La lunga notte 22 – La voglia di uccidere

scritto il 2026-11-01 tempo di lettura 29 min

di
genere
Dominazione
cura
A

La luce dei lampioni si è già accesa all’esterno, le sette della sera sono passate da un pezzo. I miei passi risuonano sul selciato umido del cortile dell’università, sono stretta nel cappotto, al mio fianco camminano Alessia e Michela. Usciamo dai cancelli e altre tre ragazze rallentano il passo e si uniscono a noi.
Michela prende una di loro per la giacca e la stacca dal gruppo dicendo: “Presentati.”
Quella mi guarda sorridente. “Ciao, mi chiamo Daniela,” indica le altre due, “loro sono le mie coinquiline: Giorgia e Noemi.”
Le coinquiline salutano con un cenno distratto, si congedano e si allontanano verso la fermata degli autobus.
Daniela resta da sola con noi e Michela dice: “Andiamo a cena, vieni anche tu?”
“Io sono Angela,” dico, ricordando che non ho risposto niente a Daniela.
Michela insiste: “Vieni con noi.”
Pesco il cellulare dalla borsa per controllare l’ora. “Ma devo tornare a casa, non ci sto praticamente mai a casa mia.”
Daniela mi studia, sembra incuriosita. “Senti, ma quanti anni hai?”
Mi sento fuori posto, fuori tempo, ma abbozzo un sorriso. “Dieci in più di te.”
Michela apre gli occhi come una rana: “Ma davvero? Non l’avrei mai detto. Dicci il segreto della tua skin care.”
Sento il mio naso affondare nella sciarpa mentre rido e riprendiamo a camminare, ma Michela non molla. “Dove abiti?”
Mi chiudo meglio il cappotto sulla gola. “Via Amendola.”
“Ah, bella zona, chissà quanto ti costa l’affitto.”
Non ho mai pagato l’affitto in vita mia, ma non voglio sembrare una snob, così dico: “Eh, sì, a Milano costa dappertutto.”
“E sei fidanzata?”
“Sposata,” mi esce in un soffio col respiro freddo.
Michela rompe il silenzio con una risata sguaiata. “Allora per mantenerti senza rughe metti lo sperma in faccia tutti i giorni?”
“Ma non serve essere sposata, se mi servisse come crema antirughe troppo ne posso raccogliere...”
— Dio, ma che cazzo ho detto...
Daniela arriva quasi a posarmi il viso su una spalla. “Non ci devi fare caso, Michela è erotomane.”
Michela mi chiede una sigaretta e quando gliela passo dice: “È risaputo che noi classicisti siamo tutti pervertiti.”
E io dico: “Meno male.”
Mi sento meno sola. E mentre aspetto il taxi pensando che domani devo venire con la mia macchina, che ho perso l’abitudine di usare, Michela continua a cantilenare: “Resta con noi... dai, resta con noi, resta con noi...”
***
La mattina è strana, sembra un tramonto, c’è una luce tutta aranciata davanti all’androne. Spingo dolcemente il portone dopo lo scatto e salgo le scale di corsa. Adesso è facile filarmela da casa. Ufficialmente sono in biblioteca a studiare. Mi fermo vicino al tavolo in cucina, vedo Nadia che si gira verso di me con un sorriso.
La guardo venirmi incontro. “Mi sembri contenta stamattina.”
Le sue labbra sembrano più rosse nel mondo arancione. “Sì, è tornato.”
So già di chi sta parlando, lei mi si fa ancora più vicina. “Voglio uscire domani sera. Non hai qualcosa di rosso da prestarmi?” I suoi occhi sono luminosi. “Scarpe rosse, non da battona.”
“Sì, te le porto domattina. Anzi, te le regalo, ce ne ho un paio che mi ha comprato mia madre per un Natale...”
“E non ti piacciono?”
“Moltissimo, ma me le diede con la sua faccia di ghiaccio e facendomi gli auguri e io continuavo a pensare: dammi un bacio, stronza.”
Nadia e io siamo arrivate sul divano. Piega un braccio e appoggia la testa sul palmo della mano.
Dall’altra stanza sentiamo Lori che continua a predicare, forse alla statuetta della sua Madonna: “Madre, e non farai nulla? Ti detesto.”
Nadia dice: “Se c’è una madre al mondo detestabile, sembra essere la tua: acida, devota, rimbrottosa...”
Ci rido sopra: “E di una bigotteria rivoltante.”
Nadia fa un mezzo giro e torna ai fornelli: “Ma pure quella di là col cristianesimo non scherza... ci mancava l’Ave Maria tre volte al giorno qui.”
