda: “Adesso mi sto divertendo.”
Redian divide le strisce: “Anche io. Angela, tu?”
Cazzo, sono proprio su di giri. Ma non rispondo.
Passiamo due cartelli stradali storti, c’è una fila di macchine dietro di noi.
Ditmir rallenta in modo che il libro-piatto di Redian non perda l’equilibrio. Sembra che lui non noti da quanto tempo Dasho lo fissa dallo specchietto.
A un certo punto lo perdo io, l’equilibrio. Non so perché, ma il telefono vibra nella mia tasca e vedo il nome di Francesco.
Quello stronzo.
Un semaforo diventa rosso, ma il petto mi brucia dalla rabbia e, mentre Ditmir frena, faccio uno scatto, apro e chiudo le cosce urtando Redian, e il libro-piatto si rovescia. Il semaforo diventa verde.
E ora lui mi sta fissando e i suoi occhi sono diventati verde di Parigi. Ci mancano solo cinquecento metri per arrivare a casa e la luce del mezzogiorno inizia a svanire. Il sole è coperto di nuvole.
“Scusa”, dico, “te la ricompro.”
Lui si mette una mano in tasca e spunta un altro sacchettino bianco. “Non ci arrabbiamo. Ne ho una montagna di polvere magica.”
Francesco insiste. Cerco di silenziare il cellulare, di sottrarlo alla vista di Redian che mi si schiaccia col volume del suo corpo in questo poco spazio: “Ma prima che me la butti di nuovo in aria, aspetterò di arrivare a casa. E tu dovresti respirare.”
Faccio un lungo respiro.
“Chi è che ti chiama di continuo?”
La mia faccia da quella notte non riesce più a sorridere.
“Se non vuoi dirmelo è uguale, ma la rabbia ti fa male al fegato.”
Siamo arrivati e lui scende per primo sul marciapiede. “E poi non serve a niente che noi condividiamo con te i nostri ricordi di famiglia, se tu hai il cuore che sanguina per un altro.”
Dasho scende e io lo seguo. Mi dimentico che Francesco non può essere fatto sparire, che metà della mia vita è nelle sue mani e che la mia faccia non può più sorridere. Mentre lo inseguo non sono più Angela, né signora. Non sono una tizia con un marito cieco e un amico di famiglia di merda.
Vedo il culo di Irina ondeggiare davanti a me e mi ricordo di come era bella Giovanna. Redian lo indica e dice: “Io quando guardo quello non penso ad altro. Mi scordo tutto e sto da Dio. Qualsiasi cosa ti abbia fatto incazzare, guarda il culo di Irina.”
Marina si aggiusta la borsa sulla spalla e, alla luce di un raggio che spunta dalle nuvole, le sue unghie si accendono di rosso. “Lo dici di tutti i culi che vedi.”
Lui, senza girarsi, strilla: “Non è vero.”
Francesco ce l’ho ancora registrato in testa, ma qui, in una stradina laterale davanti a un bar giallo piscio, senza passanti né polizia, chiudo gli occhi e il tempo si è congelato. Non a lungo, ma almeno adesso.
In cucina, Redian ha di nuovo preparato tutto e Irina ha ripreso a respirare, la vedo posare sul tavolo la cannuccia che fanno sempre con i venti euro. Con una voce piagnucolosa supplica: “Metticene un’altra su, che questa l’ho appena sentita.”
La mano tatuata di Redian sta schiacciando il filtro bagnato di saliva di una sigaretta nel poco che resta di quella roba dopo che anche io ho tirato.
La voce nella mia testa dice: basta questo, almeno per ora.
“Adesso non ce l’ho, stasera te la faccio trovare.”
Irina ridacchia, muove la pancia e strofina le cosce l’una contro l’altra, con un rumore di stoffa che mi dice che l’unica cosa che la eccita è proprio questa. “Fammela trovare, eh. Mi raccomando.”
E, rivolto a me, dice: “Posso tornare alla villa e prenderla adesso, ma tra andare e tornare ci metterò un’ora. Resti, Angela, per un’altra ora?”
Se va avanti così, se ricevo abbastanza incoraggiamento, potrei restarci per tutta la vita.
Ma raddrizzo la schiena: “Non posso, devo andare a scuola.”
Lui sta valutando il piatto come se dovesse trovarne il peso lordo. “A scuola?”
“Sì, a scuola.”
“Per la scuola hai preso a trascurarci?”
Irina se la ride e pure Nadia.
“Vorrei essere una compagnia migliore, ma ho un problema dietro l’altro, e mio marito e mia madre non lasciano la mia mente tranquilla.”
E lui dice: “Ho incontrato tante zoccole, ma non riesco a immaginare con chiarezza cosa significhi essere una troia con tutti i tuoi problemi.”
E io mormoro: “Già.”
Lui allunga la mano e prende la mia. “Amore, ma perché non mi dici chi ti chiamava prima? Doveva essere qualcuno di importante per farti saltare in quella maniera. Mi hai buttato sui tappeti della macchina quasi duecento euro.”
E io mi ricordo di Monica, di Anna, di Lori fuori dalla finestra. “Non era nessuno, ero solo nervosa perché...”
“Perché?”
Cerco con gli occhi nel corridoio, ma non vedo Dasho. C’è solo Jasmin che sta bevendo il vino.
“Be’ perché inizio a chiedermi che cazzo me ne faccio di un uomo che si preoccupa solo di quanti soldi guadagno.”
Jasmin ride sputacchiando via il vino. “Angela è diventata gelosa del travestito.”
Ma lui non mi sembra aver sentito. “Non sarà questo il motivo di quella faccia che hai ogni volta che suona il telefono. E poi non molta gente sa che è meglio dare che ricevere. Non esiste un’altra troia come te, così bella e generosa. Sicuramente mio cugino sta lontano per evitare che tu possa catturare il suo stupido cuore.”
E io dico: “Come hai detto?”
“Sì, mia madre e la madre di Dasho erano sorelle. Come hai capito, è solo un povero ragazzo di campagna. Ti prego, non fissarti a volergli togliere il cuore.”
