Profumo ( l’inizio)
di
Roland85
genere
etero
Mi chiamo Luca.
Ho quarant’anni e sono sposato con Sofia da dieci. Abbiamo un bellissimo bambino che ormai frequenta le elementari e, tutto sommato, conduciamo una vita felice.
Lavoriamo entrambi, facciamo lavori che ci piacciono, a casa le cose vanno bene, nostro figlio cresce sereno. Ci amiamo e mandiamo avanti insieme quella complicata macchina che è diventata la nostra famiglia.
Il sesso, com’è abbastanza normale che accada, è diminuito con l’arrivo del bambino. Un paio d’anni fa il calo era diventato drastico, tanto che ne avevamo parlato apertamente. Alla fine eravamo riusciti a trovare un nostro equilibrio: tre o quattro volte al mese.
Non era molto, almeno per me, e forse mancava la passione di una volta, soprattutto da parte di Sofia. Ma raggiungevamo entrambi l’orgasmo e il nostro era comunque un sesso dolce e appagante. Non quello selvaggio dei primi anni, certo, ma niente che potesse far presagire colpi di testa o terremoti nella nostra relazione.
Tutto cominciò, indirettamente, per colpa di Mario, un nuovo collega.
Era giovane, fidanzato con una ragazza della sua età e aveva la classica lingua un po’ troppo lunga. Appena prese confidenza con me e con gli altri colleghi, cominciò a raccontarci senza alcun pudore dei suoi weekend romantici, delle scopate che duravano ore, dei lunghi pompini che gli faceva la ragazza e di tutte quelle volte in cui, tornando dal lavoro, la trovava nuda ad aspettarlo o vestita apposta per provocarlo.
Insomma, lo standard di una coppia giovane.
Nulla da eccepire.
E, soprattutto, nulla da invidiare.
O almeno era quello che continuavo a ripetermi.
Perché quei racconti avevano cominciato a risvegliare qualcosa. Forse desideri che avevo messo da parte, forse semplicemente la classica crisi dei quarant’anni.
Ripensavo ai primi tempi con Sofia e poi tornavo a casa e trovavo la nostra routine. Una routine bellissima, per carità, ma che ormai aveva ben poco di eccitante.
Cominciai così a diventare più pressante con lei.
Volevo di più.
Più sesso, più passione, più spontaneità.
Sofia, invece, stava bene così.
Una sera ne discutemmo e fu molto chiara.
«Non ho più vent’anni, Luca. Per me l’amore e il sesso sono due cose diverse. Non puoi pretendere che io sia ancora quella che hai conosciuto. Ti amo, lo sai. Ti amo tantissimo. Ma per me farlo è… impegnativo. Anche se provo un piacere enorme, a volte sono stanca. Altre volte ne porto le conseguenze anche il giorno dopo. E qualche volta, semplicemente, non ne ho voglia.»
Quando diceva “impegnativo” sapevo perfettamente a cosa si riferiva.
Le mie dimensioni erano sempre state importanti e, quando ci eravamo conosciuti, nonostante Sofia non fosse certo alla sua prima esperienza, le era servito parecchio tempo per abituarsi a me. Ancora adesso, quando esageravo con la foga, il giorno dopo poteva avere dei dolori.
Negli anni avevamo imparato entrambi a conoscerci e il piacere che riuscivamo a ricavarne aveva sempre reso il gioco degno della candela. Ma con il passare del tempo una sessione particolarmente lunga, soprattutto se Sofia non era perfettamente eccitata, poteva trasformarsi per lei in una maratona dolorosa.
Persino un pompino con ingoio, una delle cose che avevo sempre amato di più, rischiava qualche volta di farla stare male per la quantità di sperma.
In fondo la capivo.
Ma a quarant’anni mi sentivo decisamente troppo giovane per appendere il cazzo al chiodo.
E non ero nemmeno il tipo da tradire mia moglie.
Ero felice. Avevo una famiglia che amavo e una vita che molti probabilmente mi avrebbero invidiato.
Eppure mi mancava qualcosa.
Poi arrivò quel giorno.
Un giorno apparentemente come tanti, in cui accadde una cosa che mise in moto una serie di eventi destinati a farmi scoprire parti di me che nemmeno immaginavo esistessero.
Eventi che avrebbero scavato fino in fondo alla mia anima, portando alla luce qualcosa di molto più oscuro.
Con il senno di poi, forse era uno di quei giorni in cui sarebbe stato meglio rimanere a casa.
O forse no.
Dopo un appuntamento di lavoro in città camminavo lungo una strada del centro. Pensavo proprio a Sofia e a come avrei potuto riaccendere qualcosa fra noi. Avevo persino comprato dei fiori e una scatola di cioccolatini.
Speravo di andare in buca quella sera.
Alzai gli occhi e vidi un uomo sui settantacinque, forse ottant’anni, che si preparava ad attraversare la strada.
Lo notai perché era vestito in maniera stranamente elegante per un pomeriggio infrasettimanale: completo marrone scuro, gilet, farfallino, scarpe perfettamente lucidate. Aveva un portamento quasi nobile.
Imboccò le strisce pedonali con passo lento.
Il semaforo era verde e lui, comprensibilmente, sembrava tranquillo. Teneva la testa china su un foglio che aveva in mano.
Poi, con la coda dell’occhio, vidi qualcosa.
Un camioncino.
Stava arrivando velocissimo e non sembrava avere alcuna intenzione di rallentare.
Provai a gridare al vecchio di spostarsi, ma naturalmente non conoscevo il suo nome e il mio urlo si perse nel rumore della strada.
Non sono mai stato particolarmente coraggioso. Non sono un fifone, ma neppure uno di quelli che si lanciano nel pericolo senza pensarci. Mi sono sempre considerato semplicemente prudente.
Eppure, un istante dopo, ero sdraiato sull’asfalto con quel vecchio fra le braccia mentre il camioncino ci sfrecciava accanto senza nemmeno rallentare.