I denti le affondano nel labbro e restiamo zitte finché la caffettiera sparge il suo profumo. E anche Irina spande il suo arrivando, sta disfacendo la treccia con cui dorme di solito. E tutte le altre ci raggiungono, ma il giorno non riesce a diventare migliore. Dasho entra senza guardarmi. La luce dorata del mattino fa apparire il suo viso quasi caldo. Eppure ho la sensazione che se lo baciassi adesso le mie labbra resterebbero incollate come sul metallo congelato. Nadia sciacqua le tazzine.
Il rubinetto si chiude e dico: “Cosa pensi?”
Non so perché, ma si volta come se gli dessi un gran fastidio. “A che devo pensare? Io non penso a niente, ma perché adesso mi fai sempre questa domanda stupida?”
“Mi pare che tu non stia bene. Ma forse mi sbaglio.”
“Troia, come ti ho già detto una volta, il nostro lavoro non è cosa da asini sorridenti. Io sto benissimo, solo gli scemi ridono sempre.”
Ok, penso. Oggi l’ho preso dalla parte sbagliata, tipo quando stai passando di corsa il biglietto al girello della metropolitana e quello ti sbatte su un fianco. Ma tu continui a correre per non perdere la metro con un osso dolorante e gli occhi che ti si riempiono di stelline blu.
Succede, penso. Forse ha ragione a dirmi troia e forse la gioia di una povera depravata come me sta proprio in questa sofferenza. Se mi guarda coi suoi lontani occhi azzurri sento di non voler essere in nessun altro posto al mondo.
Ditmir sta togliendo il rossetto di Irina dal bordo della tazzina con un tovagliolo per finire il caffè che c’è dentro. Irina fissa il corridoio: “La ragazzina non viene fuori nemmeno stamattina.”
Anche lui guarda verso il corridoio. “La cosa triste è che nemmeno si rende conto di essere malata nel cervello.”
Anche se non specificano il soggetto, so benissimo di chi stanno parlando. Ricordo quello che Lori mi ha detto ieri. Resto immobile, fissando il profilo di Dasho nella luce della mattina che pare morire. Penso che Lori veda in me quello che vedi in un’eroinomane all’apice del suo trip... o sul fondo della sua disperazione.
Loro sono già in piedi davanti all’ingresso per uscire e io sono ancora davanti al tavolo. Nadia mi tocca due volte una spalla. “Ti sei addormentata? Alzati, stanno uscendo.”
Mi viene da fissarmi le unghie: “A volte mi sembra che quello che è intorno a me non sia reale.”
Nadia sta raccogliendo le briciole sul tavolo. Anche le sue piccole mani veloci non sembrano vere. “No, tranquilla. Quel bastardo dal cuore gelido che ti fissa è più che reale.”
E voltando la testa vedo che lui mi sta guardando sul serio e allora mi tiro su anch’io.
Quando arriviamo al parco la nostra macchina si allontana sollevando la solita polvere. Almeno qui Francesco non ci ha ancora trovate. Nadia è rimasta a casa oggi.
Marina mi chiede che avevo stamattina.
Sospiro, osservando la città che comincia il suo carosello. “Sia qui stamattina che ieri all’università mi sentivo fuori posto. Come se io non fossi io e non sapessi cosa sto facendo... che ci vengo a fare qui?”
“Vieni qui a scopare,” dice Valjet. “Scopi per uno scopo.”
Loro due ridono, ma io dico:
“Non mi ricordo più qual era lo scopo.”
Valjet sta guardando il mondo attraverso l’obiettivo della fotocamera del suo telefono.
“Anche io ogni tanto me lo scordo. Ma poi si trova sempre uno scopo per continuare a scopare.”
Credo abbia capito che non ho nessuna voglia di scherzare, così mi viene vicino e mi avvolge con un braccio.
“Hai avuto solo sfortuna. Mi dispiace tanto per te. Forse dovresti provare a parlare chiaro con lui...”
“Ah, e che gli devo dire?”
“Che vuoi affetto e comprensione.”
Marina ci ascolta sghignazzando mentre rimodella la punta del rossetto con la lingua.
“Che deve stare con te tutto il giorno, anche se secondo me è come avere il cancro al fegato. Non preoccuparti, Angela, capirà anche lui che sei l’unica al mondo che lo vuole vicino e la vostra vita diventerà liscia come le cosce di Irina.”
Stavolta la spingo via, abbiamo un’enorme tensione addosso.