Irina sta leccando quello che resta sul piatto. Le lacrime, dal ridere, le colano sulle guance, ma ha gli occhi vuoti, come nell’attimo dopo in cui il parco si è svuotato.
Mi volto per andare in bagno a farmi la doccia, ma sento dei passi nel corridoio. Giro la testa. L’ombra di Dasho è di nuovo nella stanza. “Proprio per niente.”
E io mi sento dire: “Cosa?”
Lui dice che ci ha sentiti e indica Redian: “Ma è lui il contadino. E noi diciamo: anche se cambi sette pelli, non sarai mai un cittadino.”
Penso che magari potrei far affiorare almeno un’ombra di emozione in quegli occhi freddi e vuoti. Li fisso a lungo. Ma vedo solo la luce spettrale che filtra da fuori riflettersi in essi. Non ce la faccio più a sopportarlo.
Lui parla a Nadia. “Che fa Lori?”
Nadia alza le spalle. “Ancora dorme.”
“Ancora dorme? Si crede di stare in albergo veramente, quella stronza.”
Faccio un passo verso il corridoio, ma mi trattiene. “Andiamo a svegliare la principessa.”
Entriamo in camera. Un tenue bagliore illumina Lori addormentata. Dasho spalanca la finestra e un lampo di sole le inonda il viso. Lei si copre le palpebre con la mano sinistra, ma non apre ancora gli occhi. Si volta, come chi respinge un brutto sogno.
Lui si avvicina senza fare rumore. Io resto sulla porta, sprazzi di brutta luce attraversano i suoi occhi. Posa un bacio sulle labbra di Lori. Lei sospira, non sa chi è. Almeno per ora. Le sue labbra si aprono, chissà che sogna. Contemplo il volto di lei: è infantile nel sonno. Il suo occhio sinistro si socchiude, si gira ancora. Io sto qui a guardare, nel fulgore della camera, senza mettere a fuoco niente nella mia testa. Sembra tutto il ricordo di un sogno.
Lo vedo prendere da dentro la giacca la stessa pistola che ha sparato contro di me ormai molte fredde mattine fa. La sua bocca scivola di nuovo su quella di Lori. Lei muove il suo corpo scheletrico nel letto, piega le dita sul cuscino. Lui si allontana. Gli occhi di Lori si aprono. Lo fissano torvi, poi si sgranano, scioccati. Si accorge della pistola che le poggia sulla guancia. Salta fuori, lontano dal letto, lontano da noi.
La voce di Dasho mi arriva attutita.
“Hai visto? Si è alzata di corsa.”
Lori emette il sibilo di un gatto inferocito. “Figlio di puttana! Non giocarmi mai più uno scherzo come questo!”
Non muovo niente eccetto il petto, per respirare. La stanza è troppo luminosa, o forse è la mia testa.
“Tra dieci secondi le do un motivo vero per strillare. Sta’ a vedere.”
9... 8... 7...
Mi copro gli occhi con tutte e due le mani, ma non posso fare a meno di sentirla gridare. Si mette a nitrire e scalciare, si difende fino all’ultimo. Il mio occhio destro si apre, attraverso gli spazi tra le dita vedo quel ferro ritorto che un’altra volta ha colpito Nadia, ma la voce nella mia testa dice che quello che vedo non è vero. È un sogno sporco. Deve esserlo. Il sangue non dovrebbe restare così fermo, infatti non cola, non scende giù. Il viso di Lori è striato di sangue, ma il sangue è falso. Per forza, è rosso. Sì, è vero, il sangue è rosso, ma questo è troppo, troppo rosso.
Il sangue inizia a scorrerle lungo il collo, giù per il petto. Un filo di rosso che finisce in mezzo al petto, dove gocciola. Il sole fa sembrare una chiazza di rubino quella goccia troppo grossa che scende dal naso e si raccoglie in mezzo al petto di Lori. Come un ciondolo. Oh, questo è troppo.
“Tu non sei in albergo.”
Sento solo il rumore di quella gruccia che taglia l’aria e la sua pelle che si apre.
“Tu non sei a casa dei tuoi genitori.”
– Parla con lei o con me?
Le mie labbra sono incollate, non possono aprirsi.
La voce nella mia testa dice qualcosa, non so perché ma le rispondo: – Non è stata colpa mia. Alzo gli occhi verso lo specchio ma il mio sguardo torna verso Lori, non posso fare a meno di fissarla. La collana di sangue si è allargata sempre di più. È stata perfetta solo per un momento. Un momento prima della fine. Lì sta la perfezione. Dopo... tutto quello che hai sognato si sarà sporcato.
La mia faccia nello specchio urla: – Via. Via da qui.
Un minuto. Due. L’orologio ha corso tre minuti.
Silenzio.
Non è ancora l’una. Sto ancora dormendo, forse. O forse lui sta veramente cercando di uccidere Lori. Ma no, apro gli occhi e vedo che è stesa a terra, sussulta, quindi è viva. Tutta quella rete di lividi che ha addosso da quella notte ha cambiato colore. Da viola erano diventati neri, e ora sono quasi verdi.
La mia faccia nello specchio insiste: – Prendi la porta, scendi le scale. Subito.
Ma il pavimento resta dov’è. E io pure. Potrei muovermi e non lo faccio.
La mia determinazione a morire degli ultimi tempi mi stupisce.
Lui se ne va. La porta sbatte e io non so cosa fare. Lori appoggia una mano sul letto, poi l’altra. Con uno sforzo infinito si alza da sola. Si trascina in bagno, forse a lavarsi il viso. Sento solo il rumore dell’acqua del rubinetto che scorre.
Marina arriva proprio mentre Lori torna nella camera da letto. Ha in mano una trousse di plastica. Lori apre le labbra, ma non esce nessun suono. Poi ci riprova e dice: “Che roba è questa?”
Marina risponde: “È un astuccio da trucco. Che cosa deve essere?”
La faccia di Lori, per la rabbia, è diventata grigia. “Lo so benissimo che cos’è! Mi piacerebbe che mi spiegassi che cazzo me ne devo fare!”