«Tutto bene, signore?»
Mentre glielo chiedevo, constatai che avrei dovuto comprarmi anche un nuovo paio di jeans.
«Sì… sì. Grazie. Grazie! Lei mi ha salvato la vita.»
«Si figuri. Lo avrebbe fatto chiunque.»
Mi fissò.
«Non è vero. E lo sa anche lei. Ha famiglia?»
«Una moglie e un figlio.»
«Allora è completamente matto! Ha rischiato la vita per uno sconosciuto.»
«È stato istintivo. Non so nemmeno io cosa sia successo.»
Il vecchio continuò a studiarmi.
«Perché è una brava persona. Mi segua. Abito dietro l’angolo e voglio fare qualcosa per lei.»
«Non ce n’è bisogno, davvero.»
«Non provi nemmeno a rifiutare.»
Lo seguii.
Dopo un centinaio di metri arrivammo davanti a una vecchia bottega. Sopra c’era anche la sua abitazione.
L’insegna recitava semplicemente:
IL PROFUMIERE.
Tra me e me pensai che, dopotutto, magari ci avrei guadagnato un profumo da regalare a Sofia.
Entrammo.
Ma dentro non c’era niente di ciò che mi sarei aspettato da una profumeria. Nessun espositore con modelle famose, nessuna fila di confezioni scintillanti.
Sembrava piuttosto la bottega di un chimico di un’altra epoca.
C’erano boccette e ampolle dappertutto, contenenti liquidi di colori differenti. Erbe essiccate, piante, vecchi libri.
«Mi dica una cosa… cosa fate esattamente qui dentro?»
«Questa bottega esiste da più di cento anni. Io rappresento la quarta generazione. Noi creiamo profumi a misura d’uomo.»
«Cioè?»
«Possediamo un sistema antico e segreto con cui prepariamo profumi basati sull’essenza della persona. Sui suoi sentimenti. Sui suoi desideri.»
Risi.
Non potei farne a meno.
«Vuole un caffè?» mi chiese.
«Volentieri.»
Tornò qualche minuto dopo con due tazzine fumanti. Nel frattempo avevo passeggiato tra ampolle, libri e piante.
Era certamente un posto particolare.
«Si sieda.»
Ci accomodammo a un piccolo tavolo.
«Mi lasci ricompensarla preparando un profumo appositamente per lei.»
«Non deve disturbarsi… però ammetto che mi ha incuriosito.»
«Bene. Molto bene. Allora cominciamo.»
Prese un taccuino.
Cominciò a farmi domande sulla mia vita: dove fossi nato, che lavoro facessi, la mia famiglia, quello che desideravo per il futuro.
Poi arrivò ai miei desideri.
Sembrava più una seduta dallo psicologo che la preparazione di un profumo.
«Scusi, ma a cosa serve tutta questa intervista?»
«Per scegliere le essenze corrette devo sapere chi è lei. Cosa è. E soprattutto cosa si aspetta dal profumo.»
Si fermò.
Mi osservò.
«Comunque non mi ha detto tutto.»
«In che senso?»
«Ormai conosco bene le persone. Lei mi nasconde qualcosa. Mi dica: a cosa stava pensando quando oggi mi ha salvato la vita?»
Rimasi in silenzio.
Ricordavo perfettamente a cosa stavo pensando.
Ma raccontarlo a uno sconosciuto mi sembrava assurdo.
«Niente di particolare. Le solite cose.»
Il vecchio sorrise.
«Non è vero, e lo sa. I miei profumi possono cambiarle la vita, ma soltanto se è disposto ad accettare ciò che possono fare. Lei mi ha raccontato tante cose belle. Ma gli uomini non sono fatti soltanto di virtù. Hanno desideri. Ambizioni. Ossessioni. Mi dica la verità, Luca. Cosa desidera davvero?»
Rabbrividii.
Sembrava di stare stringendo un patto con il diavolo.
Alla fine parlai.
Gli raccontai del mio matrimonio, dei miei bisogni, di Sofia, di ciò che era cambiato fra noi.
Gli dissi che volevo ritrovare qualcosa che sentivo essersi spento.
Il vecchio sorrise.
«Bene. Bravo. Mi aspetti qui.»
Andò dietro il bancone e aprì un cassetto chiuso a chiave.
Ne estrasse un enorme libro dall’aria antichissima.
«Eccoci. Queste sono le ricette di mio bisnonno, perfezionate dai suoi discendenti nel corso degli anni. Questo libro non viene aperto da quasi trent’anni.»
Lo appoggiò sul tavolo.
«Contiene le ricette più forti. Vanno utilizzate soltanto in circostanze particolari. Prima, però, devo farle alcune domande. Sono molto importanti. Se le sue risposte saranno quelle giuste, potremo procedere. Altrimenti prepareremo qualcosa di più leggero.»
Ormai ero più divertito che preoccupato.
«Va bene.»
«Ha mai tradito sua moglie? O desiderato farlo?»
«No. La amo troppo. Per me è ancora la donna più bella del mondo.»
«Ha mai forzato sua moglie o un’altra donna durante un rapporto?»
Lo fissai.
«Mi sta chiedendo se abbia mai fatto violenza a una donna? Mai.»
«Ha mai desiderato donne molto più giovani di lei?»
«No. Come le ho detto, desidero mia moglie. Certo, posso guardare una modella e pensare che sia bellissima, ma finisce lì.»
«Ha mai rubato o imbrogliato qualcuno? Ha intenzione di farlo?»
«No.»
Chiuse il taccuino.
«Bene. Abbiamo finito. So che sembrano domande alle quali soltanto un pazzo risponderebbe sinceramente. Ma io so leggere le persone. E lei non mi ha mentito.»
Aprì il libro.
«Possiamo cominciare.»
Cercò una pagina precisa, poi si alzò e recuperò gli ingredienti.
Mi chiese addirittura di togliermi la camicia. Mi passò sotto le ascelle una specie di tampone, quindi cominciò a mescolare le essenze.
