La lunga notte 21 – Non sono un santo
scritto il 2026-10-24 tempo di lettura 17 min
di
Agavebet (Agave Ionia)
genere
dominazione
cura
A+
“Quella sera ha continuato a piovere mentre tornavamo a casa. Io e Matteo camminavamo davanti, poi a un certo punto Francesco ha dovuto fermarsi perché Loredana, ubriaca, vomitava. Matteo è tornato indietro a vedere come stava, lasciandomi davanti a un semaforo. E aspettandoli mi sono resa conto che la gioia che sentivo per come si piegava quella stupida diventava tristezza. Mi sono toccata un occhio con un dito e, quando il dito è tornato sulla cinghia della mia borsa, era umido. Mi sono detta che era stata la pioggia, in realtà quegli sbalzi di umore erano la nuova cifra della mia vita. Ma come fa uno a vivere normale se tutti i giorni ride e un attimo dopo piange?”
Le unghie scure di Idra stanno ben piantate nel polso di Elena, che stava per toglierle la zuccheriera. “Impara ad aspettare tu!”
La sedia di Elena striscia per terra e arriva accanto alla mia coscia. “Non so che dirti, Angela, immagino che la tua faccia avesse imparato a mimetizzarsi. Come se la mia faccia nera diventasse bianca quando le conviene.”
Idra la fissa senza parlare, ma credo di aver capito cosa vuole dire.
***
Il trillo della sveglia taglia il silenzio, ma ormai sono già sveglia quando suona. Succede da settimane, da molti trilli fa. Matteo si muove al mio fianco, ascolto il fruscio delle lenzuola mentre si stiracchia e poi si alza. Dalla camera degli ospiti mi arriva debolissima la vibrazione del mio telefono aziendale. Resto immobile, con gli occhi chiusi, bloccando il ritmo del respiro. Sento lo scorrere dell’acqua della doccia, poi i suoi passi leggeri che tornano in camera. La vibrazione è cessata, niente copre il rumore dei vestiti infilati in fretta. Non sono ancora le sette.
La porta si chiude. Ora dal cortile sento accendersi il motore della sua auto, poi lo stridere delle ruote mentre esce dal garage, accelerando subito verso il viale principale. Il cielo è ancora blu scuro.
Entro nella camera degli ospiti, la attraverso. Questo telefono scintilla perfino nella penombra. Mi rendo conto che mi muovo come una ladra nella mia casa semibuia. Sotto i piedi nudi, è morbida la moquette spessa. C’è un messaggio di Marina che mi chiede di andare subito. Rispondo solo ok, senza chiedere perché.
La luce del mattino nella casa del terzo piano è piena di riflessi colorati. Marina sta appiccicando brillantini sulle mani di Jasmin, la gatta lecca granelli di zucchero dal pavimento e Marina volta la testa e dice: “Puoi andare alla villa stamattina? Son venuti tutti e due, il Porco dottore e il Bravo dottore, a vedere Lori e hanno chiesto di te perché non ti hanno mai incontrato. Lei non è in condizioni.”
Liveta mi aveva detto che il Porco dottore era quello delle visite per il lavoro, ma non sapevo niente di quell’altro. “Chi è il bravo dottore?”
“Quello che aggiusta tutti i problemi che non c’entrano con il lavoro. È venuto a vedere perché Lori non mangia e dorme sempre.”
“E che ha detto?”
“Che non ha niente.”
Lori è arrivata, si è seduta accanto al termosifone, ma fa finta di non sentirci e non vederci.
Redian sta inseguendo la caffettiera di Nadia o la gonna di Nadia, e tutti e due si fermano a un passo da me.
“Angela, amore, ti prego.”
Lori volta la testa verso di lui e lo guarda da dietro una spalla. Finalmente parla: “È orribile sentirti chiamare qualcuno amore.”
“Sì, perché?”
“Perché a te interessa solo il lato soldi.”
Redian si siede con la sua agenda, piega le spalle in avanti, finché sembra quasi abbracciare il libro. “Io sono il fratello di Angela. Io sono l’unico che la ama per quello che è.”
E io rido: “Anch’io ti amo.”
Redian mi passa una pagina strappata e ripiegata. La apro e leggo:
Jack lo Squartatore. — 08. / 10.00 Angela — 2h BBBJTC/FS — Incall.
Sotto, una riga più corta: 150 → chiuso.
Redian trascrive sul telefono.
Dico: “Jack chi?”
“Il Bravo dottore vi paga sempre. Le signore della villa lo chiamano così perché racconta a tutti quanto gli piaceva veder fare autopsie. Ma non ha mai ammazzato nessuno, lo garantisco.”
Sollevo il foglietto. “E che ne devo fare di questo?”
“Lascialo a Max appena arrivi alla villa.”
Io ripiego il fogliettino e me lo infilo nella borsa. Ditmir mi sta chiamando dalla porta, dicendo che mi accompagna.
Lori ha deciso di mangiare, apre un vasetto di yogurt e lo mescola con un cucchiaino. Marina ha tolto di torno smalti e brillantini e le mostra le nostre scatole giganti di preservativi. Le lame che attacchiamo alle nostre unghie. Mentre esco vedo Lori che posa lo yogurt sul tavolo, evitando attentamente il materiale didattico di Marina.