Marina lo apre. “Lasciare che io ti dia una mano. La tua faccia non sta per niente bene.”
“Magnifico! Mescola la terra col mio sangue.”
Marina non si scompone. “Diamoci una calmata, c’è un trucco anche per questo.”
Lori sbraita: “Ne ho piene le palle delle tue stronzate da maestra e dei vostri trucchi di magia. Questo è l’inferno!”
Marina socchiude le palpebre cercando tra le sue matite. “C’è sempre qualcuno che urla all’inferno, quindi non ci impressioni. Il trucco è dimenticare quanto facilmente possono capitare queste cose qui, è l’unica maniera per campare. Scordati sempre quello che è successo due minuti fa.”
Già, ieri non conta niente. Solo il presente.
Marina la spinge verso il letto. “Se stai a pensare a quella che eri ieri, t’ammazzi, te lo dico io.”
Non credo di essere utile qui, perciò vado in cucina a vedere se serve aiuto a Nadia che traffica coi nostri piatti. Stanno ancora parlando di Giovanna. Irina dice: “Non mi sembrava che morisse di fame.”
Nadia taglia l’insalata. “Allora doveva essere un altro fenomeno che è venuto a farsi un giro nei bassifondi, a cercare un po’ di brividi tra il popolo.”
E siccome la guardo storto dice: “Ma non era sicuramente come te. Cioè intendevo dire...”
E io asciugo il tavolo che ha bagnato con la sua insalata. “Lascia perdere,” dico, “ho capito.”
Redian mi sembra qui per metà e per metà in un mondo suo. “E comunque è pieno di gente più pervertita di te, tante volte ne ho incontrati di questi nel locale di Katia. Se ne vanno lontano da casa, così diminuisce il rischio di incontrare qualcuno che conoscono. Quando ero appena arrivato ne ho trovato uno nel cesso di un autogrill, che pisciava in piedi e ce l’aveva più grosso di Rocco.”
Irina ride.
“Si è girato mentre io aspettavo che si liberasse un posto per pisciare e non riuscivo a smettere di guardarglielo. Con due labbra viola-rossetto mi ha detto: scusa bello, ma non sei il mio tipo. Ero così scioccato che non sono riuscito a dire né non mi interessa, né ti piacerebbe...”
Arriva Marina insieme a Lori, che adesso pare mascherata.
Redian ha lasciato perdere i suoi ricordi sui travestiti. Si gira verso di lei: “Non sembra che hai dormito tanto bene.”
E lei risponde: “Maledetto.”
“Maledetta è la ruffiana che ti ha fatto arrivare qui.”
Lori liscia la tovaglia: “Su questo siamo d’accordo.”
“Guarda che faccia ti sei fatta fare.”
“È colpa vostra, bastardi. Se non ti piace, non guardare.”
Marina mi parla all’orecchio: “Questa poveretta non è per niente intelligente, te l’avevo detto.”
Redian si allunga verso di lei: “Che bella vita che facevo io, prima che arrivavi tu. Nadia, dammi il vino.”
Nadia raggiunge l’anta della credenza con la manina e recupera la bottiglia: “Solo questa mezza c’è.”
“Prima che venivi tu, stavo sempre alla villa io, col giardino, il vino e la fica a strafottere. Invece adesso mi tocca stare qui a fare la guardia a te.”
Lori abbassa la testa e, prima di toccare il cibo, comincia a sussurrare l’Ave Maria a mani giunte.
Redian si ferma con il bicchiere in mano: “Tu preghi la Madonna?”
“Certo, tutti i giorni, che mi liberi da te.”
È rimasto stupito, pare. “Nadia, per favore, fai un’offerta... un bicchierino per la Madonna, che esaudisca questa troia.”
Lori si mette ad aprire e chiudere le dita: “Non ti disturbare, mi ha già risposto che le erbacce come te non si sporca le mani a strapparle.”
Irina fa il giro del tavolo per guardare la Madonnina che Lori si è portata in cucina. L’ha messa sopra al frigorifero. “E allora prega qualcun altro.”
Lori guarda Dasho: “Chi altro, questo? Mai.”
Dasho si sposta per far passare Jasmin. “Che cazzate spari? Non sono io che mi credo Dio, sei tu.”
Adesso, vedendo i capelli bagnati di Jasmin, mi ricordo che non ho fatto la doccia, alla fine.
Redian la guarda attraverso il fondo del bicchiere. “Inizia a vedere le cose come stanno.”
Lori ha il respiro corto. “Ok, tu sei Dio, e anche lui. Contento?”
“Perfetto, adesso tu ragioni. Forza, fai la tua preghiera, di’ che ti dobbiamo fare. Sarai esaudita, se ci preghi, ci fai offerte e cerchi di lasciarci dormire.”
Lori tace, poi le parole le escono in un sussurro: “Un piacere immenso vorrei da voi…”
Redian si sporge in avanti: “Una leccata? Mi inginocchio io all’istante.”
“Che mi sia concesso di non sentire mai più la tua voce.”
“Sarà fatto, sentirai la mia lingua solo addosso.”
“Maledetto.”
Visto che mi scappa da ridere, mi sento meglio. Almeno per ora.
Con tutte le maledizioni di Lori, loro due se ne vanno e, visto che è l’una e mezza, mi dovrei muovere.
Lori fissa la porta con un rancore profondo: “Un giorno avrò la giustizia, e nessun magnaccia la passerà più liscia.”
Valjet le toglie da davanti il vino che non ha bevuto e se lo scola: “Per ora ti conviene lisciarteli.”
“Non mi liscio un criminale.”
Vado a farmi la doccia che dovevo farmi da prima. Osservo l’acqua che scorre su di me e cade sulla ceramica bianca. Il getto caldissimo lava via sottili strisce di schiuma ma non ce la fa a cancellare il mio dolore. Sento la porta del box che si apre. Una corrente d’aria fredda taglia il vapore, ma sulla schiena, sopra il tocco dell’acqua, sento quello di un’altra pelle. Le sue dita scendono lungo i miei fianchi. Mi lascio scivolare fuori dal box trasparente, mentre Dasho mi trascina giù sulle piastrelle fredde del pavimento. Più in basso di così non potremmo andare, quindi la nostra caduta si ferma. Giusto il tempo di un’ora.
