La proposta - 4 - Specchi
di
Gens Erotica
genere
saffico
Non appena Eleonora salì sul suo autobus e i fari posteriori si allontanarono nella via principale, Claudia si ritrovò da sola. L'aria umida della notte le sfiorava il viso, ma dentro di sé sentiva una scossa incandescente che non accennava a placarsi.
Camminò per qualche metro fino a una nicchia riparata sotto i portici. Estrasse il telefono dalla borsa con le dita che le tremavano leggermente per l'eccitazione e avviò la chiamata.
Enrica rispose quasi al primo squillo, come se stesse aspettando. Il rumore di sottofondo era il consueto brusio felpato di un locale milanese.
– Claudia! Che sorpresa a quest'ora... Hai finito ora all'atelier?
– Sono appena uscita con Eleonora – disse Claudia. La sua voce arrivò al microfono bassa, profonda, con una sfumatura di velata malizia che fece immediatamente cambiare registro all'amica dall'altro capo del filo.
– Sento qualcosa dal modo in cui respiri... Cosa è successo? – chiese Enrica, e Claudia potè quasi sentire il suono del suo bicchiere appoggiato sul tavolo e il fruscio di seta mentre si isolava per ascoltarla.
– Siamo passate davanti a quel portone, Enrica.
Ci fu un secondo di silenzio carico all'altro capo del filo.
– Il club?
– Esatto. Stavamo andando alla fermata. Eleonora si è fermata e mi ha chiesto perché mi fossi incantata a guardarlo. Ha detto che dev'essere sicuramente un palazzo noioso con uffici sfitti o appartamenti d'epoca...
Enrica lasciò andare una risata calda, gutturale, che vibrò direttamente nell'auricolare di Claudia.
– E tu cosa le hai detto?
– Le ho detto che non ha idea di quali segreti si possano nascondere dietro certi portoni... – Claudia fece una pausa, lasciando che il ricordo di quella notte la travolgesse: la pelle di Enrica, il profumo d'ambiente, lo sguardo famelico dello sconosciuto e la scossa liquida del suo primo orgasmo dopo due anni. – E mentre glielo dicevo, Enrica...la mia pelle è andata a fuoco. Ho dovuto fare uno sforzo enorme per non farmi tremare la voce.
Dall'altra parte della linea, il respiro di Enrica si fece improvvisamente più denso.
– Dio, Claudia. Immaginarmi la scena mi sta facendo impazzire – mormorò Enrica, con un tono basso e rovente. – Tu che cammini con la tua collega impeccabile, mantieni il segreto e dentro di te bruci ricordando quello che abbiamo fatto su quel divano. Stai diventando un'attrice consumata. O forse solo una donna spaventosamente consapevole di ciò che vuole.
– Mi è mancato poterti toccare in quel momento – confessò Claudia senza più alcun filtro, appoggiando le spalle alla pietra fredda del portico. – Sentire il tuo profumo e ricordare come mi tenevi la testa mentre crollavo.
– Mancano solo due settimane al mio ritorno, Claudia – rispose Enrica, la voce ridotta a un sussurro graffiante che sembrava accarezzarle il collo. – E ti giuro che quando torno, quel portone lo varchiamo di nuovo insieme. Ma stavolta saremo noi a dettare le regole dal primo secondo. Preparati.
Claudia fece scivolare la schiena contro la pietra fredda del portico, lasciando che il contrasto tra l'aria della notte e il calore che le bruciava dentro la travolgesse del tutto.
– Due settimane sono lunghe, Enrica... – mormorò Claudia, la voce che scese di un tono, facendosi lenta, grave, sfrontata. – E ti confesso una cosa: essere passata davanti a quel portone stasera, sentire quel tremore e ricordare il modo in cui mi guardava quell'uomo...mi ha fatto salire una gran voglia di varcare quella soglia subito.
Dall'altro capo della linea ci fu un'interruzione brusca del respiro di Enrica.
– Che cosa intendi? – la voce dell'amica perse per un istante la solita patina di disinvoltura, incrinata da una sfumatura di pura, improvvisa apprensione.
– Intendo che la "nuova me" non ha più paura di quel posto – rispose Claudia con un piccolo sorriso malizioso che Enrica potè quasi percepire attraverso il microfono. – E che se continui a parlarmi così...potrei anche decidere di non aspettare due settimane e andarci da sola uno di queste sere. Giusto per vedere cosa succede ad entrarci senza di te.
