La lunga notte 20 – Mangiando l’aragosta

scritto il 2026-10-09 tempo di lettura 46 min

di
genere
dominazione
cura
B

“Per quanto io abbia provato a fare chiarezza, le mie motivazioni mi appaiono ancora oggi abbastanza oscure. E poi le cause e gli effetti... uno li confonde, nei ricordi.”
Mentre io parlo Elena versa il vino a Idra e le dice che le vuole bene. Idra risponde che non se la beve, ma non c’è rancore nella sua voce.
Di quel lunedì mi ricordo che ero in fissa con le aragoste che dovevo andare a prendere, ma non avevo coraggio di chiedere a Dasho di farmi andare via prima. E poi non volevo affatto andare via. E mi ricordo Nadia che guardava fuori dal finestrino il cielo intensamente azzurro del mezzogiorno, lo stereo che si lamentava e il vento che soffiava.
***
L’odore d’umido delle scale sparisce appena Ditmir chiude la porta dietro di noi. Non si sente un fiato qui, è troppo freddo pure per le mosche e le zanzare ormai. Dasho oggi non mi ha detto una parola, si è solo preso i soldi della mattina. Le cosce mi fanno male per le ore passate in quel parco umido, anche se ora Nadia mi ha fatto comprare gli stessi stivali che portano loro. Mastico un chewing-gum per togliermi dalla bocca il sapore di tutti i clienti e lui, chinato sul tavolo, sta facendo un rotolo sempre più stretto con le banconote. Senza alzare gli occhi mi dice: “Vuoi parlare?”
“Posso andare a prendere le aragoste e tornare?”
“Ma non avevi da fare?”
“Sì, però avevo ordinato le aragoste, per Valjet...”
Vedo che sorride e allora continuo: “Adesso è ancora aperto, se per te va bene le porto e le faccio con Nadia, e poi ritorno a casa mia per le quattro e mezza che ho quell’impegno.”
“Fai, fai. Come a casa tua.”
Lo seguo con gli occhi mentre si infila in tasca il rotolo di banconote, Redian mi risveglia: “Quindi facciamo il pranzo romantico?”
Alzo le spalle. “Vi porto l’aragosta.”
“E una candela per l’atmosfera no?”
Ci penso un attimo. “Se la vuoi la compro.”
Lui sta guardando con un occhio solo dentro una bottiglia di birra finita, non capisco perché.
“E dopo ci innamoriamo?”

Dasho gli passa davanti. “E dopo state a letto tutto il giorno e nessuno lavora più.”
Mentre me ne vado sento un rumore soffocato. Mi fermo sulla porta, si ferma il mio respiro. Resto con l’orecchio teso verso la stanza da letto di Lori ma non la sento più.
Salgo sul taxi che sono appena passate le dodici e trenta.
“Viale Monte Nero”, dico all’autista. Corre veloce, arriviamo davanti alla pescheria e la saracinesca è ancora alzata a metà, c’è odore di candeggina e di ghiaccio tritato, stanno pulendo il banco per la chiusura. Entro di corsa, pago la bella signora dietro la cassa e mi faccio consegnare il pacco di polistirolo con le aragoste vive dentro. Le sento muovere contro le pareti di plastica, un rumore secco e leggero.
Quando apro di nuovo la porta dell’androne c’è lo stesso silenzio di prima. Mi fermo sulla soglia della cucina, Nadia e Marina mi aspettano con le dita incrociate, sedute una davanti all’altra. Valjet entra e si avvicina al tavolo, si scosta i capelli viola dal viso e apre il coperchio di polistirolo. “Vediamo un po’ queste aragoste.” Si tira indietro di scatto, sgranando gli occhi quando vede le antenne agitarsi. “Ma sono vive! Muovono le zampe!”
Marina sorride: “Eh. Non hai mai visto le aragoste?”
Nadia si sporge a guardare, poi si rigira verso di me: “Grazie, Angela. Ma ora chi la sa fare questa roba?”
Ho visto il video, ma dallo schermo non è che si impari un granché...
Restiamo tutte in piedi a fissare la scatola, l’odore di mare vivo riempie la cucina. Nadia all’improvviso urla chiamando Redian.
Lui appare con la solita penna che lascia parole sul foglio. Ore 17.00 La lunga notte 20 – Mangiando l’aragosta
“Per quanto io abbia provato a fare chiarezza, le mie motivazioni mi appaiono ancora oggi abbastanza oscure. E poi le cause e gli effetti... uno li confonde, nei ricordi.”
Mentre io parlo Elena versa il vino a Idra e le dice che le vuole bene. Idra risponde che non se la beve, ma non c’è rancore nella sua voce.
Di quel lunedì mi ricordo che ero in fissa con le aragoste che dovevo andare a prendere, ma non avevo coraggio di chiedere a Dasho di farmi andare via prima. E poi non volevo affatto andare via. E mi ricordo Nadia che guardava fuori dal finestrino il cielo intensamente azzurro del mezzogiorno, lo stereo che si lamentava e il vento che soffiava.
***
L’odore d’umido delle scale sparisce appena Ditmir chiude la porta dietro di noi. Non si sente un fiato qui, è troppo freddo pure per le mosche e le zanzare ormai. Dasho oggi non mi ha detto una parola, si è solo preso i soldi della mattina. Le cosce mi fanno male per le ore passate in quel parco umido, anche se ora Nadia mi ha fatto comprare gli stessi stivali che portano loro. Mastico un chewing-gum per togliermi dalla bocca il sapore di tutti i clienti e lui, chinato sul tavolo, sta facendo un rotolo sempre più stretto con le banconote. Senza alzare gli occhi mi dice: “Vuoi parlare?”
“Posso andare a prendere le aragoste e tornare?”
“Ma non avevi da fare?”
“Sì, però avevo ordinato le aragoste, per Valjet...”
Vedo che sorride e allora continuo: “Adesso è ancora aperto, se per te va bene le porto e le faccio con Nadia, e poi ritorno a casa mia per le quattro e mezza che ho quell’impegno.”
“Fai, fai. Come a casa tua.”
Lo seguo con gli occhi mentre si infila in tasca il rotolo di banconote, Redian mi risveglia: “Quindi facciamo il pranzo romantico?”
Alzo le spalle. “Vi porto l’aragosta.”
“E una candela per l’atmosfera no?”
Ci penso un attimo. “Se la vuoi la compro.”
Lui sta guardando con un occhio solo dentro una bottiglia di birra finita, non capisco perché.
“E dopo ci innamoriamo?”

Dasho gli passa davanti. “E dopo state a letto tutto il giorno e nessuno lavora più.”
Mentre me ne vado sento un rumore soffocato. Mi fermo sulla porta, si ferma il mio respiro. Resto con l’orecchio teso verso la stanza da letto di Lori ma non la sento più.
Salgo sul taxi che sono appena passate le dodici e trenta.
“Viale Monte Nero”, dico all’autista. Corre veloce, arriviamo davanti alla pescheria e la saracinesca è ancora alzata a metà, c’è odore di candeggina e di ghiaccio tritato, stanno pulendo il banco per la chiusura. Entro di corsa, pago la bella signora dietro la cassa e mi faccio consegnare il pacco di polistirolo con le aragoste vive dentro. Le sento muovere contro le pareti di plastica, un rumore secco e leggero.