Una goccia di questa.
Due di quella.
Sembrava uno stregone.
Quando arrivò all’ultimo ingrediente si fermò.
«Sua moglie ha circa quarant’anni, giusto? Un figlio e un lavoro piuttosto stressante.»
«Esatto.»
«Allora utilizziamo il massimo consentito di questo. Due gocce.»
«Cos’è?»
Alzò gli occhi verso di me proprio mentre inclinava il contagocce.
Caddero tre gocce.
Lui non sembrò accorgersene.
«Questo aiuterà sua moglie ad aprirsi con lei. Questo profumo è una sorta di afrodisiaco. Le basterà metterne pochissimo sul polso e farglielo annusare. Dopo qualche minuto capirà cosa intendo.»
Trattenni una risata.
«Certo.»
«So che non mi crede. Lo capisco. Io stesso lo usavo tre volte all’anno con mia moglie e questo bastava a farmi desiderare tre volte alla settimana.»
Lo disse con una serietà tale che quasi cominciai a dubitare del mio scetticismo.
«Naturalmente dovrà essere preparato. Le prime due settimane potrebbe persino faticare a starle dietro. Ma vedrà: sarete entrambi più felici.»
Annuii e lo ringraziai.
Uscii dalla bottega.
Avevo appena girato l’angolo quando sentii il vecchio corrermi dietro.
«Luca!»
Mi voltai.
«Una cosa importante. Lo usi soltanto a casa e soltanto con sua moglie. Non lo porti in giro. E non ne parli con nessuno.»
«Va bene.»
«Nemmeno con sua moglie.»
Annuii.
Girato l’angolo, scoppiai a ridere.
Tutti a me, i pazzi.
Tornai a casa e raccontai a Sofia dell’incidente e dello strano profumiere, omettendo naturalmente tutta la parte riguardante quella fantomatica pozione afrodisiaca.
La serata trascorse normalmente.
Cena.
Cartoni.
Bambino a letto.
Poi noi due sul divano davanti alla televisione, mentre Sofia lavorava a maglia.
Ci provai.
Avevo voglia.
Le appoggiai una mano sulla coscia.
Lei mi guardò.
«Amore, scusa. Sono stanca. Oggi è stata una giornataccia. Domani sera, dai. Magari sarò più in vena.»
«Va bene.»
Ero abituato a quelle contrattazioni sul sesso.
Continuai a guardare la televisione.
Poi pensai alla boccetta.
Ma sì.
Cosa mi costava provare?
Andai in bagno e recuperai il profumo dallo zaino.
Una sola goccia sul polso, proprio come mi aveva raccomandato il vecchio.
Tornai in salotto.
Per qualche secondo rimasi indeciso.
Avevo quasi paura di provarci.
Forse perché, per quanto assurdo fosse, quella piccola boccetta rappresentava una specie di ultima speranza. Se non avesse funzionato — e razionalmente ero convinto che non avrebbe funzionato — mi sarei sentito ancora più stupido.
Alla fine trovai una scusa e avvicinai il polso al viso di Sofia.
Lei inspirò.
Aspettai.
Guardai l’orologio.
Qualche minuto, aveva detto il vecchio.
Passarono quattro minuti.
Sofia appoggiò i ferri.
Cominciò a muoversi nervosamente sul divano, come se non riuscisse a trovare una posizione comoda.
Poi sentii la sua mano fra i capelli.
Mi stava accarezzando.
Mi voltai.
Aveva le guance arrossate.
Sembrava accaldata e continuava a stringere e sfregare le cosce.
«Tutto bene, amore?»
Mi guardò.
«Sai che forse non sono poi così stanca per un giro in giostra?»
La fissai.
«Sofia, se non hai voglia non importa. Non me la sono presa. Non voglio che tu lo faccia soltanto per me.»
Lei non distolse gli occhi dai miei.
Poi infilò una mano nelle mutandine.
Quando la tirò fuori, due dita erano completamente bagnate.
Me le infilò direttamente in bocca.
«Secondo te sto fingendo?»
Rimasi immobile.
Sofia non si era mai comportata in quel modo.
E fu proprio in quell’istante che la curiosità prese il sopravvento.
Volevo capire.
Volevo sapere fin dove potesse arrivare l’effetto di quel profumo.
Quello sarebbe diventato soltanto il primo di molti esperimenti nei mesi successivi.
Feci il difficile.
«Non saprei… ormai mi è un po’ passata. Magari se mettessi qualcosa di carino per me…»
Lo dissi mentre il cazzo nei pantaloni sembrava volermi arrivare fino alla gola.
Sofia mi fulminò.
«Va bene. Faremo domani.»
Tornammo entrambi a guardare la televisione.
Passarono forse due minuti.
Sofia sbuffò.
«E va bene, maniaco del cazzo. Dimmi tu cosa deve fare una donna per farsi scopare, adesso.»
Si alzò e sparì in camera.
Poco dopo la sentii entrare in bagno.
Quando tornò, una decina di minuti più tardi, rimasi senza parole.
Aveva indossato il babydoll rosso che metteva in risalto il seno, il reggicalze e le autoreggenti nere. Aveva sistemato i capelli, messo un filo di trucco e passato sulle labbra un rossetto rosso acceso.
Si avvicinò lentamente.
«Ti piaccio così?»
Fece un giro su se stessa.
«Le mutandine non le ho messe. Tanto non servono.»
Mi lasciò il tempo di guardarla, poi si lanciò sui miei pantaloni.
Li aprì quasi con rabbia finché il cazzo non scattò fuori.
Lo prese immediatamente in bocca.
Cominciò a succhiarlo con una foga che non le avevo mai visto. Lo spingeva fino in gola e poi risaliva lentamente, risucchiandolo con forza.
Non credo che mia moglie, in tutta la nostra vita insieme, si fosse mai impegnata tanto per farmi un pompino.