Per un po’, tutto è andato come al solito. Ma ora che ho finito il cliente numero quattro, quando torno trovo il mio posto occupato. Una ragazza è arrivata da dietro la pineta e si è seduta sul mio tratto di muretto, vicino a Irina sul muretto.
Ci guardiamo l’un l’altra.
La tipa accavalla le gambe, ginocchio su ginocchio. Poi sposta la gamba sotto su quella sopra. Solleva una borsetta di vernice che tiene in grembo, tira fuori uno specchietto, lo accarezza con il palmo della mano e sorride alla sua faccia riflessa nello specchio.
Io ancora non ci riesco! C’è qualcuna che può fare la puttana senza farsi schifo guardandosi allo specchio.
Lo smalto rosa splende come un gioiello. Ripassa rossetto su rossetto, poi ripone lo specchietto.
Marina fa un passo avanti.
“Ciao.”
Quella, con la voce profonda di una diva del cinema, risponde: “Ciao.”
Negli ultimi mesi ho visto incarnarsi l’intero repertorio delle fantasie sessuali maschili: tettone rotonde perfette, cosce lunghe, bocche gonfie di silicone e splendenti di rossetto.
Ma questo? Ancora mai visto.
Marina la squadra. “Non sei di qui.”
Lei fa un cenno d’assenso. “No. Sono arrivata da poco.”
“Io sono Marina, lei è Angela.”
La ragazza mi saluta con un cenno.
Marina ci indica una per una: “Valjet, Irina, Jasmin.”
Lei ci saluta tutte con una movenza maliziosa delle dita.
“Io sono Giovanna.”
Marina deglutisce. “Bene, senti... potrei sapere con chi stai?”
“Cioè? Vuoi sapere se ho il fidanzato?”
“Più o meno...”
Quella gira la testa verso la strada. “No, amo la libertà.”
Marina alza una mano. “Noi rispettiamo la tua scelta.” E tutte annuiamo. “Ma non puoi stare qui.”
Il tono di Giovanna si inasprisce, tradendo il timbro maschile. “Come sarebbe, hai recintato il parco? Rilassati, cara, sono solo una ragazza come te.”
Marina abbassa la voce. “Comprendiamo quanto deve esserti costato lo sforzo di raggiungere l’aspetto esteriore di una donna... Ma questo spazio è solo per le donne che pagano l’affitto anche se non sono nate donne.”
Giovanna apre la sua borsetta sfavillante e tira fuori una patente. La fa scivolare verso Marina sul muretto e con una lunga unghia rosa shocking picchietta nel punto in cui, alla voce “nazionalità”, c’è scritto: italiana. Poco sopra c’è anche il suo nome e cognome: Giovanna T.
“Vedi? Lo Stato mi rispetta e considera donna. E questo è il mio Stato, quindi sei tu che dovresti pagare l’affitto all’Italia che ti consente di stare qui.”
Ci avviciniamo a Marina.
Jasmin stringe le labbra. “Anche se lo Stato riconosce il tuo genere... noi decidiamo di non farti rimanere.”
“Perché?”
“Perché non paghi il tributo.”
Marina torna accanto a me. “Capito? Te lo diciamo per il tuo bene.”
Giovanna ci fissa. “Per il mio bene?” Si accende una sigaretta. “Secondo me hai le mestruazioni.”
La mandibola di Marina si contrae. “Non è vero.”
Giovanna sbatte una lunga massa di capelli da una spalla all’altra. “E allora lasciami in pace.”
Ci allontaniamo, ma nessuna sta tranquilla.
Giovanna va e torna quanto noi.
Jasmin si batte le mani sulle cosce. “Quella ci sta diminuendo il lavoro, non mi sta bene. Qui già è poco per noi.”
Valjet continua a salire e scendere dal muretto. “Il lavoro se lo pigliasse tutto... ma il denaro...”
Marina guarda di nuovo verso Giovanna, che si sta ripassando il mascara. Poi verso di noi: “Che facciamo?”
Irina sbotta: “Chiama Dasho.”
“Non me la sento. Di sicuro poi fa qualcosa di male.”
Valjet si gratta i capelli, la nuca, la guancia. “Se ne accorgerà lo stesso e poi farà qualcosa di male a noi.”
Andiamo da lei un’altra volta.
Marina le si mette davanti e incrocia le braccia. “Senti, sto cercando di portare pazienza, ma adesso esageri.”
Quella gira la testa dall’altra parte, una collanina d’oro scintilla al sole. “Questo parco non è di tua proprietà.”
“Se non te ne vai ti troverai in qualche guaio e poi dovrai pagare come fanno tutte qui. Trovati una zona libera.”
