La mia vita da Cuckold ( la prima esperienza 2/3
di
Roland85
genere
corna
Decidemmo di bere qualcosa. Un cocktail, giusto per stemperare la tensione e aspettare che il locale si riempisse. Ci sedemmo sugli sgabelli del bar e cominciammo a sorseggiare i nostri drink, fingendo una disinvoltura che nessuno dei due aveva davvero.
Intanto arrivavano le prime coppie. Alcune sulla trentina, altre più grandi, tutte curate, eleganti. Gli uomini vestivano senza eccessi; le donne, invece, avevano abiti decisamente sexy, ma mai trasandati. Qualcuna sembrava non portare niente sotto il vestito. Mi sorprendeva soprattutto la normalità con cui entravano, salutavano il personale e ordinavano da bere: per loro quella serata non era un salto nel vuoto. Per noi sì.
Poi arrivarono anche alcuni uomini da soli. Giulia se ne accorse subito.
«E quelli? Perché sono qui senza una compagna?»
Esitai un istante. «Sono ammessi anche i singoli. E le singole. I singoli pagano di più, di solito, perché sperano di divertirsi con qualche coppia.»
Mi guardò, turbata. «Vuoi dire che ci sono mariti che condividono le loro mogli?»
«Sì. Ci sono uomini a cui piace guardare la propria compagna con un altro. Un po’ come lo scambio di coppia, solo che a volte è la donna a stare con qualcun altro e il marito si eccita a guardare.»
«Davvero? Degli scambisti sapevo, ma questa cosa no.» Fece girare il ghiaccio nel bicchiere. «Quindi una moglie vede un bel singolo, lo dice al marito e ci scopa?»
«Se sono entrambi d’accordo, sì. Immagino che molte coppie vengano qui sapendo già cosa cercano.»
«E noi?» Si voltò verso di me. «Anzi: tu cosa cerchi?»
La domanda mi colpì più di quanto avrei voluto. Le avevo parlato di curiosità, di vedere gente fare sesso, magari di lasciarci guardare. Non le avevo mai detto fino in fondo quale immagine mi tornasse in mente da anni. E adesso, con lei lì davanti, mi mancò il coraggio.
«Non saprei. Curiosità, più che altro.» Distolsi lo sguardo.
«Sì, sì. Certo.» Non insistette, ma quel mezzo sorriso mi fece sentire scoperto.
A uno sgabello di distanza si sedette un uomo sulla quarantina. Era alto, almeno un metro e novanta, spalle larghe, un’aria sicura che non aveva bisogno di ostentare. Ordinò da bere e incrociò il mio sguardo. Lo sostenni per qualche secondo, poi fui io a guardare altrove. Lo vidi abbassare gli occhi sulle forme di Giulia e sorridere appena, prima di prendere il bicchiere. Ero quasi certo che lei avesse notato tutto. Non disse nulla.
Andammo in pista. Alcune coppie ballavano strette, baciandosi; altre donne si muovevano da sole mentre i compagni le osservavano dai divanetti. Sembrava che tutti sapessero leggere segnali che a me sfuggivano. Giulia mi si avvicinò e ci baciammo con una passione che non mi aspettavo. Le posai una mano sul sedere, convinto che mi avrebbe rimproverato. Invece rimase lì, stretta a me. Forse era l’alcol. Forse la musica. O forse quell’atmosfera cominciava a incuriosire anche lei.
Dopo una ventina di minuti tornammo a bere qualcosa. Le proposi di salire a vedere cosa succedeva nella zona privé. Stavolta accettò senza discutere. La sua curiosità mi fece sperare troppo, e me ne resi conto subito.
Nel corridoio, un paio di stanze erano occupate. Nella prima, una coppia completamente nuda era intenta in un sessantanove: lei, una bella bionda sui trentacinque anni, lo prendeva in bocca mentre lui la leccava. Fuori, altre due coppie assistevano alla scena baciandosi. Giulia rallentò il passo, guardò dentro e poi guardò me. Non sembrava scandalizzata come aveva promesso di essere.