Si fermava soltanto per guardarlo, leccare la cappella e poi ricominciare a ingoiarlo.
Dopo qualche minuto si staccò.
«Adesso voglio che mi lecchi.»
Si girò e mi portò la figa direttamente sulla bocca, continuando contemporaneamente a succhiarmi nel classico sessantanove che non facevamo ormai da anni.
Era completamente bagnata.
Sentivo i suoi umori caldi riempirmi la bocca mentre la leccavo.
Le bastarono pochi secondi.
Sofia venne urlando.
Un getto caldo mi esplose contro la bocca. Aveva squirtato per la prima volta in vita sua.
Continuò a muoversi sul mio viso, attraversata dagli spasmi, poi si voltò.
Mi vide completamente bagnato e rise soddisfatta.
Si abbassò e mi baciò con la lingua, senza preoccuparsi minimamente dei propri umori che avevo ancora sulle labbra.
Poi mi spinse contro il divano.
Mi offrì il seno, lasciando che lo succhiassi, e si calò sul mio cazzo duro.
Lo prese subito tutto.
Nessuna delle solite pause necessarie ad abituarsi alle mie dimensioni.
Cominciò a cavalcarmi selvaggiamente, gridando e incitandomi mentre si impalava sul mio pene.
Poi il suo corpo si irrigidì.
Diede ancora un paio di spinte e venne nuovamente, bagnandomi il ventre.
Si lasciò cadere sul mio petto.
Era calda, sudata.
Profumava di sesso e vaniglia.
La baciai profondamente.
In quel momento sentivo di amarla come non mi capitava da tantissimo tempo.
Lei mi guardò.
«Ne ho ancora voglia. Saltami sopra.»
Si mise sulla schiena, spalancò le gambe e mi invitò a prenderla.
Mi sdraiai su di lei ed entrai senza la minima premura.
Cominciai a scoparla forte.
«Dai, amore… scopami. Sì… così. Ancora.»
Dopo una decina di affondi venne di nuovo.
Provai a fermarmi.
«No. Non fermarti. Continua.»
Allargò ancora di più le gambe.
«Stavolta voglio sentirlo tutto. Fino in fondo. Non fermarti.»
Mi afferrò le natiche e, a ogni spinta, mi tirava verso di sé.
Ormai ero un treno in corsa.
Arrivavo fino al fondo e continuavo a spingere. Sofia gridava a ogni colpo. Sul suo viso compariva una smorfia di dolore, ma continuava a chiedermi di non fermarmi.
Un affondo.
Poi un altro.
Mi sembrava che ogni volta riuscissi ad avanzare di qualche millimetro.
Sofia venne ancora e una nuova ondata di liquido caldo rese ogni movimento ancora più facile.
Avvicinò la bocca al mio orecchio.
«Dai… ci sei quasi. Lo sento. Adesso mi sfondi e mi sborri dentro.»
Persi completamente la testa.
Uscii quasi del tutto, raccolsi tutte le forze e affondai.
Pam.
Sentii le palle sbatterle contro il perineo.
Il glande sembrò incastrarsi contro un anello di carne che lo stringeva violentemente.
Sofia urlò.
Le misi una mano sulla bocca e caricai un’altra spinta.
Sentii quell’anello scivolare oltre il glande.
Alla spinta successiva incontrai molta meno resistenza.
E venni.
Sborrai dentro mia moglie mentre Sofia raggiungeva ancora l’orgasmo.
Mi strinse con le gambe per impedirmi di uscire e venne nuovamente. Poi mi afferrò il viso e mi baciò furiosamente.
Restammo così finché persi l’erezione.
Quando mi tirai indietro, Sofia guardò il mio cazzo uscire sporco di sperma, umori e sangue.
E fece una cosa che non aveva mai fatto.
Si abbassò immediatamente e cominciò a ripulirlo con la bocca.
Quando finalmente ci fermammo, il divano era un disastro.
Sudore e squirt dappertutto.
Sofia si alzò, bevve qualcosa e poi mi tese una mano.
«Doccia?»
La seguii.
Era bellissima.
Nuda, sudata, spettinata, con un corpo che ai miei occhi non aveva niente da invidiare a quello di una ventenne.
La amavo.
E guardandola così capivo quanto fossi fortunato.
Sotto la doccia ci lavammo a vicenda.
«Come stai?» le chiesi, appoggiandole una mano sul ventre. «Ti fa male?»
«Un pochino. Ma ne è valsa la pena. Non so cosa mi sia successo, Luca. Non ho mai goduto così tanto in tutta la mia vita.»
Mi guardò.
«Hai voglia di inginocchiarti e controllare se è tutto a posto?»
Non capii immediatamente cosa intendesse, ma mi inginocchiai.
Guardai la sua vagina.
Sembrava tutto a posto. Era molto più aperta di quanto fossi abituato a vederla e il clitoride era ancora gonfio e pulsante.
Sofia mi prese la testa fra le mani e me la spinse contro.
«Ti prego. Ancora uno. Amore, fammi venire così un’altra volta.»
Cominciai a leccarla.
Prima dentro, assaporando i liquidi che continuavano a uscire, poi concentrandomi sul clitoride.
Sofia ansimava.
Mi stringeva i capelli fra le dita e guidava la mia testa.
Continuai.
Poi venne.
Un’altra ondata di umori, mescolata allo sperma che avevo lasciato dentro di lei poco prima, mi riempì la bocca.
Ingoiai.
Sofia appoggiò la schiena contro la parete della doccia, cercando di riprendere fiato.
«Saranno almeno dieci… almeno è un numero pari.»
Rise.
«Non so cosa avessi oggi, ma, amore mio… non mi hai mai fatta godere così.»
Finimmo la doccia e andammo a letto.
Sofia crollò quasi immediatamente, esausta.
Io invece rimasi sveglio.
Nel buio della camera ascoltavo il suo respiro regolare.
E pensavo al vecchio.
Alla bottega.
Alla boccetta.
