La proposta - 5 - Riconoscimenti
di
Gens Erotica
genere
saffico
Un leggero fruscio di lenzuola richiamò l’attenzione di Claudia, ancora immersa nei suoi pensieri davanti alla tazza di caffè fumante.
Enrica sfilò dalla camera da letto a piedi scalzi, avvolta nella vestaglia di seta, con i capelli disordinati e un’aria di assoluto e rilassato appagamento. Si avvicinò da dietro, appoggiando il mento sulla spalla di Claudia e circondandole la vita con le braccia.
– Non si scappa così presto...– mormorò Enrica con la voce ancora impastata dal sonno, lasciandole un bacio caldo sul collo.
Claudia inclinò la testa all'indietro, godendosi il contatto, poi sfiorò le mani dell'amica.
– Devo andare in atelier, Enrica. Tu che programmi hai per oggi?
Enrica sciolse l'abbraccio e si versò del caffè, lasciando andare un piccolo sospiro.
– Ho dovuto fare un po' di salti mortali con mio marito per giustificare questo viaggio anticipato: gli ho detto che si era presentata un'urgenza improvvisa per la gestione degli appartamenti di famiglia qui in città. E per rendere credibile la storia e non sollevare domande, nel pomeriggio dovrò passare qualche ora dai miei. La partenza per Milano è per domani mattina.
Claudia sorrise, un sorriso sottile, carico di quella nuova consapevolezza che Enrica aveva imparato ad adorare.
– Quindi abbiamo ancora un po' di tempo. Allora facciamo così: ti prepari con calma e verso l'una vieni a trovarmi in atelier. Ti faccio fare un giro e ti presento Eleonora.
Enrica inarcò un sopracciglio, sorpresa e subito insospettita.
– Eleonora? La collega con cui ti contendevi gli spazi? E perché dovrei volerla conoscere?
Claudia si sporse leggermente in avanti, azzerando le distanze e mormorandole sulle labbra con un tono dolce e provocatorio:
– Così potrai smettere di essere gelosa e vedere con i tuoi occhi che nessuno può rubarti il primato.
Enrica lasciò andare una risata bassa, scuotendo la testa.
– Sei diventata tremenda, Claudia. All'una sarò lì.
Velia Atelier era un alveare operoso ma elegante. Nel salone principale due sarte stavano ultimando la piega su un abito da sera per un'importante cliente della capitale, mentre al piano superiore si udiva il vocio sommesso dell'ufficio.
Eleonora stava coordinando al telefono le consegne dei tessuti dalla Francia, muovendosi con la solita precisione impeccabile tra gli espositori e i manichini.
Quando poco prima delle tredici il campanello collegato alla porta suonò, Enrica fece per la prima volta il suo ingresso in quel mondo ovattato. Indossava un completo pantalone grigio perla di taglio sartoriale e occhiali da sole che sfilò con un gesto fluido, catturando subito l'attenzione di un paio di assistenti all'ingresso.
Claudia le andò incontro, accogliendola con calore.
– Vieni, ti faccio strada. Eleonora, hai un minuto? Ti presento Enrica.
Eleonora chiuse la telefonata e si avvicinò con passo misurato, sfoderando il suo miglior sorriso professionale ma tradendo una leggera soggezione di fronte all'aura elegante e sicura della nuova venuta.
– Molto lieta, Enrica. Claudia ci ha parlato molto di lei.
– Tutto merito vostro se Claudia ha ritrovato questa luce – rispose Enrica con un garbo impeccabile, facendole un complimento sincero che smontò all'istante ogni rigidezza di Eleonora.
Dopo qualche battuta di cortesia sul locale e sulle collezioni in esposizione, Eleonora guardò l'orologio, accennando un piccolo passo indietro.
– Bene, io vi lascio al vostro giro. Vado a mangiare un boccone veloce qui di fronte, così poi posso dare il cambio a Claudia per le prove del pomeriggio.
Enrica, con una mossa inaspettata, la bloccò, con un gesto del capo e un sorriso smagliante.
– Ma no, Eleonora, per carità! Venga con noi. Claudia mi ha raccontato di come state facendo squadra ed è un piacere conoscerla. Offro io, si figuri.
Eleonora esitò un istante, sorpresa da tanta spigliatezza, poi guardò Claudia che le fece un cenno d'intesa.
– Se non sono di troppo, accetto volentieri – rispose Eleonora, visibilmente lusingata.
Sedute al tavolo del bistrot nella piazzetta di fronte all'atelier, la dinamica tra le tre donne trovò subito un ritmo fluido. Tra due calici di vino bianco e piatti leggeri, Enrica usò tutto il suo fascino per far sentire Eleonora al centro dell'attenzione, chiedendole dei retroscena dell'atelier, della gestione della clientela difficile e dei progetti futuri.
Eleonora, inizialmente riservata, si sciolse completamente, raccontando aneddoti del lavoro e mostrando una stima profonda per Claudia.
– La verità – ammise Eleonora, facendo un sorso di vino – è che l'arrivo di Claudia ha portato un'empatia e un'eleganza che a noi mancavano. Facciamo un'ottima squadra.
Enrica cercò lo sguardo di Claudia sopra il tavolo, lanciandole un'occhiata carica di un significato sottile, sottinteso, che solo loro due potevano cogliere.
– Non stento a crederlo – disse Enrica, la voce calda. – Claudia ha un talento raro per far crollare le difese e far emergere il meglio nelle persone. So bene di cosa parlo.
Claudia le sostenne lo sguardo con calma, sfoggiando quella sicurezza matura che aveva ormai fatto sua, per poi volgersi verso Eleonora con un sorriso affettuoso.
Quando verso le due e mezza si fece ora di rientrare, Eleonora si alzò per prima dal tavolo.
– Io vado a riaprire – disse, controllando l'orologio. Poi si rivolse a Claudia: – Ricordati che alle quindici hai l'appuntamento privato con la Contessa Alvisi, per la prova definitiva dell’abito che le hai venduto il tuo primo giorno. Non farla aspettare.
– Arrivo tra pochissimo, Eleonora, grazie – rispose Claudia.
Eleonora salutò Enrica con una stretta di mano calorosa. Poi, muovendo un paio di passi indietro verso l'uscita del dehor, si girò un'ultima volta per un saluto finale.