Il contrasto con il calore di prima mi fa sussultare, ma il peso del suo corpo preme su di me, bloccandomi. Lo sento sui miei fianchi e, in questo momento, il mio stomaco smette di soffrire per la sua distanza. Si china su di me ancora vestito, la stoffa ruvida sfrega contro la mia pelle nuda. Con l’altra mano mi afferra per la nuca, spingendo la mia bocca aperta contro la sua. Ormai credo di essermi abituata a queste sue maniere. La dolcezza non si incastra nella mente frammentata di un pappone. Mentre la sua lingua si intreccia con la mia e una spinta mi fa aprire le cosce, la sua mano scivola in mezzo, bagnandosi d’acqua, sapone e umori. Io chiudo gli occhi e lascio andare la testa indietro, nell’umido dei capelli che spargono acqua sul pavimento. Il suo inguine preme forte contro il mio, non riesco a sollevare le anche. Il suo corpo spinge ed entra con forza, un unico affondo profondo che mi strappa un grido contro le sue labbra. La schiena mi sbatte sulle piastrelle con un ritmo che azzera il volume dei pensieri per fare posto a qualcos’altro. Continuando a colpirmi dentro con forza, mi dice qualcosa contro il collo, ma non capisco perché ha parlato un’altra lingua. La mia fica comincia a contrarsi ritmicamente attorno a lui.
Apro gli occhi. Vedo stelle di polvere fluttuare attraverso un raggio dorato che si rifrange nello specchio e dico: “Potrei morire adesso.”
Dasho si tira indietro e mi fa: “Con questo che vorresti dire?”
E io dico: “Che ne so.”
Dopo altre stelline di polvere dico: “Niente, penso.”
Il suo corpo continua a sbattermi dentro. Dico ancora: “Non farci caso.”
Lui non risponde. Le sue dita dalla mia nuca salgono sulla mia testa e si aprono in mezzo ai miei capelli, si spostano sulla mia gola e mi inchiodano al pavimento.
I miei capelli spargono acqua a terra e la mia bocca cerca un respiro.
Forse la morte, dico tra me e me mentre sento l’eccitazione salirmi al cervello, è un orgasmo come tanti altri. La mano finalmente si allenta e mi lascia la gola, e l’aria torna a entrare. Sento la sua mascella irrigidirsi contro il mio collo, ormai so che stanno per arrivare fiotti caldi che mi riempiono, lasciandomi tremante. L’unica cosa calda che esce da lui, penso. Sento il suo orgasmo che gli scuote tutto il corpo e non so perché, ma oggi non si alza come di solito. Inizia a darmi fastidio il dolore alle ossa e ho un gran freddo perché non so il motivo, ma il suo corpo non scalda. Ma non voglio dirgli di levarsi di dosso. L’asciugamano bianco è finito a terra, potrei prenderlo ma sembra troppo lontano. Fuori il cielo è intensamente blu adesso. Nell’aria sento l’odore del bagnoschiuma all’orchidea e il profumo aspro dei nostri corpi. Non tutto il giorno, ma almeno a quest’ora.
***
La nostra classe è piena, Michela fa la stessa faccia di quando ho visto Lori schiacciata sul pavimento. Sul mio banco c’è un Kinder Bueno, lo indica con un dito e dice che lo hanno da parte per me. Le dico: “Grazie.”
E Michela si osserva le unghie: “Mi si è sbeccato lo smalto.”
“Perciò hai questa faccia?”
Lei mi risponde masticando il suo cioccolatino: “Non ho nessuna faccia strana.”
“Mi era parso…”
La mia faccia nella finestra dice che forse stiamo impazzendo.
Alessia dice che prendono sempre i Kinder Bueno perché alla mensa dell’università i dolci finiscono troppo presto e non fanno mai in tempo a mangiarli.
E io ringrazio.
E Daniela, sempre sensibile, pratica mi guarda aggiungendo: “Ci addolcisce la giornata. Non tutta, ma almeno quest’ora.”
E io annuisco e lei continua: “Noi siamo inclusive. Perché non vieni alla mensa anche tu?”
Vorrei dire — Perché ho già mangiato in una casa di sballati con una che s’incipria il naso e una che trucca quelli che riescono a farsi spaccare la faccia ogni due per tre.
Invece dico: “Sto sempre poco a casa e non mangio tantissimo.”
L’aula fa quasi silenzio. Daniela avvisa: “Michela, metti via le cartacce che è arrivato Ciconte.”
Il professore guarda disgustato le sue mani imbrattate di cioccolato
Michela mette via e traffica col cellulare. E quello dice: “Finito col telefono?”
Ecco la vita normale, temporanea, ma reale.
***
Ditmir guida in silenzio, mentre io sono schiacciata sul sedile posteriore tra Irina e Redian e sento ancora il profumo dolciastro di primavera che Giovanna ha lasciato nell’aria prima di sparire. Redian ha tirato fuori dalla cintura il coltello da macellaio e sta lucidando la lama su una vecchia sciarpa di Valjet. “Che mi sono perso?”
Io fisso la punta senza rispondere. Non ricordo di averlo visto cadere nella terra del parco, ma forse ero troppo impegnata a guardare altro.
Irina dà un colpo di tosse, si lamenta dell’umidità. “E che ti devi essere perso? Una travona ti sei perso.”
Marina dice: “Una che è venuta a romperci le palle stamattina, facendo la diva con la patente falsa.”
“Doveva essere una meraviglia, se per questa avete ridotto così il mio coltellino.”
Lo solleva e le luci si muovono sul metallo, fanno il giro e mi finiscono negli occhi mentre lui continua a strofinare.
Lo solleva ancora, davanti al mio naso. “È pulito?”
E io non so cosa dire.
“Questo non è un affare per divertirsi, maledetti. Questo è un cimelio di famiglia.”