Nella seconda stanza, più grande, una donna ancora vestita era in ginocchio davanti a quello che sembrava suo marito. Si avvicinò anche l’uomo del bar, invitato da lei. Quando mi vide, mi fissò; poi spostò gli occhi su Giulia mentre si sbottonava i pantaloni. Ne tirò fuori un cazzo enorme, ancora molle. La donna interruppe quello che stava facendo, lo guardò esterrefatta e cominciò a toccarlo.
Mi voltai verso Giulia. Era immobile, le guance arrossate, gli occhi fissi su quella scena. Vedere la sua reazione mi provocò una fitta allo stomaco: gelosia, certo, ma anche quella sensazione che conoscevo fin troppo bene e che non avevo avuto il coraggio di confessarle.
«Tutto bene?»
«Sì, sì.» Sbatté le palpebre, come se si fosse appena ricordata che ero accanto a lei.
«Andiamo avanti?»
«Sì. Andiamo.»
«Hai visto che bestia?» le sussurrai.
«Non pensavo ne esistessero di così grossi. Poverina quella che va con lui.»
«Sembrava che ci stessi facendo un pensierino.»
Mi guardò ancora rossa in viso. «Ma tu sei matto.»
Percorremmo il corridoio e arrivammo alla stanza con i lettoni per gli scambi di coppia veri e propri. Due coppie sulla cinquantina si stavano divertendo: le donne si baciavano al centro del letto, con le tette scoperte, mentre i compagni le leccavano. La scena era molto eccitante. Avvicinai Giulia e la baciai, un bacio profondo e passionale. Allungai una mano e gliela infilai sotto la gonna, fino ad arrivare alla figa: era un lago. La sditalinai per un attimo; lei, ancora assorta nella scena, gemette leggermente, poi si riprese e mi invitò a scendere di nuovo in discoteca.
Ripassammo davanti alle stanze in cui le coppie si stavano divertendo. Il trio era ormai intento in un’intensa scopata: l’uomo del bar stava prendendo a pecora la moglie. Il cazzo enorme era dentro solo per un pezzo; non ci stava tutto, probabilmente per non sfondarle l’utero. Il marito, davanti a lei, con il cazzo durissimo, aspettava un meritato pompino, ma la moglie non riusciva a prenderlo in bocca, sconvolta dagli orgasmi che il cazzone le procurava. Giulia era lì, immobile, a guardare e mordicchiarsi il labbro. La presi per mano e la invitai a entrare per vedere meglio, ma rifiutò. Le proposi allora un privé vuoto; disse di no anche a quello.
«Non ti sta eccitando tutta questa situazione?» le chiesi a bassa voce. «Non hai voglia di cazzo anche tu?»
«Sì, mi sta eccitando. E ho voglia di cazzo, certo.» Fece una pausa, guardandomi dritto negli occhi. «Ma di uno grosso.»
Rimasi senza parole. Lei allungò una mano sui miei pantaloni e mi strinse per un istante, quasi a misurare la mia reazione.
«Non ti sei offeso, vero?» domandò. «Tu cosa vuoi da me, stasera?»
«Non lo so. Ho in mente tante cose.»
«Sì, sì.» Sorrise, ma stavolta non capii se mi stesse prendendo in giro. «Andiamo giù, che ho sete.»
Scendemmo in discoteca e ci sedemmo sul divanetto in fondo, ancora vicini. Avevo in testa la sua frase e continuavo a chiedermi quanto ci fosse di provocazione e quanto di desiderio vero.
Poi, con la scusa di una sigaretta e di una visita in bagno, mi allontanai. Le chiesi se fosse un problema restare sola per dieci minuti, ma Giulia mi disse di andare: non aveva nessuna voglia di raggiungere la zona fumatori soltanto per farmi compagnia.