In quel preciso istante, il suo sguardo cadde sul tavolo: Claudia aveva allungato la mano, sfiorando le dita di Enrica sulla tovaglia di lino e lasciandole appoggiate con un'intimità profonda, inequivocabile. Eleonora si bloccò per una frazione di secondo. Un'espressione indefinibile le balenò negli occhi. Non riprovazione, ma una nuova, muta consapevolezza del legame che univa quelle due donne. Poi fece un piccolo cenno discreto con la testa e si allontanò verso l'atelier.
Rimaste sole per gli ultimi minuti, Enrica si sporse verso Claudia con un sorriso divertito.
– E va bene, lo ammetto... avevi ragione tu. Eleonora è una persona squisita. La gelosia professionale è del tutto archiviata.
– Te l'avevo detto – rispose Claudia con dolcezza. – E per il resto?
Enrica abbassò la voce, facendo ruotare lo stelo del bicchiere tra le dita.
– Per il resto...vederti così, nel tuo elemento, mi rende solo più difficile l'idea di doverti lasciare domani per tornare a Milano. Ma ho ancora stasera, dopo la visita ai miei. E so dove trovarti.
Chiesto il conto, le due amiche attraversarono a passo lento la piazzetta per riaccompagnare Claudia al lavoro.
Proprio mentre stavano per varcare la soglia di Velia Atelier, una berlina scura con autista si fermò a margine del marciapiede. Dalla portiera posteriore scese la Contessa Alvisi, impeccabile nel suo abito da pomeriggio, la postura fiera e lo sguardo magnetico.
Claudia si fece avanti per accoglierla:
– Contessa, buon pomeriggio. È in perfetto orario.
– Mia cara Claudia, non mancherei per nulla al mondo – rispose la Contessa con un sorriso caloroso.
In quel momento, gli sguardi della Contessa Alvisi e di Enrica si incrociarono.
Si trattò di un istante appena, ma il tempo parve dilatarsi. Enrica bloccò il gesto di rimettersi gli occhiali da sole; la Contessa arrestò impercettibilmente il passo. Si fissarono negli occhi con una tensione sottile, quasi un cortocircuito visivo: un'espressione di reciproco, indistinto riconoscimento passò sul volto di entrambe. Nessuna delle due riusciva a collocare l'altra, ma la sensazione di essersi già incrociate era tangibile, vibrante nell'aria.
Fu Enrica a spezzare l'incantesimo per prima, regalando alla Contessa un inchino di saluto appena accennato, elegante e misurato, prima di salutare l’amica e lasciarla al suo lavoro.
– Arrivederci, Claudia – disse Enrica con voce ferma, senza staccare del tutto gli occhi dalla cliente. – Ci vediamo più tardi.
– A più tardi – rispose Claudia, cogliendo al volo l'elettricità strana che si era creata in quel triangolo di sguardi.
Mentre Enrica si allontanava lungo il marciapiede, la Contessa Alvisi la seguì con lo sguardo per un altro secondo, prima di voltarsi verso Claudia con un sorriso leggermente enigmatico.
– Una tua amica, Claudia? Ha un'aria...decisamente familiare.
– Una presenza fondamentale nella mia vita, Contessa – rispose Claudia accompagnandola con grazia all'interno del salone. – Prego, si accomodi pure.
Claudia accompagnò la Contessa Alvisi oltre la grande tenda di velluto blu notte che separava il salone principale dal privè delle prove riservate. L’ambiente era ovattato, illuminato da una luce calda e circondato da specchi a figura intera con cornici dorate.
L'assistente di sartoria portò la custodia contenente l'abito da sera in seta scura, tagliato su misura per la Contessa.
– Lasciaci pure sole, cara – disse la Contessa all'assistente con un gesto morbido della mano, per poi rivolgere un sorriso caldo a Claudia. – Preferisco che sia Claudia a seguire gli ultimi dettagli. Ha un occhio e una discrezione che apprezzo enormemente.
– È un vero piacere, Contessa – rispose Claudia, aiutandola a sfilare la giacca e guidandola verso la pedana. – L'abito è stato rifinito esattamente come desiderava e con le proporzioni e misure provate la scorsa volta.
Mentre la seta scivolava sulle spalle della donna e Claudia cominciava a sistemare con cura i fitti spilli d'argento lungo il punto vita, la Contessa continuava a osservarla attraverso i riflessi incrociati degli specchi.
– Sai, Claudia...prima, fuori dal negozio... – esordì la Contessa con un tono apparentemente leggero, lasciando sospesa la frase per un istante. – La tua amica. Continuo a pensare a dove posso aver già visto quel volto. Ha un portamento decisamente notevole.
Claudia non perse il ritmo dei suoi gesti. Con le mani esperte che modellavano il tessuto sul fianco della cliente, mantenne uno sguardo sereno e impeccabile allo specchio.
– Si chiama Enrica. Viaggia molto tra qui e Milano per impegni di famiglia. È possibile che vi siate incrociate in qualche gala o in una galleria d'arte.
– Mmm, sì, le occasioni ufficiali non mancano mai – mormorò la Contessa, inclinando appena il capo. Poi la sua voce scese di un tono, facendosi più intima, quasi confidenziale. – Però...non mi dava l'idea di un contesto "ufficiale". Ha un modo di sostenere lo sguardo che…non lo so…mi ricorda certi contesti molto…particolari. Luoghi dove le maschere della quotidianità non servono più e si è liberi di essere del tutto sé stessi.
La Contessa si fermò, lasciando che l'allusione fluttuasse nell'aria come una scia di profumo costoso.
Un test d'entrata elegante: nulla di esplicito, niente nomi o dettagli compromettenti. Solo una porta socchiusa per vedere come Claudia avrebbe reagito.
Claudia avvertì un sottile brivido di consapevolezza, ma non fece una piega. Lavorò sull'ultimo spillo sul retro dell'abito con mano fermissima, poi incontrò lo sguardo della Contessa attraverso lo specchio centrale.
– Enrica è una donna che non ama le convenzioni, Contessa – rispose Claudia con voce pacata, misurata, sfoggiando un sorriso denso di significati non detti. – Predilige gli ambienti in cui la discrezione è una regola fondamentale e il valore delle persone si misura sulla loro capacità di capire il gioco.