– Claudia...non ti azzardare… – sussurrò Enrica, la respirazione visibilmente alterata da un mix esplosivo di gelosia e profonda eccitazione. – Quel posto è un nostro segreto ormai. Non provare nemmeno ad andarci senza di me.
Claudia lasciò andare una piccola risata bassa, cogliendo al volo l'incoerenza dell'amica.
– Dici a me di non andarci da sola, Enrica? Ti devo ricordare che mi ci hai portato tu e che ci andavi da sola ogni volta che scendevi qui da Milano? Adesso che sono io a voler entrarci, ti prende la gelosia?
– È diverso e lo sai benissimo – replicò Enrica, ma la sua voce era rimasta senza argomenti, tradita da quell'inedita insicurezza.
– Allora ti conviene fare in fretta a tornare. Perché non so quanto riuscirò a tenere a freno la curiosità.
Claudia chiuse la chiamata prima che Enrica potesse controbattere, lasciando la provocazione sospesa nell'aria e assaporando per la prima volta la sensazione elettrizzante di aver messo l'amica nell'angolo.
I dieci giorni successivi volarono in un lampo, fatto soprattutto di lavoro intenso ed entusiasmo a Velia Atelier. Ma sotto la superficie della routine professionale, la miccia accesa quella sera sotto il portico continuò a bruciare.
Poi, un martedì pomeriggio, il telefono di Claudia s'illuminò sul bancone dell'atelier mentre stava riordinando dei campionari di seta.
Era un messaggio di Enrica:
“Sono in stazione. Ho piantato in asso mio marito e le sue riunioni di rappresentanza e ho preso il primo frecciarossa. Non resistevo più altri quattro giorni, come programmato. Ho il cuore che mi batte in gola da ore. Stasera mettiti l'abito più bello che hai. Noleggio un'auto e passo a prenderti alle nove sotto casa.”
Quando le nove scoccarono, Claudia scese le scale del suo palazzo. Indossava un abito di maglia di seta scura che le fasciava le forme generose con un'eleganza matura, la scollatura morbida sul petto e i tacchi che battevano decisi sul marciapiede.
L'auto di Enrica era lì, a motore acceso, a pochi metri dal portone.
Quando Claudia aprì lo sportello e si sedette sul sedile del passeggero, l'impatto fu immediato. L'abitacolo era saturo del profumo al gelsomino di Enrica, ma c'era un'aria densa, quasi elettrica, che rendeva l'atmosfera incandescente prima ancora di avere detto una parola.
Enrica non partì subito. Si voltò lentamente verso di lei.
Indossava un completo pantalone di taglio maschile ma aperto sul decolleté, gli occhi scuri che bruciavano di un'attenzione famelica.
– Mi hai fatto passare dieci giorni d'inferno a Milano con la storia che ci saresti andata da sola – esordì Enrica, la voce rauca, senza nemmeno salutarla.
Claudia la guardò negli occhi, sostenendo il suo sguardo con una calma disarmante, un sorriso lento e consapevole che le piegava la bocca.
– E tu hai piantato tutto per scendere qui con quattro giorni d'anticipo. Direi che rinfrescarti la memoria sul fatto che ci andavi già da sola ha ottenuto l'effetto sperato.
Enrica allungò la mano, le afferrò la nuca con dita calde e decise, azzerando le distanze e stampandole sulle labbra un bacio viscerale, profondo, che sapeva di rivalsa e fame accumulata. Claudia accolse quel bacio dischiudendo la bocca, facendo scivolare la mano sul collo dell'amica e tirandola a sé.
Quando si staccarono, entrambe con il fiato corto e le labbra rosse, Enrica inserì la marcia, guardandola con malizia.
– Stasera niente scuse e niente passeggiate, Claudia. Andiamo dritte a varcare quel portone. E stavolta voglio vedere come te la cavi quando le luci si abbassano davvero.
L'atmosfera all'interno del club era, se possibile, ancora più spessa e felpata rispetto alla prima volta. La penombra era tagliata da pennellate di luce soffusa e dal profumo di profumi e liquori pregiati. Ma questa volta, varcata la soglia, l'ingresso di Claudia ed Enrica fu quasi un'entrata trionfale, soprattutto per la prima: nessuna incertezza nei passi, nessun timore di essere giudicate, avanzavano affiancate, due donne mature, bellissime e sfacciate, che emanavano una complicità quasi intimidatoria.
