La pantera nera.

scritto il 2026-10-21 tempo di lettura 10 min

di
genere
sentimentali
cura
A

Alina era una ragazza di colore, nata e crescita in Italia da genitori etiopi, venuti qui da circa quattro generazioni. Aveva venticinque anni, diplomata in ragioneria, era di una bellezza rara: alta m. 1,80, capelli nerissimi e lisci, corpo ben affusolato, seno tondo perfetto, sembrava che avessero tagliato una sfera e messo metà per parte per seno, ma il suo maggior pregio erano gli occhi, neri come la notte e di forma leggermente allungata, ricordavano quelli delle pantere. Schiva e timida, lavorava in uno studio di ragioneria ed era molto apprezzata. Nella sua famiglia lavoravano tutti; il padre era operaio in un laboratorio di marmi, la madre, bella come lei, lavorava in un negozio d’abbigliamento, dove la proprietaria la teneva in buona considerazione anche perché la sua bellezza favoriva gli affari. David era esattamente l’opposto, alto m. 1,90, capelli neri, occhi verdi, fisico ben curato, era bello, ma bello proprio come la statua di cui portava il nome. Quasi ventisei anni, amava le compagnie divertenti ed i suoi quattro inseparabili amici lo consideravano un vero “sciupa femmine”. La sua passione erano le straniere, francesi, tedesche, inglesi, spagnole, olandesi, ecc. per lui erano il meglio. In estate, lui e i suoi amici andavano sempre in vacanza a Rimini e lì lui faceva incetta senza pietà. Le italiane, per lui, erano solo buone per svuotare le palle, in attesa dell’estate. Viveva in un piccolo appartamentino, a due passi dal centro, che aveva ristrutturato; ne era fiero e lì dentro, a parte sua madre, che lo puliva due volte a settimana, nessuna femmina vi era mai entrata, nemmeno i suoi amici; era il suo rifugio, la sua tana. Lavorava come geometra per una importante ditta di costruzioni, figlio unico, suo padre era ferroviere e la madre casalinga. Quella mattina andava di fretta, uscendo dal catasto aveva la mente sul da farsi e non vide Alina che veniva dalla parte opposta, bum, una botta improvvisa lo costrinse a guardare davanti a sé. Lei incassò la botta e, per non cadere per terra, si aggrappò al lampione.
«aaaaaahiiii…gridò!»
Lui, scortese, le rispose con un rimbrotto.
«Perché non guardi dove vai?»
A lei era caduto tutto. Si chinò per raccogliere le sue cose e pure lui si abbassò e, solo allora, si rese conto di esser stato scortese.
«Scusa, ti sei fatta male?»
Mentre l’aiutava a raccogliere le sue cose, i loro sguardi si incrociarono: “accidenti che occhi!” pensò e, guardandola bene, la trovò bellissima. Lei pure si trovò ad ammirarlo:
“Mamma mia, quanto è bello! Proprio bello!”