Quando apro di nuovo la porta dell’androne c’è lo stesso silenzio di prima. Mi fermo sulla soglia della cucina, Nadia e Marina mi aspettano con le dita incrociate, sedute una davanti all’altra. Valjet entra e si avvicina al tavolo, si scosta i capelli viola dal viso e apre il coperchio di polistirolo. “Vediamo un po’ queste aragoste.” Si tira indietro di scatto, sgranando gli occhi quando vede le antenne agitarsi. “Ma sono vive! Muovono le zampe!”
Marina sorride: “Eh. Non hai mai visto le aragoste?”
Nadia si sporge a guardare, poi si rigira verso di me: “Grazie, Angela. Ma ora chi la sa fare questa roba?”
Ho visto il video, ma dallo schermo non è che si impari un granché...
Restiamo tutte in piedi a fissare la scatola, l’odore di mare vivo riempie la cucina. Nadia all’improvviso urla chiamando Redian.
Lui appare con la solita penna che lascia parole sul foglio. Sta scrivendo: “ore 17.00,” è una scritta rossa ma diventa rosa e poi trasparente. Pigia sempre di più finché il foglio si buca, ma l’inchiostro non esce. Dice: “Questa penna aveva quasi vent’anni, e adesso è morta.”
La fissa con un’aria così triste che Nadia lo tocca piano piano e dice: “La dimenticherai.”
Lui fa un passo indietro: “Come? Veniva pure a scuola con me...”
Nadia gliela prende con delicatezza, rinfila il tappo e la posa da parte.
“Cucinando l’aragosta.”
Gli scappa una risata satanica che fa abbassare il volume della TV dell’appartamento a fianco.
“Quello che mi auguro è che nessun’altra qui, che abbia circa vent’anni o di meno, sia andata.”
Nadia incrocia le braccia. “Che stai dicendo?”
“Che spero vi sia chiaro che non sono un signore. Sono uno sguattero che prepara la cena e pulisce tutto dopo che il coniglio è stato disossato o il pollo spennato. Sono solo un uomo delle pulizie e non ho mai visto un’aragosta.”
Dasho arriva dal corridoio, stando in piedi davanti a me si mette le mani in tasca. Io mi immobilizzo di riflesso. “Era difficile prenderle già pronte senza portarsi dietro questa scatola piena di zampe che raschiano?”
Mi sento stupida, come ogni volta che lui mi parla. “Io non ci ho pensato... Valjet voleva vedere le aragoste.”
Ma lui è già oltre la porta. “Chiamate quando si mangia.”
Irina solleva la scatola. “Dai, muoviamoci. Fammi vedere quel video Angela.”
Ritrovo la ricetta e Irina sembra molto più veloce di me sia a capire sia a ripetere i gesti.
Nessuna tocca le aragoste con le mani nude. Irina ha finito, e fuma appoggiata alla finestra che dà sul balcone, mentre Nadia cuoce le chiedo: “Come hai fatto a copiare la vecchia da un video?”
“Mi arrangio. Questo è quello che faccio sempre.”

Mi volto verso il tavolo per aiutare Marina ad apparecchiare, ma lei mi parla di nuovo. “Il nostro lavoro è questo: capire come ingoiare qualsiasi cosa prima che arrivi. Adattarsi se c’è roba difficile da buttare giù, come un’aragosta.”
Mi fa quasi ridere. Lei si gira, stanno tornando Dasho e Redian.
“Se c’è qualcosa di pericoloso nel menù, devi anche imparare da questi bastardi a masticarla.” Irina spegne la sigaretta. “Che sia un’aragosta o un fastidioso amico di famiglia.”
Il mio sorriso si spegne.
Ora che è tutto apparecchiato, Nadia sta per sedersi ma Dasho le indica la camera di Lori: “Vai a chiamare quella stronza.”
Nadia sbuffa più forte di quanto aveva previsto, vedo che lui allarga le narici, e io continuo a guardare le banconote arrotolate nella sua tasca. Giusto per capire quanti soldi facciano.
Mi muovo dietro a Nadia, vengono anche Marina e Irina.
La porta è socchiusa, Marina dice sottovoce: “Che silenzio. Grazie, Dio.”
Irina la spinge: “Che fa la tigre?”
Marina fa per entrare, Lori la guarda con la coda di un occhio ma resta immobile sul letto: “Non ruggisce più come prima.”
Irina alza il mento: “Ma del lavoro, che dice?”
Marina tira la porta e si volta verso di noi: “Dice? Mi sono affacciata per spiegarle qualcosa ieri sera e ho rischiato che mi uccideva. Mi ha lanciato bottiglie di bagnoschiuma e...”
Nadia guarda dentro: “Se ne vada a quel paese...”
Entriamo io e Marina, lei guarda le cose di Lori ora sistemate nella stanza.
“Ha disfatto la valigia.”
Sento Irina da dietro: “L’ha capita che non se ne va domani.”
Lori salta come se ci avesse viste davvero solo ora.
Irina entra: “Stupida, hai paura?”
Lori è scattata a sedere sul letto: “Crepate!”
Volta la testa verso l’armadio e io faccio lo stesso d’istinto. Ha messo una statuina della Madonna lì sopra. La guarda con occhi lucidi: “Mamma Maria, proteggimi da questi uomini!”
Nadia si avvicina con le mani alzate: “Ma noi non siamo uomini.”
Lori si copre il viso: “Che volete?”
Provo io: “Farti stare meglio.”
“Come?”
Nadia si siede accanto a lei sul letto: “Mangiando l’aragosta.”
“E perché?”
Marina prende il suo posto di maestra: “Perché sei una donna come noi, hai fatto i debiti come noi... e di pagarli, sei contenta quanto noi. Poi perché hai digiunato per due giorni. Siamo venute a pregarti: mangia e lavora con noi così non succederà niente di male a te e non ci farai vedere altre scene atroci.”
Lori ha gli occhi rossi e secchi di un pianto di settimane: “Sogni! Mi fa schifo e il vostro cibo non lo tocco. M’avete fregato l’altra volta.”
L’ha detto fissando Irina che non si sposta dalla porta. “Io stavo solo leggendo il copione che m’avevano dato.”
Nadia inghiotte saliva e pazienza: “Su, andiamo a tavola e parliamo.”
“Ma di cosa?”
“Parliamo di quello che vuoi... mangiando l’aragosta.”
Era, credo, l’ultima speranza di Nadia tentarla con una leccornia ma quella si butta a faccia in giù sul cuscino e piange, lancia un grido che richiama Redian dalla cucina. Sento la sua mano sulla nuca: “Levati, la curo io.”

Mi sposto di lato e lui le arriva davanti, togliendosi il coltello dalla tasca interna della giacca blu. “Alzati zoccola, vieni a mangiare l’aragosta.”
“Non mi piace la tua aragosta!”
“I guai ti piacciono! Vieni a mangiare, subito. Riempio la vasca, ti ci butto dentro e faccio il Mar Rosso!”
Lori solleva il viso pieno di capelli con gli occhi ancora più venati di sangue, Marina si infila tra di loro: “Non gli rispondere, è un’abitudine che non paga.”
Nadia lo spinge verso di me: “Vai via che non sai curare la gente tu.”
Lui sbatte su di me e devo indietreggiare per non finire spiaccicata contro la parete dal peso del suo corpo.
“Io non so curare? Faccio i miracoli, come Gesù! Lo vedi che adesso sta zitta?”
Nadia accanto a Marina gli copre la vista di Lori: “Non ti voglio fare arrabbiare ma ti dimostro che sono tutte fesserie le tue magie...”