E soprattutto a quella terza goccia che lui non si era accorto di aver versato.
Ho quarant’anni e sono sposato con Sofia da dieci. Abbiamo un bellissimo bambino che ormai frequenta le elementari e, tutto sommato, conduciamo una vita felice.
Lavoriamo entrambi, facciamo lavori che ci piacciono, a casa le cose vanno bene, nostro figlio cresce sereno. Ci amiamo e mandiamo avanti insieme quella complicata macchina che è diventata la nostra famiglia.
Il sesso, com’è abbastanza normale che accada, è diminuito con l’arrivo del bambino. Un paio d’anni fa il calo era diventato drastico, tanto che ne avevamo parlato apertamente. Alla fine eravamo riusciti a trovare un nostro equilibrio: tre o quattro volte al mese.
Non era molto, almeno per me, e forse mancava la passione di una volta, soprattutto da parte di Sofia. Ma raggiungevamo entrambi l’orgasmo e il nostro era comunque un sesso dolce e appagante. Non quello selvaggio dei primi anni, certo, ma niente che potesse far presagire colpi di testa o terremoti nella nostra relazione.
Tutto cominciò, indirettamente, per colpa di Mario, un nuovo collega.
Era giovane, fidanzato con una ragazza della sua età e aveva la classica lingua un po’ troppo lunga. Appena prese confidenza con me e con gli altri colleghi, cominciò a raccontarci senza alcun pudore dei suoi weekend romantici, delle scopate che duravano ore, dei lunghi pompini che gli faceva la ragazza e di tutte quelle volte in cui, tornando dal lavoro, la trovava nuda ad aspettarlo o vestita apposta per provocarlo.
Insomma, lo standard di una coppia giovane.
Nulla da eccepire.
E, soprattutto, nulla da invidiare.
O almeno era quello che continuavo a ripetermi.
Perché quei racconti avevano cominciato a risvegliare qualcosa. Forse desideri che avevo messo da parte, forse semplicemente la classica crisi dei quarant’anni.
Ripensavo ai primi tempi con Sofia e poi tornavo a casa e trovavo la nostra routine. Una routine bellissima, per carità, ma che ormai aveva ben poco di eccitante.
Cominciai così a diventare più pressante con lei.
Volevo di più.
Più sesso, più passione, più spontaneità.
Sofia, invece, stava bene così.
Una sera ne discutemmo e fu molto chiara.
«Non ho più vent’anni, Luca. Per me l’amore e il sesso sono due cose diverse. Non puoi pretendere che io sia ancora quella che hai conosciuto. Ti amo, lo sai. Ti amo tantissimo. Ma per me farlo è… impegnativo. Anche se provo un piacere enorme, a volte sono stanca. Altre volte ne porto le conseguenze anche il giorno dopo. E qualche volta, semplicemente, non ne ho voglia.»
Quando diceva “impegnativo” sapevo perfettamente a cosa si riferiva.
Le mie dimensioni erano sempre state importanti e, quando ci eravamo conosciuti, nonostante Sofia non fosse certo alla sua prima esperienza, le era servito parecchio tempo per abituarsi a me. Ancora adesso, quando esageravo con la foga, il giorno dopo poteva avere dei dolori.
Negli anni avevamo imparato entrambi a conoscerci e il piacere che riuscivamo a ricavarne aveva sempre reso il gioco degno della candela. Ma con il passare del tempo una sessione particolarmente lunga, soprattutto se Sofia non era perfettamente eccitata, poteva trasformarsi per lei in una maratona dolorosa.
Persino un pompino con ingoio, una delle cose che avevo sempre amato di più, rischiava qualche volta di farla stare male per la quantità di sperma.
In fondo la capivo.
Ma a quarant’anni mi sentivo decisamente troppo giovane per appendere il cazzo al chiodo.
E non ero nemmeno il tipo da tradire mia moglie.
Ero felice. Avevo una famiglia che amavo e una vita che molti probabilmente mi avrebbero invidiato.
Eppure mi mancava qualcosa.
Poi arrivò quel giorno.
Un giorno apparentemente come tanti, in cui accadde una cosa che mise in moto una serie di eventi destinati a farmi scoprire parti di me che nemmeno immaginavo esistessero.
Eventi che avrebbero scavato fino in fondo alla mia anima, portando alla luce qualcosa di molto più oscuro.
Con il senno di poi, forse era uno di quei giorni in cui sarebbe stato meglio rimanere a casa.
O forse no.
Dopo un appuntamento di lavoro in città camminavo lungo una strada del centro. Pensavo proprio a Sofia e a come avrei potuto riaccendere qualcosa fra noi. Avevo persino comprato dei fiori e una scatola di cioccolatini.
Speravo di andare in buca quella sera.
Alzai gli occhi e vidi un uomo sui settantacinque, forse ottant’anni, che si preparava ad attraversare la strada.
Lo notai perché era vestito in maniera stranamente elegante per un pomeriggio infrasettimanale: completo marrone scuro, gilet, farfallino, scarpe perfettamente lucidate. Aveva un portamento quasi nobile.
Imboccò le strisce pedonali con passo lento.
Il semaforo era verde e lui, comprensibilmente, sembrava tranquillo. Teneva la testa china su un foglio che aveva in mano.
Poi, con la coda dell’occhio, vidi qualcosa.
Un camioncino.
Stava arrivando velocissimo e non sembrava avere alcuna intenzione di rallentare.
Provai a gridare al vecchio di spostarsi, ma naturalmente non conoscevo il suo nome e il mio urlo si perse nel rumore della strada.
Non sono mai stato particolarmente coraggioso. Non sono un fifone, ma neppure uno di quelli che si lanciano nel pericolo senza pensarci. Mi sono sempre considerato semplicemente prudente.
Eppure, un istante dopo, ero sdraiato sull’asfalto con quel vecchio fra le braccia mentre il camioncino ci sfrecciava accanto senza nemmeno rallentare.
«Tutto bene, signore?»