Mentre si avvicinavano al bancone del bar, un uomo seduto in una nicchia rialzata non tolse loro gli occhi di dosso per un solo secondo. Era un uomo sulla sessantina, distinto, i capelli grigi ben curati, un completo sartoriale impeccabile e quell'aria di chi è abituato a comprare il tempo e la devozione altrui senza bisogno di alzare la voce.
Si avvicinò con una lentezza calcolata, un bicchiere di cristallo tra le dita.
– Buonasera, signore – disse, la voce calda, impostata. Il suo sguardo passò da Enrica a Claudia, cogliendo subito la tensione erotica che vibrava tra di loro. – Riconosco una presenza straordinaria quando la vedo. Sono Edoardo.
Claudia lo fissò negli occhi. Un sorriso sottile, ironico, le piegò gli angoli della bocca mentre faceva un piccolo sorso dal suo bicchiere.
– Edoardo? – mormorò Claudia, la voce avvolgente e divertita. – Ricordavo male o le regole di questo locale dicono che qui dentro i nomi non esistono?
L'uomo lasciò andare una risata bassa, un suono gutturale e sicuro di sé che tradiva l'abitudine al comando.
– Le regole sono convenzioni per chi ha bisogno di nascondersi, mia cara – rispose Edoardo con una spalluccia elegante. – "Edoardo" potrebbe non essere il mio vero nome, chissà... ma qui dentro penso di potermi permettere qualche strappo alla regola, visto quanto mi costa questo posto ogni anno.
Enrica non perse l'occasione per infilarsi nello scambio con la solita grazia sfacciata, facendo un passo avanti e squadrandolo dall'alto in basso.
– Avere i soldi per infrangere le regole non ti rende automaticamente interessante, Edoardo. O qualunque sia il tuo nome. Dipende da cosa hai da offrire oltre ai contanti.
– Infatti non vi sto offrendo solo del denaro – replicò lui, visibilmente stuzzicato da quella risposta a doppio filo. – Vi sto proponendo un'esperienza che pochissimi in questo club sanno che esiste.
Fece un cenno verso il corridoio posteriore, un'area riservata, chiusa da una catenella e vigilata da un uomo in livrea scura. In fondo, si intravedeva una porta di velluto scuro con tastiera numerica.
– Ho prenotato la Camera degli Specchi per la prossima ora. Dall'altra parte del vetro c'è una giovane coppia che si sta esibendo. È uno spettacolo raro, ma guardare da solo mi annoia. Vi offro duemila euro per venire dentro con me. L'unica cosa che vi chiedo è di godervi lo spettacolo al mio fianco e di usare le vostre…doti su di me, mentre guardiamo. Nient'altro. Il controllo resta del tutto vostro.
Claudia ed Enrica si scambiarono un'occhiata veloce. Non era una questione di denaro: quell'importo era solo un’ostentazione di lusso, un tributo gettato ai loro piedi per il privilegio di averle lì. Il vero motore era la provocazione, la scarica d'adrenalina pura per un voyeurismo a più livelli.
Enrica si voltò verso Claudia con un lampo negli occhi che valeva più di mille parole, per poi fissare l'uomo con un sorriso sornione.
– Duemila per guardare un po' di spettacolo e darti una…regolata? Direi che ti stiamo facendo un regalo. Ma decidiamo noi come, quando e con che ritmo. Tocchi una di noi due senza permesso e lo spettacolo finisce.
– Pienamente d'accordo – rispose l'uomo, acceso e allo stesso tempo stupito da sé stesso per quella resa alle loro condizioni.
La porta di velluto si richiuse alle loro spalle con un soffio sordo, tagliando fuori ogni rumore del club. Il privè era totalmente immerso nell'oscurità, illuminato solo dalla grande vetrata spia che si apriva come uno schermo cinematografico su una stanza d'ispirazione orientale, morbida e avvolta da luci calde.
Dall'altra parte del vetro, una giovane coppia si stava abbandonando a un'intimità lenta, ma del tutto priva di inibizioni.
Claudia ed Enrica si avvicinarono al vetro, quasi ipnotizzate. Il contrasto tra la penombra fredda in cui si trovavano e il calore dorato della stanza illuminata creava un senso di vertigine erotica immediato.