In macchina canta la suoneria di Liveta, l’avevo quasi dimenticata. Il mio cuore batte veloce, la dolcezza di quelle parole non sta facendo alcun effetto.
È una signora grossa che mi apre la porta dopo il cancello, questa non l’avevo mai vista. “Sono Tanya. Katia è in viaggio.”
A parte che è sempre in viaggio, non so niente nemmeno di mamma Katia. Seguo questa madonna che per metà pare fatta di plastica fino al salone. Il camino è acceso e Max è in poltrona, ma non si muove per niente. Gli passo il foglietto e lui e lo fa sparire sotto altre carte.
Tanya mi chiede: “Come stai?”
“Io sto bene.”
“Allora perché hai quella faccia? Questa è Dana.”
Una ragazzina bionda mi sorride e mi stringe la mano.
Tanya si fa da parte. “Adesso Angela resta con te, e io vado a ripulire di sopra.”
Quella fa sì sì con la testa e io dico a Tanya: “Non ho niente, pensavo a Lori, mi ha detto Marina che il dottore è venuto per lei stamattina.”
“Sì, non ci pensare. È solo arrabbiata, ma il risentimento svanirà.”
Sparisce in cucina, torna e ci fa strada lungo la fila di camere, reggendo un vassoio su cui ha messo crostatine al lampone e quattro tazzine di caffè, continuando a parlare. “La vita è breve per stare incazzati tutto il giorno e presto capirà che la sua nuova vita è solo: mangiare, dormire e qualche ora di piacevoli momenti senza coinvolgimento affettivo. Nessuna muore per questo, lo capirà anche lei.”
Dana le fa eco: “Lo dice anche mamma Katia.”
Be’, se abbiamo la parola di Katia...
L’odore della villa è lo stesso del giorno in cui venni qui con Valjet. Quello di una notte eccessiva, di profumo economico, pelle, sperma.
Siccome non ho letto la lista dei servizi che mi aveva scritto Redian, non so cosa devo fare, ma Dana sembra più sveglia di me, quindi la lascio andare avanti. Entriamo in una stanza dove il Bravo dottore e il Porco dottore sono seduti vicini davanti a un tavolino. Si buttano sopra alle crostatine al lampone. Dalla descrizione che mi aveva fatto Liveta, è il Porco dottore che mi fa cenno di avvicinarmi con una mano, mentre con l’altra tiene la penna.
“Signorina, che piacere.”
Io penso a quando non ha dato la pillola a Liveta perché portasse a termine quell’incarico innominabile e ho un moto di rigetto, ma Dana che ride mi fa tornare serena. Sussurro: “Piacere mio...” Le mie guance si scaldano.
Intanto il Bravo dottore allunga la mano libera sotto la microgonna elasticizzata di Dana, infilando le dita nella sua fica depilata.
“Questa spugna perineale è così gonfia che sembra un giocattolo.”
Lei lo fissa con gli occhi lucidi e ricomincia a ridere, stringendo le cosce intorno a quelle dita: “Si sarà gonfiata d’acqua, l’ho usata per lavarmi.”
Il Porco dottore avvicina una crostatina alle mie labbra, le sue dita sanno di tabacco, mi strofinano la bocca costringendomi a leccare via la marmellata troppo dolce e la sua pelle è troppo liscia.
Quell’altro continua a muoversi dentro Dana come se cercasse qualcosa tra le pieghe della carne. “Lo sai che qui c’è il canale di Nuck?”
Dana si tira giù la gonna, saltandogli in braccio. “Che cos’è?”
“La cassaforte più sexy e sicura del mondo, potresti usarla per nasconderci tutte le banconote che ti fai rubare da Tanya.”
Dana si mette un dito sulle labbra mentre il medico spinge l’inguine contro di lei: “Shhhh, non si dice manco per scherzo. Dottore, sente tutto quella.”
La lingua del Porco dottore si è infilata con forza nella mia bocca, saetta umida, soffoco un lamento in gola, mentre la sua mano cerca sotto la mia gonna, tra le mie labbra scoperte. Il suo dito si infila nella mia fica caldissima, gira stringendo le pareti, si sfila e si pianta all’improvviso di nuovo dentro, affondando fino a farmi sussultare.
“Questo è il tuo scavo di Douglas”, mi sta dicendo con il fiato corto sul mio collo.
E io penso che è la parte dove i sentimenti vanno a nascondersi per trasformarsi in lacrime d’umore e nomi clinici. Il dito bagnato mi fa impazzire il basso ventre.
Mi spinge la testa verso il suo inguine, aprendosi la cintura con una mano sola. Il suo cazzo liberato è già duro e sbatte contro il mio palato. Mi afferra la clitoride da davanti, pizzicando la pelle sensibile con le unghie finché non scatto indietro per il dolore.
Scherza mentre io mi inginocchio tra le sue gambe: “Questo è il vostro tasto d’avvio. È la sicura della dignità: basta tirarlo perché anche la signorina che ho visitato stamattina smetta di fare la suora e inizi a nitrire come la cavalla che Dasho ha comprato.”
Continua a parlare mentre mi scopa la bocca, non ho spazio per muovermi.