La mia faccia nello specchietto dice: discorsi assurdi.
“Questo affare è stato nel cuore di mia madre.”
Il mio cuore sta dicendo: uno, due, tre, muoio. Uno, due, tre, muoio.
Ma poi mi ricordo che mi ha raccontato dei polli che ammazzava sua madre, perciò deve riferirsi a un ricordo d’infanzia.
Ricordi da pazzo in un’auto che si riempie di sole. Continuo a guardare nello specchietto retrovisore, nel cuore di quel fuoco blu. E per un attimo la nostra macchina è stupenda.
“Guarda che roba.” Redian ha alzato il libro nero chiuso, lo ha coperto di striscioline di polvere magica e lo mette davanti al naso di Irina, facendolo passare sotto il mio naso.
Ditmir accelera per superare un semaforo giallo. “Non potevi aspettare di tornare a casa, bestia?”
“Non posso fare niente a casa con quella matta, e stamattina sono rimasto perché Nadia aveva paura di stare da sola con lei. Ma non potevamo né scopare né spararci con quella in mezzo... Almeno lasciami tirare quando mi pare.”
Irina tende verso il libro la mano bianca e fredda: “Adesso mi sto divertendo.”
Redian divide le strisce: “Anche io. Angela, tu?”
Cazzo, sono proprio su di giri. Ma non rispondo.
Passiamo due cartelli stradali storti, c’è una fila di macchine dietro di noi.
Ditmir rallenta in modo che il libro-piatto di Redian non perda l’equilibrio. Sembra che lui non noti da quanto tempo Dasho lo fissa dallo specchietto.
A un certo punto lo perdo io, l’equilibrio. Non so perché, ma il telefono vibra nella mia tasca e vedo il nome di Francesco.
Quello stronzo.
Un semaforo diventa rosso, ma il petto mi brucia dalla rabbia e, mentre Ditmir frena, faccio uno scatto, apro e chiudo le cosce urtando Redian, e il libro-piatto si rovescia. Il semaforo diventa verde.
E ora lui mi sta fissando e i suoi occhi sono diventati verde di Parigi. Ci mancano solo cinquecento metri per arrivare a casa e la luce del mezzogiorno inizia a svanire. Il sole è coperto di nuvole.
“Scusa”, dico, “te la ricompro.”
Lui si mette una mano in tasca e spunta un altro sacchettino bianco. “Non ci arrabbiamo. Ne ho una montagna di polvere magica.”
Francesco insiste. Cerco di silenziare il cellulare, di sottrarlo alla vista di Redian che mi si schiaccia col volume del suo corpo in questo poco spazio: “Ma prima che me la butti di nuovo in aria, aspetterò di arrivare a casa. E tu dovresti respirare.”
Faccio un lungo respiro.
“Chi è che ti chiama di continuo?”
La mia faccia da quella notte non riesce più a sorridere.
“Se non vuoi dirmelo è uguale, ma la rabbia ti fa male al fegato.”
Siamo arrivati e lui scende per primo sul marciapiede. “E poi non serve a niente che noi condividiamo con te i nostri ricordi di famiglia, se tu hai il cuore che sanguina per un altro.”
Dasho scende e io lo seguo. Mi dimentico che Francesco non può essere fatto sparire, che metà della mia vita è nelle sue mani e che la mia faccia non può più sorridere. Mentre lo inseguo non sono più Angela, né signora. Non sono una tizia con un marito cieco e un amico di famiglia di merda.
Vedo il culo di Irina ondeggiare davanti a me e mi ricordo di come era bella Giovanna. Redian lo indica e dice: “Io quando guardo quello non penso ad altro. Mi scordo tutto e sto da Dio. Qualsiasi cosa ti abbia fatto incazzare, guarda il culo di Irina.”
Marina si aggiusta la borsa sulla spalla e, alla luce di un raggio che spunta dalle nuvole, le sue unghie si accendono di rosso. “Lo dici di tutti i culi che vedi.”
Lui, senza girarsi, strilla: “Non è vero.”
Francesco ce l’ho ancora registrato in testa, ma qui, in una stradina laterale davanti a un bar giallo piscio, senza passanti né polizia, chiudo gli occhi e il tempo si è congelato. Non a lungo, ma almeno adesso.
In cucina, Redian ha di nuovo preparato tutto e Irina ha ripreso a respirare, la vedo posare sul tavolo la cannuccia che fanno sempre con i venti euro. Con una voce piagnucolosa supplica: “Metticene un’altra su, che questa l’ho appena sentita.”
La mano tatuata di Redian sta schiacciando il filtro bagnato di saliva di una sigaretta nel poco che resta di quella roba dopo che anche io ho tirato.
La voce nella mia testa dice: basta questo, almeno per ora.
“Adesso non ce l’ho, stasera te la faccio trovare.”
Irina ridacchia, muove la pancia e strofina le cosce l’una contro l’altra, con un rumore di stoffa che mi dice che l’unica cosa che la eccita è proprio questa. “Fammela trovare, eh. Mi raccomando.”
E, rivolto a me, dice: “Posso tornare alla villa e prenderla adesso, ma tra andare e tornare ci metterò un’ora. Resti, Angela, per un’altra ora?”
Se va avanti così, se ricevo abbastanza incoraggiamento, potrei restarci per tutta la vita.
Ma raddrizzo la schiena: “Non posso, devo andare a scuola.”
Lui sta valutando il piatto come se dovesse trovarne il peso lordo. “A scuola?”
“Sì, a scuola.”
“Per la scuola hai preso a trascurarci?”
Irina se la ride e pure Nadia.
“Vorrei essere una compagnia migliore, ma ho un problema dietro l’altro, e mio marito e mia madre non lasciano la mia mente tranquilla.”
E lui dice: “Ho incontrato tante zoccole, ma non riesco a immaginare con chiarezza cosa significhi essere una troia con tutti i tuoi problemi.”
E io mormoro: “Già.”
Lui allunga la mano e prende la mia. “Amore, ma perché non mi dici chi ti chiamava prima? Doveva essere qualcuno di importante per farti saltare in quella maniera. Mi hai buttato sui tappeti della macchina quasi duecento euro.”