Finii la sigaretta in pochi minuti. Avevo un piccolo spazio di libertà e la curiosità prese il sopravvento: invece di tornare subito da lei, salii al privé. Nella prima stanza la coppia che avevamo visto prima era ancora impegnata in un bel missionario; fuori, un uomo solo si masturbava, forse sperando di essere invitato a entrare. Nella seconda il marito e la moglie si coccolavano. L’uomo del bar non c’era più.
Passai anche nella sala degli scambi. Sul letto centrale quattro coppie si scambiavano con passione; poco più in là, altre due si stavano scaldando. Rimasi a guardare un paio di minuti, poi decisi di scendere. Ero via da una decina di minuti e temevo che Giulia si spazientisse.
Quando raggiunsi la discoteca, la vidi sul divanetto in fondo. Non era sola. L’uomo del bar era seduto accanto a lei e la faceva ridere di gusto. Poi si chinò verso il suo orecchio e rimase lì qualche istante. Giulia chiuse gli occhi; le guance le diventarono rosse. Conoscevo bene quel rossore: le veniva quando era imbarazzata, ma anche quando qualcosa la eccitava.
Lui si alzò e si diresse al bar. Mi vide, accennò un sorriso e si leccò il dito indice prima di mettersi in fila. Non sapevo che cosa significasse quel gesto. O forse avevo paura di capirlo. Andai da Giulia fingendo di essere appena arrivato.
«Ti sono mancato?»
«Alla buon’ora. Dove sei stato?»
«A fumare. C’era gente, ho dovuto aspettare. Poi sono andato in bagno. Perché, ti sono mancato?»
«No. Ho avuto compagnia.»
«Ah sì? Chi?» domandai, senza riuscire a nascondere del tutto l’agitazione.
«Marco, il ragazzo del bar che abbiamo visto prima. Non so se l’hai notato. Ha quarantotto anni. Li porta bene, eh?»
«Sì, forse ho presente. Che voleva?»
«Niente. Conoscermi.»
«E che ti ha detto? Dai, sono curioso. Raccontami tutto.»
«Sei sicuro di volerlo sapere? Te lo racconto esattamente com’è successo e vediamo come la prendi. Ricordati dove mi hai portata.»
«Ok.»
Me lo raccontò dal suo punto di vista. Io ascoltai, cercando di non interromperla.
Era rimasta sola sul divanetto quando aveva visto entrare Marco. Lo aveva riconosciuto subito: al bar aveva notato come la guardava, e al piano di sopra non le era certo sfuggito il suo cazzo enorme. Le era rimasta impressa soprattutto quella scena, con la donna che riusciva a prenderne soltanto una parte. Si era chiesta, quasi controvoglia, se sarebbe mai potuto entrare tutto. Io non ero messo male, pensava, ma quello era un altro campionato.
«Buonasera. Piacere, Marco.»
«Giulia.» Si era sentita arrossire, forse più per i pensieri di un attimo prima che per la sua presenza.
«Dov’è il cornuto?»
«Chi, Luca? Il mio ragazzo? Perché lo chiami così? Non l’ho mai tradito.»
«Ah, siete freschi freschi, allora. Non ti ha detto perché siete qui?»
«Per curiosità.»
«Te l’ha proposto lui?»
«Sì.»
«Allora magari è un aspirante cornuto. Un cuckold.»
«Che cosa intendi?»
«Uno che si eccita a vedere la propria compagna scopare con altri. A qualcuno piace anche l’umiliazione. Magari ti ha portata qui sperando che qualcuno ci provi con te.»
«Ma va’. Di solito è gelosissimo. Gli piace quando gli altri mi guardano, questo sì, ma non credo voglia arrivare a tanto.»
«E allora perché ti ha lasciata qui da sola?»
«Doveva fumare.»
«L’ho visto sbirciare nei privé mentre scendevo. Ed è via da quanto? Cinque, dieci minuti?»