“Sai fare di meglio tu?”
Nadia ridacchia. “Io so fare grandi magie e te le insegno pure.”
“Dimostralo.”
Gli mette le manine in faccia, gli sfiora le labbra: “Con questa bocca possiamo fare cose molto più belle che promettere morte alle persone.”
“Per esempio?”
Nadia gli ride sul muso: “Mangiamo l’aragosta.”
Lui mette il coltello davanti al suo naso, con un dito lei lo abbassa: “Con questo... ci possiamo fare cose più piacevoli che squartare la gente.”
“Per esempio?”
“Sbucciamo l’aragosta.”
Pare che si sia calmato, piglia e infila una mano sotto la sua gonna. “E con queste labbra, che vai in giro senza mutande, che ci fai? Mangiamo l’aragosta?”
Nadia si riabbassa la gonna, rossa in faccia: “No, con questa mi faccio aprire in due dal mio padrone.”
Il pazzo sorride. “Oh, si inizia a ragionare.”
L’ha preso sottobraccio, lo trascina verso la porta: “Ma prima, mangiamo l’aragosta.”
Redian si ferma. “Che strazio! Ancora l’aragosta.”
“Ma che strazio, non vuoi fare piacere ad Angela?”
Lui mi guarda: “Angela produce, se vuole glielo faccio anche subito un piacere io...”
Mi sento male.
Nadia lo ripiglia per la manica: “Ma prima dobbiamo farci venire voglia.”
“A me già è venuta voglia sentendo urlare quella matta, come deve venire voglia a voi?”
Non so perché ma ho alzato il mio dito indice: “Mangiando l’aragosta... si considera afrodisiaca perché viene dal mare dove nasce Venere...”
Tirandolo a destra e sinistra siamo riuscite a riportarlo a tavola. Dasho ci guarda tutti e tre: “Be’?”
Nadia si lascia cadere sulla sedia accanto a lui: “Lori non vuole mangiare.”
Dasho guarda il corridoio ma poi con la faccia di una belva che preferisce non mangiare un animale malato torna a guardare il piatto. “Allora lasciala crepare.”
Marina si fa aria col tovagliolo, sembra essersi stancata in questo quarto d’ora più che in tutta la mattina. “Almeno abbiamo imparato a cucinare l’aragosta.”
Irina svuota già il secondo bicchiere di vino, e nemmeno abbiamo iniziato a mangiare. “Questo è apprendimento sul lavoro.”
Redian sta girando il piatto come una rotella. “Prendete e mangiatene tutti è stato detto... ma qui qualcuno ora mi deve insegnare come si mangia l’aragosta.”
“Usa un po’ di delicatezza”, dice Irina con la bocca piena mentre lui alza la chela, “non stringere troppo. È un pesce, cazzo!”
Lui muove il coltello sulla coda sotto lo sguardo di Irina. “Taglia piano, appoggia la lama...”
Lui esegue.
“Adesso, fallo scivolare dentro, fino in fondo...”
Lo vedo in difficoltà mentre infila e si aiuta con la forchetta, intanto la mia lingua assapora ogni millimetro di questa polpa calda. Valjet dice: “Ha un sapore denso, lo sento fino in fondo.”
Irina è a al terzo bicchiere: “Succhia anche le chele. Prendi ogni goccia.”
Valjet nota che le prime gocce che escono sono calde e salate. Io le prendo tutte.
Redian ha lasciato perdere anche con la coda, annusa la chela che non lascia andare la sua polpa.
“Devi spingere ancora”, dice Jasmin mentre si pulisce le labbra.
Irina insiste: “La parte più dura, quella che sembra quasi respingerti se non trovi il ritmo giusto, si trova proprio alla base. Non fermarti alla base.”
Si è spazientito: “Okay, e adesso? Che altro c’è da fare?”
“Adesso stacca il guscio...” dice Nadia.
Lui sbotta: “Io me li mangio!”
Lei si copre le labbra con la manina: “Anche io mi mangio tutto, di solito.”
Lui lascia perdere e torna al boccone infilzato sulla forchetta: “Insomma mi state insegnando a fare una pompa...”
Nadia dice: “Sì, mangiando l’aragosta.
***
Oggi abbiamo fatto tardi tutti. Apro la porta di casa alle quattro e un quarto. Vado dritta in bagno, mi guardo nello specchio e mi lavo le mani tre volte con il sapone Dove, ma l’odore di mare mi è rimasto fin sotto le unghie. Ho le labbra secche, ci passo la lingua e sento ancora il sapore del crostaceo. Mi rassetto la camicetta bianca, mi siedo davanti al portatile e fisso la schermata dell’università aspettando che si apra la comunicazione. Il mio cuore inizia a contare: 1, 2, 3...
Alle quattro e mezza precise lo schermo si illumina. Compare la faccia piccola e il pince-nez del professor Ciconte, è seduto dietro una scrivania piena di libri.
“Buongiorno signora, mi sente?”
“Sì. La sento benissimo.”
Parliamo per venti minuti. Mi chiede degli esami che ho già dato. La mia bocca risponde da sola e io guardo le mie dita muoversi sulla tastiera per digitare il nulla; sono le stesse dita con cui poco fa tenevo fermo il polistirolo con le aragoste vive che raschiavano. Le stesse con cui insieme a Nadia mi sono aggrappata e avvinghiata a Redian per riportarlo in cucina. Non è la prima volta che guardo la mia mano come ipnotizzata e mi chiedo se è davvero la mia. Ciconte sta dicendo che riceverò una mail per conferma, ma la mia domanda è accettata, ecc. ecc.
“Ci vediamo in aula, buona serata.”
“Grazie, professore.”
Sconnette la chiamata. Lo schermo torna nero, riflette la mia faccia rossa per il vino che dice: — Grazie, Dio.
***
Devo essermi addormentata. Sento la porta blindata sbattere. Lo stesso colpo di stamattina quando Matteo è uscito incazzato senza salutare. Mi tiro su dal divano mentre lui entra in salotto, butta la borsa di pelle sul tavolo e si preme i palmi contro la fronte. È rosso in volto, con le orecchie scure come se gli bruciassero.
Dico: “Amore, che succede?”
Sbotta senza guardare né me né la borsa. “Sei mesi buttati nel cesso.”
Si siede e accende una sigaretta con le dita che gli tremano. “Ho seguito la causa del proprietario di un centro massaggi pieno di battone, lo avevano inculato con l’accusa di riciclaggio. E alla fine l’hanno beccato a spostare i soldi e la finanza gli aveva bloccato tutto. Ho smontato l’accusa e ho vinto il processo.”
“E?”
Fa un tiro lungo, la cenere gli cade a terra. “Ed è salito su un aereo ed è scappato in Cina. Niente soldi e mo’ riacciuffalo.”
Sputa un sospiro esasperato. “Ci ha lasciato solo il biglietto da visita di una delle sue zoccole. E la segretaria quando le dicevo di farsi dare gli acconti diceva sempre sì, subito, sì, subito. Quella deficiente... perché non se ne sta a casa sua a lavare i piatti...”
La mia faccia nella vetrina dice: — Fai Nadia.
Mi avvicino a passi leggeri, finché le punte delle mie scarpe toccano quelle delle sue. Gli metto le mani in faccia, gli sfioro le labbra con le dita che sanno ancora di sapone Dove e di sale.