Giovanna pianta gli occhi nei suoi. Noto che ha dei begli occhi verdi e i suoi capelli sono ondulati e rossi. “Di che mi stai minacciando esattamente?”
La sua voce ha un tono maschile, ma è sensuale.
Marina è in imbarazzo. “Non ti sto minacciando, Giovanna... sto solo facendo questa chiacchierata con te per evitare che venga a farlo qualcun altro.”
Giovanna si passa la mano lungo i bottoni della camicetta sul ventre. Ha una pancia molto piatta. Io invece, anche se ormai mangio tanto poco che non basterebbe per tenere in vita un uccellino, così non l’ho mai avuta. La bocca mi si secca. La sua voce arriva come da un mondo lontano. Tutto è silenzio attorno, se si eccettua il battito del cuore nelle mie orecchie.
“Qualcuno tipo?”
Jasmin ha un orribile broncio. “Ma tu cerchi guai?”
Giovanna fa dondolare la gamba accavallata sull’altra, le sue decolleté dorate brillano. “Sì.”
Le sue gambe di sicuro sembrano chilometriche quando si alza in piedi su quei tacchi sottili come steli. Le ragazze si stanno allontanando per l’ennesima volta.
Ora Irina è diventata viola, lei che è sempre la più bianca, ed esige che Marina chiami qualcuno.
Marina chiede a me. “Lo faccio?”
“No,” dico, “non voglio che venga qui.”
La mia faccia nel riflesso di una pozzanghera dice: – Lei potrebbe piacergli.
E io non sopporterei anche questo.
Irina sbatte i tacchi contro il muretto. “Se non lo chiami lo faccio io e gli dico pure che quella è qui da stamattina e hai aspettato ore ad avvisarlo.”
Marina fa il numero di Dasho. Sono accanto a lei in piedi, sento gli squilli ma la sua voce non riesco a distinguerla.
Marina dice: “C’è un tizio qui che si fa chiamare Giovanna, occupa il nostro posto... ci ho provato e mi ha risposto che ho le mestruazioni. Che dovrei fare?”
Le caviglie mi tremano, forse è per via del freddo. Un momento e sono di nuovo seduta sul muretto e il cielo sopra di noi fluttua come acqua, cola azzurro dentro la mia testa.
“Ho provato a mandarlo via ma non ci sente... No, non ci siamo avvicinate più. Abbiamo paura, è come una femmina.”
Marina ride come in risposta a un’altra risata. “Ti dico, è come una femmina, al cento per cento. Se lo facciamo incazzare poi ci graffia, ci tira i capelli...”
Anche Valjet e Jasmin emettono risatine.
Cerco di fare un respiro, passano lunghi minuti e la nostra macchina è qui, io ho ancora bisogno di aria. Non voglio che la veda. Lei è carnosa, bella fasciata in abiti che mostrano al mondo ciò che è per davvero. Una puttana da 30 e lode e io invece sono una povera stronza che cerca di sembrare una puttana, e una signora da 30 e lode, e fa male l’una e l’altra cosa. Sono una povera stronza che si è fatta mettere la camicia di forza da un magnaccia che le ha toccato la fica. E poi quella non mi sembra per niente spaventata, visto che fa la civetta eccitata. Ed è veramente sexy. La sua faccia è in fiamme, rossa come una mela succosa da morire.
Mi pare di soffocare quando sento la voce di Max che arriva dall’altro lato della strada. “Che bel frocione!”
Giovanna non si muove. “Amore, che cosa c’è che non va?”
Gli occhi mi si spalancano, la nostra macchina mi riempie il campo visivo e Max si affaccia dal finestrino con uno sguardo mostruoso che mi fa rattrappire lo stomaco.
“Aspetta, vengo lì e ti faccio vedere l’amore.”
La macchina fa il giro.
Sento dallo stereo le corde alte di una chitarra pizzicate con delicatezza, vibranti e insistenti.
Ditmir parcheggia davanti al muretto e Max apre la portiera dietro, Ditmir gli corre subito dietro, Dasho è rimasto in macchina.
Giovanna si schiarisce la gola e, con una voce stridula, dice: “Amore, ma non guardarmi così. Vuoi i soldi forse?” La vedo abbassare gli occhi sulla sua sfilza di anelli d’oro. “Ma no, si vede che non ti mancano. E sono più carina, e sembro più una ragazza io di quella puttana con le mestruazioni che sta tutta nervosa.” Indica Marina che si impettisce tutta.
La mano destra di Max si alza, e per un attimo mi salta il cuore, ma no... si sta sistemando il cappotto sulle spalle. Nessuno può essere così barbaro da rompere una cosa bella come Giovanna.