«Più o meno.»
«Magari voleva vedere se qualcuno si faceva avanti. Scommetto che gli piace anche essere comandato. Forse è perfino un leccasborra.»
Giulia mi disse che quella parola l’aveva spiazzata. Marco parlava con una sicurezza quasi sfacciata, come se sapesse già tutto di noi. E proprio quella sicurezza, per quanto la mettesse a disagio, le aveva acceso una curiosità difficile da ignorare.
«Un lecca cosa?»
«Uno a cui piace leccare la passera della propria donna dopo che un altro l’ha riempita per bene.»
«Oddio. Non so che dirti. Certo, qualche dubbio me lo fai venire.»
«Non girarti. È entrato un attimo fa, ci ha visti e adesso si è nascosto. Ci sta osservando.»
«Ah… ok.»
Marco si era avvicinato ancora, fino a parlarle all’orecchio.
«Scommetto che si sta eccitando. Come te, del resto.»
Mentre le sussurrava quelle parole, le aveva infilato una mano sotto la gonna e, senza preliminari, l’aveva penetrata con l’indice.
«Sei un lago.»
Giulia mi raccontò di aver chiuso gli occhi. Non aveva detto niente: per qualche istante si era lasciata andare al movimento lento del dito dentro di lei.
«Adesso mi alzo e vado a prendere da bere. Se vuoi scoprire se Luca è davvero un cornuto, quando torna raccontagli questa conversazione. Digli che sono al bar e che, se vuole giocare, deve lasciarti un po’ di spazio. Sempre che interessi anche a te.»
Aveva accelerato il movimento della mano.
«Sei proprio bagnata. Secondo me, con un po’ d’impegno, riesco a infilartelo tutto.»
Poi le aveva preso la mano e se l’era portata dentro i pantaloni. Giulia aveva sentito quanto fosse eccitato e aveva potuto tastarne le dimensioni.
«Hai sentito che effetto mi fai? Vai più giù, senti le palle. Sono ancora piene. La moglie di prima era un po’ su con l’età e dopo otto orgasmi non ce la faceva più. Tu sei giovane e ho ancora tutta la crema pronta per te.»
A quel punto si era staccato di colpo ed era andato via.
Quando Giulia finì di raccontare, rimasi senza parole. Avevo un’erezione quasi dolorosa e una stretta in fondo alla pancia che mi toglieva il respiro. Il cuore correva. Gelosia, paura ed eccitazione si accavallavano senza lasciarmi il tempo di distinguerle. Avevamo forse superato un confine che fino a quella sera avevo immaginato soltanto da lontano. E ammettere davanti a lei che desideravo proprio ciò che Marco aveva descritto mi terrorizzava.
Giulia mi guardava, in attesa di capire se mi sarei alzato per lasciargli spazio. Io rimasi inchiodato al divanetto. Non trovavo il coraggio di muovermi.
«Ok», dissi infine. «Tu ti senti ancora a tuo agio? Vuoi andare a casa?»
«Vuoi andare tu, amore? Pensavo che Marco esagerasse con quello che diceva. Ma a guardarti adesso non sembra.»
Mentre cercavo una risposta, mi appoggiò una mano sul pacco. Sentì l’erezione che mi era venuta ascoltandola; ero così assorto nei pensieri che quasi non mi ero accorto di quanto fosse evidente.
«Forse è ora che fai pace con te stesso. Se ci alziamo adesso e andiamo a casa, non voglio più sentir parlare di club, cuckold o altro. Niente. Torniamo a casa, ci facciamo una scopata — perché comunque sono un lago — e finisce qui. Se invece tutto questo girarci intorno, il venire fin qui, serviva soltanto a vedermi sbattuta da qualcun altro, allora alzati, vai da qualche parte e vediamo che succede.»