“Non ti voglio fare arrabbiare”, gli sussurro sul naso, mentre le mie tette si schiacciano contro la sua camicia che sa dei deodoranti dell’ufficio. “Ma ti dimostro che sono tutte fesserie i tuoi pensieri.”
Matteo alza il mento, mi guarda negli occhi e sorride. La sigaretta è finita e gli scotta le dita. La getta nel portacenere di corsa. “Ho perso migliaia di euro, mi resta il numero di una zoccola... è una fesseria?”
Gli blocco i polsi e gli porto le mani dietro la schiena, stringendolo contro di me. “Ma non ti serve il suo numero. Con questa zoccola puoi fare cose molto più belle che parlare di soldi e di cinesi imbroglioni.”
“Tipo?” La sua voce si abbassa.
Apro la sua cintura, faccio scivolare la zip dei suoi pantaloni. Lo sento risvegliarsi al mio tocco. “Con questa bocca possiamo fare cose più piacevoli che perdere tempo a parlare.”
Mi prende la testa tra le mani, mi tira verso di sé. Le mie labbra si schiudono, accolgo la sua lingua per un lungo minuto, poi torno tra le sue gambe. Il pavimento è freddo sotto le mie ginocchia e la sua pelle nella mia bocca è caldissima. Mentre scorro su e giù lui emette un sospiro di sollievo. Continuo a spingerlo dentro. Succhio la carne, stringo le dita attorno ai suoi fianchi che si muovono. Mordo leggermente dove la pelle è più sottile. Quando sta per cedere mi fermo. Mi guarda con le sopracciglia aggrottate.
Tengo le pupille nelle sue e di nuovo lo ingoio fino alla fine, trattengo il fiato e lo invito con le mani a muovere le anche da sé come fa Dasho quando mi riempie la gola. Ora ha preso il ritmo, mi rilasso mentre sento che sta per cedere. Si ritrae delicatamente e lascia gocciolare il suo orgasmo sulla mia lingua. È sempre così rispettoso che mi fa montare di nuovo dentro tutta la rabbia della strada.
Ora si è fatto la doccia e siamo in sala. Lui normale, perfettamente normale. Io ancora reggo tutto, senza capire perché non mi tradisco, lui regge senza capire quanto peso porto dentro.
Sta apparecchiando, è intento ad allineare piatti e posate come soldatini in parata. Non è più il centro del mio desiderio, ma potrebbe tornare a esserlo... Dovrebbe travolgermi come un temporale estivo, strapparmi via le maschere, farmi tremare di paura. È un uomo ricco, istruito, ma si comporta come un servo.
Per un attimo non rimpiango ciò che faccio quando non c’è. Provo una voglia feroce di farlo soffrire, di vedere se dentro è davvero indistruttibile. Può andare peggio di così?
Certo, Jasmin dice che può sempre andare peggio.
Il telefono squilla.
“Ciao Francesco”, dice Matteo.
Respiro forte e i polmoni mi fanno male, accendo la TV e alzo il volume. Matteo si sposta di là ma lo sento comunque dire: “E non avete da fare?”
Mi scavo con le unghie nella guancia. Succhio le mie pellicine mentre sullo schermo una modella si lecca e morde il labbro inferiore con un’espressione a metà tra l’infastidito e il malizioso.
Matteo parla a voce più alta: “Che facciamo dopo?”
La TV grida: “I microbi hanno un tempismo imbattibile.”
L’immagine propone un rimedio per le afte.
Matteo torna sorridente. “Francesco ci invita a cena con Loredana.”
Protesto: “Sono quasi le nove.”
“Dai, non sei stanca, hai dormito tutto il giorno.”
“Ma non è vero!”
“Sì, sì.”
Se ne va in camera a cambiarsi e il suo sì, sì mi scorre nelle vene insieme al sangue fino alla testa.
***
Questa settimana il cielo sembra non voler guarire mai. Le nuvole sono basse, gonfie e scure come lividi. L’aria umida si infila sotto il cappotto e le pozzanghere riflettono le luci dei semafori.
Andiamo a piedi fino al ristorante. Francesco e Loredana davanti, sotto lo stesso ombrello. Io e Matteo dietro, senza toccarci quasi. Il marciapiede è lucido, le foglie incollate all’asfalto, il traffico sbuffa acqua sporca ai lati. Matteo prova a prendermi il braccio per evitarmi una pozzanghera. Mi scosto appena.
Non dice niente.
Non dice mai niente.
Il ristorante è troppo caldo: i vetri sono appannati, c’è odore di brodo e vino rosso. Per tutta la cena Francesco sta addosso a Loredana. Le sfiora le dita, le accomoda due volte la stessa ciocca. Degli inutili frammenti di conversazioni recepisco solo che parlano di viaggi a San Valentino.
Francesco dice: “Io non ho bisogno di San Valentino per amare mia moglie. Mi rendo conto ogni volta che torno a casa di quanto mi piaccia baciare Loredana.”
Si leccano il muso davanti a noi e il mio stomaco si contrae.
Poi si volta verso di me:
“Hai baciato subito Matteo quando è tornato da Roma quella volta? Com’è stato con lui?”
“Fantastico. Lo sai che tipo è!” rispondo con un sorriso.
“Non lo so. Mi chiedo se a letto sia un uragano come a lavoro.”
Loredana gli dà una botta sul braccio.
“Smettila. A questa età il sesso c’è, ma non è paragonabile a quello dei giovani!”
La battuta sul lavoro oggi gli è cascata malissimo.
“Non siamo ancora invecchiati,” dico.
Francesco mi guarda da sopra il bordo del calice. “Tu no, sicuro.”
Sfilano le portate: tortellini, arrosti, vino che riempie i bicchieri troppo spesso. Le parole si fanno più leggere, più scivolose.
A un certo punto mi alzo “Devo andare alla toilette.”
L’acqua scorre fredda sui polsi, la maniglia si abbassa alle mie spalle. Francesco entra, sento le sue mani sui fianchi che raccolgono il tessuto della mia gonna.
Dico: “Ma che fai?”
“Volevo vedere se sei invecchiata mentre ero a Parigi, la usi così tanto,” sussurra vicino al mio orecchio. Faccio scorrere l’acqua più forte come se potesse servire a qualcosa coprire i rumori.
“Levati.”
“Dai, facciamo una sveltina di due minuti e mezzo, mi eccita il rischio, con mia moglie e tuo marito di là.”
Scivolo verso sinistra: “Ma vattene, sei matto?”
Arrivo contro il muro e non c’è via di fuga, la sua mano corre sotto il pizzo delle mutandine, due dita mi entrano dentro. Non volendo le gambe mi cedono, si piegano avanti e le dita scorrono dentro di me.
“Hai la fortuna di cambiare cazzo quando vuoi ma io non vedo tutta questa figa… dimmi ti prego, ma se non lo fai per i soldi, per cosa? Hai un amante? Il tuo segreto mi sta facendo impazzire.”
Per girarmi sbatto la testa contro il muro. La porta è chiusa ma da fuori si aprirebbe, nessuno ha girato il chiavistello.
“Piantala, se arriva Loredana rovini te e me!”
Sto ansimando, il suo maledetto dito raccoglie i miei umori e li sparge sulla clitoride facendola fremere.
“E dal tuo amante ti fai sborrare dentro? Una volta mi ha detto Matteo che per lui era il paradiso leccare la tua fica, se sapesse che adesso è diventata il cesso collettivo di tutti gli immigrati della città?”