– Sanno di essere spiati? – sussurrò Enrica, sporgendosi appena verso la superficie di vetro. La sua voce era un mormorio caldo, denso, affascinato dal ritmo dei corpi dall'altra parte.
Edoardo, rimasto un passo indietro nell'ombra, lasciò andare un piccolo sorriso nell'oscurità.
– Hanno firmato per stare in quella stanza, sapendo che le pareti intorno a loro sono tutt’altro che un semplice specchio – spiegò l'uomo con tono calmo. – Ma non sanno chi c'è da questa parte, né quante persone li stiano guardando in questo momento.
Claudia fece un piccolo respiro, avvertendo una scossa liquida scenderle lungo la spina dorsale. Sfiorò il vetro freddo con i polpastrelli.
– Quindi…noi...non siamo gli unici a vederli adesso? – chiese Claudia, senza staccare gli occhi dalla donna oltre il vetro che si inarcava sotto le carezze del compagno.
Edoardo rispose, facendo un passo avanti.
– Non lo so, io pago per la disponibilità e l’uso di un privè come questo. Potrebbero esserci altre persone, altre coppie, dietro gli altri specchi lungo il perimetro. È il bello del gioco: la solitudine di chi guarda, la solitudine di chi si mostra.
Enrica si voltò lentamente verso Claudia. Nel buio della stanza, i loro sguardi si incrociarono, carichi di una complicità ormai assoluta. Enrica allungò una mano, facendola scivolare sulla spalla di Claudia, tirandola a sé finché i loro petti non arrivarono a toccarsi.
– Ti fa effetto, vero? – mormorò Enrica a fior di labbra, sfiorandole il collo con la bocca.
– Un effetto incredibile – confessò Claudia, dischiudendo le labbra e lasciando che Enrica le prendesse la bocca in un bacio lento, profondo, mentre oltre il vetro la coppia intensificava il proprio ritmo.
Edoardo le fissava dall'ombra, completamente conquistato. Vedere due donne così regali, mature e padrone di sé che si accendevano a vicenda davanti a quel vetro era uno spettacolo nello spettacolo.
Fu Enrica, senza smettere di baciare Claudia, ad allungare una mano all'indietro verso il divano di pelle dove l'uomo era rimasto immobile a guardarle.
– Vieni a sederti, Edoardo... – disse Enrica staccandosi un millimetro dalle labbra di Claudia, con gli occhi scuri che brillavano nella penombra. – Guarda da vicino come si gioca.
Il contrasto tra l'oscurità del privè e la luce della stanza oltre il vetro divenne il teatro della loro intesa. Claudia ed Enrica si accomodarono ai lati dell'uomo. Lavorando in perfetta sintonia, come due direttrici d'orchestra, le due amiche non concessero alcuna sottomissione: Edoardo era solo il loro strumento. Mentre tenevano gli occhi fissi sul vetro e si scambiavano carezze feroci e sguardi complici, le loro mani prima cercarono l’eccitazione dell’uomo e poi guidarono il ritmo del suo piacere con una precisione spietata.
Quando Edoardo crollò in un orgasmo soffocato, tremando tra le loro dita, le due donne non cambiarono di un solo gesto il loro impeccabile contegno.
Edoardo si accasciò all'indietro sul divano, con il fiato corto. Estrasse il portafoglio dal giacchetto, tirò fuori una mazzetta di banconote immacolate e la posò sul tavolino. Poi guardò le due donne con una luce nuova, quasi implorante.
– È stato...incredibile – mormorò la voce tremante. Si sporse in avanti, fissandole entrambe. – Vi do altri tremila euro adesso...se andate voi due dall'altra parte del vetro per la prossima ora.
Enrica si pulì con calma le dita con un fazzoletto di seta, lasciando andare una risata bassa, calda e pericolosa che fece vibrare il buio della stanza. Si girò verso Claudia, sfiorandole la guancia con il dorso della mano.
– Sentito il signore? Ci sta offrendo una fortuna per vedere da vicino come festeggiano due vere regine...– Enrica fece una pausa, lasciando che i suoi occhi scuri scavassero in quelli di Claudia con una provocazione bruciante. – Che dici...glielo facciamo questo regalo? O lo lasciamo morire di voglia?
Claudia fissò il mazzetto di banconote sul tavolino, poi lo sguardo di Edoardo, e infine gli occhi accesi di Enrica. Un sorriso lento, indecifrabile e carico di un potere del tutto nuovo le piegò le labbra, mentre il suo respiro si faceva denso nell'oscurità della stanza.
