Jessica
scritto il 2026-10-07 tempo di lettura 6 min
di
Falanghinas
genere
etero
cura
D+
Nella vita capitano sempre situazioni diverse, a volte strane, a volte inaspettate.
Esattamente inaspettata è la situazione che mi ha portato a conoscere Jessica.
Mi presento innanzitutto, sono Mario, ho 45 anni, credo ben portati, sposato, moro alto 1.85, barba, occhi scuri bel fisico. Mi ritengo piacente e forse visto quello che ogni tanto mi capita, lo pensano anche le gentildonne.
Ecco, Jessica non è una gentildonna o meglio, fa parte del gentil sesso, ma nei modi gentile non lo è.
Ha 28 anni, è mamma da qualche anno, ha un modo di vestirsi abbastanza vistoso, non disdegna ritocchini vari. Capelli biondi meshati, labbra grosse foglie di qualche siringa di troppo, sopracciglia tatuate, pelle abbronzata, un metro e 60 di concentrato di sfacciataggine, troiaggine e quella femminilità un po' cafona che ti fa pensare che una così non la sposeresti mai, ma te la scoperesti a sangue ogni volta possibile.
Ed è esattamente quello che faccio da tre mesi e ha fatto tutto lei.
Ci siamo "scontrati" nel vero senso della parola, in un corridoio di ospedale, prima mi ha mandato affanculo perché lei aveva la testa nel cellulare, ma io non l'avevo vista, poi quando ha scoperto che ero il dottore che avrebbe visitato il figlio dopo qualche ora, si è scusata mille volte, arrivando a chiedermi come si poteva sdebitare anche per la cura che stavo dando al bambino. Non potei fare a meno di tenere le distanze, chiaramente, ma anche di notare il suo seno sporgente che premeva per fuoriuscire da una giacca che indossava e le stringeva forse più del dovuto.
La congedai dandole appuntamento da li ad un mese es un mese dopo si presentò in ambulatorio con uno scatolo di cioccolatini, un caffè e sempre quel seno che strabordava quasi urlando di potersi liberare.
Il figlio stava meglio e lei insisteva per farmi accettare il suo gesto di ringraziamento e quando il mese successivo tornò per ulteriore controllo, arrivò quel colpo inaspettato che mi fece crollare. Sarebbe stato l'ultimo controllo il figlio era guarito e lei giurava che senza il mio aiuto non sarebbe stato possibile. nonostante la mia ritrosia mi convinse a farmi offrire almeno un caffè e dopo tanta resistenza, crollai anche io consapevole che non avrei più visto quel seno e quelle labbra dopo di allora se non accettando questo caffè.
Lei fece tutto, mi diede appuntamento da lì a due pomeriggi dopo in un bar appena pochi km dall'ospedale e mi lasciò il suo numero se avessi avuto contrattempi.
Due giorni dopo uscito dal turno mattutino, mi recai al bar e attesi una decina di minuti senza vederla. Stavo per andare via, quando ricordai di avere il suo numero e la chiamai per capire se dovevo ancora attendere o il contrattempo lo aveva avuto lei.
Mezzo squillo e rispose con quel tono dialettale che ormai avevo capito.
"Pronto, dottò sit vuje?" (Siete voi)
"Si"
"E dove state?"
"Al bar che mi ha indicato"
"Dottò ma non al bar, uscite e bussate al citofono del palazzo accanto"
E mise giù.
Avevo frainteso tutto, l'invito era a casa sua, non al bar.
Stavo per decidere di andare via, ma poi mi dissi, caxxo che potrà mai succedere e bussai.
Il problema è che quello che poteva succedere successe davvero.
Jessica mi fece accomodare in casa, una classica casa arredata in stile Casamonica che ben si sposava con il suo personaggio, ma soprattutto mi ricevette con un leggins leopardato ed una camicia larga praticamnte semi aperta e trasparente da cui si notava anche il coordinato intimo sempre leopardato.
Feci fatica a deglutire, per quella scena altamente erotica, di lei con i capelli legati in alto, questi piedi scalzi con lo smalto rosso che risaltava, questa casa profumata di pulito, lei truccatissima e sorridente.