La Contessa Alvisi rimase immobile per un secondo, catturata dalla risposta di Claudia: non una smentita, non un'ingenua caduta dalle nuvole, ma la garbata conferma che Claudia sapeva esattamente di cosa si stesse parlando.
Un lampo di autentica ammirazione balenò negli occhi della Contessa.
– Capire il gioco... – ripeté la Alvisi, lasciando andare un piccolo sospiro divertito. – Una dote rarissima, cara mia. E a quanto pare è una qualità che condividete.
Si voltò lentamente sulla pedana, ammirando la caduta impeccabile del vestito e cambiando argomento con la disinvoltura tipica di chi sa quando fermarsi.
– L'abito è semplicemente divino, Claudia. Cade esattamente come speravo.
– È il nostro compito, Contessa – concluse Claudia, facendole un cenno del capo. – Lavorare sui dettagli affinché tutto appaia perfetto, lasciando all'immaginazione solo ciò che si sceglie di non mostrare.
– Tatto e stile – chiosò la Contessa con un cenno d'intesa. – Non potrei chiedere di meglio.
Terminata la prova, la Contessa Alvisi riemerse dal privè accompagnata da Claudia. Nel salone principale, Eleonora si trovava vicino al grande tavolo centrale d'allestimento; vedendole arrivare, ricompose subito la postura e sfoderò il suo miglior sorriso di rappresentanza.
La Contessa si infilò i guanti di pelle con gesti lenti e misurati, senza mai perdere quell'aria di inaccessibile eleganza. Giunta a un passo dalla porta d'uscita, si voltò verso Claudia, mantenendo una distanza sociale impeccabile.
– Ti ringrazio, Claudia – disse la Contessa, la voce limpida, formale, intonata allo spazio dell'atelier. – Il lavoro sull'abito è eccellente. Apprezzo sempre molto quando la perizia tecnica si unisce a un'intelligenza non comune.
Poi, con un movimento quasi impercettibile del capo che includeva ed escludeva Eleonora nello stesso istante, aggiunse con una sfumatura di voce appena più profonda:
– Spero che ci sarà occasione di approfondire certe conversazioni. A volte i contesti formali stanno stretti a chi sa guardare oltre.
Nessun gesto vistoso, nessun ammiccamento. Solo uno sguardo fermo, magnetico, depositato negli occhi di Claudia prima di fare un cenno di saluti ad Eleonora e varcare la soglia verso la sua berlina con autista.
La porta di vetro si richiuse con un fruscio ovattato. Nel salone rimase soltanto la scia del profumo al sandalo e un silenzio pesante, denso di domande non formulate.
Eleonora rimase immobile per qualche secondo, fissando la porta chiusa. Poi voltò lentamente la testa verso Claudia.
Non ci fu alcuna battuta scherzosa, né alcuna curiosità invadente. Eleonora la osservava con un’attenzione nuova, quasi analitica, in cui la deferenza professionale si sfumava in una fascinazione involontaria, trattenuta a stento.
– "Oltre"... – ripeté Eleonora a bassa voce, più a se stessa che alla collega, lasciando che la parola fluttuasse nell'aria.
Claudia continuò a riordinare i fogli dei bozzetti sul banco con gesti calmi, naturali, ma avvertiva chiaramente il peso dello sguardo di Eleonora piantato su di lei.
Eleonora fece due passi verso di lei, si fermò a mezza via e sistemò un rocchetto di filo sul tavolo, prolungando il momento senza un reale motivo.
– La Contessa non si trattiene mai a parlare a fine prova – disse Eleonora, la voce volutamente neutra, ma tradita da una sottile increspatura di esitazione. – Con nessuno. Nemmeno con la proprietaria.
Claudia alzò lo sguardo, incontrando quello della collega. Non offrì spiegazioni, né cercò di minimizzare: le regalò soltanto un sorriso composto, accogliente e del tutto indecifrabile.
– È stata una prova molto proficua, Eleonora.
Eleonora sostenne quel sorriso per qualche istante di troppo. Un piccolo respiro sospeso le attraversò il busto; schiarì leggermente la voce, abbassò gli occhi sui campionari e annuì piano, come se stesse metabolizzando un pezzo di puzzle che non riusciva ancora a incastrare, ma da cui non staccava i pensieri.
– Sì... – mormorò Eleonora, ricomponendo la sua maschera da impeccabile professionista. – Proficua. Vado a sistemare la scheda della cliente al computer.
Mentre Eleonora si allontanava verso l'ufficio, il suo passo non era più quello rigido delle prime settimane: c'era una nuova cautela, un rispetto quasi reverenziale e un'attenzione vigile per ogni minimo gesto di Claudia.
Alle diciannove, l’Atelier chiuse le luci. Eleonora salutò Claudia con quel suo nuovo modo di fare, attento e cauto, e varcò la soglia per prima.
Pochi minuti dopo, inserito l'allarme, anche Claudia uscì in strada. Fece appena in tempo a chiudere la porta a chiave che notò Enrica, ferma a pochi metri, avvolta nel suo cappotto, intenta a guardarla nell'oscurità della sera.
Claudia sgranò gli occhi, sorpresa.
– Enrica? Ma...non dovevano vederci da me?
Enrica le rivolse un sorriso stanco, abbozzando un gesto di scusa.
– Devo prendere il treno stasera, Claudia. Mio marito ha insistito al telefono e non ho avuto voglia di litigare. Ma non potevo andarmene mandandoti un banale messaggio. Volevo salutarti di persona.
Claudia fece un passo verso di lei, colpita da quel gesto, ma la sua mente corse subito all'incrocio di sguardi a cui aveva assistito nel pomeriggio e alle parole della contessa. Cercò subito lo sguardo dell'amica, aspettandosi che Enrica cogliesse la palla al balzo. Sperava che le dicesse finalmente qualcosa su quel fermo immagine fuori dall'atelier. “L'ha riconosciuta? Si sono già viste in quel club? Ha capito chi è?”
Ma Enrica si limitò a sfiorarle il braccio, restando in superficie.
– Ho incrociato Eleonora mentre usciva – disse Enrica con un tono di voce leggero, quasi per sviare l'attenzione. – Mi ha detto che la giornata è andata bene e che la contessa si è trattenuta parecchio dopo la prova. A quanto pare l'hai colpita molto.