Ditmir la guarda come una cosa che ti fa tanta, tanta pena: “Smettila di prenderci per il culo. Non sei una puttana, sei solo un frocio. Lascia qui quelle banconote che hai preso e sparisci. Io ho altri problemi a casa, problemi seri. Non farmi stare qui a perdere tempo.”
Giovanna non si sposta. Sono poco distante da lei, mi arriva al naso il suo profumo, sa di primavera.
Dasho scende per ultimo. Adesso le è davanti.
Giovanna lo sposta via. “Il mio paese con voi è ospitale, bello. Voi non siete ospitali.”
Lo vedo stringerle le guance con le dita.
“E tu non sei una donna.”
La macchina è rimasta aperta e la chitarra pizzicata insiste. È la voce di Dolly Parton che vibra nell’aria, chiara, acuta.
Max è ancora lì davanti, Giovanna gli soffia una nuvola di fumo in faccia. Gli occhi di lui diventano così neri che non vedo nient’altro, nemmeno la sua mano che sfila la sigaretta dalle labbra di Giovanna, le afferra il polso e le preme la punta incandescente contro il palmo.
Il violino lontano si fa più acuto, tremolante, ma Giovanna, a parte una smorfia di dolore, non lascia uscire nessun suono. Si sposta veloce soffiandosi sulla cute ustionata, e lo spinge via con entrambe le mani sul petto.
Lui non arretra: “Non mi toccare, ti piace il cazzo, vero frocio?”
“Non in questo momento, caro. Non ho ancora fatto colazione stamattina.”
L’esplosione della musica fa saltare tutte le mie terminazioni nervose.
La mano di Max afferra la stoffa dietro la sua nuca, cerca di strozzarla con il foulard color arcobaleno che porta legato al collo.
Il violino continua a frusciare, ne sento il suono lungo e sospirato.
Stiamo guardando una caricatura di autodifesa femminile. Giovanna per davvero lo graffia in faccia, gli tira i capelli. Il foulard variopinto si stringe finché la sua faccia diventa fucsia, ma di un tono più scuro di quello della stoffa.
Come se qualcuno mi avesse colpita in testa mi risveglio e dico a Irina: “Che facciamo?”
Lei segue con lo sguardo quella scena ma non parla, Jasmin mi dà le spalle. “Stavolta, giuro, sto dalla parte di Max. Nessuna di noi vuole altra oppressione maschile qui.”
Da dietro sento la voce di Ditmir: “Questo non è un club a cui ci si iscrive e stop. Non basta mettersi il rossetto e i tacchi per chiamarsi donna.”
Il foulard è diventato un nodo scorsoio nelle mani di Max; lei gli tira un calcio.
“Infatti io mi chiamo Giovanna, non donna.”

Dasho le ha preso di nuovo la faccia obbligandola a tenergli lo sguardo. “Di sicuro non te ne vai da qui con i miei soldi. Ma se ci tieni a lavorare vediamo queste tette... magari sono realistiche.”
Giovanna è forte, ma da sola non ce la fa, in fondo ha davvero polsi esili, da ragazza. Cerca con lo sguardo qualcosa intorno, forse un oggetto che potrebbe servire come arma, ma non c’è niente, ci siamo solo noi... e stiamo dando il peggio di noi stesse tra risate e indifferenza.
Giovanna riesce a rimettere mano alla sua borsa che era finita in mano a Ditmir. Lui sta guardando la sua patente. “Ok, prenditi le banconote ma adesso mollami.”
Dasho mi sembra pensarci mentre lei ripiega i soldi e glieli mette davanti al naso.
“Ora hai fretta di andartene?”
“Ecco, prendili. Io me ne vado, ok?”
Tutto questo mi ricorda qualcosa...
“Ma io sono venuto qui solo per te.”
Il sangue mi sale alle guance.
Nell’aria scorre ancora quella melodia dolce e insistente. Le note vibrano alte e ruvide e le mie pupille scorrono sull’erba del parco coperta di brina luminosa.
Dasho fa saltare il primo bottone della sua camicetta guardandola negli occhi. “Di solito non mi prendo tutto questo disturbo per i froci, però voglio vedere davvero se queste tette sembrano vere.”
“Andrò dalla polizia, lasciatemi.”
“E che ti fa la polizia, ti presta le manette? A voi pervertiti piace pure quella roba.”
Salta il secondo e il terzo bottone e Giovanna ci scruta, gli occhi che passano da una donna all’altra, finché tutti i bottoni non sono slacciati e la camicetta si apre da sola. Dentro c’è un reggiseno rosa confetto, bordato di pizzo nero.
