Ritorni

di
genere
saffico

Il display del telefono aveva illuminato l'oscurità della stanza solo per pochi secondi, prima di tornare nero, riflettendo il contorno opaco del viso di Francesca.
A trent'anni, Francesca aveva ridotto ila sua vita opaca alle quattro mura di una camera da letto dove il tempo sembrava aver perso qualsiasi valore.
Fuori da quella porta, il resto della casa odorava del detersivo per lavare per terra usato da sua madre, una presenza costante, discreta e al tempo stesso impegnativa nelle giornate della giovane.
La disoccupazione non era più un'emergenza da risolvere, ma una forma di anestesia: quasi una giustificazione alla rinuncia, uno scudo dietro cui nascondere il progressivo disinteresse per il mondo esterno.
Negli ultimi tempi, l'isolamento si era strutturato come un'abitudine indolore.
Le relazioni si erano sfilacciate senza strappi violenti, prosciugate semplicemente dalla mancanza di voglia e continuità
L'incapacità di sostenere uno sguardo per strada, la fatica fisica di formulare conversazioni di circostanza, la scelta sistematica di non rispondere alle chiamate avevano edificato un muro che nessuno tentava più di scavalcare e che lei stessa, nonostante le belle parole e le intenzioni raccontate alla terapeuta da cui andava settimanalmente, non faceva che alimentare.

Tutto questo fino a quel pomeriggio di settembre, quando la notifica di una nuova e-mail aveva spezzato la routine del silenzio.
Il mittente era un indirizzo che Francesca non leggeva da tempo: Maria.
Maria aveva dieci più di lei e un modo di muoversi nel mondo che Francesca aveva sempre osservato con una mescolanza di fascinazione e timore.
Tra loro non c'era mai stata una lite, né un tradimento, né parole fuori posto.
C'era stato, invece, un momento sospeso durante un tardo pomeriggio d'estate di più di un anno prima: il palmo di Maria posato con precisione sulla spalla di Francesca, le dita che erano scivolate lungo il collo fino a sfiorare l'attaccatura dei capelli, un contatto trattenuto qualche secondo di troppo, carico di una tensione fisica che Francesca non aveva saputo, o voluto, gestire.

In quel gesto c'era stata una promessa di intimità diretta, matura, che aveva spaventato Francesca non per il suo peso, ma per la propria incapacità di lasciarsi andare.
La reazione di Francesca non era stata un rifiuto esplicito, quanto piuttosto un lento, inesorabile ritirarsi.
Aveva diradato i messaggi, accampato scuse stanche, interposto la propria fame di solitudine come una barriera impenetrabile, fino a far morire quel legame per inedia.

Ora, il testo della mail appariva sullo schermo, breve e privo di qualsiasi retorica:
“Ho ritrovato per caso un tuo appunto tra le pagine di un libro. Mi sono chiesta dove fossi finita e se hai ancora voglia di bere un caffè insieme. Passerò dalla tua città giovedì prossimo.”
Francesca era rimasta a fissare quelle poche righe mentre il calore, improvviso e dimenticato, aveva ricominciato a circolare sotto la pelle.
Così stava facendo anche ora, nella notte, mentre la madre dormiva nella stanza vicino e lei, seduta sul letto, riviveva il ricordo del corpo di Maria, della sua pelle calda, del profumo che si portava dietro e di quella fame sensuale a cui lei aveva voltato le spalle per pura paura e che ora riaffiorava, spezzando la crosta dell'apatia nella sua vita.

Il buio della stanza non era più una corazza protettiva, ma una sostanza densa, quasi tattile, che amplificava il battito del cuore.
Francesca lasciò cadere il telefono sul materasso.
Il bagliore dello schermo si spense, ma la sensazione lasciata dal nome di Maria rimase impressa dietro le sue palpebre, come una macchia di luce persistente.
Nelle orecchie le rimbombava ancora il silenzio della casa.
Dall'altra parte del corridoio, riusciva ad immaginare benissimo il respiro lento e regolare di sua madre che segnava il ritmo di un'esistenza in cui niente accadeva mai.
Ma dentro quella stanza, e dentro Francesca, qualcosa si era incrinato.

Si fece scivolare giù dal letto, le ciabatte dimenticate sul pavimento, e camminò a piedi nudi fino allo specchio dell'armadio.
Nella penombra, la sagoma del suo corpo le parve quella di un'estranea.
Far scivolare la maglietta oltre la testa fu un gesto lento, quasi solenne. Il contatto dell'aria fresca della notte sulla pelle nuda le strappò un brivido improvviso, una scossa elettrica che attraversò la schiena risvegliando terminazioni nervose assopite da mesi.
Poggiò le mani sui fianchi, poi salì lentamente lungo le costole. Le dita erano fredde, ma la pelle rispondeva con un calore inatteso.
Il pensiero volò ricordo di quel pomeriggio, alla fermezza delle dita di Maria sul suo collo, alla sensazione di essere guardata non come una creatura fragile da proteggere, ma come un corpo desiderabile, una donna da prendere.
Si toccò la gola, nel punto esatto in cui le dita di Maria si erano posate, facendo una leggera pressione che le fece chiudere gli occhi. Ricordò il profumo che la donna emanava, la scia calda del suo respiro quando si era piegata verso di lei.
In quel momento, la solitudine in cui si era rifugiata le apparve per quello che era realmente: non una scelta di pace, ma una prigione.
I polpastrelli scivolarono più giù, oltre il ventre, tracciando una linea invisibile. C'era una fame antica che riaffiorava, un bisogno fisico, ruvido e viscerale di sentire, di essere toccata, di perdere il controllo. Il suo respiro si fece più corto, accelerato dall'urgenza di un piacere che non chiedeva più permesso.
Tornò al letto, muovendosi con un'agilità che aveva dimenticato di possedere. Sotto le lenzuola, le sue dita cercarono il proprio sesso con un'ostinazione quasi rabbiosa, dettata dal tempo perduto.
Ogni sfioramento non era solo autoconsapevolezza, ma un ponte gettato verso il giovedì successivo, verso la promessa di un incontro in cui la solitudine non avrebbe più avuto spazio.
Quando la tensione accumulata si sciolse in una scossa profonda, Francesca trattenne il fiato nel cuscino, spaventata ed elettrizzata dal suono del proprio piacere che tornava a riempire la notte.
scritto il
2026-09-26
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