La mano sulla nuca mi blocca del tutto, sento i fiotti caldi arrivarmi in gola uno dopo l’altro. Ingoio tutto con gli occhi chiusi, mentre l’azzurro mi sommerge e la mia fica si bagna da sola. Il dottore si stacca ansimando e si ripulisce con la sua stessa camicia, mentre io mi rialzo barcollando con le labbra ancora appiccicate del suo sperma. Dana mi prende per un braccio per sorreggermi. Si spoglia e getta i vestiti in un angolo del pavimento.
Il sole adesso ha preso tutto il cielo ed entra dal vetro alla nostra sinistra. Le colpisce la schiena nuda, i fianchi che si arrotondano in un paio di chiappe sode. Appoggia le tette sul tavolo, inarca la schiena. Non sembra nemmeno a disagio come me. Forse i corpi giovani si abituano prima.
Il suo sguardo sotto la frangetta bionda emana luce, vedo il medico che si inginocchia e passa la lingua all’interno delle sue cosce, risalendo verso il centro. “Lo sai che la tua fica sa di carne di cavallo?”
***
Quando esco dalla villa trovo la macchina già sulla strada. Salgo dietro, Redian si gira a guardarmi. Gli passo i soldi mentre cerca qualcosa dentro il vano portaoggetti e, quando si volta, dice:
“Puzzi.”
Mi spruzza addosso la solita bottiglia di Bleu de Chanel.
“Il denaro non puzza”, dico stizzita.
“Mi piace! Tu, donna, parli meglio di Katia ormai.”
Le altre sono qui al parco, ma non vedo Nadia. Irina sta dicendo a Valjet che non se la beve, ma non so riguardo a che cosa. Marina mi saluta e fa scivolare le sigarette di Irina sul mio interno coscia: “Stiamo dicendo che il nostro appartamento è infestato dagli spiriti. Tutta la notte sentivamo parlare.”
“Mi pare una spiegazione banale”, dico.
Valjet mi butta un accendino: “Allora il problema è psichiatrico, perché quella salta alla vista della sua stessa ombra.”
“Ho tentato”, dice Marina, “di spiegarle che ora sta benissimo. Non deve nemmeno andare a fare la spesa da sola. Ma fa la stessa faccia di una che ha visto un fantasma senza testa, qualunque cosa io le dica.”
Irina chiude: “Forse sta impazzendo. Ha chiacchierato da sola tutta la notte.”
“Non da sola,” la ferma Valjet, “con la Madonnina che tiene sull’armadio.”
Chiedo: “Ma di che parlava?”
Irina mi mette una mano davanti al naso: “Completamente fuori di testa. Mi sono affacciata alla sua porta e lei stava lì, in ginocchio sul letto che fissava quell’immaginetta e faceva: Madre Santa, non lascerai diventare come quelle porche, vero? Signora, ho fatto qualcosa di male? Non sei arrabbiata, Signora, perché ogni tanto ho giocato i gratta e vinci sperando di risolvere i nostri problemi?”
Mi scappa da ridere e pure una bestemmia.
“Sì,” Irina mi si avvicina ancora. “Io sono rimasta così... lei diceva: Signora, lo so che il gioco d’azzardo è peccato, ma davvero vuoi mettere alla prova la mia fede solo per quello? Madre, non potresti mettere alla prova la mia fede con un lavoro vero? Signora, non ricordi che da M., facevo tanta strada per guadagnare solo pochi miseri rubli e fare una vita pulita prima che quella porca venisse a promettermi di portarmi a fare la modella? Madre Vergine... perdona se ho desiderato del denaro facile, portami lontano da queste cagne e da questa topaia.”
E tutte loro ridono mentre Irina ripete ancora quel Madre, Madre, imitando Lori.
Valjet deglutisce: “Forse le manca la mamma.”
Irina la guarda, aggiungendo: “Non sappiamo nemmeno se ne abbia una.”
Mentre loro chiacchierano, io controllo i programmi degli esami vari e inizio a ordinare libri online. Quantomeno, adesso ho l’occasione di spendere i soldi che guadagno. E così arriva l’agognato mezzogiorno.
In cucina Nadia sta apparecchiando, io mi sono fatta la doccia nella camera di Marina. Ditmir entra e chiede: “Quando si mangia?”
Nadia nemmeno si gira: “Mi sembra di sentire mio padre.”
Lori è tornata sulla sua sedia accanto al termosifone, immobile, con il naso appoggiato alle dita unite.
Irina mi sta versando vino, la sua voce copre lo sciabordio del liquido rosso. “Sembra una statua di gesso messa lì a fare penitenza.”
Redian è seduto lì accanto con la sua agenda aperta. Alza lo sguardo dalla pagina, la fissa per un lungo istante: “Se ti vuoi mettere in ginocchio sono contento, ma non serve che stai a mani giunte. Non sono un santo.”
Sento intorno a me le risate dei dannati, guardo gli occhi azzurri che non ridono. Dico: “Cosa pensi?”
Dasho sospira: “Sto trattenendo la voglia di tagliarvi la gola, a tutti.”
Lori continua a guardarsi la punta delle dita. “Chiunque uccidessi in questa stanza, gli faresti soltanto un favore.”
Il silenzio rimane teso, ma nessuno dice nulla fino alle due. Io sto per andarmene, Irina ancora è mezza addormentata. La tocco piano per salutarla, ma lei era sveglia.