Dasho si ferma un attimo, senza toccarla. Giovanna si riprende. “Ecco le hai viste.”
“Sì, belle tette.”
“Scommetto che non ci faresti comunque niente con un frocio, anche se ha delle belle tette, quindi ora lasciami.”
Non c’è nessuno attorno. Siamo soli in mezzo al mondo.
Le mani di Dasho passano sotto il tessuto aperto, si uniscono sulla schiena di Giovanna e il reggiseno si apre. Con un gesto solo lo stacca dalle sue spalle.
Giovanna dice: “Ahi.”
Un ceffone la fa piegare sul muretto. “Stai zitta.”
Il reggiseno cade, ma il contenuto resta su, tondo, perfetto. È l’esatto paio di tette che ordinerebbe ogni cliente.
Sento Ditmir che ci chiama. “Ragazze, voi che dite? Sono realistiche?”
Nessuna di noi parla.
Dasho si è messo a ridere. “Quanta plastica ti sei dovuta comprare per farti mettere questo davanzale?”
Max allunga la mano e le torce un capezzolo. La sua mano destra si chiude, stringe avvolgendo tutto il seno sinistro di lei, fino a farlo diventare rosso. Giovanna si fa scappare uno strillo, e il suo piede avvolto dalla scarpetta dorata si solleva, lo colpisce dritto all’inguine. La mano di Max le lascia il petto, diventa un pugno, io chiudo gli occhi d’istinto ma la sento urlare di dolore e quando li riapro vedo il sangue che scola dal suo labbro inferiore.
Seguo Giovanna che risolleva a fatica la faccia tamponandosi il labbro e lui che ha gli occhi pieni di orrore mentre si guarda la mano con cui le ha toccato il petto.
Non capisco.
Poi capisco.
La sua mano ha strizzato carne. Carne cruda... Ma stavolta non gli è piaciuta. Si volta e sputa a terra. “No, no... nessuna plastica. Si è fatta riempire di qualche altra schifezza.”
Mi sento male.
Valjet soffoca il riso in gola: “In effetti...”
Dasho dice: “Comunque è venuta bene come bambola gonfiabile, di qualsiasi robaccia l’abbiano riempita. Se non sapessi che ha il cazzo...”
Ditmir mormora come tra sé: “Ma sulla patente c’è scritto F, e se ha due tette vere allora forse...”
Dasho lo guarda e poi guarda di nuovo Giovanna: “Non dimostrano niente.”
Giovanna se ne sta ancora piegata con la mano sulle labbra e Ditmir dice: “Ormai vediamo anche se ha la fica. Magari potrebbe lavorare.”
Gli occhi gli brillano per l’eccitazione, Giovanna fa un salto all’indietro. Ha in faccia un’espressione di stupore e di paura. “Non scherzare.”
Anche la mano di Ditmir le arriva in faccia, il mazzo di chiavi che porta sempre le sbatte sulla guancia. “Non sto scherzando.”
Dal labbro le spunta altro sangue.
Max le stringe i capelli, piegandole indietro la testa. Giovanna mormora un: “No.”
Lui continua a stringere, a tirare. “Questo povero, invertito coglione ci sta dicendo sì, sì, sì...”
Non posso fare a meno di pensare che dovrei dire qualcosa, così faccio un passo avanti ma poi ritorno indietro.
Ditmir si mette tra di loro: “Sicuramente, sennò perché è venuto qui, vestito così?”
Osservo l’abbigliamento di Giovanna: la gonna di pelle nera è anche più corta delle nostre. Era una provocazione evidente?
Max le parla in un orecchio mentre riprende a strizzarle il seno: “Sai che nel mio paese inospitale queste schifezze fanno incazzare anche le donne vere? E le fanno incazzare come animali.”
Il pollice di Dasho si infila nell’orlo della gonna. Giovanna sussurra di nuovo: “Non toccarmi.” Ma lui non pare sentirla, né accorgersi del suo viso trasformato dal dolore.
Gli occhi di Ditmir sono ipnotizzati. “È un invertito, quindi il suo no vuol dire sì, sì, vi prego.”
Dasho ha riattaccato a ridere: “Dici che non vede l’ora di farmi vedere la sua fica rosa?”
Il suo pollice corre verso il centro della gonna: “Perché ti sei vestita così e sei venuta qui? Era questo che volevi?”
Gli occhi di Giovanna sono aperti nei suoi ma i suoi polmoni devono essere chiusi, non respira.
Le sue dita le scorrono sul ventre piatto e lei si piega in avanti.
