La proposta - 2 - Il risveglio

di
genere
saffico

Il mattino seguente non portò con sé il consueto peso sul petto, quella sensazione di risvegliarsi dentro una stanza troppo grande e silenziosa. Quando Claudia aprì gli occhi, la luce filtrava dalle persiane tagliando l’oscurità con lame dorate, e per la prima volta da due anni non c’era fretta di scacciare i pensieri.
Stesa a pancia in su, sentì la morbidezza delle lenzuola di cotone sulla pelle nuda. Il suo corpo conservava ancora la memoria di quella scossa profonda, un calore sordo, rimasto nel basso ventre come una brace mai del tutto spenta. Fece scivolare con lentezza una mano lungo il fianco, soffermandosi sulla curva del bacino. Nessuna fretta, nessun senso di colpa. Lentamente le dita passarono sotto il bordo degli slip e con i polpastrelli seguì una linea immaginaria e sensibile nell’interno coscia, lasciando che il respiro si facesse appena più denso nel ricordo del tocco di Enrica e dello sguardo caldo di quello sconosciuto al club. Non fu un gesto compulsivo, ma una tranquilla, quasi devota riappropriazione di sé. Un piccolo tributo privato al miracolo di essersi riscoperta viva.

Il display del telefono sul comodino s'illuminò con una notifica.

Enrica: “Buongiorno, meravigliosa. Come sta la donna che ieri sera ha fatto fermare il tempo? Io sto ancora smaltendo il whisky, ma ho un sorriso che non mi toglie nessuno. Dimmi che ti sei svegliata bene.”

Claudia sorrise, appoggiando il telefono sul petto prima di digitare la risposta.

“Mi sono svegliata respirando, Enrica. Davvero. Non so come spiegartelo, ma è come se l'aria fosse diversa. Mi sento strana. Ma è una sensazione bellissima. Grazie.”

Enrica: “Non ringraziare me. Hai fatto tutto da sola, ricordatelo. Oggi io sono dai miei e domani ho un paio di commissioni noiose per mio marito, ma giovedì riparto per casa. Ci vediamo mercoledì sera? Stesso posto o da te, scegli tu. Ma voglio vederti.”

Claudia: “Mercoledì sera da me. Cucino io. Ma niente club stavolta, lasciami assimilare questa scossa!”

Enrica: “Promesso. Solo noi due. A dopo, regina.”

Verso metà mattina, mentre sorseggiava un caffè, questa volta vero, nero e intenso, invece del solito orzo, il telefono squillò di nuovo. Un numero fisso con prefisso locale.
– Signora Claudia? Buongiorno, le telefono dalla direzione di Velia Atelier. Aveva inviato una candidatura qualche mese fa. Sappiamo che è passato del tempo, ma si è liberata una posizione come responsabile delle vendite e assistenza clienti VIP. Vorremmo invitarla ad un colloquio domani mattina alle dieci.
Claudia rimase per un secondo in silenzio, tenendo la tazza a mezz’aria. Velia Atelier era un nome storico nel centro cittadino: vetrine d’alta moda, marmi chiari, specchi e clienti che acquistavano su appuntamento. Ricordò vagamente di aver inviato il curriculum in un momento di pura disperazione, quasi per scommessa, senza mai sperare in una risposta.
– Ci...ci sarò sicuramente. La ringrazio molto – rispose, la voce ferma, senza quell'incertezza difensiva che negli ultimi mesi l'aveva contraddistinta.
Appesa la chiamata, si voltò verso lo specchio dell'ingresso. Fino a tre giorni prima, la sola idea di presentarsi a un colloquio del genere l'avrebbe riempita di ansia, schiacciata dal peso di un'età che il mercato del lavoro sembrava considerare scaduta e da un lutto che le si leggeva negli occhi. Oggi, invece, guardava il proprio riflesso cogliendo una postura diversa: le spalle dritte, il collo rilassato, una sfumatura di misteriosa certezza che le ammorbidiva i lineamenti.