Mentre glielo chiedevo, constatai che avrei dovuto comprarmi anche un nuovo paio di jeans.
«Sì… sì. Grazie. Grazie! Lei mi ha salvato la vita.»
«Si figuri. Lo avrebbe fatto chiunque.»
Mi fissò.
«Non è vero. E lo sa anche lei. Ha famiglia?»
«Una moglie e un figlio.»
«Allora è completamente matto! Ha rischiato la vita per uno sconosciuto.»
«È stato istintivo. Non so nemmeno io cosa sia successo.»
Il vecchio continuò a studiarmi.
«Perché è una brava persona. Mi segua. Abito dietro l’angolo e voglio fare qualcosa per lei.»
«Non ce n’è bisogno, davvero.»
«Non provi nemmeno a rifiutare.»
Lo seguii.
Dopo un centinaio di metri arrivammo davanti a una vecchia bottega. Sopra c’era anche la sua abitazione.
L’insegna recitava semplicemente:
IL PROFUMIERE.
Tra me e me pensai che, dopotutto, magari ci avrei guadagnato un profumo da regalare a Sofia.
Entrammo.
Ma dentro non c’era niente di ciò che mi sarei aspettato da una profumeria. Nessun espositore con modelle famose, nessuna fila di confezioni scintillanti.
Sembrava piuttosto la bottega di un chimico di un’altra epoca.
C’erano boccette e ampolle dappertutto, contenenti liquidi di colori differenti. Erbe essiccate, piante, vecchi libri.
«Mi dica una cosa… cosa fate esattamente qui dentro?»
«Questa bottega esiste da più di cento anni. Io rappresento la quarta generazione. Noi creiamo profumi a misura d’uomo.»
«Cioè?»
«Possediamo un sistema antico e segreto con cui prepariamo profumi basati sull’essenza della persona. Sui suoi sentimenti. Sui suoi desideri.»
Risi.
Non potei farne a meno.
«Vuole un caffè?» mi chiese.
«Volentieri.»
Tornò qualche minuto dopo con due tazzine fumanti. Nel frattempo avevo passeggiato tra ampolle, libri e piante.
Era certamente un posto particolare.
«Si sieda.»
Ci accomodammo a un piccolo tavolo.
«Mi lasci ricompensarla preparando un profumo appositamente per lei.»
«Non deve disturbarsi… però ammetto che mi ha incuriosito.»
«Bene. Molto bene. Allora cominciamo.»
Prese un taccuino.
Cominciò a farmi domande sulla mia vita: dove fossi nato, che lavoro facessi, la mia famiglia, quello che desideravo per il futuro.
Poi arrivò ai miei desideri.
Sembrava più una seduta dallo psicologo che la preparazione di un profumo.
«Scusi, ma a cosa serve tutta questa intervista?»
«Per scegliere le essenze corrette devo sapere chi è lei. Cosa è. E soprattutto cosa si aspetta dal profumo.»
Si fermò.
Mi osservò.
«Comunque non mi ha detto tutto.»
«In che senso?»
«Ormai conosco bene le persone. Lei mi nasconde qualcosa. Mi dica: a cosa stava pensando quando oggi mi ha salvato la vita?»
Rimasi in silenzio.
Ricordavo perfettamente a cosa stavo pensando.
Ma raccontarlo a uno sconosciuto mi sembrava assurdo.
«Niente di particolare. Le solite cose.»
Il vecchio sorrise.
«Non è vero, e lo sa. I miei profumi possono cambiarle la vita, ma soltanto se è disposto ad accettare ciò che possono fare. Lei mi ha raccontato tante cose belle. Ma gli uomini non sono fatti soltanto di virtù. Hanno desideri. Ambizioni. Ossessioni. Mi dica la verità, Luca. Cosa desidera davvero?»
Rabbrividii.
Sembrava di stare stringendo un patto con il diavolo.
Alla fine parlai.
Gli raccontai del mio matrimonio, dei miei bisogni, di Sofia, di ciò che era cambiato fra noi.
Gli dissi che volevo ritrovare qualcosa che sentivo essersi spento.
Il vecchio sorrise.
«Bene. Bravo. Mi aspetti qui.»
Andò dietro il bancone e aprì un cassetto chiuso a chiave.
Ne estrasse un enorme libro dall’aria antichissima.
«Eccoci. Queste sono le ricette di mio bisnonno, perfezionate dai suoi discendenti nel corso degli anni. Questo libro non viene aperto da quasi trent’anni.»
Lo appoggiò sul tavolo.
«Contiene le ricette più forti. Vanno utilizzate soltanto in circostanze particolari. Prima, però, devo farle alcune domande. Sono molto importanti. Se le sue risposte saranno quelle giuste, potremo procedere. Altrimenti prepareremo qualcosa di più leggero.»
Ormai ero più divertito che preoccupato.
«Va bene.»
«Ha mai tradito sua moglie? O desiderato farlo?»
«No. La amo troppo. Per me è ancora la donna più bella del mondo.»
«Ha mai forzato sua moglie o un’altra donna durante un rapporto?»
Lo fissai.
«Mi sta chiedendo se abbia mai fatto violenza a una donna? Mai.»
«Ha mai desiderato donne molto più giovani di lei?»
«No. Come le ho detto, desidero mia moglie. Certo, posso guardare una modella e pensare che sia bellissima, ma finisce lì.»
«Ha mai rubato o imbrogliato qualcuno? Ha intenzione di farlo?»
«No.»
Chiuse il taccuino.
«Bene. Abbiamo finito. So che sembrano domande alle quali soltanto un pazzo risponderebbe sinceramente. Ma io so leggere le persone. E lei non mi ha mentito.»
Aprì il libro.
«Possiamo cominciare.»
Cercò una pagina precisa, poi si alzò e recuperò gli ingredienti.
Mi chiese addirittura di togliermi la camicia. Mi passò sotto le ascelle una specie di tampone, quindi cominciò a mescolare le essenze.