Aveva ragione a chiedermi una risposta. Non potevo continuare a nascondermi dietro la parola curiosità, né pretendere che fosse lei a decidere al posto mio. Potevamo tornare a casa, oppure capire insieme fin dove volevamo davvero spingerci. Per la prima volta, la fantasia mi chiedeva di scegliere a occhi aperti.
Intanto arrivavano le prime coppie. Alcune sulla trentina, altre più grandi, tutte curate, eleganti. Gli uomini vestivano senza eccessi; le donne, invece, avevano abiti decisamente sexy, ma mai trasandati. Qualcuna sembrava non portare niente sotto il vestito. Mi sorprendeva soprattutto la normalità con cui entravano, salutavano il personale e ordinavano da bere: per loro quella serata non era un salto nel vuoto. Per noi sì.
Poi arrivarono anche alcuni uomini da soli. Giulia se ne accorse subito.
«E quelli? Perché sono qui senza una compagna?»
Esitai un istante. «Sono ammessi anche i singoli. E le singole. I singoli pagano di più, di solito, perché sperano di divertirsi con qualche coppia.»
Mi guardò, turbata. «Vuoi dire che ci sono mariti che condividono le loro mogli?»
«Sì. Ci sono uomini a cui piace guardare la propria compagna con un altro. Un po’ come lo scambio di coppia, solo che a volte è la donna a stare con qualcun altro e il marito si eccita a guardare.»
«Davvero? Degli scambisti sapevo, ma questa cosa no.» Fece girare il ghiaccio nel bicchiere. «Quindi una moglie vede un bel singolo, lo dice al marito e ci scopa?»
«Se sono entrambi d’accordo, sì. Immagino che molte coppie vengano qui sapendo già cosa cercano.»
«E noi?» Si voltò verso di me. «Anzi: tu cosa cerchi?»
La domanda mi colpì più di quanto avrei voluto. Le avevo parlato di curiosità, di vedere gente fare sesso, magari di lasciarci guardare. Non le avevo mai detto fino in fondo quale immagine mi tornasse in mente da anni. E adesso, con lei lì davanti, mi mancò il coraggio.
«Non saprei. Curiosità, più che altro.» Distolsi lo sguardo.
«Sì, sì. Certo.» Non insistette, ma quel mezzo sorriso mi fece sentire scoperto.
A uno sgabello di distanza si sedette un uomo sulla quarantina. Era alto, almeno un metro e novanta, spalle larghe, un’aria sicura che non aveva bisogno di ostentare. Ordinò da bere e incrociò il mio sguardo. Lo sostenni per qualche secondo, poi fui io a guardare altrove. Lo vidi abbassare gli occhi sulle forme di Giulia e sorridere appena, prima di prendere il bicchiere. Ero quasi certo che lei avesse notato tutto. Non disse nulla.
Andammo in pista. Alcune coppie ballavano strette, baciandosi; altre donne si muovevano da sole mentre i compagni le osservavano dai divanetti. Sembrava che tutti sapessero leggere segnali che a me sfuggivano. Giulia mi si avvicinò e ci baciammo con una passione che non mi aspettavo. Le posai una mano sul sedere, convinto che mi avrebbe rimproverato. Invece rimase lì, stretta a me. Forse era l’alcol. Forse la musica. O forse quell’atmosfera cominciava a incuriosire anche lei.
Dopo una ventina di minuti tornammo a bere qualcosa. Le proposi di salire a vedere cosa succedeva nella zona privé. Stavolta accettò senza discutere. La sua curiosità mi fece sperare troppo, e me ne resi conto subito.
Nel corridoio, un paio di stanze erano occupate. Nella prima, una coppia completamente nuda era intenta in un sessantanove: lei, una bella bionda sui trentacinque anni, lo prendeva in bocca mentre lui la leccava. Fuori, altre due coppie assistevano alla scena baciandosi. Giulia rallentò il passo, guardò dentro e poi guardò me. Non sembrava scandalizzata come aveva promesso di essere.