E io mi ricordo di Monica, di Anna, di Lori fuori dalla finestra. “Non era nessuno, ero solo nervosa perché...”
“Perché?”
Cerco con gli occhi nel corridoio, ma non vedo Dasho. C’è solo Jasmin che sta bevendo il vino.
“Be’ perché inizio a chiedermi che cazzo me ne faccio di un uomo che si preoccupa solo di quanti soldi guadagno.”
Jasmin ride sputacchiando via il vino. “Angela è diventata gelosa del travestito.”
Ma lui non mi sembra aver sentito. “Non sarà questo il motivo di quella faccia che hai ogni volta che suona il telefono. E poi non molta gente sa che è meglio dare che ricevere. Non esiste un’altra troia come te, così bella e generosa. Sicuramente mio cugino sta lontano per evitare che tu possa catturare il suo stupido cuore.”
E io dico: “Come hai detto?”
“Sì, mia madre e la madre di Dasho erano sorelle. Come hai capito, è solo un povero ragazzo di campagna. Ti prego, non fissarti a volergli togliere il cuore.”
Irina sta leccando quello che resta sul piatto. Le lacrime, dal ridere, le colano sulle guance, ma ha gli occhi vuoti, come nell’attimo dopo in cui il parco si è svuotato.
Mi volto per andare in bagno a farmi la doccia, ma sento dei passi nel corridoio. Giro la testa. L’ombra di Dasho è di nuovo nella stanza. “Proprio per niente.”
E io mi sento dire: “Cosa?”
Lui dice che ci ha sentiti e indica Redian: “Ma è lui il contadino. E noi diciamo: anche se cambi sette pelli, non sarai mai un cittadino.”
Penso che magari potrei far affiorare almeno un’ombra di emozione in quegli occhi freddi e vuoti. Li fisso a lungo. Ma vedo solo la luce spettrale che filtra da fuori riflettersi in essi. Non ce la faccio più a sopportarlo.
Lui parla a Nadia. “Che fa Lori?”
Nadia alza le spalle. “Ancora dorme.”
“Ancora dorme? Si crede di stare in albergo veramente, quella stronza.”
Faccio un passo verso il corridoio, ma mi trattiene. “Andiamo a svegliare la principessa.”
Entriamo in camera. Un tenue bagliore illumina Lori addormentata. Dasho spalanca la finestra e un lampo di sole le inonda il viso. Lei si copre le palpebre con la mano sinistra, ma non apre ancora gli occhi. Si volta, come chi respinge un brutto sogno.
Lui si avvicina senza fare rumore. Io resto sulla porta, sprazzi di brutta luce attraversano i suoi occhi. Posa un bacio sulle labbra di Lori. Lei sospira, non sa chi è. Almeno per ora. Le sue labbra si aprono, chissà che sogna. Contemplo il volto di lei: è infantile nel sonno. Il suo occhio sinistro si socchiude, si gira ancora. Io sto qui a guardare, nel fulgore della camera, senza mettere a fuoco niente nella mia testa. Sembra tutto il ricordo di un sogno.
Lo vedo prendere da dentro la giacca la stessa pistola che ha sparato contro di me ormai molte fredde mattine fa. La sua bocca scivola di nuovo su quella di Lori. Lei muove il suo corpo scheletrico nel letto, piega le dita sul cuscino. Lui si allontana. Gli occhi di Lori si aprono. Lo fissano torvi, poi si sgranano, scioccati. Si accorge della pistola che le poggia sulla guancia. Salta fuori, lontano dal letto, lontano da noi.
La voce di Dasho mi arriva attutita.
“Hai visto? Si è alzata di corsa.”
Lori emette il sibilo di un gatto inferocito. “Figlio di puttana! Non giocarmi mai più uno scherzo come questo!”
Non muovo niente eccetto il petto, per respirare. La stanza è troppo luminosa, o forse è la mia testa.
“Tra dieci secondi le do un motivo vero per strillare. Sta’ a vedere.”
9... 8... 7...
Mi copro gli occhi con tutte e due le mani, ma non posso fare a meno di sentirla gridare. Si mette a nitrire e scalciare, si difende fino all’ultimo. Il mio occhio destro si apre, attraverso gli spazi tra le dita vedo quel ferro ritorto che un’altra volta ha colpito Nadia, ma la voce nella mia testa dice che quello che vedo non è vero. È un sogno sporco. Deve esserlo. Il sangue non dovrebbe restare così fermo, infatti non cola, non scende giù. Il viso di Lori è striato di sangue, ma il sangue è falso. Per forza, è rosso. Sì, è vero, il sangue è rosso, ma questo è troppo, troppo rosso.
Il sangue inizia a scorrerle lungo il collo, giù per il petto. Un filo di rosso che finisce in mezzo al petto, dove gocciola. Il sole fa sembrare una chiazza di rubino quella goccia troppo grossa che scende dal naso e si raccoglie in mezzo al petto di Lori. Come un ciondolo. Oh, questo è troppo.
“Tu non sei in albergo.”
Sento solo il rumore di quella gruccia che taglia l’aria e la sua pelle che si apre.
“Tu non sei a casa dei tuoi genitori.”
– Parla con lei o con me?
Le mie labbra sono incollate, non possono aprirsi.
La voce nella mia testa dice qualcosa, non so perché ma le rispondo: – Non è stata colpa mia. Alzo gli occhi verso lo specchio ma il mio sguardo torna verso Lori, non posso fare a meno di fissarla. La collana di sangue si è allargata sempre di più. È stata perfetta solo per un momento. Un momento prima della fine. Lì sta la perfezione. Dopo... tutto quello che hai sognato si sarà sporcato.
La mia faccia nello specchio urla: – Via. Via da qui.
Un minuto. Due. L’orologio ha corso tre minuti.
Silenzio.
Non è ancora l’una. Sto ancora dormendo, forse. O forse lui sta veramente cercando di uccidere Lori. Ma no, apro gli occhi e vedo che è stesa a terra, sussulta, quindi è viva. Tutta quella rete di lividi che ha addosso da quella notte ha cambiato colore. Da viola erano diventati neri, e ora sono quasi verdi.