Appoggio il tacco a spillo sulla punta della sua scarpa: “Se non mi molli giuro che ti infilzo un dito.”
Trattiene una risata: “Che paura! Sono queste le armi delle troie?”
Si sentono passi in avvicinamento, il suo dito scorre più veloce. Chiudo gli occhi e vedo l’azzurro del mio amante.
Ma è davvero questo?
Anna ha detto di no. Comunque grazie a lui non sento Francesco. Trattengo un gemito poi lui si stacca di corsa e si nasconde nel bagno. Entra una bionda in pelliccia, alta e dal viso sereno. Mi osserva un secondo mentre deglutisco e mi sistemo come posso. “Ma è occupato?”
Annuisco: “Sì, sto aspettando anche io.”
Quella attende per un po’, io mi tampono gli occhi guardandomi allo specchio. La signora perde la pazienza e se ne va bofonchiando.
Francesco esce e scappa in punta di piedi. Io stavo quasi per venire, ma questo effetto indesiderato del mio corpo si è trasformato in un orgasmo rovinato quando la Venere in pelliccia ci ha interrotti. Quasi quasi entro nel bagno e finisco da sola ma la porta si apre di nuovo.
È Loredana. Pare mezza ubriaca; mi chiede: “Tutto ok?” E mentre mi fa questa domanda, apre la porta della toilette, si abbassa le mutandine davanti a me e si lascia andare con nonchalance, non si accorge nemmeno che per metà ha pisciato per terra. Mi rimetto la borsetta sulla spalla: “Sì, tutto ok. Mi sistemavo un po’ di trucco.”
Si asciuga e viene a lavarsi le mani. Il sapone sa di orchidea.
Il suo respiro è pesante, il petto le si alza e le si abbassa. Si avvicina col viso allo specchio: “Angela, ce l’hai un po’ di rossetto?”
Mi sto eccitando di nuovo.
Una strana voglia mi ha preso.
Infilo la mano nella borsa e stringo un momento il rossetto che mi ha regalato Nadia quel giorno sul guardrail. Glielo passo con un gran sorriso: “Devi provare questo colore.”
Lei fa ruotare il tubetto: “Ahi, molto scuro.” Se lo passa sulle labbra, le sfrega tra loro per farlo aderire bene. “Però bellissimo. Grazie, Angela.”
“Prego.” Ripongo il mio tesoro nella borsa. Ok, non sono venuta, ma vedere Loredana che si spalma sulla bocca una cosa che abbiamo usato per fare bocchini a tutta la città non ha prezzo.
Apro la porta e torno a tavola anche io. Siedo composta, prendo il bicchiere, bevo un sorso di vino.
Arriva anche lei. Spero che si bacino subito e infatti lo fanno e mi scappa un gran sorriso, sento gli occhi umidi e Matteo mi guarda contento di vedermi partecipe e felice per i nostri amici.
Francesco ha preso a parlare delle sue opere di carità.
Anche allo studio di mio marito si affacciano sempre a domandare l’elemosina tutti i poveretti della città, ma almeno Matteo non se ne vanta quando si leva gli spicci dalle tasche.
“Ho trovato lavoro a quel marocchino che veniva tutti i lunedì,” dice Francesco.
Lo chef compare nel salone, saluta un cliente e in mano ha ancora il coltello gigante con cui ha affettato i prosciutti che gli porta.
Vorrei che fosse uno chef assassino.
Loredana senza smettere di masticare dice: “Quello che al paese suo faceva lo chef, vero?”
“Sì, gli ho trovato posto, anche se non proprio per fare lo chef. Devo portargli qualche cliente. Se posso aiutare io non mi tiro mai indietro, Angela lo sa.”
Non lo gratifico di sguardi taglienti. Lo chef assassino agita il coltello ridendo. Matteo fa i complimenti a Francesco per aver aiutato un cuoco disoccupato, e a partire da ora non posso più mangiare niente senza rimettere e rinuncio al dolce.
La telecamera del mio cervello fa un primo piano di Loredana, poi del puttaniere che si sta mangiando di nuovo tutti i germi dei cazzi dell’autoporto.
Questi sono i nostri migliori amici.
Spero davvero che le afte abbiano il tempismo perfetto promesso dalla pubblicità.
, è una scritta rossa ma diventa rosa e poi trasparente. Pigia sempre di più finché il foglio si buca, ma l’inchiostro non esce. Dice: “Questa penna aveva quasi vent’anni, e adesso è morta.”
La fissa con un’aria così triste che Nadia lo tocca piano piano e dice: “La dimenticherai.”
Lui fa un passo indietro: “Come? Veniva pure a scuola con me...”
Nadia gliela prende con delicatezza, rinfila il tappo e la posa da parte.
“Cucinando l’aragosta.”
Gli scappa una risata satanica che fa abbassare il volume della TV dell’appartamento a fianco.
“Quello che mi auguro è che nessun’altra qui, che abbia circa vent’anni o di meno, sia andata.”
Nadia incrocia le braccia. “Che stai dicendo?”
“Che spero vi sia chiaro che non sono un signore. Sono uno sguattero che prepara la cena e pulisce tutto dopo che il coniglio è stato disossato o il pollo spennato. Sono solo un uomo delle pulizie e non ho mai visto un’aragosta.”
Dasho arriva dal corridoio, stando in piedi davanti a me si mette le mani in tasca. Io mi immobilizzo di riflesso. “Era difficile prenderle già pronte senza portarsi dietro questa scatola piena di zampe che raschiano?”
Mi sento stupida, come ogni volta che lui mi parla. “Io non ci ho pensato... Valjet voleva vedere le aragoste.”
Ma lui è già oltre la porta. “Chiamate quando si mangia.”
Irina solleva la scatola. “Dai, muoviamoci. Fammi vedere quel video Angela.”
Ritrovo la ricetta e Irina sembra molto più veloce di me sia a capire sia a ripetere i gesti.
Nessuna tocca le aragoste con le mani nude. Irina ha finito, e fuma appoggiata alla finestra che dà sul balcone, mentre Nadia cuoce, le chiedo: “Come hai fatto a copiare la vecchia da un video?”
“Mi arrangio. Questo è quello che faccio sempre.”

Mi volto verso il tavolo per aiutare Marina ad apparecchiare, ma lei mi parla di nuovo. “Il nostro lavoro è questo: capire come ingoiare qualsiasi cosa prima che arrivi. Adattarsi se c’è roba difficile da buttare giù, come un’aragosta.”
Mi fa quasi ridere. Lei si gira, stanno tornando Dasho e Redian.
“Se c’è qualcosa di pericoloso nel menù, devi anche imparare da questi bastardi a masticarla.” Irina spegne la sigaretta. “Che sia un’aragosta o un fastidioso amico di famiglia.”
Il mio sorriso si spegne.
Ora che è tutto apparecchiato, Nadia sta per sedersi ma Dasho le indica la camera di Lori: “Vai a chiamare quella stronza.”
Nadia sbuffa più forte di quanto aveva previsto, vedo che lui allarga le narici, e io continuo a guardare le banconote arrotolate nella sua tasca. Giusto per capire quanti soldi facciano.
Mi muovo dietro a Nadia, vengono anche Marina e Irina.
La porta è socchiusa, Marina dice sottovoce: “Che silenzio. Grazie, Dio.”
Irina la spinge: “Che fa la tigre?”