Nella seconda stanza, più grande, una donna ancora vestita era in ginocchio davanti a quello che sembrava suo marito. Si avvicinò anche l’uomo del bar, invitato da lei. Quando mi vide, mi fissò; poi spostò gli occhi su Giulia mentre si sbottonava i pantaloni. Ne tirò fuori un cazzo enorme, ancora molle. La donna interruppe quello che stava facendo, lo guardò esterrefatta e cominciò a toccarlo.
Mi voltai verso Giulia. Era immobile, le guance arrossate, gli occhi fissi su quella scena. Vedere la sua reazione mi provocò una fitta allo stomaco: gelosia, certo, ma anche quella sensazione che conoscevo fin troppo bene e che non avevo avuto il coraggio di confessarle.
«Tutto bene?»
«Sì, sì.» Sbatté le palpebre, come se si fosse appena ricordata che ero accanto a lei.
«Andiamo avanti?»
«Sì. Andiamo.»
«Hai visto che bestia?» le sussurrai.
«Non pensavo ne esistessero di così grossi. Poverina quella che va con lui.»
«Sembrava che ci stessi facendo un pensierino.»
Mi guardò ancora rossa in viso. «Ma tu sei matto.»
Percorremmo il corridoio e arrivammo alla stanza con i lettoni per gli scambi di coppia veri e propri. Due coppie sulla cinquantina si stavano divertendo: le donne si baciavano al centro del letto, con le tette scoperte, mentre i compagni le leccavano. La scena era molto eccitante. Avvicinai Giulia e la baciai, un bacio profondo e passionale. Allungai una mano e gliela infilai sotto la gonna, fino ad arrivare alla figa: era un lago. La sditalinai per un attimo; lei, ancora assorta nella scena, gemette leggermente, poi si riprese e mi invitò a scendere di nuovo in discoteca.
Ripassammo davanti alle stanze in cui le coppie si stavano divertendo. Il trio era ormai intento in un’intensa scopata: l’uomo del bar stava prendendo a pecora la moglie. Il cazzo enorme era dentro solo per un pezzo; non ci stava tutto, probabilmente per non sfondarle l’utero. Il marito, davanti a lei, con il cazzo durissimo, aspettava un meritato pompino, ma la moglie non riusciva a prenderlo in bocca, sconvolta dagli orgasmi che il cazzone le procurava. Giulia era lì, immobile, a guardare e mordicchiarsi il labbro. La presi per mano e la invitai a entrare per vedere meglio, ma rifiutò. Le proposi allora un privé vuoto; disse di no anche a quello.
«Non ti sta eccitando tutta questa situazione?» le chiesi a bassa voce. «Non hai voglia di cazzo anche tu?»
«Sì, mi sta eccitando. E ho voglia di cazzo, certo.» Fece una pausa, guardandomi dritto negli occhi. «Ma di uno grosso.»
Rimasi senza parole. Lei allungò una mano sui miei pantaloni e mi strinse per un istante, quasi a misurare la mia reazione.
«Non ti sei offeso, vero?» domandò. «Tu cosa vuoi da me, stasera?»
«Non lo so. Ho in mente tante cose.»
«Sì, sì.» Sorrise, ma stavolta non capii se mi stesse prendendo in giro. «Andiamo giù, che ho sete.»
Scendemmo in discoteca e ci sedemmo sul divanetto in fondo, ancora vicini. Avevo in testa la sua frase e continuavo a chiedermi quanto ci fosse di provocazione e quanto di desiderio vero.
Poi, con la scusa di una sigaretta e di una visita in bagno, mi allontanai. Le chiesi se fosse un problema restare sola per dieci minuti, ma Giulia mi disse di andare: non aveva nessuna voglia di raggiungere la zona fumatori soltanto per farmi compagnia.