In mezzo al corridoio Jasmin esce dalla camera, dice: “Angela, Nadia dorme, fammi il caffè.”
E io dico: “Certo.” E non ho ancora capito perché Jasmin non sia in grado di farlo da sola. Anche Valjet si è alzata, si strofina gli occhi: “Provo a dire a Lori se lo vuole?”
Marina mi sembra sfiduciata. “Prova.”
Ci voltiamo e Lori è lì, sulla porta della cucina, sbadiglia coprendosi la bocca con una mano.
Quando le chiedo se le andrebbe un caffè, mi squadra di traverso.
“Non da te.”
Marina la guarda storto. “Guarda che non ci sta provando.”
“Mi fa schifo lo stesso. L’altro giorno ho dovuto alzare il volume dello stereo per non sentire i suoi versi da cagna, che stava là nella camera con lui.”
Marina sospira. “Capisco la situazione e come ti senti, perciò non me la prendo. E non perché voglio fare il gioco di Dasho, ma... non dovresti disprezzarci tanto. Saremo davvero l’unica famiglia che avrai per molto tempo.”
Lori riappoggia la tazzina senza bere. “Ah, tu ci credi?”
“Purtroppo sì”, conferma Marina. “Resterai qui per un pezzo. E ringrazia se ti lascia vivere.”
Lori mi lancia il cucchiaino, mi sposto veloce. Non ho tempo di andare a casa se mi sporca. “Ami quel mostro, lo sento.”
La mia bocca si è seccata.
Irina mette lo zucchero nelle tazzine. “Sì, certo. Angela ama i rapinatori. I trafficanti di esseri umani. I kamikaze. Il male nel mondo esiste per causa di Angela.”
Quelle altre sorridono e viene da ridere pure a me, ma Lori rimane nel suo formato statua: “Mi fai schifo, comunque. Com’è possibile?”
Marina ripassa a Nadia il vassoio. “Com’è possibile che una ragazza sia così stupida da pensare che Armani vada a cercare modelle in un villaggio della Moldova dimenticato da Dio? Io capisco ancora, se una che crede a qualcuno che le promette di portarla a fare la badante... la schiava 24 ore su 24 per un piatto di minestra e 700 euro al mese. Ma la modella?”
Ora capisco. Lori è giunta qui seguendo qualche promessa di successo truffa.
Lori arrossisce. “Serve coraggio per seguire i sogni!”
“Da coraggio a idiozia è un passo. E questa è idiozia pura. Eppure noi non te lo stiamo dicendo, anche se la verità è che hai un cervello grosso come uno spillo.”
Lori esita un momento.
“Ma... se io gli dicessi di contattare i miei? Magari riescono a pagare il mio riscatto. A quel punto mi lascerebbe andare?”
Valjet scoppia in una risata.
Mi viene spontaneo fulminarla. “Che cazzo ridi?”
“Scusa, Angela”, si copre la bocca con le dita e ansima, “ma è troppo divertente! Questa è più stupida di me! Crede di essere in un quiz, tipo Chi vuole essere milionario?, dove a un certo punto ti fanno chiedere l’aiuto da casa.”
Marina sta raccogliendo le tazzine: “Sì, va’ da lui, subito. Dagli nome e cognome, digli dove hai casa e genitori. Così ogni volta che non scatti quando passa, ti prometterà di mandare il Fratello Efficiente a sgozzarli.”
Lori socchiude gli occhi.
“Ti vedo stanca”, le faccio notare.
Stavolta accetta il mio caffè.
Il tempo si dilata e questi dieci minuti mi sembrano dieci ore. Arrivo all’università e come mi ritrovo nel cortile sento la solita fitta nel petto. In aula c’è solo un posto libero in prima fila, accanto a una ragazza che agita un astuccio come uno shaker. Mi avvicino e le chiedo sottovoce: “Posso?”
E lei smette di fare quello strano movimento: “Certo, piacere, io sono Alessia.”
Mi siedo, lasciando cadere la borsa sotto il banco. Dietro di lei c’è un’altra ragazza con una scollatura molto profonda. Abbasso lo sguardo, mi rendo conto che le guardo il seno che preme contro il tessuto scollato e quella se ne accorge subito. Si china in avanti e mi dice che ha una sorella all’ospedale che sta per partorire. Mi spiega che deve continuamente risponderle al telefono in questi giorni. Ha capito, dice indicandosi le tette, che quello è il metodo migliore per poter uscire dall’aula di continuo senza che il professor Panzone la guardi incazzato.
Ridono tutte e due e per un attimo non sento nel petto sempre la stessa fitta.
Panzone, il professore si chiama davvero così, l’ho visto sull’orario, arriva tutto vestito di verde.
È magrissimo.
Ancora non lo so ma scoprirò presto che la tettona dietro di me si chiama Clemenza Michela.
A metà della lezione il suo telefono trilla e lei alza l’indice: “Professore... la prego, dovrei...”
Panzone stoppa il suo monologo, sbatte le ciglia e dice: “Certo, ma che mi prega mica sono un santo. Clemenza, lei deve... deve uscire. Deve telefonare, ogni volta che ci sono io, vada, vada.”