Lei, raccolte le sue cose, se ne andò per la sua strada. Lui, per la prima volta in vita sua, si trovò a non aver parole per una donna, anzi, ora che ci pensava, non aveva mai avuto una donna di colore e, guardandola bene mentre se ne andava, non poté far a meno di considerare quanto fosse bella osservando lo splendido fondo schiena della tipa. Nei due giorni che seguirono si sorprese spesso a pensare agli occhi di quella ragazza e, il sabato sera, in discoteca con il solito gruppo, lui si tenne in disparte al punto da stimolare i suoi amici a chiedergli cosa avesse, ma, senza dare spiegazioni, preferì andarsene. Con la macchina, girò un po’ per la città senza meta, poi tornò a casa. Pure Alina ebbe modo di pensare spesso a lui; per la prima volta, desiderava incontrare un ragazzo, proprio lei che li aveva sempre schivati, ora le sarebbe piaciuto. Rifiutò di andare in discoteca con le amiche, rimase a casa, non riusciva a toglierselo dalla mente. Passò la serata del sabato a casa, da sola, visto che i suoi genitori erano fuori città a far visita ad amici che avevano avuto una bimba da poco. Mentre era sdraiata sul letto, fissava il soffitto e le venne in mente una strana cosa. Sua nonna le raccontava un'antica leggenda della sua terra. Si diceva che, tanto tempo fa, c’era, tra le montagne etiopi, una potente tribù di donne guerriere. Erano molto temute dalle altre tribù che abitavano le pianure; si diceva che addestravano le pantere nere al combattimento e, per questo, erano prede molto ambite dai guerrieri maschi, ma nessuno riusciva né a catturare, né a sposarne una. Il loro feroce grido di guerra era: "io pantera!" Era un vero ruggito che terrorizzava tutti. Quando veniva il tempo di riprodursi, le donne si trasformavano, per un misterioso incantesimo, in pantere, così potevano scendere nelle pianure e trovare un maschio con cui accoppiarsi per poi sparire e partorire solo femmine. Sua nonna le aveva raccontato tante volte questa storia, che lei trovava molto bella, e le diceva: quando sarà il momento, ti sentirai inquieta, nervosa, come un animale in gabbia, comincerai a fiutare l’aria alla ricerca della tua preda e, solo quando avrai trovato la tua PREDA, ma solo la tua, allora, e solo allora, lui avrà il tuo sangue e tu la vita. In punto di morte, dieci anni prima, l’aveva chiamata e le aveva detto: ricordati, tu pantera! Lei aveva creduto che fossero i vaneggiamenti di una moribonda, ma ora le tornavano in mente, perché? Si sentiva strana. Si addormentò e fece un sogno strano. Si vide come una pantera che vagava nella pianura bruciata dal sole e, ad un certo punto, notava una piccola collina sulla cui sommità c’era un grande albero con tante foglie. Lei si recava lì e, salita sopra un ramo, fiutava l’aria alla ricerca di una preda. Poi vedeva arrivare una preda, la vedeva smarrita, che si guardava intorno e, con cautela, si avvicinava alla pianta. Lei la seguiva con lo sguardo, poi, quando si trovò ad alzare lo sguardo verso il felino, lei non vedeva altro che il viso del bellissimo ragazzo incontrato alcuni giorni prima. Si svegliò di soprassalto, era sudata, confusa, inquieta come non mai.
David tornò a casa nervoso, aveva l’impressione che qualcosa era nell’aria, ma non capiva cosa, non si era mai sentito così. Aveva caldo, si mise nudo disteso sul suo letto, guardava le stelle attraverso la finestra che aveva fatto costruire nel tetto della sua camera, poi si addormentò. Fece il più incredibile dei sogni; vagava in una piana bruciata dal sole, aveva tanta sete, si sentiva osservato, ma non vedeva da chi, poi notava una piccola collina con sopra un maestoso albero; si recava sotto la pianta per un po’ di refrigerio, quando, alzato lo sguardo verso l’alto, vedeva una pantera nera che lo fissava. Si svegliò, urlando di paura, vide che era nel suo letto ed aveva tanta sete. Andò al frigo e bevve acqua gelata, ma non servì a nulla. Allora si infilò sotto la doccia, trovò un po’ di fresco, ma si sentiva inquieto. Tutta la settimana lavorarono entrambi con molto impegno, ognuno cercò di distrarsi lavorando. Il sabato, David andò con i suoi amici in una nuova discoteca in riviera; lì si sfrenò: ballò, fece tanto di quel trambusto che, alla fine, riuscì a rimorchiare anche la preda più ambita da tutti: la cubista! Un tocco di femmina da paura. Lei lo portò addirittura a casa sua, nel letto, con lei, diede il meglio. La fece eccitare da morire, la leccò, baciò, inserì le sue dita in ogni buco, ma quando lei gli prese il cazzo in bocca, per quanto si applicò, un riuscì a farlo drizzare, poi, delusa e stanca, si addormentò. Lui prese la macchina e guidò fino a casa come un pazzo. "In bianco! Io in bianco!" si ripeteva. Non era mai e poi mai successo prima! La settimana successiva lavorò da matti. Il sabato i suoi amici lo invitarono a tornare alla disco, ma lui, memore della pessima figura appena fatta, rimase a casa. Decise di far due passi in centro. Andò lungo il corso, c’era una gelateria che aveva due ingressi: uno dal corso e l’altro da una via laterale. Alina si sentiva soffocare, tutta la settimana era stata impegnata nel lavoro, solo lavoro, fino a crollare sfinita, a sera, nel suo letto. Dormiva, ma non riposava, si sentiva inquieta, era consapevole che sarebbe successo qualcosa, ma cosa? Uscì; un po’ d’aria le ci voleva, si incamminò verso il centro, aveva voglia di un gelato.