Il silenzio nel privè s'intensificò, denso e carico di un'elettricità quasi palpabile. Edoardo attendeva la risposta con le pupille dilatate e il respiro ancora corto, tenendo lo sguardo fisso sulle due donne.
Nei loro sguardi ci fu un cortocircuito immediato, una conversazione muta fatta di orgoglio, intesa e divertimento puro.
Poi, Claudia si sporse leggermente verso Edoardo. Gli sfiorò la guancia con un polpastrello, un gesto di una dolcezza finta e spietata, mentre un sorriso regale le piegava gli angoli della bocca.
– Sei stato molto generoso, Edoardo – mormorò Claudia, la voce profonda come velluto scuro. – Ma certi spettacoli non si comprano con un mazzetto di banconote.
Enrica lasciò andare una risata bassa, cogliendo al volo la battuta dell'amica e godendosi ogni singolo istante di quella lezione di stile. Con una disinvoltura impeccabile, allungò la mano sul tavolino, prese i duemila euro che spettavano loro e li infilò nella sua pochette di pelle.
– Consideralo un privilegio per aver avuto un assaggio di ciò che siamo – aggiunse Enrica, passandosi un dito sulle labbra ancora rosse e ammiccando all'uomo paralizzato sul divano. – Buonanotte, Edoardo.
Senza attendere una parola di replica, le due donne si voltarono ed uscirono dal privè con passi calmi e sinuosi, lasciandosi alle spalle l'oscurità della stanza, il vetro spia e un uomo immensamente ricco che non avrebbe mai più dimenticato quel rifiuto.
Una volta fuori dal club, l'aria fresca e umida della notte le investì come una frustata di realtà. I vicoli del centro storico erano deserti, avvolti in una quiete irreale.
Claudia ed Enrica camminarono fianco a fianco per qualche metro in silenzio, i tacchi che battevano all'unisono sul lastricato. Poi, improvvisamente, Enrica si bloccò sotto un portico in penombra, scoppiando in una risata calda, liberatoria e complice.
– "Certi spettacoli non si comprano!" – ripeté Enrica, guardando Claudia con gli occhi sgranati e pieni d'ammirazione. – Dio, Claudia, l'hai distrutto! Quel pover'uomo andrà in terapia per i prossimi sei mesi.
Claudia si appoggiò alla colonna di pietra, lasciandosi andare a sua volta a una risata morbida, mentre il cuore le batteva ancora forte nel petto.
– Aveva bisogno di capire che lì dentro non tutto ha un prezzo. E poi...– Claudia fece una pausa, sfiorando il braccio di Enrica e lasciando che la voce scendesse di un tono, –...l'idea che tu ed io potessimo finire dall'altra parte del vetro era troppo bella per consumarla così, stasera, per accontentare un estraneo.
Enrica smise di ridere. Lo sguardo le si fece cupo, denso di una fame improvvisa. Fece un passo avanti, schiacciando Claudia contro la colonna di pietra e infilando le mani sotto il suo cappotto per stringerle i fianchi con forza.
– Hai ragione – sussurrò Enrica a fior di labbra, la respirazione corta. – Quel vetro resta lì. Un giorno ci entreremo. Ma stasera...stasera voglio che tutta questa carica sia solo per me.
Sotto la penombra del portico, lontane da sguardi discreti e dal condizionamento di qualsiasi pubblico, si cercarono con una fame pura, spogliata da ogni finzione.
Enrica azzerò la distanza premendo il proprio corpo contro quello di Claudia. Le sue dita affondarono tra i capelli dell'amica con una presa decisa, tirandole indietro la testa, mentre le sue labbra cercavano quelle di Claudia in un bacio travolgente, caldo, venato da una passione accumulata in troppi giorni di lontananza. Claudia dischiuse la bocca, accogliendola con un sospiro profondo, avvolgendole le braccia intorno alla vita e spingendola a sua volta contro la pietra. Non c'erano voyeur, non c'erano vetri, non c’erano banconote su un tavolino: c'erano solo loro due, la pelle che bruciava nell'aria umida della notte e la certezza di essersi ritrovate per sempre.
Quando si staccarono, con il fiato corto e i volti accesi, Enrica le scostò una ciocca dal viso, sorridendo con un'intesa che non aveva bisogno di parole.