Una goccia di questa.
Due di quella.
Sembrava uno stregone.
Quando arrivò all’ultimo ingrediente si fermò.
«Sua moglie ha circa quarant’anni, giusto? Un figlio e un lavoro piuttosto stressante.»
«Esatto.»
«Allora utilizziamo il massimo consentito di questo. Due gocce.»
«Cos’è?»
Alzò gli occhi verso di me proprio mentre inclinava il contagocce.
Caddero tre gocce.
Lui non sembrò accorgersene.
«Questo aiuterà sua moglie ad aprirsi con lei. Questo profumo è una sorta di afrodisiaco. Le basterà metterne pochissimo sul polso e farglielo annusare. Dopo qualche minuto capirà cosa intendo.»
Trattenni una risata.
«Certo.»
«So che non mi crede. Lo capisco. Io stesso lo usavo tre volte all’anno con mia moglie e questo bastava a farmi desiderare tre volte alla settimana.»
Lo disse con una serietà tale che quasi cominciai a dubitare del mio scetticismo.
«Naturalmente dovrà essere preparato. Le prime due settimane potrebbe persino faticare a starle dietro. Ma vedrà: sarete entrambi più felici.»
Annuii e lo ringraziai.
Uscii dalla bottega.
Avevo appena girato l’angolo quando sentii il vecchio corrermi dietro.
«Luca!»
Mi voltai.
«Una cosa importante. Lo usi soltanto a casa e soltanto con sua moglie. Non lo porti in giro. E non ne parli con nessuno.»
«Va bene.»
«Nemmeno con sua moglie.»
Annuii.
Girato l’angolo, scoppiai a ridere.
Tutti a me, i pazzi.
Tornai a casa e raccontai a Sofia dell’incidente e dello strano profumiere, omettendo naturalmente tutta la parte riguardante quella fantomatica pozione afrodisiaca.
La serata trascorse normalmente.
Cena.
Cartoni.
Bambino a letto.
Poi noi due sul divano davanti alla televisione, mentre Sofia lavorava a maglia.
Ci provai.
Avevo voglia.
Le appoggiai una mano sulla coscia.
Lei mi guardò.
«Amore, scusa. Sono stanca. Oggi è stata una giornataccia. Domani sera, dai. Magari sarò più in vena.»
«Va bene.»
Ero abituato a quelle contrattazioni sul sesso.
Continuai a guardare la televisione.
Poi pensai alla boccetta.
Ma sì.
Cosa mi costava provare?
Andai in bagno e recuperai il profumo dallo zaino.
Una sola goccia sul polso, proprio come mi aveva raccomandato il vecchio.
Tornai in salotto.
Per qualche secondo rimasi indeciso.
Avevo quasi paura di provarci.
Forse perché, per quanto assurdo fosse, quella piccola boccetta rappresentava una specie di ultima speranza. Se non avesse funzionato — e razionalmente ero convinto che non avrebbe funzionato — mi sarei sentito ancora più stupido.
Alla fine trovai una scusa e avvicinai il polso al viso di Sofia.
Lei inspirò.
Aspettai.
Guardai l’orologio.
Qualche minuto, aveva detto il vecchio.
Passarono quattro minuti.
Sofia appoggiò i ferri.
Cominciò a muoversi nervosamente sul divano, come se non riuscisse a trovare una posizione comoda.
Poi sentii la sua mano fra i capelli.
Mi stava accarezzando.
Mi voltai.
Aveva le guance arrossate.
Sembrava accaldata e continuava a stringere e sfregare le cosce.
«Tutto bene, amore?»
Mi guardò.
«Sai che forse non sono poi così stanca per un giro in giostra?»
La fissai.
«Sofia, se non hai voglia non importa. Non me la sono presa. Non voglio che tu lo faccia soltanto per me.»
Lei non distolse gli occhi dai miei.
Poi infilò una mano nelle mutandine.
Quando la tirò fuori, due dita erano completamente bagnate.
Me le infilò direttamente in bocca.
«Secondo te sto fingendo?»
Rimasi immobile.
Sofia non si era mai comportata in quel modo.
E fu proprio in quell’istante che la curiosità prese il sopravvento.
Volevo capire.
Volevo sapere fin dove potesse arrivare l’effetto di quel profumo.
Quello sarebbe diventato soltanto il primo di molti esperimenti nei mesi successivi.
Feci il difficile.
«Non saprei… ormai mi è un po’ passata. Magari se mettessi qualcosa di carino per me…»
Lo dissi mentre il cazzo nei pantaloni sembrava volermi arrivare fino alla gola.
Sofia mi fulminò.
«Va bene. Faremo domani.»
Tornammo entrambi a guardare la televisione.
Passarono forse due minuti.
Sofia sbuffò.
«E va bene, maniaco del cazzo. Dimmi tu cosa deve fare una donna per farsi scopare, adesso.»
Si alzò e sparì in camera.
Poco dopo la sentii entrare in bagno.
Quando tornò, una decina di minuti più tardi, rimasi senza parole.
Aveva indossato il babydoll rosso che metteva in risalto il seno, il reggicalze e le autoreggenti nere. Aveva sistemato i capelli, messo un filo di trucco e passato sulle labbra un rossetto rosso acceso.
Si avvicinò lentamente.
«Ti piaccio così?»
Fece un giro su se stessa.
«Le mutandine non le ho messe. Tanto non servono.»
Mi lasciò il tempo di guardarla, poi si lanciò sui miei pantaloni.
Li aprì quasi con rabbia finché il cazzo non scattò fuori.
Lo prese immediatamente in bocca.
Cominciò a succhiarlo con una foga che non le avevo mai visto. Lo spingeva fino in gola e poi risaliva lentamente, risucchiandolo con forza.
Non credo che mia moglie, in tutta la nostra vita insieme, si fosse mai impegnata tanto per farmi un pompino.
Si fermava soltanto per guardarlo, leccare la cappella e poi ricominciare a ingoiarlo.