Claudia la fissò negli occhi, attendendo il secondo tempo di quella frase. Il dettaglio vero. Il nome di quel luogo sottinteso, la sensazione di familiarità che entrambe avevano tradito al loro incontro.
Invece, Enrica tacque. Fece un passo indietro, rimescolando le carte e chiudendosi in una composta reticenza.
Un'onda di leggera delusione attraversò Claudia. “Sarà per la prossima volta…” pensò tra sé, avvertendo il peso di quell'implicito lasciato deliberatamente a metà. “Anche se avrei preferito che fosse lei a parlarmene adesso, invece di lasciarmi con questo dubbio appeso tra noi.”
Claudia capì che Enrica non era ancora pronta a svelare del tutto le sue carte. O forse era lei stessa spaventata da quel potenziale cortocircuito.
– La Contessa è una donna interessante – si limitò a rispondere Claudia, misurando le parole per restituirle la stessa moneta di discrezione. – Ha una sensibilità particolare per certi contesti.
Enrica avvertì il cambio di registro di Claudia, quella nota di consapevolezza trattenuta e per un istante il suo sguardo oscillò tra il sorpreso e l'inquieto.
– Ti chiamo appena arrivo a Milano – disse Enrica a bassa voce, come per recuperare il controllo della situazione. – E tu...non fare troppo la misteriosa.
– Nessun mistero, Enrica – rispose Claudia con un sorriso enigmatico. – Solo cose da gestire a tempo debito.
Si scambiarono un abbraccio stretto, rapido, carico di cose non dette che ora pesavano più del silenzio. Poi Enrica salì sul taxi che l’attendeva, lasciando Claudia sul marciapiede, con la certezza che la partita tra loro era diventata molto più complessa e affascinante.
Era oltre la mezzanotte quando il telefono di Claudia, appoggiato sul comodino accanto alla tazza di tisana ormai fredda, vibrò illuminando la stanza buia.
Sul display comparve il nome di Enrica.
Claudia si mise a sedere contro la testiera del letto, lasciando scivolare via il libro che stava provando a leggere. Rispose al secondo squillo, con un sorriso spontaneo che le addolcì subito la voce.
– Sei arrivata?
Dall'altro capo del filo non ci fu la solita battuta pronta, né quel tono brillante che Enrica sfoggiava di solito. Si sentiva solo il rumore sordo di un motore al minimo, l'indicatore di direzione che staccava e poi il silenzio dell'abitacolo.
– Sono nel parcheggio sotto casa. Ho spento i fari ma non ho ancora la forza di salire – disse Enrica. La sua voce era morbida, stanca, spogliata di ogni difesa.
– Com'è andato il viaggio, Enrica? – chiese Claudia, la voce piena di una premura sincera.
– Liscio. Ma ho la testa che scoppia.Ho dovuto chiamare mio marito dalla stazione per inventarmi un'altra storia sul perché arrivassi a quest'ora. E la sensazione di dover fingere mi pesa più del solito. Specie stasera.
Claudia fece un piccolo sospiro d'empatia. Sentire quella stanchezza nella voce di Enrica le fece stringere il cuore; sparita ogni traccia di distanza, rimase solo la voglia di esserci per lei.
– Mi dispiace, Enrica. Vorrei poterti abbracciare adesso, invece di dirtelo attraverso un telefono.
– Anch'io... – rispose Enrica a bassa voce, e in quelle due sillabe c'era un peso emotivo che andava ben oltre l'attrazione fisica. Poi fece una breve pausa, come per trovare il coraggio di ammettere una fragilità. – La verità è che non volevo salutarti così in fretta fuori dall'atelier. Ero...agitata, Claudia. E sai quanto odio sentirmi vulnerabile.
Claudia accarezzò il lenzuolo con le dita, lasciando che le sue parole scivolassero dolci.
– Eri agitata per la Contessa Alvisi?
Dall'altra parte ci fu un attimo di silenzio profondo. Si sentiva solo il respiro di Enrica nell'auto.
– Quando l'ho vista scendere da quella macchina, mi è preso un colpo – confessò Enrica, con una nota di autentico timore che Claudia le sentiva rara volta. – Non è solo la sensazione di averla già vista. Il punto è dove: nei privè superiori del club, quelli a cui si accede solo su invito blindato, come è stato per noi con Edoardo l'altra sera. Claudia, quando Eleonora mi ha detto che la Alvisi si era trattenuta a parlare con te...ho avuto il terrore di aver fatto un disastro. Di aver portato una complicata ombra nella tua vita, proprio ora che stai bene, e di averti messa in pericolo in atelier.
Claudia sentì una fitta d'affetto fortissima. Non c'era calcolo o strategia: Enrica era spaventata non per sé, ma per lei. Per proteggerla.
– Ehi... – disse Claudia con un tono caldissimo, protettivo e rassicurante. – Non hai fatto nessun disastro. La Contessa non è una minaccia. È stata una conversazione intima, sì, ma del tutto sotto controllo. Tu non mi hai messa in pericolo, Enrica. Mi hai aperto gli occhi su un mondo e noi due siamo insieme in questo, ricordatelo.
Sentire la solidità di Claudia, la sua calma piena d'amore e la sua capacità di sostenerla in un momento di sbandamento, fece respirare Enrica.
– Non so cosa mi stai facendo, Claudia... – mormorò Enrica, la voce venata di una commozione trattenuta. – Ma mi manchi già da morire.
– Anche tu mi manchi – rispose Claudia, e la verità di quelle parole riempì la stanza buia.
Un segnale acustico acuto irruppe nel vivavoce.
Enrica lasciò andare un piccolo sospiro contrariato.
– È lui. Vede che sono arrivata e si chiede cosa stia facendo in macchina.
– Vai, dai – disse Claudia dolcemente. – Non ti preoccupare.
– Ti chiamo domani mattina presto – disse Enrica, la voce di nuovo intrisa di quell'affetto profondo e complice che le legava da una vita. – Buonanotte, amica mia…e non solo.
– Buonanotte, tesoro. Sogna cose belle.
La chiamata si chiuse.
Claudia riappoggiò il telefono sul comodino e si infilò sotto le coperte. Nessun trionfalismo, nessuna fredda soddisfazione: solo il calore diffuso di un sentimento bellissimo e complesso che stava crescendo tra loro, e la consapevolezza che, qualsiasi cosa la Contessa Alvisi rappresentasse, l'avrebbero affrontata mano nella mano.