– Vieni – disse Claudia a bassa voce, prendendole la mano e intrecciando le dita con le sue. – Prima di andare a casa voglio mostrarti una cosa.
Camminarono per un paio di vicoli, con i tacchi che risuonavano nel silenzio ovattato del centro storico, finché non svoltarono l'angolo della via elegante dove sorgeva Velia Atelier.
Si fermarono davanti alle grandi vetrine illuminate da un piccolo e caldo faretto. Oltre il cristallo impeccabile, gli abiti di alta sartoria sembravano fluttuare come sculture di seta e velluto: eleganti, composte, perfette.
Claudia rimase a fissare il riflesso della propria figura impressa sulla vetrata: l'abito di maglia di seta scura, le forme floride, la postura eretta e fiera di una donna cinquantenne che non aveva più nulla da nascondere o di cui vergognarsi. E al suo fianco, la sagoma di Enrica che la guardava con orgoglio.
– È qui che passo le mie giornate – mormorò Claudia, con un tono calmo, solenne. – Tre settimane fa pensavo che questo fosse un mondo che non potessi permettermi: ordinato, pulito, impeccabile. Mentre io ero ferma e del tutto priva di vita. Oggi so che posso gestire le clienti più difficili di questo atelier di giorno e disarmare uomini potenti di notte senza perdere una sola goccia della mia dignità.
Enrica si sporse di lato, appoggiando il mento sulla spalla di Claudia e guardando insieme a lei il loro riflesso nella vetrina.
– Non hai solo imparato a gestire questi due mondi, Claudia: li hai conquistati entrambi – sussurrò Enrica, lasciandole un bacio leggero sulla guancia, prima di far scivolare le dita verso la tasca del cappotto. – E adesso direi che abbiamo un appartamento libero che ci aspetta, un paio di bicchiere di vino da versare e una notte intera per smaltire tutta l'adrenalina di stasera.
Claudia si voltò verso di lei, gli occhi scuri che brillavano nella luce della vetrina, un sorriso lento e consapevole che le illuminava il viso.
– Andiamo a casa, Enrica.
Si avviarono a braccetto verso l'auto parcheggiata poco distante, pronte a varcare la soglia dell'appartamento di Claudia non più come due amiche che cercano un'evasione, ma come due donne padrone del proprio destino.
L'appartamento di Claudia accolse il loro ritorno come un rifugio segreto. Non ci fu bisogno di accendere le luci: bastò il chiarore della luna che filtrava dalle finestre a tagliare la penombra del soggiorno. Quella notte non fu una fuga disperata dalla solitudine, ma una celebrazione. Ogni carezza, ogni sussurro e ogni fremito tra le lenzuola profumate di lavanda ebbero il sapore di una vittoria condivisa, un'intimità profonda e senza più ombre in cui i loro corpi si riconobbero con la naturalezza di chi sa di non dover dimostrare più nulla a nessuno.
Le prime luci dell'alba filtrarono attraverso le persiane socchiuse, dipingendo strisce dorate sul parquet della camera da letto.
Claudia aprì gli occhi lentamente, avvolta dal tepore delle lenzuola. Accanto a lei, Enrica dormiva profondamente, un braccio abbandonato sul cuscino e il viso rilassato, immerso in un sonno senza pensieri. Claudia rimase per qualche minuto a contemplarla, avvertendo nel petto una quiete che non aveva mai conosciuto prima: il passato pesante dei due anni di chiusura era ormai solo un ricordo sbiadito, polvere lasciata alle spalle.
Dette un'occhiata alla sveglia sul comodino: le sette e mezza.
Si sollevò con delicatezza per non svegliare l'amica, sfiorandole appena i capelli con le labbra. Indossò una vestaglia di seta e si diresse in cucina.
Il profumo del caffè si diffuse rapidamente nella stanza, accompagnato dal ticchettio regolare della pioggia sottile che era tornata a bagnare i vetri della città.
Mentre sorseggiava il primo caffè, guardandosi allo specchio dell'ingresso prima di vestirsi per un'altra giornata a Velia Atelier, Claudia si sistemò i capelli con un gesto sicuro. Sapeva che l'attendevano le stoffe pregiate, le clienti esigenti e, probabilmente, la complicità ritrovata con Eleonora. Ma sapeva anche che, qualunque cosa fosse successa fuori o dentro quelle mura, la vera rivoluzione l'aveva già compiuta dentro sé stessa.
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