Il caffè arrivò subito e lo bevemmo seduti al tavolo della cucina, ma dopo qualche secondo la sua mano si posò sulla mia, facendomi capire che era il momento che lei si sdebitasse veramente per avergli guarito il figlio.
Non fece nulla di che, si alzò avvicinando quelle labbra grosse alle mie e disse solo "dottò avete mai goduto alle tre del pomeriggio"
Le dissi che erano anni che non accadeva, ma lei era già scesa con le mani a sbottonare il mio pantalone inginocchiandosi tra le gambe.
La sensazione di quelle labbra intorno al cazzo fu straordinaria, era come essere inghiottito e lei sapeva davvero farlo, ed infatti dopo appena 5 minuti di su e giù la avvisami di spostarsi, ma lei se ne fregò facendomi schizzare direttamente nella sua gola.
Mandò giù tutto senza dire una parola e con un sorriso soddisfatto mi disse solo "dottò mo vi faccio un altro caffè perché questo era l'aperitivo".
Le chiesi il bagno per darmi una pulita e me lo indicò, quando tornai in cucina il caffè era a tavola e lei stava sfilando leggins e camicia, rimanendo in intimo davanti a me.
"Facite ampress (fate presto) che andiamo a metterci comodi.
Ci spostiamo nella sua camera da letto e mi fece spogliare, prese i miei vestiti e li mise ordinati su una sedia. Poi mi sfilò il boxer e riprese a succhiarmi il cazzo facendomelo venire di nuovo duro, fu allora che capii che dovevo darmi una mossa, la presi per i capelli e la tirai a me baciandola. La sua lingua era vorace e veloce e le mie mani la liberarono dal reggiseno, scoprendo finalmente quel seno grosso e sodo.
Glielo leccai a lungo poi la feci stendere le tolsi il perizoma e leccai avidamente la sua figa depilata e fresca facendola venire due volte, per poi affondargli il cazzo dentro strappandole un urlo. Passammo dalla missionaria alla smorzacandela, ma dopo venti minuti di pompate, lei si alzò mettendosi a pecora e si fece scopare violentemente fino a godere di nuovo e facendomi pii schizzare sulla sua schiena.
Quando andai via la salutai ringraziandola e lei disse solo, "dottò, il caffè qua lo trovate sempre, a quest'ora" e mi fece un occhiolino
Esattamente inaspettata è la situazione che mi ha portato a conoscere Jessica.
Mi presento innanzitutto, sono Mario, ho 45 anni, credo ben portati, sposato, moro alto 1.85, barba, occhi scuri bel fisico. Mi ritengo piacente e forse visto quello che ogni tanto mi capita, lo pensano anche le gentildonne.
Ecco, Jessica non è una gentildonna o meglio, fa parte del gentil sesso, ma nei modi gentile non lo è.
Ha 28 anni, è mamma da qualche anno, ha un modo di vestirsi abbastanza vistoso, non disdegna ritocchini vari. Capelli biondi meshati, labbra grosse foglie di qualche siringa di troppo, sopracciglia tatuate, pelle abbronzata, un metro e 60 di concentrato di sfacciataggine, troiaggine e quella femminilità un po' cafona che ti fa pensare che una così non la sposeresti mai, ma te la scoperesti a sangue ogni volta possibile.
Ed è esattamente quello che faccio da tre mesi e ha fatto tutto lei.
Ci siamo "scontrati" nel vero senso della parola, in un corridoio di ospedale, prima mi ha mandato affanculo perché lei aveva la testa nel cellulare, ma io non l'avevo vista, poi quando ha scoperto che ero il dottore che avrebbe visitato il figlio dopo qualche ora, si è scusata mille volte, arrivando a chiedermi come si poteva sdebitare anche per la cura che stavo dando al bambino. Non potei fare a meno di tenere le distanze, chiaramente, ma anche di notare il suo seno sporgente che premeva per fuoriuscire da una giacca che indossava e le stringeva forse più del dovuto.
La congedai dandole appuntamento da li ad un mese es un mese dopo si presentò in ambulatorio con uno scatolo di cioccolatini, un caffè e sempre quel seno che strabordava quasi urlando di potersi liberare.