Marina fa per entrare, Lori la guarda con la coda di un occhio ma resta immobile sul letto: “Non ruggisce più come prima.”
Irina alza il mento: “Ma del lavoro, che dice?”
Marina tira la porta e si volta verso di noi: “Dice? Mi sono affacciata per spiegarle qualcosa ieri sera e ho rischiato che mi uccideva. Mi ha lanciato bottiglie di bagnoschiuma e...”
Nadia guarda dentro: “Se ne vada a quel paese...”
Entriamo io e Marina, lei guarda le cose di Lori ora sistemate nella stanza.
“Ha disfatto la valigia.”
Sento Irina da dietro: “L’ha capita che non se ne va domani.”
Lori salta come se ci avesse viste davvero solo ora.
Irina entra: “Stupida, hai paura?”
Lori è scattata a sedere sul letto: “Crepate!”
Volta la testa verso l’armadio e io faccio lo stesso d’istinto. Ha messo una statuina della Madonna lì sopra. La guarda con occhi lucidi: “Mamma Maria, proteggimi da questi uomini!”
Nadia si avvicina con le mani alzate: “Ma noi non siamo uomini.”
Lori si copre il viso: “Che volete?”
Provo io: “Farti stare meglio.”
“Come?”
Nadia si siede accanto a lei sul letto: “Mangiando l’aragosta.”
“E perché?”
Marina prende il suo posto di maestra: “Perché sei una donna come noi, hai fatto i debiti come noi... e di pagarli, sei contenta quanto noi. Poi perché hai digiunato per due giorni. Siamo venute a pregarti: mangia e lavora con noi così non succederà niente di male a te e non ci farai vedere altre scene atroci.”
Lori ha gli occhi rossi e secchi di un pianto di settimane: “Sogni! Mi fa schifo e il vostro cibo non lo tocco. M’avete fregato l’altra volta.”
L’ha detto fissando Irina che non si sposta dalla porta. “Io stavo solo leggendo il copione che m’avevano dato.”
Nadia inghiotte saliva e pazienza: “Su, andiamo a tavola e parliamo.”
“Ma di cosa?”
“Parliamo di quello che vuoi... mangiando l’aragosta.”
Era, credo, l’ultima speranza di Nadia tentarla con una leccornia ma quella si butta a faccia in giù sul cuscino e piange, lancia un grido che richiama Redian dalla cucina. Sento la sua mano sulla nuca: “Levati, la curo io.”

Mi sposto di lato e lui le arriva davanti, togliendosi il coltello dalla tasca interna della giacca blu. “Alzati zoccola, vieni a mangiare l’aragosta.”
“Non mi piace la tua aragosta!”
“I guai ti piacciono! Vieni a mangiare, subito. Riempio la vasca, ti ci butto dentro e faccio il Mar Rosso!”
Lori solleva il viso pieno di capelli con gli occhi ancora più venati di sangue, Marina si infila tra di loro: “Non gli rispondere, è un’abitudine che non paga.”
Nadia lo spinge verso di me: “Vai via che non sai curare la gente tu.”
Lui sbatte su di me e devo indietreggiare per non finire spiaccicata contro la parete dal peso del suo corpo.
“Io non so curare? Faccio i miracoli, come Gesù! Lo vedi che adesso sta zitta?”
Nadia accanto a Marina gli copre la vista di Lori: “Non ti voglio fare arrabbiare ma ti dimostro che sono tutte fesserie le tue magie...”
“Sai fare di meglio tu?”
Nadia ridacchia. “Io so fare grandi magie e te le insegno pure.”
“Dimostralo.”
Gli mette le manine in faccia, gli sfiora le labbra: “Con questa bocca possiamo fare cose molto più belle che promettere morte alle persone.”
“Per esempio?”
Nadia gli ride sul muso: “Mangiamo l’aragosta.”
Lui mette il coltello davanti al suo naso, con un dito lei lo abbassa: “Con questo... ci possiamo fare cose più piacevoli che squartare la gente.”
“Per esempio?”
“Sbucciamo l’aragosta.”
Pare che si sia calmato, piglia e infila una mano sotto la sua gonna. “E con queste labbra, che vai in giro senza mutande, che ci fai? Mangiamo l’aragosta?”
Nadia si riabbassa la gonna, rossa in faccia: “No, con questa mi faccio aprire in due dal mio padrone.”
Il pazzo sorride. “Oh, si inizia a ragionare.”
L’ha preso sottobraccio, lo trascina verso la porta: “Ma prima, mangiamo l’aragosta.”
Redian si ferma. “Che strazio! Ancora l’aragosta.”
“Ma che strazio, non vuoi fare piacere ad Angela?”
Lui mi guarda: “Angela produce, se vuole glielo faccio anche subito un piacere io...”
Mi sento male.
Nadia lo ripiglia per la manica: “Ma prima dobbiamo farci venire voglia.”
“A me già è venuta voglia sentendo urlare quella matta, come deve venire voglia a voi?”
Non so perché ma ho alzato il mio dito indice: “Mangiando l’aragosta... si considera afrodisiaca perché viene dal mare dove nasce Venere...”
Tirandolo a destra e sinistra siamo riuscite a riportarlo a tavola. Dasho ci guarda tutti e tre: “Be’?”
Nadia si lascia cadere sulla sedia accanto a lui: “Lori non vuole mangiare.”
Dasho guarda il corridoio ma poi con la faccia di una belva che preferisce non mangiare un animale malato torna a guardare il piatto. “Allora lasciala crepare.”
Marina si fa aria col tovagliolo, sembra essersi stancata in questo quarto d’ora più che in tutta la mattina. “Almeno abbiamo imparato a cucinare l’aragosta.”
Irina svuota già il secondo bicchiere di vino, e nemmeno abbiamo iniziato a mangiare. “Questo è apprendimento sul lavoro.”
Redian sta girando il piatto come una rotella. “Prendete e mangiatene tutti è stato detto... ma qui qualcuno ora mi deve insegnare come si mangia l’aragosta.”
“Usa un po’ di delicatezza”, dice Irina con la bocca piena mentre lui alza la chela, “non stringere troppo. È un pesce, cazzo!”
Lui muove il coltello sulla coda sotto lo sguardo di Irina. “Taglia piano, appoggia la lama...”
Lui esegue.
“Adesso, fallo scivolare dentro, fino in fondo...”
Lo vedo in difficoltà mentre infila e si aiuta con la forchetta, intanto la mia lingua assapora ogni millimetro di questa polpa calda. Valjet dice: “Ha un sapore denso, lo sento fino in fondo.”
Irina è a buon punto: “Succhia anche le chele. Prendi ogni goccia.”
Valjet nota che le prime gocce che escono sono calde e salate. Io le prendo tutte.
Redian ha lasciato perdere anche con la coda, annusa la chela che non lascia andare la sua polpa.
“Devi spingere ancora”, dice Jasmin mentre si pulisce le labbra.
Irina insiste: “La parte più dura, quella che sembra quasi respingerti se non trovi il ritmo giusto, si trova proprio alla base. Non fermarti alla base.”
Si è spazientito: “Okay, e adesso? Che altro c’è da fare?”
“Adesso stacca il guscio...” dice Nadia.
Lui sbotta: “Io me li mangio!”
Lei si copre le labbra con la manina: “Anche io mi mangio tutto, di solito.”
Lui lascia perdere e torna al boccone infilzato sulla forchetta: “Insomma mi state insegnando a fare una pompa...”