Michela porta fuori telefono e tettone dicendo: “Grazie, grazie.”
Tutti ridono e questa scena la vedrò ripetersi all’infinito, cioè fino alla fine dell’anno, perché Michela ha una famiglia numerosa e motivi continui per telefonare.
E quando torna, si preme un dito sotto l’occhio. Raggiunge il suo posto, si asciuga l’occhio con un fazzoletto, tocca la spalla della ragazza accanto a me: “Ale’, è nata mia nipote.”
Le unghie scure di Idra stanno ben piantate nel polso di Elena, che stava per toglierle la zuccheriera. “Impara ad aspettare tu!”
La sedia di Elena striscia per terra e arriva accanto alla mia coscia. “Non so che dirti, Angela, immagino che la tua faccia avesse imparato a mimetizzarsi. Come se la mia faccia nera diventasse bianca quando le conviene.”
Idra la fissa senza parlare, ma credo di aver capito cosa vuole dire.
***
Il trillo della sveglia taglia il silenzio, ma ormai sono già sveglia quando suona. Succede da settimane, da molti trilli fa. Matteo si muove al mio fianco, ascolto il fruscio delle lenzuola mentre si stiracchia e poi si alza. Dalla camera degli ospiti mi arriva debolissima la vibrazione del mio telefono aziendale. Resto immobile, con gli occhi chiusi, bloccando il ritmo del respiro. Sento lo scorrere dell’acqua della doccia, poi i suoi passi leggeri che tornano in camera. La vibrazione è cessata, niente copre il rumore dei vestiti infilati in fretta. Non sono ancora le sette.
La porta si chiude. Ora dal cortile sento accendersi il motore della sua auto, poi lo stridere delle ruote mentre esce dal garage, accelerando subito verso il viale principale. Il cielo è ancora blu scuro.
Entro nella camera degli ospiti, la attraverso. Questo telefono scintilla perfino nella penombra. Mi rendo conto che mi muovo come una ladra nella mia casa semibuia. Sotto i piedi nudi, è morbida la moquette spessa. C’è un messaggio di Marina che mi chiede di andare subito. Rispondo solo ok, senza chiedere perché.
La luce del mattino nella casa del terzo piano è piena di riflessi colorati. Marina sta appiccicando brillantini sulle mani di Jasmin, la gatta lecca granelli di zucchero dal pavimento e Marina volta la testa e dice: “Puoi andare alla villa stamattina? Son venuti tutti e due, il Porco dottore e il Bravo dottore, a vedere Lori e hanno chiesto di te perché non ti hanno mai incontrato. Lei non è in condizioni.”
Liveta mi aveva detto che il Porco dottore era quello delle visite per il lavoro, ma non sapevo niente di quell’altro. “Chi è il bravo dottore?”
“Quello che aggiusta tutti i problemi che non c’entrano con il lavoro. È venuto a vedere perché Lori non mangia e dorme sempre.”
“E che ha detto?”
“Che non ha niente.”
Lori è arrivata, si è seduta accanto al termosifone, ma fa finta di non sentirci e non vederci.
Redian sta inseguendo la caffettiera di Nadia o la gonna di Nadia, e tutti e due si fermano a un passo da me.
“Angela, amore, ti prego.”
Lori volta la testa verso di lui e lo guarda da dietro una spalla. Finalmente parla: “È orribile sentirti chiamare qualcuno amore.”
“Sì, perché?”
“Perché a te interessa solo il lato soldi.”
Redian si siede con la sua agenda, piega le spalle in avanti, finché sembra quasi abbracciare il libro. “Io sono il fratello di Angela. Io sono l’unico che la ama per quello che è.”
E io rido: “Anch’io ti amo.”
Redian mi passa una pagina strappata e ripiegata. La apro e leggo:
Jack lo Squartatore. — 08. / 10.00 Angela — 2h BBBJTC/FS — Incall.
Sotto, una riga più corta: 150 → chiuso.
Redian trascrive sul telefono.
Dico: “Jack chi?”
“Il Bravo dottore vi paga sempre. Le signore della villa lo chiamano così perché racconta a tutti quanto gli piaceva veder fare autopsie. Ma non ha mai ammazzato nessuno, lo garantisco.”
Sollevo il foglietto. “E che ne devo fare di questo?”
“Lascialo a Max appena arrivi alla villa.”
Io ripiego il fogliettino e me lo infilo nella borsa. Ditmir mi sta chiamando dalla porta, dicendo che mi accompagna.
Lori ha deciso di mangiare, apre un vasetto di yogurt e lo mescola con un cucchiaino. Marina ha tolto di torno smalti e brillantini e le mostra le nostre scatole giganti di preservativi. Le lame che attacchiamo alle nostre unghie. Mentre esco vedo Lori che posa lo yogurt sul tavolo, evitando attentamente il materiale didattico di Marina.
In macchina canta la suoneria di Liveta, l’avevo quasi dimenticata. Il mio cuore batte veloce, la dolcezza di quelle parole non sta facendo alcun effetto.
È una signora grossa che mi apre la porta dopo il cancello, questa non l’avevo mai vista. “Sono Tanya. Katia è in viaggio.”