(Mi trovate anche su genserotica@libero.it)
Enrica sfilò dalla camera da letto a piedi scalzi, avvolta nella vestaglia di seta, con i capelli disordinati e un’aria di assoluto e rilassato appagamento. Si avvicinò da dietro, appoggiando il mento sulla spalla di Claudia e circondandole la vita con le braccia.
– Non si scappa così presto...– mormorò Enrica con la voce ancora impastata dal sonno, lasciandole un bacio caldo sul collo.
Claudia inclinò la testa all'indietro, godendosi il contatto, poi sfiorò le mani dell'amica.
– Devo andare in atelier, Enrica. Tu che programmi hai per oggi?
Enrica sciolse l'abbraccio e si versò del caffè, lasciando andare un piccolo sospiro.
– Ho dovuto fare un po' di salti mortali con mio marito per giustificare questo viaggio anticipato: gli ho detto che si era presentata un'urgenza improvvisa per la gestione degli appartamenti di famiglia qui in città. E per rendere credibile la storia e non sollevare domande, nel pomeriggio dovrò passare qualche ora dai miei. La partenza per Milano è per domani mattina.
Claudia sorrise, un sorriso sottile, carico di quella nuova consapevolezza che Enrica aveva imparato ad adorare.
– Quindi abbiamo ancora un po' di tempo. Allora facciamo così: ti prepari con calma e verso l'una vieni a trovarmi in atelier. Ti faccio fare un giro e ti presento Eleonora.
Enrica inarcò un sopracciglio, sorpresa e subito insospettita.
– Eleonora? La collega con cui ti contendevi gli spazi? E perché dovrei volerla conoscere?
Claudia si sporse leggermente in avanti, azzerando le distanze e mormorandole sulle labbra con un tono dolce e provocatorio:
– Così potrai smettere di essere gelosa e vedere con i tuoi occhi che nessuno può rubarti il primato.
Enrica lasciò andare una risata bassa, scuotendo la testa.
– Sei diventata tremenda, Claudia. All'una sarò lì.
Velia Atelier era un alveare operoso ma elegante. Nel salone principale due sarte stavano ultimando la piega su un abito da sera per un'importante cliente della capitale, mentre al piano superiore si udiva il vocio sommesso dell'ufficio.
Eleonora stava coordinando al telefono le consegne dei tessuti dalla Francia, muovendosi con la solita precisione impeccabile tra gli espositori e i manichini.
Quando poco prima delle tredici il campanello collegato alla porta suonò, Enrica fece per la prima volta il suo ingresso in quel mondo ovattato. Indossava un completo pantalone grigio perla di taglio sartoriale e occhiali da sole che sfilò con un gesto fluido, catturando subito l'attenzione di un paio di assistenti all'ingresso.
Claudia le andò incontro, accogliendola con calore.
– Vieni, ti faccio strada. Eleonora, hai un minuto? Ti presento Enrica.
Eleonora chiuse la telefonata e si avvicinò con passo misurato, sfoderando il suo miglior sorriso professionale ma tradendo una leggera soggezione di fronte all'aura elegante e sicura della nuova venuta.
– Molto lieta, Enrica. Claudia ci ha parlato molto di lei.
– Tutto merito vostro se Claudia ha ritrovato questa luce – rispose Enrica con un garbo impeccabile, facendole un complimento sincero che smontò all'istante ogni rigidezza di Eleonora.
Dopo qualche battuta di cortesia sul locale e sulle collezioni in esposizione, Eleonora guardò l'orologio, accennando un piccolo passo indietro.
– Bene, io vi lascio al vostro giro. Vado a mangiare un boccone veloce qui di fronte, così poi posso dare il cambio a Claudia per le prove del pomeriggio.
Enrica, con una mossa inaspettata, la bloccò, con un gesto del capo e un sorriso smagliante.
– Ma no, Eleonora, per carità! Venga con noi. Claudia mi ha raccontato di come state facendo squadra ed è un piacere conoscerla. Offro io, si figuri.
Eleonora esitò un istante, sorpresa da tanta spigliatezza, poi guardò Claudia che le fece un cenno d'intesa.
– Se non sono di troppo, accetto volentieri – rispose Eleonora, visibilmente lusingata.
Sedute al tavolo del bistrot nella piazzetta di fronte all'atelier, la dinamica tra le tre donne trovò subito un ritmo fluido. Tra due calici di vino bianco e piatti leggeri, Enrica usò tutto il suo fascino per far sentire Eleonora al centro dell'attenzione, chiedendole dei retroscena dell'atelier, della gestione della clientela difficile e dei progetti futuri.
Eleonora, inizialmente riservata, si sciolse completamente, raccontando aneddoti del lavoro e mostrando una stima profonda per Claudia.
– La verità – ammise Eleonora, facendo un sorso di vino – è che l'arrivo di Claudia ha portato un'empatia e un'eleganza che a noi mancavano. Facciamo un'ottima squadra.
Enrica cercò lo sguardo di Claudia sopra il tavolo, lanciandole un'occhiata carica di un significato sottile, sottinteso, che solo loro due potevano cogliere.
– Non stento a crederlo – disse Enrica, la voce calda. – Claudia ha un talento raro per far crollare le difese e far emergere il meglio nelle persone. So bene di cosa parlo.
Claudia le sostenne lo sguardo con calma, sfoggiando quella sicurezza matura che aveva ormai fatto sua, per poi volgersi verso Eleonora con un sorriso affettuoso.
Quando verso le due e mezza si fece ora di rientrare, Eleonora si alzò per prima dal tavolo.
– Io vado a riaprire – disse, controllando l'orologio. Poi si rivolse a Claudia: – Ricordati che alle quindici hai l'appuntamento privato con la Contessa Alvisi, per la prova definitiva dell’abito che le hai venduto il tuo primo giorno. Non farla aspettare.
– Arrivo tra pochissimo, Eleonora, grazie – rispose Claudia.
Eleonora salutò Enrica con una stretta di mano calorosa. Poi, muovendo un paio di passi indietro verso l'uscita del dehor, si girò un'ultima volta per un saluto finale.
