Desideri autunnali

scritto il 2026-10-09 tempo di lettura 5 min

di
genere
etero
cura
B+

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Bella questa nuova cosa del sito riguardo al qualità della scrittura, peccato che se lo lasci fare all’intelligenza artificiale scambia parole o frasi in inglese per una bocciatura in seconda elementare…magari sarebbe meglio leggere i racconti prima di pubblicarli. Che sciocca, per lo stesso motivo nessuno leggerà questa osservazione. Torniamo a noi…
Adoro l’autunno. La pura e semplice verità è questa.
I boschi che cambiano colori, l’erba bagnata di rugiada, l’aria che di colpo diventa più secca e più fredda, i primi maglioncini di lana, le gonne di tweed che ti sfiorano le cosce quando cammini… mi mette di buonumore in un modo che non so spiegare del tutto. È come tornare a casa. Qualcosa di familiare, dolce, affettuoso. Un invito a rallentare.
In questa stagione mi sento quasi sempre più ispirata. Sul lavoro, nella musica, nell’arte. E ogni tanto anche a letto. Perlomeno non c’è più quel caldo umido, appiccicoso, dell’estate ligure che ti toglie ogni velleità. In questo periodo le mie energie stanno andando soprattutto nella resurrezione di un’associazione culturale vissuta tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, rivista naturalmente in chiave moderna. Cosa già di per sé non esattamente semplice o anche solo comune, ma in più miei concittadini, non hanno grande familiarità (né particolare apprezzamento) per cose come uscire di casa o parlare con qualcuno, quindi non è semplice. E la mia ferrea volontà di non usare social di nessun tipo complica ulteriormente tutto, sia nel lavoro che nel tempo libero. Ma quella non è una cosa trattabile.
Di tutto questo, comunque, non ve ne frega niente. Quindi arriviamo alla parte interessante.
Era un lunedì di inventario. Di solito, essendo io terribilmente disordinata, ci perdo l’intera giornata. Quella volta, però, qualche sforzo in più mi aveva permesso di finire poco dopo l’ora di pranzo. Mio marito era a casa: doveva recuperare un giorno di permesso e, da quello che avevo capito, avrebbe passato la mattinata imprecando contro la stampante 3D che si ostinava a non collaborare.
Vado in bagno. Sollevo la maglia, scatto una foto rapida alla scollatura e invio il messaggio:
«Tra mezz’ora sul letto. Nudo. Non una parola. Non un movimento.»
Chiudo tutto, mi metto uno scialle e mi incammino verso casa. L’aria è fresca, le foglie sotto i piedi fanno quel rumore secco che amo. Arrivo, apro la porta e sento solo del jazz in sottofondo. Basso, caldo, avvolgente. Bill Evans. Waltz for Debby. Uno dei miei preferiti. Bravo Stefano. Ti sei meritato un bonus.
È sul letto, nudo. Mi guarda sorridente, il cazzo già duro, pieno, che si appoggia leggermente contro la pancia. Sempre meglio. Non dico una parola. Mi tolgo le scarpe, la maglia, la gonna. Resto in mutandine e reggiseno. Niente di troppo sexy, lo ammetto: non era previsto tutto questo. Ma non esiste uomo che si lamenti di queste cose. E se lo fa, preoccupatevi.
Salgo sul letto a quattro zampe. Mi avvicino piano, senza fretta. Sento il suo respiro che si fa più pesante man mano che mi avvicino. Mi fermo a pochi centimetri dal suo viso e sussurro:
«Mani dietro la schiena.»
Le mette. Obbediente.
Arrivo con il viso a pochi centimetri dal cazzo già rigido, pulsante, invitante. Sfioro l’asta con un’unghia, appena, dal basso verso l’alto. Poi uso il polpastrello, scendo lentamente, torno su. Passo delicatamente il dito sul glande già umido, ne seguo il profilo, scendo di nuovo. Un secondo dito si unisce al primo e a questo punto lo avvolgo interamente. Lo sento pieno, caldo, vivo. Comincio a muovere la mano su e giù, piano, senza fretta, solo sfiorando, sentendolo fremere sotto le dita.
Avvicino la bocca. Un bacio in punta di labbra sulla testa, una leccatina appena accennata. Scendo con la lingua lungo la vena, risalgo, lo prendo finalmente in bocca. Lo avviluppo con la lingua, ne sento il sapore, il calore, la consistenza. Lo prendo un po’ più a fondo, poi esco, ci gioco, torno a inghiottirlo. Piano. Senza fretta.
Mi giro e mi metto sopra di lui a sessantanove. Abbasso il bacino finché le mutandine, già bagnate e sottili, non sono a pochi centimetri dal suo viso.
«Non devi toccarmi. Non devi muoverti.»
Voglio che la guardi. Che ne senta l’odore. Che la desideri senza poterla toccare.
Continuo ad andare su e giù con la bocca, centimetro dopo centimetro. Rallento quando lo sento fremere di più. Disegno arabeschi con la punta della lingua sul glande, lungo il frenulo, torno a prenderlo intero. Sento le sue cosce che si tendono, il respiro che si fa più corto, il bacino che vorrebbe spingere ma non lo fa. Obbedisce.
Dopo un bel po’ così sento che sta per arrivare. Mi fermo. Alzo la testa appena.
«Non ancora. Aspetta solo un attimo…»
Porto una mano dietro, sposto le mutandine di lato. Il tempo di esporla, di lasciargliela guardare da vicino: bagnata, aperta, che brilla alla luce bassa della stanza. Sento il suo respiro caldo contro di me.
Poi mi lascio andare.
Un lungo flusso di pipì calda gli copre il volto, scorre sul petto, gli entra in bocca. Lo sento bere, o almeno provarci, mentre geme.
«Sì, cazzo… piscia… dammela tutta… vengo… mi fai venire…»
Calo al volo la bocca sul suo cazzo che ormai non resiste più. Lo prendo tutto, fino in fondo, e bevo. Calda, salata, densa. Fino all’ultima goccia. Esattamente come ha fatto lui con me.
Resto così per un momento, ancora a sessantanove, con il sapore di entrambi in bocca, il jazz di Bill Evans che continua a suonare basso e caldo, e lui che respira ancora a scatti sotto di me, le mani ancora strette dietro la schiena.
Non dico niente. Non serve.
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