Il figlio stava meglio e lei insisteva per farmi accettare il suo gesto di ringraziamento e quando il mese successivo tornò per ulteriore controllo, arrivò quel colpo inaspettato che mi fece crollare. Sarebbe stato l'ultimo controllo il figlio era guarito e lei giurava che senza il mio aiuto non sarebbe stato possibile. nonostante la mia ritrosia mi convinse a farmi offrire almeno un caffè e dopo tanta resistenza, crollai anche io consapevole che non avrei più visto quel seno e quelle labbra dopo di allora se non accettando questo caffè.
Lei fece tutto, mi diede appuntamento da lì a due pomeriggi dopo in un bar appena pochi km dall'ospedale e mi lasciò il suo numero se avessi avuto contrattempi.
Due giorni dopo uscito dal turno mattutino, mi recai al bar e attesi una decina di minuti senza vederla. Stavo per andare via, quando ricordai di avere il suo numero e la chiamai per capire se dovevo ancora attendere o il contrattempo lo aveva avuto lei.
Mezzo squillo e rispose con quel tono dialettale che ormai avevo capito.
"Pronto, dottò sit vuje?" (Siete voi)
"Si"
"E dove state?"
"Al bar che mi ha indicato"
"Dottò ma non al bar, uscite e bussate al citofono del palazzo accanto"
E mise giù.
Avevo frainteso tutto, l'invito era a casa sua, non al bar.
Stavo per decidere di andare via, ma poi mi dissi, caxxo che potrà mai succedere e bussai.
Il problema è che quello che poteva succedere successe davvero.
Jessica mi fece accomodare in casa, una classica casa arredata in stile Casamonica che ben si sposava con il suo personaggio, ma soprattutto mi ricevette con un leggins leopardato ed una camicia larga praticamnte semi aperta e trasparente da cui si notava anche il coordinato intimo sempre leopardato.
Feci fatica a deglutire, per quella scena altamente erotica, di lei con i capelli legati in alto, questi piedi scalzi con lo smalto rosso che risaltava, questa casa profumata di pulito, lei truccatissima e sorridente.
Il caffè arrivò subito e lo bevemmo seduti al tavolo della cucina, ma dopo qualche secondo la sua mano si posò sulla mia, facendomi capire che era il momento che lei si sdebitasse veramente per avergli guarito il figlio.
Non fece nulla di che, si alzò avvicinando quelle labbra grosse alle mie e disse solo "dottò avete mai goduto alle tre del pomeriggio"
Le dissi che erano anni che non accadeva, ma lei era già scesa con le mani a sbottonare il mio pantalone inginocchiandosi tra le gambe.
La sensazione di quelle labbra intorno al cazzo fu straordinaria, era come essere inghiottito e lei sapeva davvero farlo, ed infatti dopo appena 5 minuti di su e giù la avvisami di spostarsi, ma lei se ne fregò facendomi schizzare direttamente nella sua gola.
Mandò giù tutto senza dire una parola e con un sorriso soddisfatto mi disse solo "dottò mo vi faccio un altro caffè perché questo era l'aperitivo".
Le chiesi il bagno per darmi una pulita e me lo indicò, quando tornai in cucina il caffè era a tavola e lei stava sfilando leggins e camicia, rimanendo in intimo davanti a me.
"Facite ampress (fate presto) che andiamo a metterci comodi.
Ci spostiamo nella sua camera da letto e mi fece spogliare, prese i miei vestiti e li mise ordinati su una sedia. Poi mi sfilò il boxer e riprese a succhiarmi il cazzo facendomelo venire di nuovo duro, fu allora che capii che dovevo darmi una mossa, la presi per i capelli e la tirai a me baciandola. La sua lingua era vorace e veloce e le mie mani la liberarono dal reggiseno, scoprendo finalmente quel seno grosso e sodo.
Glielo leccai a lungo poi la feci stendere le tolsi il perizoma e leccai avidamente la sua figa depilata e fresca facendola venire due volte, per poi affondargli il cazzo dentro strappandole un urlo. Passammo dalla missionaria alla smorzacandela, ma dopo venti minuti di pompate, lei si alzò mettendosi a pecora e si fece scopare violentemente fino a godere di nuovo e facendomi pii schizzare sulla sua schiena.
Quando andai via la salutai ringraziandola e lei disse solo, "dottò, il caffè qua lo trovate sempre, a quest'ora" e mi fece un occhiolino
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