In quel preciso istante, il suo sguardo cadde sul tavolo: Claudia aveva allungato la mano, sfiorando le dita di Enrica sulla tovaglia di lino e lasciandole appoggiate con un'intimità profonda, inequivocabile. Eleonora si bloccò per una frazione di secondo. Un'espressione indefinibile le balenò negli occhi. Non riprovazione, ma una nuova, muta consapevolezza del legame che univa quelle due donne. Poi fece un piccolo cenno discreto con la testa e si allontanò verso l'atelier.
Rimaste sole per gli ultimi minuti, Enrica si sporse verso Claudia con un sorriso divertito.
– E va bene, lo ammetto... avevi ragione tu. Eleonora è una persona squisita. La gelosia professionale è del tutto archiviata.
– Te l'avevo detto – rispose Claudia con dolcezza. – E per il resto?
Enrica abbassò la voce, facendo ruotare lo stelo del bicchiere tra le dita.
– Per il resto...vederti così, nel tuo elemento, mi rende solo più difficile l'idea di doverti lasciare domani per tornare a Milano. Ma ho ancora stasera, dopo la visita ai miei. E so dove trovarti.
Chiesto il conto, le due amiche attraversarono a passo lento la piazzetta per riaccompagnare Claudia al lavoro.
Proprio mentre stavano per varcare la soglia di Velia Atelier, una berlina scura con autista si fermò a margine del marciapiede. Dalla portiera posteriore scese la Contessa Alvisi, impeccabile nel suo abito da pomeriggio, la postura fiera e lo sguardo magnetico.
Claudia si fece avanti per accoglierla:
– Contessa, buon pomeriggio. È in perfetto orario.
– Mia cara Claudia, non mancherei per nulla al mondo – rispose la Contessa con un sorriso caloroso.
In quel momento, gli sguardi della Contessa Alvisi e di Enrica si incrociarono.
Si trattò di un istante appena, ma il tempo parve dilatarsi. Enrica bloccò il gesto di rimettersi gli occhiali da sole; la Contessa arrestò impercettibilmente il passo. Si fissarono negli occhi con una tensione sottile, quasi un cortocircuito visivo: un'espressione di reciproco, indistinto riconoscimento passò sul volto di entrambe. Nessuna delle due riusciva a collocare l'altra, ma la sensazione di essersi già incrociate era tangibile, vibrante nell'aria.
Fu Enrica a spezzare l'incantesimo per prima, regalando alla Contessa un inchino di saluto appena accennato, elegante e misurato, prima di salutare l’amica e lasciarla al suo lavoro.
– Arrivederci, Claudia – disse Enrica con voce ferma, senza staccare del tutto gli occhi dalla cliente. – Ci vediamo più tardi.
– A più tardi – rispose Claudia, cogliendo al volo l'elettricità strana che si era creata in quel triangolo di sguardi.
Mentre Enrica si allontanava lungo il marciapiede, la Contessa Alvisi la seguì con lo sguardo per un altro secondo, prima di voltarsi verso Claudia con un sorriso leggermente enigmatico.
– Una tua amica, Claudia? Ha un'aria...decisamente familiare.
– Una presenza fondamentale nella mia vita, Contessa – rispose Claudia accompagnandola con grazia all'interno del salone. – Prego, si accomodi pure.
Claudia accompagnò la Contessa Alvisi oltre la grande tenda di velluto blu notte che separava il salone principale dal privè delle prove riservate. L’ambiente era ovattato, illuminato da una luce calda e circondato da specchi a figura intera con cornici dorate.
L'assistente di sartoria portò la custodia contenente l'abito da sera in seta scura, tagliato su misura per la Contessa.
– Lasciaci pure sole, cara – disse la Contessa all'assistente con un gesto morbido della mano, per poi rivolgere un sorriso caldo a Claudia. – Preferisco che sia Claudia a seguire gli ultimi dettagli. Ha un occhio e una discrezione che apprezzo enormemente.
– È un vero piacere, Contessa – rispose Claudia, aiutandola a sfilare la giacca e guidandola verso la pedana. – L'abito è stato rifinito esattamente come desiderava e con le proporzioni e misure provate la scorsa volta.
Mentre la seta scivolava sulle spalle della donna e Claudia cominciava a sistemare con cura i fitti spilli d'argento lungo il punto vita, la Contessa continuava a osservarla attraverso i riflessi incrociati degli specchi.
– Sai, Claudia...prima, fuori dal negozio... – esordì la Contessa con un tono apparentemente leggero, lasciando sospesa la frase per un istante. – La tua amica. Continuo a pensare a dove posso aver già visto quel volto. Ha un portamento decisamente notevole.
Claudia non perse il ritmo dei suoi gesti. Con le mani esperte che modellavano il tessuto sul fianco della cliente, mantenne uno sguardo sereno e impeccabile allo specchio.
– Si chiama Enrica. Viaggia molto tra qui e Milano per impegni di famiglia. È possibile che vi siate incrociate in qualche gala o in una galleria d'arte.
– Mmm, sì, le occasioni ufficiali non mancano mai – mormorò la Contessa, inclinando appena il capo. Poi la sua voce scese di un tono, facendosi più intima, quasi confidenziale. – Però...non mi dava l'idea di un contesto "ufficiale". Ha un modo di sostenere lo sguardo che…non lo so…mi ricorda certi contesti molto…particolari. Luoghi dove le maschere della quotidianità non servono più e si è liberi di essere del tutto sé stessi.
La Contessa si fermò, lasciando che l'allusione fluttuasse nell'aria come una scia di profumo costoso.
Un test d'entrata elegante: nulla di esplicito, niente nomi o dettagli compromettenti. Solo una porta socchiusa per vedere come Claudia avrebbe reagito.
Claudia avvertì un sottile brivido di consapevolezza, ma non fece una piega. Lavorò sull'ultimo spillo sul retro dell'abito con mano fermissima, poi incontrò lo sguardo della Contessa attraverso lo specchio centrale.
– Enrica è una donna che non ama le convenzioni, Contessa – rispose Claudia con voce pacata, misurata, sfoggiando un sorriso denso di significati non detti. – Predilige gli ambienti in cui la discrezione è una regola fondamentale e il valore delle persone si misura sulla loro capacità di capire il gioco.
La Contessa Alvisi rimase immobile per un secondo, catturata dalla risposta di Claudia: non una smentita, non un'ingenua caduta dalle nuvole, ma la garbata conferma che Claudia sapeva esattamente di cosa si stesse parlando.