David prese il gelato, pagò con una moneta da venti euro, poi uscì dimenticando il resto. La commessa lo chiamò, ma lui non la sentì. Alina entrò dall’ingresso laterale, prese il gelato ed andò verso il corso, nel preciso momento in cui David rientrava in gelateria per riprendere il resto
«PLAFF’, porcavacc!»
«Accidenti!»
I loro gelati si stamparono rispettivamente nella camicia dell’altro. Rimasero a fissarsi per alcuni attimi, poi, lui ruppe il silenzio.
«È destino che io mi debba sempre sbattere contro te! Scusa; spero che non ti sia fatta male.»
Lei era incredula.
«No, non mi son fatta nulla, anzi scusa, ma credo di averti sporcato la camicia.»
Lui si presentò.
«Mi chiamo David.
«Io Alina.»
Si guardarono di nuovo negli occhi e nessuno riuscì ad aggiungere altro. Presero due nuovi gelati e, in silenzio si avviarono verso i giardini. Ognuno era sereno, era sparita l’inquietudine, erano sereni come non capitava da un po’. Seduti su una panchina, si guardarono di nuovo; i loro occhi dissero tutto, si baciarono come se si fossero amati da sempre, poi lui disse: vieni con me.
Lei lo segui fin dentro casa. Appena chiusa la porta si baciarono, di nuovo. Distesi sul letto, lui lasciò a lei l’iniziativa. Lei era vergine, pura, solo ora si rendeva conto che lui era il primo uomo che baciava, non aveva mai fatto nulla con nessuno, ma sembrava che le sue mani sapessero da sempre cosa fare. Nuda, salì sopra di lui: si sentiva pronta. Lui le baciò i seni e scese giù, fino al sesso. Lei, per la prima volta, si lasciava leccare da un maschio. Le piaceva, provò in piacere intenso, lui bevve il liquido che usciva dalla sua ostrica profumata e si sentì dissetato. il suo sesso ora durissimo, era eccitato da morire. Allora lei si riportò su di lui, ne baciò il corpo e prese il membro in bocca: lui rimase immobile. Lei in quel momento comprese le parole di sua nonna: lui avrà il tuo sangue e lui ti darà la vita, che uscirà da dentro quel membro che lei stava succhiando. Si sentì pronta, si mise sopra quel membro pronto ad entrare dentro, lui, immobile, non voleva perder nulla di quel momento. Lei di colpo si spinse dentro il palo con forza, l’imene cedette di colpo e, nel preciso istante che si sverginava, il suo corpo fu attraversato da una scarica elettrica che, quando raggiunse il cervello, le fece emettere un urlo come il ruggito di un felino. Le sue unghie si conficcarono dentro il petto dell’uomo, graffiandolo.
Solo allora, lui si rese conto che lei era vergine. Il suo corpo reagì ed iniziarono un amplesso bestiale, fatto di baci, morsi, graffi, orgasmi a ripetizione. Era come se tutti e due volessero recuperare il tempo perduto. Scoparono tutta la notte ed il giorno successivo; ad ogni orgasmo, i loro corpi, anziché sentirsi sfiniti, paghi, sazi, trovavano altra forza per un nuovo amplesso.
Al calare della notte, si addormentarono e fecero lo stesso sogno. Due neri felini, distesi sotto un grande albero sopra una piccola collina: lei teneva la testa appoggiata sul corpo di lui.
Si sposarono tre mesi dopo e, l’anno successivo, nacque Zeudia, che oggi ha undici anni; da tempo la nonna le racconta la leggenda delle donne pantera.
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