A parte che è sempre in viaggio, non so niente nemmeno di mamma Katia. Seguo questa madonna che per metà pare fatta di plastica fino al salone. Il camino è acceso e Max è in poltrona, ma non si muove per niente. Gli passo il foglietto e lui e lo fa sparire sotto altre carte.
Tanya mi chiede: “Come stai?”
“Io sto bene.”
“Allora perché hai quella faccia? Questa è Dana.”
Una ragazzina bionda mi sorride e mi stringe la mano.
Tanya si fa da parte. “Adesso Angela resta con te, e io vado a ripulire di sopra.”
Quella fa sì sì con la testa e io dico a Tanya: “Non ho niente, pensavo a Lori, mi ha detto Marina che il dottore è venuto per lei stamattina.”
“Sì, non ci pensare. È solo arrabbiata, ma il risentimento svanirà.”
Sparisce in cucina, torna e ci fa strada lungo la fila di camere, reggendo un vassoio su cui ha messo crostatine al lampone e quattro tazzine di caffè, continuando a parlare. “La vita è breve per stare incazzati tutto il giorno e presto capirà che la sua nuova vita è solo: mangiare, dormire e qualche ora di piacevoli momenti senza coinvolgimento affettivo. Nessuna muore per questo, lo capirà anche lei.”
Dana le fa eco: “Lo dice anche mamma Katia.”
Be’, se abbiamo la parola di Katia...
L’odore della villa è lo stesso del giorno in cui venni qui con Valjet. Quello di una notte eccessiva, di profumo economico, pelle, sperma.
Siccome non ho letto la lista dei servizi che mi aveva scritto Redian, non so cosa devo fare, ma Dana sembra più sveglia di me, quindi la lascio andare avanti. Entriamo in una stanza dove il Bravo dottore e il Porco dottore sono seduti vicini davanti a un tavolino. Si buttano sopra alle crostatine al lampone. Dalla descrizione che mi aveva fatto Liveta, è il Porco dottore che mi fa cenno di avvicinarmi con una mano, mentre con l’altra tiene la penna.
“Signorina, che piacere.”
Io penso a quando non ha dato la pillola a Liveta perché portasse a termine quell’incarico innominabile e ho un moto di rigetto, ma Dana che ride mi fa tornare serena. Sussurro: “Piacere mio...” Le mie guance si scaldano.
Intanto il Bravo dottore allunga la mano libera sotto la microgonna elasticizzata di Dana, infilando le dita nella sua fica depilata.
“Questa spugna perineale è così gonfia che sembra un giocattolo.”
Lei lo fissa con gli occhi lucidi e ricomincia a ridere, stringendo le cosce intorno a quelle dita: “Si sarà gonfiata d’acqua, l’ho usata per lavarmi.”
Il Porco dottore avvicina una crostatina alle mie labbra, le sue dita sanno di tabacco, mi strofinano la bocca costringendomi a leccare via la marmellata troppo dolce e la sua pelle è troppo liscia.
Quell’altro continua a muoversi dentro Dana come se cercasse qualcosa tra le pieghe della carne. “Lo sai che qui c’è il canale di Nuck?”
Dana si tira giù la gonna, saltandogli in braccio. “Che cos’è?”
“La cassaforte più sexy e sicura del mondo, potresti usarla per nasconderci tutte le banconote che ti fai rubare da Tanya.”
Dana si mette un dito sulle labbra mentre il medico spinge l’inguine contro di lei: “Shhhh, non si dice manco per scherzo. Dottore, sente tutto quella.”
La lingua del Porco dottore si è infilata con forza nella mia bocca, saetta umida, soffoco un lamento in gola, mentre la sua mano cerca sotto la mia gonna, tra le mie labbra scoperte. Il suo dito si infila nella mia fica caldissima, gira stringendo le pareti, si sfila e si pianta all’improvviso di nuovo dentro, affondando fino a farmi sussultare.
“Questo è il tuo scavo di Douglas”, mi sta dicendo con il fiato corto sul mio collo.
E io penso che è la parte dove i sentimenti vanno a nascondersi per trasformarsi in lacrime d’umore e nomi clinici. Il dito bagnato mi fa impazzire il basso ventre.
Mi spinge la testa verso il suo inguine, aprendosi la cintura con una mano sola. Il suo cazzo liberato è già duro e sbatte contro il mio palato. Mi afferra la clitoride da davanti, pizzicando la pelle sensibile con le unghie finché non scatto indietro per il dolore.
Scherza mentre io mi inginocchio tra le sue gambe: “Questo è il vostro tasto d’avvio. È la sicura della dignità: basta tirarlo perché anche la signorina che ho visitato stamattina smetta di fare la suora e inizi a nitrire come la cavalla che Dasho ha comprato.”
Continua a parlare mentre mi scopa la bocca, non ho spazio per muovermi.
La mano sulla nuca mi blocca del tutto, sento i fiotti caldi arrivarmi in gola uno dopo l’altro. Ingoio tutto con gli occhi chiusi, mentre l’azzurro mi sommerge e la mia fica si bagna da sola. Il dottore si stacca ansimando e si ripulisce con la sua stessa camicia, mentre io mi rialzo barcollando con le labbra ancora appiccicate del suo sperma. Dana mi prende per un braccio per sorreggermi. Si spoglia e getta i vestiti in un angolo del pavimento.