Finii la sigaretta in pochi minuti. Avevo un piccolo spazio di libertà e la curiosità prese il sopravvento: invece di tornare subito da lei, salii al privé. Nella prima stanza la coppia che avevamo visto prima era ancora impegnata in un bel missionario; fuori, un uomo solo si masturbava, forse sperando di essere invitato a entrare. Nella seconda il marito e la moglie si coccolavano. L’uomo del bar non c’era più.
Passai anche nella sala degli scambi. Sul letto centrale quattro coppie si scambiavano con passione; poco più in là, altre due si stavano scaldando. Rimasi a guardare un paio di minuti, poi decisi di scendere. Ero via da una decina di minuti e temevo che Giulia si spazientisse.
Quando raggiunsi la discoteca, la vidi sul divanetto in fondo. Non era sola. L’uomo del bar era seduto accanto a lei e la faceva ridere di gusto. Poi si chinò verso il suo orecchio e rimase lì qualche istante. Giulia chiuse gli occhi; le guance le diventarono rosse. Conoscevo bene quel rossore: le veniva quando era imbarazzata, ma anche quando qualcosa la eccitava.
Lui si alzò e si diresse al bar. Mi vide, accennò un sorriso e si leccò il dito indice prima di mettersi in fila. Non sapevo che cosa significasse quel gesto. O forse avevo paura di capirlo. Andai da Giulia fingendo di essere appena arrivato.
«Ti sono mancato?»
«Alla buon’ora. Dove sei stato?»
«A fumare. C’era gente, ho dovuto aspettare. Poi sono andato in bagno. Perché, ti sono mancato?»
«No. Ho avuto compagnia.»
«Ah sì? Chi?» domandai, senza riuscire a nascondere del tutto l’agitazione.
«Marco, il ragazzo del bar che abbiamo visto prima. Non so se l’hai notato. Ha quarantotto anni. Li porta bene, eh?»
«Sì, forse ho presente. Che voleva?»
«Niente. Conoscermi.»
«E che ti ha detto? Dai, sono curioso. Raccontami tutto.»
«Sei sicuro di volerlo sapere? Te lo racconto esattamente com’è successo e vediamo come la prendi. Ricordati dove mi hai portata.»
«Ok.»
Me lo raccontò dal suo punto di vista. Io ascoltai, cercando di non interromperla.
Era rimasta sola sul divanetto quando aveva visto entrare Marco. Lo aveva riconosciuto subito: al bar aveva notato come la guardava, e al piano di sopra non le era certo sfuggito il suo cazzo enorme. Le era rimasta impressa soprattutto quella scena, con la donna che riusciva a prenderne soltanto una parte. Si era chiesta, quasi controvoglia, se sarebbe mai potuto entrare tutto. Io non ero messo male, pensava, ma quello era un altro campionato.
«Buonasera. Piacere, Marco.»
«Giulia.» Si era sentita arrossire, forse più per i pensieri di un attimo prima che per la sua presenza.
«Dov’è il cornuto?»
«Chi, Luca? Il mio ragazzo? Perché lo chiami così? Non l’ho mai tradito.»
«Ah, siete freschi freschi, allora. Non ti ha detto perché siete qui?»
«Per curiosità.»
«Te l’ha proposto lui?»
«Sì.»
«Allora magari è un aspirante cornuto. Un cuckold.»
«Che cosa intendi?»
«Uno che si eccita a vedere la propria compagna scopare con altri. A qualcuno piace anche l’umiliazione. Magari ti ha portata qui sperando che qualcuno ci provi con te.»
«Ma va’. Di solito è gelosissimo. Gli piace quando gli altri mi guardano, questo sì, ma non credo voglia arrivare a tanto.»
«E allora perché ti ha lasciata qui da sola?»
«Doveva fumare.»
«L’ho visto sbirciare nei privé mentre scendevo. Ed è via da quanto? Cinque, dieci minuti?»
«Più o meno.»
«Magari voleva vedere se qualcuno si faceva avanti. Scommetto che gli piace anche essere comandato. Forse è perfino un leccasborra.»