Un lampo di autentica ammirazione balenò negli occhi della Contessa.
– Capire il gioco... – ripeté la Alvisi, lasciando andare un piccolo sospiro divertito. – Una dote rarissima, cara mia. E a quanto pare è una qualità che condividete.
Si voltò lentamente sulla pedana, ammirando la caduta impeccabile del vestito e cambiando argomento con la disinvoltura tipica di chi sa quando fermarsi.
– L'abito è semplicemente divino, Claudia. Cade esattamente come speravo.
– È il nostro compito, Contessa – concluse Claudia, facendole un cenno del capo. – Lavorare sui dettagli affinché tutto appaia perfetto, lasciando all'immaginazione solo ciò che si sceglie di non mostrare.
– Tatto e stile – chiosò la Contessa con un cenno d'intesa. – Non potrei chiedere di meglio.
Terminata la prova, la Contessa Alvisi riemerse dal privè accompagnata da Claudia. Nel salone principale, Eleonora si trovava vicino al grande tavolo centrale d'allestimento; vedendole arrivare, ricompose subito la postura e sfoderò il suo miglior sorriso di rappresentanza.
La Contessa si infilò i guanti di pelle con gesti lenti e misurati, senza mai perdere quell'aria di inaccessibile eleganza. Giunta a un passo dalla porta d'uscita, si voltò verso Claudia, mantenendo una distanza sociale impeccabile.
– Ti ringrazio, Claudia – disse la Contessa, la voce limpida, formale, intonata allo spazio dell'atelier. – Il lavoro sull'abito è eccellente. Apprezzo sempre molto quando la perizia tecnica si unisce a un'intelligenza non comune.
Poi, con un movimento quasi impercettibile del capo che includeva ed escludeva Eleonora nello stesso istante, aggiunse con una sfumatura di voce appena più profonda:
– Spero che ci sarà occasione di approfondire certe conversazioni. A volte i contesti formali stanno stretti a chi sa guardare oltre.
Nessun gesto vistoso, nessun ammiccamento. Solo uno sguardo fermo, magnetico, depositato negli occhi di Claudia prima di fare un cenno di saluti ad Eleonora e varcare la soglia verso la sua berlina con autista.
La porta di vetro si richiuse con un fruscio ovattato. Nel salone rimase soltanto la scia del profumo al sandalo e un silenzio pesante, denso di domande non formulate.
Eleonora rimase immobile per qualche secondo, fissando la porta chiusa. Poi voltò lentamente la testa verso Claudia.
Non ci fu alcuna battuta scherzosa, né alcuna curiosità invadente. Eleonora la osservava con un’attenzione nuova, quasi analitica, in cui la deferenza professionale si sfumava in una fascinazione involontaria, trattenuta a stento.
– "Oltre"... – ripeté Eleonora a bassa voce, più a se stessa che alla collega, lasciando che la parola fluttuasse nell'aria.
Claudia continuò a riordinare i fogli dei bozzetti sul banco con gesti calmi, naturali, ma avvertiva chiaramente il peso dello sguardo di Eleonora piantato su di lei.
Eleonora fece due passi verso di lei, si fermò a mezza via e sistemò un rocchetto di filo sul tavolo, prolungando il momento senza un reale motivo.
– La Contessa non si trattiene mai a parlare a fine prova – disse Eleonora, la voce volutamente neutra, ma tradita da una sottile increspatura di esitazione. – Con nessuno. Nemmeno con la proprietaria.
Claudia alzò lo sguardo, incontrando quello della collega. Non offrì spiegazioni, né cercò di minimizzare: le regalò soltanto un sorriso composto, accogliente e del tutto indecifrabile.
– È stata una prova molto proficua, Eleonora.
Eleonora sostenne quel sorriso per qualche istante di troppo. Un piccolo respiro sospeso le attraversò il busto; schiarì leggermente la voce, abbassò gli occhi sui campionari e annuì piano, come se stesse metabolizzando un pezzo di puzzle che non riusciva ancora a incastrare, ma da cui non staccava i pensieri.
– Sì... – mormorò Eleonora, ricomponendo la sua maschera da impeccabile professionista. – Proficua. Vado a sistemare la scheda della cliente al computer.
Mentre Eleonora si allontanava verso l'ufficio, il suo passo non era più quello rigido delle prime settimane: c'era una nuova cautela, un rispetto quasi reverenziale e un'attenzione vigile per ogni minimo gesto di Claudia.
Alle diciannove, l’Atelier chiuse le luci. Eleonora salutò Claudia con quel suo nuovo modo di fare, attento e cauto, e varcò la soglia per prima.
Pochi minuti dopo, inserito l'allarme, anche Claudia uscì in strada. Fece appena in tempo a chiudere la porta a chiave che notò Enrica, ferma a pochi metri, avvolta nel suo cappotto, intenta a guardarla nell'oscurità della sera.
Claudia sgranò gli occhi, sorpresa.
– Enrica? Ma...non dovevano vederci da me?
Enrica le rivolse un sorriso stanco, abbozzando un gesto di scusa.
– Devo prendere il treno stasera, Claudia. Mio marito ha insistito al telefono e non ho avuto voglia di litigare. Ma non potevo andarmene mandandoti un banale messaggio. Volevo salutarti di persona.
Claudia fece un passo verso di lei, colpita da quel gesto, ma la sua mente corse subito all'incrocio di sguardi a cui aveva assistito nel pomeriggio e alle parole della contessa. Cercò subito lo sguardo dell'amica, aspettandosi che Enrica cogliesse la palla al balzo. Sperava che le dicesse finalmente qualcosa su quel fermo immagine fuori dall'atelier. “L'ha riconosciuta? Si sono già viste in quel club? Ha capito chi è?”
Ma Enrica si limitò a sfiorarle il braccio, restando in superficie.
– Ho incrociato Eleonora mentre usciva – disse Enrica con un tono di voce leggero, quasi per sviare l'attenzione. – Mi ha detto che la giornata è andata bene e che la contessa si è trattenuta parecchio dopo la prova. A quanto pare l'hai colpita molto.
Claudia la fissò negli occhi, attendendo il secondo tempo di quella frase. Il dettaglio vero. Il nome di quel luogo sottinteso, la sensazione di familiarità che entrambe avevano tradito al loro incontro.