La mia faccia nello specchio insiste: – Prendi la porta, scendi le scale. Subito.
Ma il pavimento resta dov’è. E io pure. Potrei muovermi e non lo faccio.
La mia determinazione a morire degli ultimi tempi mi stupisce.
Lui se ne va. La porta sbatte e io non so cosa fare. Lori appoggia una mano sul letto, poi l’altra. Con uno sforzo infinito si alza da sola. Si trascina in bagno, forse a lavarsi il viso. Sento solo il rumore dell’acqua del rubinetto che scorre.
Marina arriva proprio mentre Lori torna nella camera da letto. Ha in mano una trousse di plastica. Lori apre le labbra, ma non esce nessun suono. Poi ci riprova e dice: “Che roba è questa?”
Marina risponde: “È un astuccio da trucco. Che cosa deve essere?”
La faccia di Lori, per la rabbia, è diventata grigia. “Lo so benissimo che cos’è! Mi piacerebbe che mi spiegassi che cazzo me ne devo fare!”
Marina lo apre. “Lasciare che io ti dia una mano. La tua faccia non sta per niente bene.”
“Magnifico! Mescola la terra col mio sangue.”
Marina non si scompone. “Diamoci una calmata, c’è un trucco anche per questo.”
Lori sbraita: “Ne ho piene le palle delle tue stronzate da maestra e dei vostri trucchi di magia. Questo è l’inferno!”
Marina socchiude le palpebre cercando tra le sue matite. “C’è sempre qualcuno che urla all’inferno, quindi non ci impressioni. Il trucco è dimenticare quanto facilmente possono capitare queste cose qui, è l’unica maniera per campare. Scordati sempre quello che è successo due minuti fa.”
Già, ieri non conta niente. Solo il presente.
Marina la spinge verso il letto. “Se stai a pensare a quella che eri ieri, t’ammazzi, te lo dico io.”
Non credo di essere utile qui, perciò vado in cucina a vedere se serve aiuto a Nadia che traffica coi nostri piatti. Stanno ancora parlando di Giovanna. Irina dice: “Non mi sembrava che morisse di fame.”
Nadia taglia l’insalata. “Allora doveva essere un altro fenomeno che è venuto a farsi un giro nei bassifondi, a cercare un po’ di brividi tra il popolo.”
E siccome la guardo storto dice: “Ma non era sicuramente come te. Cioè intendevo dire...”
E io asciugo il tavolo che ha bagnato con la sua insalata. “Lascia perdere,” dico, “ho capito.”
Redian mi sembra qui per metà e per metà in un mondo suo. “E comunque è pieno di gente più pervertita di te, tante volte ne ho incontrati di questi nel locale di Katia. Se ne vanno lontano da casa, così diminuisce il rischio di incontrare qualcuno che conoscono. Quando ero appena arrivato ne ho trovato uno nel cesso di un autogrill, che pisciava in piedi e ce l’aveva più grosso di Rocco.”
Irina ride.
“Si è girato mentre io aspettavo che si liberasse un posto per pisciare e non riuscivo a smettere di guardarglielo. Con due labbra viola-rossetto mi ha detto: scusa bello, ma non sei il mio tipo. Ero così scioccato che non sono riuscito a dire né non mi interessa, né ti piacerebbe...”
Arriva Marina insieme a Lori, che adesso pare mascherata.
Redian ha lasciato perdere i suoi ricordi sui travestiti. Si gira verso di lei: “Non sembra che hai dormito tanto bene.”
E lei risponde: “Maledetto.”
“Maledetta è la ruffiana che ti ha fatto arrivare qui.”
Lori liscia la tovaglia: “Su questo siamo d’accordo.”
“Guarda che faccia ti sei fatta fare.”
“È colpa vostra, bastardi. Se non ti piace, non guardare.”
Marina mi parla all’orecchio: “Questa poveretta non è per niente intelligente, te l’avevo detto.”
Redian si allunga verso di lei: “Che bella vita che facevo io, prima che arrivavi tu. Nadia, dammi il vino.”
Nadia raggiunge l’anta della credenza con la manina e recupera la bottiglia: “Solo questa mezza c’è.”
“Prima che venivi tu, stavo sempre alla villa io, col giardino, il vino e la fica a strafottere. Invece adesso mi tocca stare qui a fare la guardia a te.”
Lori abbassa la testa e, prima di toccare il cibo, comincia a sussurrare l’Ave Maria a mani giunte.
Redian si ferma con il bicchiere in mano: “Tu preghi la Madonna?”
“Certo, tutti i giorni, che mi liberi da te.”
È rimasto stupito, pare. “Nadia, per favore, fai un’offerta... un bicchierino per la Madonna, che esaudisca questa troia.”
Lori si mette ad aprire e chiudere le dita: “Non ti disturbare, mi ha già risposto che le erbacce come te non si sporca le mani a strapparle.”
Irina fa il giro del tavolo per guardare la Madonnina che Lori si è portata in cucina. L’ha messa sopra al frigorifero. “E allora prega qualcun altro.”
Lori guarda Dasho: “Chi altro, questo? Mai.”
Dasho si sposta per far passare Jasmin. “Che cazzate spari? Non sono io che mi credo Dio, sei tu.”
Adesso, vedendo i capelli bagnati di Jasmin, mi ricordo che non ho fatto la doccia, alla fine.
Redian la guarda attraverso il fondo del bicchiere. “Inizia a vedere le cose come stanno.”
Lori ha il respiro corto. “Ok, tu sei Dio, e anche lui. Contento?”
“Perfetto, adesso tu ragioni. Forza, fai la tua preghiera, di’ che ti dobbiamo fare. Sarai esaudita, se ci preghi, ci fai offerte e cerchi di lasciarci dormire.”
Lori tace, poi le parole le escono in un sussurro: “Un piacere immenso vorrei da voi…”
Redian si sporge in avanti: “Una leccata? Mi inginocchio io all’istante.”