Giulia mi disse che quella parola l’aveva spiazzata. Marco parlava con una sicurezza quasi sfacciata, come se sapesse già tutto di noi. E proprio quella sicurezza, per quanto la mettesse a disagio, le aveva acceso una curiosità difficile da ignorare.
«Un lecca cosa?»
«Uno a cui piace leccare la passera della propria donna dopo che un altro l’ha riempita per bene.»
«Oddio. Non so che dirti. Certo, qualche dubbio me lo fai venire.»
«Non girarti. È entrato un attimo fa, ci ha visti e adesso si è nascosto. Ci sta osservando.»
«Ah… ok.»
Marco si era avvicinato ancora, fino a parlarle all’orecchio.
«Scommetto che si sta eccitando. Come te, del resto.»
Mentre le sussurrava quelle parole, le aveva infilato una mano sotto la gonna e, senza preliminari, l’aveva penetrata con l’indice.
«Sei un lago.»
Giulia mi raccontò di aver chiuso gli occhi. Non aveva detto niente: per qualche istante si era lasciata andare al movimento lento del dito dentro di lei.
«Adesso mi alzo e vado a prendere da bere. Se vuoi scoprire se Luca è davvero un cornuto, quando torna raccontagli questa conversazione. Digli che sono al bar e che, se vuole giocare, deve lasciarti un po’ di spazio. Sempre che interessi anche a te.»
Aveva accelerato il movimento della mano.
«Sei proprio bagnata. Secondo me, con un po’ d’impegno, riesco a infilartelo tutto.»
Poi le aveva preso la mano e se l’era portata dentro i pantaloni. Giulia aveva sentito quanto fosse eccitato e aveva potuto tastarne le dimensioni.
«Hai sentito che effetto mi fai? Vai più giù, senti le palle. Sono ancora piene. La moglie di prima era un po’ su con l’età e dopo otto orgasmi non ce la faceva più. Tu sei giovane e ho ancora tutta la crema pronta per te.»
A quel punto si era staccato di colpo ed era andato via.
Quando Giulia finì di raccontare, rimasi senza parole. Avevo un’erezione quasi dolorosa e una stretta in fondo alla pancia che mi toglieva il respiro. Il cuore correva. Gelosia, paura ed eccitazione si accavallavano senza lasciarmi il tempo di distinguerle. Avevamo forse superato un confine che fino a quella sera avevo immaginato soltanto da lontano. E ammettere davanti a lei che desideravo proprio ciò che Marco aveva descritto mi terrorizzava.
Giulia mi guardava, in attesa di capire se mi sarei alzato per lasciargli spazio. Io rimasi inchiodato al divanetto. Non trovavo il coraggio di muovermi.
«Ok», dissi infine. «Tu ti senti ancora a tuo agio? Vuoi andare a casa?»
«Vuoi andare tu, amore? Pensavo che Marco esagerasse con quello che diceva. Ma a guardarti adesso non sembra.»
Mentre cercavo una risposta, mi appoggiò una mano sul pacco. Sentì l’erezione che mi era venuta ascoltandola; ero così assorto nei pensieri che quasi non mi ero accorto di quanto fosse evidente.
«Forse è ora che fai pace con te stesso. Se ci alziamo adesso e andiamo a casa, non voglio più sentir parlare di club, cuckold o altro. Niente. Torniamo a casa, ci facciamo una scopata — perché comunque sono un lago — e finisce qui. Se invece tutto questo girarci intorno, il venire fin qui, serviva soltanto a vedermi sbattuta da qualcun altro, allora alzati, vai da qualche parte e vediamo che succede.»
Aveva ragione a chiedermi una risposta. Non potevo continuare a nascondermi dietro la parola curiosità, né pretendere che fosse lei a decidere al posto mio. Potevamo tornare a casa, oppure capire insieme fin dove volevamo davvero spingerci. Per la prima volta, la fantasia mi chiedeva di scegliere a occhi aperti.
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