Nadia dice: “Sì, mangiando l’aragosta.
***
Oggi abbiamo fatto tardi tutti. Apro la porta di casa alle quattro e un quarto. Vado dritta in bagno, mi guardo nello specchio e mi lavo le mani tre volte con il sapone Dove, ma l’odore di mare mi è rimasto fin sotto le unghie. Ho le labbra secche, ci passo la lingua e sento ancora il sapore del crostaceo. Mi rassetto la camicetta bianca, mi siedo davanti al portatile e fisso la schermata dell’università aspettando che si apra la comunicazione. Il mio cuore inizia a contare: 1, 2, 3...
Alle quattro e mezza precise lo schermo si illumina. Compare la faccia piccola e il pince-nez del professor Ciconte, è seduto dietro una scrivania piena di libri.
“Buongiorno signora, mi sente?”
“Sì. La sento benissimo.”
Parliamo per venti minuti. Mi chiede degli esami che ho già dato. La mia bocca risponde da sola e io guardo le mie dita muoversi sulla tastiera per digitare il nulla, sono le stesse dita con cui poco fa tenevo fermo il polistirolo con le aragoste vive che raschiavano. Le stesse con cui insieme a Nadia mi sono aggrappata e avvinghiata a Redian per riportarlo in cucina. Non è la prima volta che guardo la mia mano come ipnotizzata e mi chiedo se è davvero la mia. Ciconte sta dicendo che riceverò una mail per conferma ma la mia domanda è accettata, ecc. ecc.
“Ci vediamo in aula, buona serata.”
“Grazie, professore.”
Sconnette la chiamata. Lo schermo torna nero, riflette la mia faccia rossa per il vino che dice: — Grazie, Dio.
***
Devo essermi addormentata. Sento la porta blindata sbattere. Lo stesso colpo di stamattina quando Matteo è uscito incazzato senza salutare. Mi tiro su dal divano mentre lui entra in salotto, butta la borsa di pelle sul tavolo e si preme i palmi contro la fronte. È rosso in volto, con le orecchie scure come se gli bruciassero.
Dico: “Amore, che succede?”
Sbotta senza guardare né me né la borsa. “Sei mesi buttati nel cesso.”
Si siede e accende una sigaretta con le dita che gli tremano. “Ho seguito la causa del proprietario di un centro massaggi pieno di battone, lo avevano inculato con l’accusa di riciclaggio. E alla fine l’hanno beccato a spostare i soldi e la finanza gli aveva bloccato tutto. Ho smontato l’accusa e ho vinto il processo.”
“E?”
Fa un tiro lungo, la cenere gli cade a terra. “Ed è salito su un aereo ed è scappato in Cina. Niente soldi e mo’ riacciuffalo.”
Sputa un sospiro esasperato. “Ci ha lasciato solo il biglietto da visita di una delle sue zoccole. E la segretaria quando le dicevo di farsi dare gli acconti diceva sempre sì, subito, sì, subito. Quella deficiente... perché non se ne sta a casa sua a lavare i piatti...”
La mia faccia nel vetro della finestra dice: — Fai Nadia.
Mi avvicino a passi leggeri, finché le punte delle mie scarpe toccano quelle delle sue. Gli metto le mani in faccia, gli sfioro le labbra con le dita che sanno ancora di sapone Dove e di sale.
“Non ti voglio fare arrabbiare”, gli sussurro sul naso, mentre le mie tette si schiacciano contro la sua camicia che sa dei deodoranti dell’ufficio. “Ma ti dimostro che sono tutte fesserie i tuoi pensieri.”
Matteo alza il mento, mi guarda negli occhi e sorride. La sigaretta è finita e gli scotta le dita. La getta nel portacenere di corsa. “Ho perso migliaia di euro, mi resta il numero di una zoccola... è una fesseria?”
Gli blocco i polsi e gli porto le mani dietro la schiena, stringendolo contro di me. “Ma non ti serve il suo numero. Con questa zoccola puoi fare cose molto più belle che parlare di soldi e di cinesi imbroglioni.”
“Tipo?” La sua voce si abbassa.
Apro la sua cintura, faccio scivolare la zip dei suoi pantaloni. Lo sento risvegliarsi al mio tocco. “Con questa bocca possiamo fare cose più piacevoli che perdere tempo a parlare.”
Mi prende la testa tra le mani, mi tira verso di sé. Le mie labbra si schiudono, accolgo la sua lingua per un lungo minuto, poi torno tra le sue gambe. Il pavimento è freddo sotto le mie ginocchia e la sua pelle nella mia bocca è caldissima. Mentre scorro su e giù lui emette un sospiro di sollievo. Continuo a spingerlo dentro. Succhio la carne, stringo le dita attorno ai suoi fianchi che si muovono. Mordo leggermente dove la pelle è più sottile. Quando sta per cedere mi fermo. Mi guarda con le sopracciglia aggrottate.
Tengo le pupille nelle sue e di nuovo lo ingoio fino alla fine, trattengo il fiato e lo invito con le mani a muovere le anche da sé come fa Dasho quando mi riempie la gola. Ora ha preso il ritmo, mi rilasso mentre sento che sta per cedere. Si ritrae delicatamente e lascia gocciolare il suo orgasmo sulla mia lingua. È sempre così rispettoso che mi fa montare di nuovo dentro tutta la rabbia della strada.
Ora si è fatto la doccia e siamo in sala. Lui normale, perfettamente normale. Io ancora reggo tutto, senza capire perché non mi tradisco, lui regge senza capire quanto peso porto dentro.
Sta apparecchiando, è intento ad allineare piatti e posate come soldatini in parata. Non è più il centro del mio desiderio, ma potrebbe tornare a esserlo... Dovrebbe travolgermi come un temporale estivo, strapparmi via le maschere, farmi tremare di paura. È un uomo ricco, istruito, ma si comporta come un servo.
Per un attimo non rimpiango ciò che faccio quando non c’è. Provo una voglia feroce di farlo soffrire, di vedere se dentro è davvero indistruttibile. Può andare peggio di così?
Certo, Jasmin dice che può sempre andare peggio.
Il telefono squilla.
“Ciao Francesco”, dice Matteo.
Respiro forte e i polmoni mi fanno male, accendo la TV e alzo il volume. Matteo si sposta di là ma lo sento comunque dire: “E non avete da fare?”
Mi scavo con le unghie nella guancia. Succhio le mie pellicine mentre sullo schermo una modella si lecca e morde il labbro inferiore con un’espressione a metà tra l’infastidito e il malizioso.
Matteo parla a voce più alta: “Che facciamo dopo?”
La TV grida: “I microbi hanno un tempismo imbattibile.”
L’immagine propone un rimedio per le afte.
Matteo torna sorridente. “Francesco ci invita a cena con Loredana.”
Protesto: “Sono quasi le nove.”
“Dai, non sei stanca, hai dormito tutto il giorno.”
“Ma non è vero!”
“Sì, sì.”
Se ne va in camera a cambiarsi e il suo sì, sì mi scorre nelle vene insieme al sangue fino alla testa.
***
Questa settimana il cielo sembra non voler guarire mai. Le nuvole sono basse, gonfie e scure come lividi. L’aria umida si infila sotto il cappotto e le pozzanghere riflettono le luci dei semafori.