“È questo che volevi far succedere... Giovanna?”
Sento il respiro di lei, è debole, è delicato. La voce di Dolly è un sussurro ormai, lo stereo sta per cambiare ritmo. E lei lo guarda negli occhi, stava per perdere l’equilibrio ma si appoggia a lui e si mantiene in piedi sul tacco finissimo.
Penso: – Sei bella senza paragoni, perché non vai a fare altrove la tua scelta di uomini?
Giovanna sposta un piede indietro, lui la appoggia sul muretto. Lei toglie un fazzoletto dalla borsetta, se lo passa sulla bocca e sulla guancia: “È da pazzi fare tutto questo casino con un frocio come me quando hai tutte quelle puttane. Lasciami perdere, per favore.”
Il pollice di Dasho si sposta verso il centro della gonna: “Vedrai che casino faccio se trovo il cazzo…”
Sento il respiro di lei accelerare. “Dio, smettila. La mia patente è falsa. Non ho un nome di donna sui miei veri documenti, non ho quello che... che stai cercando.”
Dasho ritrae la mano. La sposta poco sopra il ginocchio e risale. “Io cerco solo quello che porta denaro, che abbia il pizzo oppure il cazzo.”
Ditmir è ancora lì, talmente concentrato a guardare che nemmeno ride, ma Dasho gli dice: “No. Se gli tocchi le cosce sembra proprio una femmina. Ma porta queste calze intere... se avesse la fica starebbe tutta aperta con le autoreggenti a farle prendere aria. Non è femmina.”
La sua mano la abbandona, e Giovanna sembra sollevata.
Mi sento mancare l’aria. Spero che adesso se ne vada, posso facilmente capire che questa è l’unica fortuna. Se invece fosse tutta donna potrebbe portarlo via da me facilmente.
Max tira di nuovo il foulard verso di sé. “Comunque, in bocca non ha nessun cazzo.”
Dasho dice: “Un attimo.”
Le sue dita frugano sotto la sciarpa, ha trovato la catenina e il sorriso gli si apre.
Vedo il filo d’oro che lascia il collo di Giovanna, luccica al sole disegnando una spirale e va a fare compagnia alle banconote nelle tasche del nostro principale.
Max la spinge a terra sempre tenendo la sua sciarpa. Dasho si apre la cerniera, l’altro rilascia la sciarpa: “Muoviti, apri la bocca.”
Lei ha ancora un moto d’orgoglio: “Non reggo la pressione, bello, rischi che te lo stacco con un morso.”
Dasho non si scompone: “Fallo.”
Vedo Ditmir andare alla macchina e tornare con qualcosa. Giovanna lo osserva dal basso, mentre le appoggia sotto la gola il coltello da disosso che Redian usa sempre per i conigli che vuole cucinare Nadia. Dentro di me corrono brividi insopportabili.
Dasho la guarda dall’alto indicandole la lama d’acciaio larga un dito. “Non complicare.”
Dalla macchina ricomincia la stessa musica. L’arpeggio si fa discendente, leggermente stonato. Giovanna ha gli occhi spalancati, lo guarda come se pensasse che sia pazzo e stia per farla fuori. Mi dico che non è niente, succhiare è solo un modo per fermare il tempo, ma vedo tutto rosso mentre la guardo avvicinarsi a lui.
Lei appoggia la faccia tra le sue gambe e tira fuori la lingua, apre le labbra e affonda la bocca su di lui. Il sangue mi scorre più veloce, si incendia, la vista dei capelli rossi di Giovanna che sfiorano la sua pelle arriva a farmi schifo. Con gli occhi sempre spalancati, quella succhia e succhia. La sua testa si muove su e giù lungo su un corpo che io conosco molto meglio di lei, la mia lingua si muove dentro la mia bocca ricordando il suo sapore. Lei si stacca un attimo, abbassa la testa. Si lecca le labbra che si devono essere seccate e il filo dei loro sguardi si unisce di nuovo.
La mia faccia nel riflesso urla: – Mi hai rubato gli occhi!
Il respiro mi si accorcia, nella mia bocca c’è un eccesso di salivazione. Mi sale l’istinto di sputarle addosso. Vorrei davvero che Ditmir le affondasse in gola il coltello.
– Oh, che voglia di uccidere!
Nel momento in cui lui finisce, Max chiude la mano sul foulard e lo tira verso di sé, accorciando la distanza. Giovanna non riesce a ingoiare, nel soffocamento rigetta sperma e saliva che si mescolano al sangue che le è uscito poco fa.
Dasho dice: “Scommetto che ti piace, avete gusti strani voi.”