Invece, Enrica tacque. Fece un passo indietro, rimescolando le carte e chiudendosi in una composta reticenza.
Un'onda di leggera delusione attraversò Claudia. “Sarà per la prossima volta…” pensò tra sé, avvertendo il peso di quell'implicito lasciato deliberatamente a metà. “Anche se avrei preferito che fosse lei a parlarmene adesso, invece di lasciarmi con questo dubbio appeso tra noi.”
Claudia capì che Enrica non era ancora pronta a svelare del tutto le sue carte. O forse era lei stessa spaventata da quel potenziale cortocircuito.
– La Contessa è una donna interessante – si limitò a rispondere Claudia, misurando le parole per restituirle la stessa moneta di discrezione. – Ha una sensibilità particolare per certi contesti.
Enrica avvertì il cambio di registro di Claudia, quella nota di consapevolezza trattenuta e per un istante il suo sguardo oscillò tra il sorpreso e l'inquieto.
– Ti chiamo appena arrivo a Milano – disse Enrica a bassa voce, come per recuperare il controllo della situazione. – E tu...non fare troppo la misteriosa.
– Nessun mistero, Enrica – rispose Claudia con un sorriso enigmatico. – Solo cose da gestire a tempo debito.
Si scambiarono un abbraccio stretto, rapido, carico di cose non dette che ora pesavano più del silenzio. Poi Enrica salì sul taxi che l’attendeva, lasciando Claudia sul marciapiede, con la certezza che la partita tra loro era diventata molto più complessa e affascinante.
Era oltre la mezzanotte quando il telefono di Claudia, appoggiato sul comodino accanto alla tazza di tisana ormai fredda, vibrò illuminando la stanza buia.
Sul display comparve il nome di Enrica.
Claudia si mise a sedere contro la testiera del letto, lasciando scivolare via il libro che stava provando a leggere. Rispose al secondo squillo, con un sorriso spontaneo che le addolcì subito la voce.
– Sei arrivata?
Dall'altro capo del filo non ci fu la solita battuta pronta, né quel tono brillante che Enrica sfoggiava di solito. Si sentiva solo il rumore sordo di un motore al minimo, l'indicatore di direzione che staccava e poi il silenzio dell'abitacolo.
– Sono nel parcheggio sotto casa. Ho spento i fari ma non ho ancora la forza di salire – disse Enrica. La sua voce era morbida, stanca, spogliata di ogni difesa.
– Com'è andato il viaggio, Enrica? – chiese Claudia, la voce piena di una premura sincera.
– Liscio. Ma ho la testa che scoppia.Ho dovuto chiamare mio marito dalla stazione per inventarmi un'altra storia sul perché arrivassi a quest'ora. E la sensazione di dover fingere mi pesa più del solito. Specie stasera.
Claudia fece un piccolo sospiro d'empatia. Sentire quella stanchezza nella voce di Enrica le fece stringere il cuore; sparita ogni traccia di distanza, rimase solo la voglia di esserci per lei.
– Mi dispiace, Enrica. Vorrei poterti abbracciare adesso, invece di dirtelo attraverso un telefono.
– Anch'io... – rispose Enrica a bassa voce, e in quelle due sillabe c'era un peso emotivo che andava ben oltre l'attrazione fisica. Poi fece una breve pausa, come per trovare il coraggio di ammettere una fragilità. – La verità è che non volevo salutarti così in fretta fuori dall'atelier. Ero...agitata, Claudia. E sai quanto odio sentirmi vulnerabile.
Claudia accarezzò il lenzuolo con le dita, lasciando che le sue parole scivolassero dolci.
– Eri agitata per la Contessa Alvisi?
Dall'altra parte ci fu un attimo di silenzio profondo. Si sentiva solo il respiro di Enrica nell'auto.
– Quando l'ho vista scendere da quella macchina, mi è preso un colpo – confessò Enrica, con una nota di autentico timore che Claudia le sentiva rara volta. – Non è solo la sensazione di averla già vista. Il punto è dove: nei privè superiori del club, quelli a cui si accede solo su invito blindato, come è stato per noi con Edoardo l'altra sera. Claudia, quando Eleonora mi ha detto che la Alvisi si era trattenuta a parlare con te...ho avuto il terrore di aver fatto un disastro. Di aver portato una complicata ombra nella tua vita, proprio ora che stai bene, e di averti messa in pericolo in atelier.
Claudia sentì una fitta d'affetto fortissima. Non c'era calcolo o strategia: Enrica era spaventata non per sé, ma per lei. Per proteggerla.
– Ehi... – disse Claudia con un tono caldissimo, protettivo e rassicurante. – Non hai fatto nessun disastro. La Contessa non è una minaccia. È stata una conversazione intima, sì, ma del tutto sotto controllo. Tu non mi hai messa in pericolo, Enrica. Mi hai aperto gli occhi su un mondo e noi due siamo insieme in questo, ricordatelo.
Sentire la solidità di Claudia, la sua calma piena d'amore e la sua capacità di sostenerla in un momento di sbandamento, fece respirare Enrica.
– Non so cosa mi stai facendo, Claudia... – mormorò Enrica, la voce venata di una commozione trattenuta. – Ma mi manchi già da morire.
– Anche tu mi manchi – rispose Claudia, e la verità di quelle parole riempì la stanza buia.
Un segnale acustico acuto irruppe nel vivavoce.
Enrica lasciò andare un piccolo sospiro contrariato.
– È lui. Vede che sono arrivata e si chiede cosa stia facendo in macchina.
– Vai, dai – disse Claudia dolcemente. – Non ti preoccupare.
– Ti chiamo domani mattina presto – disse Enrica, la voce di nuovo intrisa di quell'affetto profondo e complice che le legava da una vita. – Buonanotte, amica mia…e non solo.
– Buonanotte, tesoro. Sogna cose belle.
La chiamata si chiuse.
Claudia riappoggiò il telefono sul comodino e si infilò sotto le coperte. Nessun trionfalismo, nessuna fredda soddisfazione: solo il calore diffuso di un sentimento bellissimo e complesso che stava crescendo tra loro, e la consapevolezza che, qualsiasi cosa la Contessa Alvisi rappresentasse, l'avrebbero affrontata mano nella mano.
(Mi trovate anche su genserotica@libero.it)
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