Andiamo a piedi fino al ristorante. Francesco e Loredana davanti, sotto lo stesso ombrello. Io e Matteo dietro, senza toccarci quasi. Il marciapiede è lucido, le foglie incollate all’asfalto, il traffico sbuffa acqua sporca ai lati. Matteo prova a prendermi il braccio per evitarmi una pozzanghera. Mi scosto appena.
Non dice niente.
Non dice mai niente.
Il ristorante è troppo caldo: i vetri sono appannati, c’è odore di brodo e vino rosso. Per tutta la cena Francesco sta addosso a Loredana. Le sfiora le dita, le accomoda due volte la stessa ciocca. Degli inutili frammenti di conversazioni recepisco solo che parlano di viaggi a San Valentino.
Francesco dice: “Io non ho bisogno di San Valentino per amare mia moglie. Mi rendo conto ogni volta che torno a casa di quanto mi piaccia baciare Loredana.”
Si leccano il muso davanti a noi e il mio stomaco si contrae.
Poi si volta verso di me:
“Hai baciato subito Matteo quando è tornato da Roma quella volta? Com’è stato con lui?”
“Fantastico. Lo sai che tipo è!” rispondo con un sorriso.
“Non lo so. Mi chiedo se a letto sia un uragano come a lavoro.”
Loredana gli dà una botta sul braccio.
“Smettila. A questa età il sesso c’è, ma non è paragonabile a quello dei giovani!”
La battuta sul lavoro oggi gli è cascata malissimo.
“Non siamo ancora invecchiati,” dico.
Francesco mi guarda da sopra il bordo del calice. “Tu no, sicuro.”
Sfilano le portate: tortellini, arrosti, vino che riempie i bicchieri troppo spesso. Le parole si fanno più leggere, più scivolose.
A un certo punto mi alzo: “Devo andare alla toilette.”
L’acqua scorre fredda sui polsi, la maniglia si abbassa alle mie spalle. Francesco entra, sento le sue mani sui fianchi che raccolgono il tessuto della mia gonna.
Dico: “Ma che fai?”
“Volevo vedere se sei invecchiata mentre ero a Parigi, la usi così tanto,” sussurra vicino al mio orecchio. Faccio scorrere l’acqua più forte come se potesse servire a qualcosa coprire i rumori.
“Levati.”
“Dai, facciamo una sveltina di due minuti e mezzo, mi eccita il rischio, con mia moglie e tuo marito di là.”
Scivolo verso sinistra: “Ma vattene, sei matto?”
Arrivo contro il muro e non c’è via di fuga, la sua mano corre sotto il pizzo delle mutandine, due dita mi entrano dentro. Non volendo le gambe mi si piegano avanti e le dita scorrono dentro di me.
“Hai la fortuna di cambiare cazzo quando vuoi ma io non vedo tutta questa figa… dimmi ti prego, ma se non lo fai per i soldi, per cosa? Hai un amante? Il tuo segreto mi sta facendo impazzire.”
Per girarmi sbatto la testa contro il muro. La porta è chiusa ma da fuori si aprirebbe, nessuno ha girato il chiavistello.
“Piantala, se arriva Loredana rovini te e me!”
Sto ansimando, il suo maledetto dito raccoglie i miei umori e li sparge sulla clitoride facendola fremere.
“E dal tuo amante ti fai sborrare dentro? Una volta mi ha detto Matteo che per lui era il paradiso leccare la tua fica, se sapesse che adesso è diventata il cesso collettivo di tutti gli immigrati della città?”
Appoggio il tacco a spillo sulla punta della sua scarpa: “Se non mi molli giuro che ti infilzo un dito.”
Trattiene una risata: “Che paura! Sono queste le armi delle troie?”
Si sentono passi in avvicinamento, il suo dito scorre più veloce. Chiudo gli occhi e vedo l’azzurro del mio amante.
Ma è davvero questo?
Anna ha detto di no. Comunque grazie a lui non sento Francesco. Trattengo un gemito, poi lui si stacca di corsa e si nasconde nel bagno. Entra una bionda in pelliccia, alta e dal viso sereno. Mi osserva un secondo mentre deglutisco e mi sistemo come posso. “Ma è occupato?”
Annuisco: “Sì, sto aspettando anche io.”
Quella attende per un po’, io mi tampono gli occhi guardandomi allo specchio. La signora perde la pazienza e se ne va bofonchiando.
Francesco esce e scappa in punta di piedi. Io stavo quasi per venire, ma questo effetto indesiderato del mio corpo si è trasformato in un orgasmo rovinato quando la Venere in pelliccia ci ha interrotti. Quasi quasi entro nel bagno e finisco da sola ma la porta si apre di nuovo.
È Loredana. Pare mezza ubriaca; mi chiede: “Tutto ok?” E mentre mi fa questa domanda, apre la porta della toilette, si abbassa le mutandine davanti a me e si lascia andare con nonchalance, non si accorge nemmeno che per metà ha pisciato per terra. Mi rimetto la borsetta sulla spalla: “Sì, tutto ok. Mi sistemavo un po’ di trucco.”
Si asciuga e viene a lavarsi le mani. Il sapone sa di orchidea.
Il suo respiro è pesante, il petto le si alza e le si abbassa. Si avvicina col viso allo specchio: “Angela, ce l’hai un po’ di rossetto?”
Mi sto eccitando di nuovo.
Una strana voglia mi ha preso.
Infilo la mano nella borsa e stringo un momento il rossetto che mi ha regalato Nadia quel giorno sul guardrail. Glielo passo con un gran sorriso: “Devi provare questo colore.”
Lei fa ruotare il tubetto: “Ahi, molto scuro.” Se lo passa sulle labbra, le sfrega tra loro per farlo aderire bene. “Però bellissimo. Grazie, Angela.”
“Prego.” Ripongo il mio tesoro nella borsa. Ok, non sono venuta, ma vedere Loredana che si spalma sulla bocca una cosa che abbiamo usato per fare bocchini a tutta la città non ha prezzo.
Apro la porta e torno a tavola anche io. Siedo composta, prendo il bicchiere, bevo un sorso di vino.
Arriva anche lei. Spero che si bacino subito e infatti lo fanno e mi scappa un gran sorriso, sento gli occhi umidi e Matteo mi guarda contento di vedermi partecipe e felice per i nostri amici.
Francesco ha preso a parlare delle sue opere di carità.
Anche allo studio di mio marito si affacciano sempre a domandare l’elemosina tutti i poveretti della città, ma almeno Matteo non se ne vanta quando si leva gli spicci dalle tasche.
“Ho trovato lavoro a quel marocchino che veniva tutti i lunedì,” dice Francesco.
Lo chef compare nel salone, saluta un cliente e in mano ha ancora il coltello gigante con cui ha affettato i prosciutti che porta al tavolo.
Vorrei che fosse uno chef assassino.
Loredana senza smettere di masticare dice: “Quello che al paese suo faceva lo chef, vero?”
“Sì, gli ho trovato posto, anche se non proprio per fare lo chef. Devo portargli qualche cliente. Se posso aiutare io non mi tiro mai indietro, Angela lo sa.”
Non lo gratifico di sguardi taglienti. Lo chef assassino agita il coltello ridendo. Matteo fa i complimenti a Francesco per aver aiutato un cuoco disoccupato. A partire da ora non posso più mangiare niente senza rimettere e rinuncio al dolce.
La telecamera del mio cervello fa un primo piano di Loredana, poi del puttaniere che si sta mangiando di nuovo tutti i germi dei cazzi dell’autoporto.
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