Giovanna non risponde, si piega in avanti ansimando sul selciato. Lui regola la cintura voltandole le spalle. Ha già smesso di guardarla, come a me quella notte. Una puttana che ha finito il suo lavoro, non serve più a niente. “Sei venuta qui per lavorare. Fa lo stesso servizio ai miei amici.”
Vedo me stessa.
Vedo lei che ha gli occhi rossi e deglutisce mentre Max passa a Dasho quel cappio improvvisato e le si piazza davanti al viso con la cerniera già aperta.
“Se fai anche solo sentire che la tua bocca ha i denti, vedremo un cocktail di sangue e sperma schizzare fuori dalla tua gola tagliata.”
Giovanna lecca e poco dopo lo pompa tra le labbra mandando indietro la testa. Dasho la fissa con la stessa irritazione di quando si è persa un’occasione per mandare il bilancio in attivo. “Peccato che ha il cazzo. Per il lavoro mi sembra piena di esperienza.”
Ditmir sposta tra le cosce di Giovanna la lama che brilla al sole. “Dici che dovrei sterilizzarla?”
Mi scappa da ridere. Dio faccia di me spezzatino.
Giovanna ha un sussulto improvviso appena Max inizia a scoparle la gola. Tiene gli occhi in quelli di Ditmir che le sta addosso con la lama.
Ha le lacrime agli occhi mentre si strozza per ingoiare tutto e non abbassare il collo sull’acciaio. Il verde dell’erba le si è appiccicato in una lunga striscia sulle calze. La sua sciarpa ripassa nelle mani di Max insieme al coltello. Ditmir le fa piegare la testa, i suoi capelli sono incastrati nella sua mano. Vedo il suo cazzo sbatterle all’interno di una guancia, spingere contro le pareti. I movimenti di lei si fanno sempre più difficoltosi.
Mi volto verso il parco, ma sento ancora uno scoppio di risate. “Strozzala meglio, ogni volta stringi sbava da dio...” Con la coda dell’occhio vedo che Max tira il laccio e la ragazza che affonda le dita nella terra bagnata.
Mi chiedo se anche io morirò così, soffocando mentre faccio un pompino, con la gola piena dello sperma di un uomo che mi usa come una cosa sua. Lui entra ed esce dalla sua bocca e il respiro di Giovanna ormai è solo un rantolo. Max dice: “Ti sta incitando ad andare più veloce...”
“Lo penso anche io.”
In pochi istanti Ditmir le inonda la bocca. Max molla la presa e lei tossisce fuori fiotti di liquido bianco e denso.
Lo shock deve averla intorpidita, resta in ginocchio e non si muove fino a quando Dasho la solleva afferrandola per i capelli. “Alzati. Ora ci dici dove vuoi andare e noi ti accompagniamo. E qui non tornerai più. Chiaro?”
Giovanna fa solo sì con la testa. Si tocca il collo con due dita.
Li guardo salire in macchina con lei. Resto seduta in silenzio mentre partono e svoltano a destra.
Irina allunga le gambe per allinearsi le balze delle autoreggenti. “Il nostro muretto adesso è tutto libero.”
E io dico: “Ma era così importante?”
Jasmin si mette accanto a lei dondolando le gambe. “Direi. C’è da essere contente per una volta che il diavolo fa qualcosa di utile a noi.”
Marina tiene gli occhi sul punto dove si è consumato lo scempio, lì l’erba è tutta schiacciata e la brina si sta sciogliendo al sole. “Ci guardava con odio.”
Valjet si allaccia le mani dietro la nuca e sbadiglia: “Secondo me si aspettava solidarietà femminile.”
Irina tira fuori le sigarette, io la imito con le dita che ancora mi tremano. Aspetto il click del suo accendino. Irina accende dopo di me. “Ovvio, era uno di quegli uomini che vogliono tutti i vantaggi di avere una vagina, ma non i problemi.”
Jasmin continua a ridere, Valjet pure.
Inspiro aria avvelenata dal fumo: “A me non fa ridere per niente.”
Anche Irina sbadiglia. “Sai quante volte sono capitate cose così a noi? E adesso io non posso ridere, se per una volta tocca a un uomo?”
La mia faccia nella pozzanghera dice: – La guerra delle povere.
Marina si sta staccando i glitter dall’unghia coi denti. “Ma Giovanna non era un uomo.”
Irina si alza perché un cliente la chiama da una macchina che ha appena accostato, io guardo la strada polverosa.
So che Dasho ha mantenuto la sua promessa, a quest’ora l’avrà lasciata andare.
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