Dopo qualche minuto si staccò.
«Adesso voglio che mi lecchi.»
Si girò e mi portò la figa direttamente sulla bocca, continuando contemporaneamente a succhiarmi nel classico sessantanove che non facevamo ormai da anni.
Era completamente bagnata.
Sentivo i suoi umori caldi riempirmi la bocca mentre la leccavo.
Le bastarono pochi secondi.
Sofia venne urlando.
Un getto caldo mi esplose contro la bocca. Aveva squirtato per la prima volta in vita sua.
Continuò a muoversi sul mio viso, attraversata dagli spasmi, poi si voltò.
Mi vide completamente bagnato e rise soddisfatta.
Si abbassò e mi baciò con la lingua, senza preoccuparsi minimamente dei propri umori che avevo ancora sulle labbra.
Poi mi spinse contro il divano.
Mi offrì il seno, lasciando che lo succhiassi, e si calò sul mio cazzo duro.
Lo prese subito tutto.
Nessuna delle solite pause necessarie ad abituarsi alle mie dimensioni.
Cominciò a cavalcarmi selvaggiamente, gridando e incitandomi mentre si impalava sul mio pene.
Poi il suo corpo si irrigidì.
Diede ancora un paio di spinte e venne nuovamente, bagnandomi il ventre.
Si lasciò cadere sul mio petto.
Era calda, sudata.
Profumava di sesso e vaniglia.
La baciai profondamente.
In quel momento sentivo di amarla come non mi capitava da tantissimo tempo.
Lei mi guardò.
«Ne ho ancora voglia. Saltami sopra.»
Si mise sulla schiena, spalancò le gambe e mi invitò a prenderla.
Mi sdraiai su di lei ed entrai senza la minima premura.
Cominciai a scoparla forte.
«Dai, amore… scopami. Sì… così. Ancora.»
Dopo una decina di affondi venne di nuovo.
Provai a fermarmi.
«No. Non fermarti. Continua.»
Allargò ancora di più le gambe.
«Stavolta voglio sentirlo tutto. Fino in fondo. Non fermarti.»
Mi afferrò le natiche e, a ogni spinta, mi tirava verso di sé.
Ormai ero un treno in corsa.
Arrivavo fino al fondo e continuavo a spingere. Sofia gridava a ogni colpo. Sul suo viso compariva una smorfia di dolore, ma continuava a chiedermi di non fermarmi.
Un affondo.
Poi un altro.
Mi sembrava che ogni volta riuscissi ad avanzare di qualche millimetro.
Sofia venne ancora e una nuova ondata di liquido caldo rese ogni movimento ancora più facile.
Avvicinò la bocca al mio orecchio.
«Dai… ci sei quasi. Lo sento. Adesso mi sfondi e mi sborri dentro.»
Persi completamente la testa.
Uscii quasi del tutto, raccolsi tutte le forze e affondai.
Pam.
Sentii le palle sbatterle contro il perineo.
Il glande sembrò incastrarsi contro un anello di carne che lo stringeva violentemente.
Sofia urlò.
Le misi una mano sulla bocca e caricai un’altra spinta.
Sentii quell’anello scivolare oltre il glande.
Alla spinta successiva incontrai molta meno resistenza.
E venni.
Sborrai dentro mia moglie mentre Sofia raggiungeva ancora l’orgasmo.
Mi strinse con le gambe per impedirmi di uscire e venne nuovamente. Poi mi afferrò il viso e mi baciò furiosamente.
Restammo così finché persi l’erezione.
Quando mi tirai indietro, Sofia guardò il mio cazzo uscire sporco di sperma, umori e sangue.
E fece una cosa che non aveva mai fatto.
Si abbassò immediatamente e cominciò a ripulirlo con la bocca.
Quando finalmente ci fermammo, il divano era un disastro.
Sudore e squirt dappertutto.
Sofia si alzò, bevve qualcosa e poi mi tese una mano.
«Doccia?»
La seguii.
Era bellissima.
Nuda, sudata, spettinata, con un corpo che ai miei occhi non aveva niente da invidiare a quello di una ventenne.
La amavo.
E guardandola così capivo quanto fossi fortunato.
Sotto la doccia ci lavammo a vicenda.
«Come stai?» le chiesi, appoggiandole una mano sul ventre. «Ti fa male?»
«Un pochino. Ma ne è valsa la pena. Non so cosa mi sia successo, Luca. Non ho mai goduto così tanto in tutta la mia vita.»
Mi guardò.
«Hai voglia di inginocchiarti e controllare se è tutto a posto?»
Non capii immediatamente cosa intendesse, ma mi inginocchiai.
Guardai la sua vagina.
Sembrava tutto a posto. Era molto più aperta di quanto fossi abituato a vederla e il clitoride era ancora gonfio e pulsante.
Sofia mi prese la testa fra le mani e me la spinse contro.
«Ti prego. Ancora uno. Amore, fammi venire così un’altra volta.»
Cominciai a leccarla.
Prima dentro, assaporando i liquidi che continuavano a uscire, poi concentrandomi sul clitoride.
Sofia ansimava.
Mi stringeva i capelli fra le dita e guidava la mia testa.
Continuai.
Poi venne.
Un’altra ondata di umori, mescolata allo sperma che avevo lasciato dentro di lei poco prima, mi riempì la bocca.
Ingoiai.
Sofia appoggiò la schiena contro la parete della doccia, cercando di riprendere fiato.
«Saranno almeno dieci… almeno è un numero pari.»
Rise.
«Non so cosa avessi oggi, ma, amore mio… non mi hai mai fatta godere così.»
Finimmo la doccia e andammo a letto.
Sofia crollò quasi immediatamente, esausta.
Io invece rimasi sveglio.
Nel buio della camera ascoltavo il suo respiro regolare.
E pensavo al vecchio.
Alla bottega.
Alla boccetta.
E soprattutto a quella terza goccia che lui non si era accorto di aver versato.
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