Il sole adesso ha preso tutto il cielo ed entra dal vetro alla nostra sinistra. Le colpisce la schiena nuda, i fianchi che si arrotondano in un paio di chiappe sode. Appoggia le tette sul tavolo, inarca la schiena. Non sembra nemmeno a disagio come me. Forse i corpi giovani si abituano prima.
Il suo sguardo sotto la frangetta bionda emana luce, vedo il medico che si inginocchia e passa la lingua all’interno delle sue cosce, risalendo verso il centro. “Lo sai che la tua fica sa di carne di cavallo?”
***
Quando esco dalla villa trovo la macchina già sulla strada. Salgo dietro, Redian si gira a guardarmi. Gli passo i soldi mentre cerca qualcosa dentro il vano portaoggetti e, quando si volta, dice:
“Puzzi.”
Mi spruzza addosso la solita bottiglia di Bleu de Chanel.
“Il denaro non puzza”, dico stizzita.
“Mi piace! Tu, donna, parli meglio di Katia ormai.”
Le altre sono qui al parco, ma non vedo Nadia. Irina sta dicendo a Valjet che non se la beve, ma non so riguardo a che cosa. Marina mi saluta e fa scivolare le sigarette di Irina sul mio interno coscia: “Stiamo dicendo che il nostro appartamento è infestato dagli spiriti. Tutta la notte sentivamo parlare.”
“Mi pare una spiegazione banale”, dico.
Valjet mi butta un accendino: “Allora il problema è psichiatrico, perché quella salta alla vista della sua stessa ombra.”
“Ho tentato”, dice Marina, “di spiegarle che ora sta benissimo. Non deve nemmeno andare a fare la spesa da sola. Ma fa la stessa faccia di una che ha visto un fantasma senza testa, qualunque cosa io le dica.”
Irina chiude: “Forse sta impazzendo. Ha chiacchierato da sola tutta la notte.”
“Non da sola,” la ferma Valjet, “con la Madonnina che tiene sull’armadio.”
Chiedo: “Ma di che parlava?”
Irina mi mette una mano davanti al naso: “Completamente fuori di testa. Mi sono affacciata alla sua porta e lei stava lì, in ginocchio sul letto che fissava quell’immaginetta e faceva: Madre Santa, non lascerai diventare come quelle porche, vero? Signora, ho fatto qualcosa di male? Non sei arrabbiata, Signora, perché ogni tanto ho giocato i gratta e vinci sperando di risolvere i nostri problemi?”
Mi scappa da ridere e pure una bestemmia.
“Sì,” Irina mi si avvicina ancora. “Io sono rimasta così... lei diceva: Signora, lo so che il gioco d’azzardo è peccato, ma davvero vuoi mettere alla prova la mia fede solo per quello? Madre, non potresti mettere alla prova la mia fede con un lavoro vero? Signora, non ricordi che da M., facevo tanta strada per guadagnare solo pochi miseri rubli e fare una vita pulita prima che quella porca venisse a promettermi di portarmi a fare la modella? Madre Vergine... perdona se ho desiderato del denaro facile, portami lontano da queste cagne e da questa topaia.”
E tutte loro ridono mentre Irina ripete ancora quel Madre, Madre, imitando Lori.
Valjet deglutisce: “Forse le manca la mamma.”
Irina la guarda, aggiungendo: “Non sappiamo nemmeno se ne abbia una.”
Mentre loro chiacchierano, io controllo i programmi degli esami vari e inizio a ordinare libri online. Quantomeno, adesso ho l’occasione di spendere i soldi che guadagno. E così arriva l’agognato mezzogiorno.
In cucina Nadia sta apparecchiando, io mi sono fatta la doccia nella camera di Marina. Ditmir entra e chiede: “Quando si mangia?”
Nadia nemmeno si gira: “Mi sembra di sentire mio padre.”
Lori è tornata sulla sua sedia accanto al termosifone, immobile, con il naso appoggiato alle dita unite.
Irina mi sta versando vino, la sua voce copre lo sciabordio del liquido rosso. “Sembra una statua di gesso messa lì a fare penitenza.”
Redian è seduto lì accanto con la sua agenda aperta. Alza lo sguardo dalla pagina, la fissa per un lungo istante: “Se ti vuoi mettere in ginocchio sono contento, ma non serve che stai a mani giunte. Non sono un santo.”
Sento intorno a me le risate dei dannati, guardo gli occhi azzurri che non ridono. Dico: “Cosa pensi?”
Dasho sospira: “Sto trattenendo la voglia di tagliarvi la gola, a tutti.”
Lori continua a guardarsi la punta delle dita. “Chiunque uccidessi in questa stanza, gli faresti soltanto un favore.”
Il silenzio rimane teso, ma nessuno dice nulla fino alle due. Io sto per andarmene, Irina ancora è mezza addormentata. La tocco piano per salutarla, ma lei era sveglia.
In mezzo al corridoio Jasmin esce dalla camera, dice: “Angela, Nadia dorme, fammi il caffè.”
E io dico: “Certo.” E non ho ancora capito perché Jasmin non sia in grado di farlo da sola. Anche Valjet si è alzata, si strofina gli occhi: “Provo a dire a Lori se lo vuole?”
Marina mi sembra sfiduciata. “Prova.”