“Che mi sia concesso di non sentire mai più la tua voce.”
“Sarà fatto, sentirai la mia lingua solo addosso.”
“Maledetto.”
Visto che mi scappa da ridere, mi sento meglio. Almeno per ora.
Con tutte le maledizioni di Lori, loro due se ne vanno e, visto che è l’una e mezza, mi dovrei muovere.
Lori fissa la porta con un rancore profondo: “Un giorno avrò la giustizia, e nessun magnaccia la passerà più liscia.”
Valjet le toglie da davanti il vino che non ha bevuto e se lo scola: “Per ora ti conviene lisciarteli.”
“Non mi liscio un criminale.”
Vado a farmi la doccia che dovevo farmi da prima. Osservo l’acqua che scorre su di me e cade sulla ceramica bianca. Il getto caldissimo lava via sottili strisce di schiuma ma non ce la fa a cancellare il mio dolore. Sento la porta del box che si apre. Una corrente d’aria fredda taglia il vapore, ma sulla schiena, sopra il tocco dell’acqua, sento quello di un’altra pelle. Le sue dita scendono lungo i miei fianchi. Mi lascio scivolare fuori dal box trasparente, mentre Dasho mi trascina giù sulle piastrelle fredde del pavimento. Più in basso di così non potremmo andare, quindi la nostra caduta si ferma. Giusto il tempo di un’ora.
Il contrasto con il calore di prima mi fa sussultare, ma il peso del suo corpo preme su di me, bloccandomi. Lo sento sui miei fianchi e, in questo momento, il mio stomaco smette di soffrire per la sua distanza. Si china su di me ancora vestito, la stoffa ruvida sfrega contro la mia pelle nuda. Con l’altra mano mi afferra per la nuca, spingendo la mia bocca aperta contro la sua. Ormai credo di essermi abituata a queste sue maniere. La dolcezza non si incastra nella mente frammentata di un pappone. Mentre la sua lingua si intreccia con la mia e una spinta mi fa aprire le cosce, la sua mano scivola in mezzo, bagnandosi d’acqua, sapone e umori. Io chiudo gli occhi e lascio andare la testa indietro, nell’umido dei capelli che spargono acqua sul pavimento. Il suo inguine preme forte contro il mio, non riesco a sollevare le anche. Il suo corpo spinge ed entra con forza, un unico affondo profondo che mi strappa un grido contro le sue labbra. La schiena mi sbatte sulle piastrelle con un ritmo che azzera il volume dei pensieri per fare posto a qualcos’altro. Continuando a colpirmi dentro con forza, mi dice qualcosa contro il collo, ma non capisco perché ha parlato un’altra lingua. La mia fica comincia a contrarsi ritmicamente attorno a lui.
Apro gli occhi. Vedo stelle di polvere fluttuare attraverso un raggio dorato che si rifrange nello specchio e dico: “Potrei morire adesso.”
Dasho si tira indietro e mi fa: “Con questo che vorresti dire?”
E io dico: “Che ne so.”
Dopo altre stelline di polvere dico: “Niente, penso.”
Il suo corpo continua a sbattermi dentro. Dico ancora: “Non farci caso.”
Lui non risponde. Le sue dita dalla mia nuca salgono sulla mia testa e si aprono in mezzo ai miei capelli, si spostano sulla mia gola e mi inchiodano al pavimento.
I miei capelli spargono acqua a terra e la mia bocca cerca un respiro.
Forse la morte, dico tra me e me mentre sento l’eccitazione salirmi al cervello, è un orgasmo come tanti altri. La mano finalmente si allenta e mi lascia la gola, e l’aria torna a entrare. Sento la sua mascella irrigidirsi contro il mio collo, ormai so che stanno per arrivare fiotti caldi che mi riempiono, lasciandomi tremante. L’unica cosa calda che esce da lui, penso. Sento il suo orgasmo che gli scuote tutto il corpo e non so perché, ma oggi non si alza come di solito. Inizia a darmi fastidio il dolore alle ossa e ho un gran freddo perché non so il motivo, ma il suo corpo non scalda. Ma non voglio dirgli di levarsi di dosso. L’asciugamano bianco è finito a terra, potrei prenderlo ma sembra troppo lontano. Fuori il cielo è intensamente blu adesso. Nell’aria sento l’odore del bagnoschiuma all’orchidea e il profumo aspro dei nostri corpi. Non tutto il giorno, ma almeno a quest’ora.
***
La nostra classe è piena, Michela fa la stessa faccia di quando ho visto Lori schiacciata sul pavimento. Sul mio banco c’è un Kinder Bueno, lo indica con un dito e dice che lo hanno da parte per me. Le dico: “Grazie.”
E Michela si osserva le unghie: “Mi si è sbeccato lo smalto.”
“Perciò hai questa faccia?”
Lei mi risponde masticando il suo cioccolatino: “Non ho nessuna faccia strana.”
“Mi era parso…”
La mia faccia nella finestra dice che forse stiamo impazzendo.
Alessia dice che prendono sempre i Kinder Bueno perché alla mensa dell’università i dolci finiscono troppo presto e non fanno mai in tempo a mangiarli.
E io ringrazio.
E Daniela, sempre sensibile, pratica mi guarda aggiungendo: “Ci addolcisce la giornata. Non tutta, ma almeno quest’ora.”
E io annuisco e lei continua: “Noi siamo inclusive. Perché non vieni alla mensa anche tu?”
Vorrei dire — Perché ho già mangiato in una casa di sballati con una che s’incipria il naso e una che trucca quelli che riescono a farsi spaccare la faccia ogni due per tre.
Invece dico: “Sto sempre poco a casa e non mangio tantissimo.”
L’aula fa quasi silenzio. Daniela avvisa: “Michela, metti via le cartacce che è arrivato Ciconte.”
Il professore guarda disgustato le sue mani imbrattate di cioccolato
Michela mette via e traffica col cellulare. E quello dice: “Finito col telefono?”
Ecco la vita normale, temporanea, ma reale.
di
Agave Ionia
Agave Ionia
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