Ci voltiamo e Lori è lì, sulla porta della cucina, sbadiglia coprendosi la bocca con una mano.
Quando le chiedo se le andrebbe un caffè, mi squadra di traverso.
“Non da te.”
Marina la guarda storto. “Guarda che non ci sta provando.”
“Mi fa schifo lo stesso. L’altro giorno ho dovuto alzare il volume dello stereo per non sentire i suoi versi da cagna, che stava là nella camera con lui.”
Marina sospira. “Capisco la situazione e come ti senti, perciò non me la prendo. E non perché voglio fare il gioco di Dasho, ma... non dovresti disprezzarci tanto. Saremo davvero l’unica famiglia che avrai per molto tempo.”
Lori riappoggia la tazzina senza bere. “Ah, tu ci credi?”
“Purtroppo sì”, conferma Marina. “Resterai qui per un pezzo. E ringrazia se ti lascia vivere.”
Lori mi lancia il cucchiaino, mi sposto veloce. Non ho tempo di andare a casa se mi sporca. “Ami quel mostro, lo sento.”
La mia bocca si è seccata.
Irina mette lo zucchero nelle tazzine. “Sì, certo. Angela ama i rapinatori. I trafficanti di esseri umani. I kamikaze. Il male nel mondo esiste per causa di Angela.”
Quelle altre sorridono e viene da ridere pure a me, ma Lori rimane nel suo formato statua: “Mi fai schifo, comunque. Com’è possibile?”
Marina ripassa a Nadia il vassoio. “Com’è possibile che una ragazza sia così stupida da pensare che Armani vada a cercare modelle in un villaggio della Moldova dimenticato da Dio? Io capisco ancora, se una che crede a qualcuno che le promette di portarla a fare la badante... la schiava 24 ore su 24 per un piatto di minestra e 700 euro al mese. Ma la modella?”
Ora capisco. Lori è giunta qui seguendo qualche promessa di successo truffa.
Lori arrossisce. “Serve coraggio per seguire i sogni!”
“Da coraggio a idiozia è un passo. E questa è idiozia pura. Eppure noi non te lo stiamo dicendo, anche se la verità è che hai un cervello grosso come uno spillo.”
Lori esita un momento.
“Ma... se io gli dicessi di contattare i miei? Magari riescono a pagare il mio riscatto. A quel punto mi lascerebbe andare?”
Valjet scoppia in una risata.
Mi viene spontaneo fulminarla. “Che cazzo ridi?”
“Scusa, Angela”, si copre la bocca con le dita e ansima, “ma è troppo divertente! Questa è più stupida di me! Crede di essere in un quiz, tipo Chi vuole essere milionario?, dove a un certo punto ti fanno chiedere l’aiuto da casa.”
Marina sta raccogliendo le tazzine: “Sì, va’ da lui, subito. Dagli nome e cognome, digli dove hai casa e genitori. Così ogni volta che non scatti quando passa, ti prometterà di mandare il Fratello Efficiente a sgozzarli.”
Lori socchiude gli occhi.
“Ti vedo stanca”, le faccio notare.
Stavolta accetta il mio caffè.
Il tempo si dilata e questi dieci minuti mi sembrano dieci ore. Arrivo all’università e come mi ritrovo nel cortile sento la solita fitta nel petto. In aula c’è solo un posto libero in prima fila, accanto a una ragazza che agita un astuccio come uno shaker. Mi avvicino e le chiedo sottovoce: “Posso?”
E lei smette di fare quello strano movimento: “Certo, piacere, io sono Alessia.”
Mi siedo, lasciando cadere la borsa sotto il banco. Dietro di lei c’è un’altra ragazza con una scollatura molto profonda. Abbasso lo sguardo, mi rendo conto che le guardo il seno che preme contro il tessuto scollato e quella se ne accorge subito. Si china in avanti e mi dice che ha una sorella all’ospedale che sta per partorire. Mi spiega che deve continuamente risponderle al telefono in questi giorni. Ha capito, dice indicandosi le tette, che quello è il metodo migliore per poter uscire dall’aula di continuo senza che il professor Panzone la guardi incazzato.
Ridono tutte e due e per un attimo non sento nel petto sempre la stessa fitta.
Panzone, il professore si chiama davvero così, l’ho visto sull’orario, arriva tutto vestito di verde.
È magrissimo.
Ancora non lo so ma scoprirò presto che la tettona dietro di me si chiama Clemenza Michela.
A metà della lezione il suo telefono trilla e lei alza l’indice: “Professore... la prego, dovrei...”
Panzone stoppa il suo monologo, sbatte le ciglia e dice: “Certo, ma che mi prega mica sono un santo. Clemenza, lei deve... deve uscire. Deve telefonare, ogni volta che ci sono io, vada, vada.”
Michela porta fuori telefono e tettone dicendo: “Grazie, grazie.”
Tutti ridono e questa scena la vedrò ripetersi all’infinito, cioè fino alla fine dell’anno, perché Michela ha una famiglia numerosa e motivi continui per telefonare.
E quando torna, si preme un dito sotto l’occhio. Raggiunge il suo posto, si asciuga l’occhio con un fazzoletto, tocca la spalla della ragazza accanto a me: “Ale’, è nata mia nipote.”
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