Il martedì mattina il centro storico era avvolto da un'aria fresca e luminosa. Claudia camminava sul lastricato prestando attenzione al suono cadenzato dei suoi tacchi. Indossava un completo pantalone color panna, taglio classico ma scivolato e, sotto, una camicetta di seta cipria che sfiorava la pelle con una carezza fresca. Non si era truccata pesantemente: solo un filo di rossetto caldo e un velo di mascara.
Quando varcò la soglia del salone privato di Velia, l'impatto fu immediato. L'aria profumava di essenze talcate e pelle lavorata.
Sedute nella sala d'attesa, su un lungo divano in velluto rosa antico, c'erano tre ragazze.
A un'occhiata veloce non dovevano avere più di venticinque o ventisei anni ciascuna. Gambe da sfilata, acconciature perfette, pelli levigate da un'energia giovane e aggressiva. Controllavano freneticamente i telefoni, ripassando mentalmente o sistemandosi la piega dei capelli con gesti rapidi e nervosi.
Per un istante, il vecchio riflesso di Claudia cercò di riaffiorare.
“Cosa ci faccio qui? Hanno la metà dei miei anni, sono perfette, fresche, pronte a tutto.”
Ma fu un pensiero impercettibile, subito spazzato via da un'ondata di calore che le risalì dal petto.
La memoria corse alla notte di domenica: la consapevolezza del proprio corpo maturo, il profumo denso del club, la resa al piacere sotto lo sguardo ammirato di uno sconosciuto. Tutto agì come un'armatura invisibile.
Loro avevano la giovinezza, ma lei aveva una storia, una profondità e una consapevolezza sensuale che quelle ragazze non potevano nemmeno immaginare.
Claudia si sedette sulla poltrona di fronte a loro con calma misurata. Incrociò le gambe senza fretta, lasciando che la seta della camicetta si tendesse leggermente sul petto. Sorrise in modo discreto a una delle giovani, che le ricambiò l'occhiata con un pizzico di disorientamento, quasi sorpresa dalla tranquillità di quella donna cinquantenne.
Quando la responsabile delle risorse umane, una donna elegante sulla sessantina con uno sguardo penetrante, uscì dall'ufficio e pronunciò il suo nome per prima, Claudia si alzò con grazia.
– Signora Claudia, prego.
Il colloquio fu una rivelazione. Claudia non cercò di vendere un entusiasmo artificiale o competenze da giovane rampante. Parlò con la calma di chi sa gestire le persone, di chi conosce il valore del tatto, della riservatezza e dell'empatia. Rispose alle domande sul contatto con la clientela facoltosa con una naturalezza disarmante, la stessa disinvoltura con cui Enrica si muoveva tra i tavoli del club.
– Lei emana una grande sicurezza, signora – commentò la responsabile a metà incontro, appoggiando la penna sulla scrivania. – In questo settore, molte candidate giovani cercano di impressionare con l'aggressività. Noi cerchiamo eleganza, capacità di ascolto e una presenza che rassicuri la clientela. Lei ha una luce molto particolare.
– La sicurezza deriva dal sapere chi si è e cosa si ha da offrire, senza bisogno di alzare la voce – rispose Claudia, e mentre lo diceva sentì il proprio cuore battere con un ritmo pieno, appagato.
Quando uscì dall'ufficio, incrociando lo sguardo delle tre ragazze ancora in attesa, Claudia camminò verso la porta a vetri con la certezza interiore che quel posto, se davvero lo voleva, poteva essere suo.
Prese il telefono e scrisse ad Enrica mentre attraversava la piazza.
“Colloquio fatto. C'erano tre ragazze di 25 anni bellissime. Fino a quattro giorni fa mi sarei sentita una cometa spenta. Oggi le ho guardate e ho pensato che la maturità ha un sapore che loro devono ancora scoprire. È andato benissimo.”
La risposta di Enrica arrivò dopo pochi secondi, accompagnata da una serie di vocali di giubilo e un messaggio di testo.
“Ecco la mia Claudia! Te l'avevo detto! Non è il mondo che cambia, sei tu che hai riacceso la luce. Orgogliosa di te. Domani sera festeggiamo. Passo da te verso le otto, porto io il vino.”

Il mercoledì sera l'appartamento di Claudia aveva un'aria completamente diversa. Le finestre spalancate avevano fatto entrare la brezza della sera, spazzando via ogni residuo dell'odore stantio dei mesi passati. Sul tavolo della cucina c'era una cena semplice ma curata e due calici che attendevano di essere riempiti.
Quando il campanello suonò, Claudia andò ad aprire. Enrica era lì, splendida in un abito morbido di maglia scura che le fasciava le forme con eleganza. Portava una bottiglia di champagne e un sorriso radioso.
Si abbracciarono lungo il corridoio, un abbraccio stretto che si protrasse qualche secondo più del solito. Non c'era la concitazione della sera al club, ma una complicità calda, densa, maturata nella consapevolezza di quello che era successo.
– Guardati – mormorò Enrica staccandosi leggermente, tenendola per le braccia e squadrandola dal basso all'alto. – Sei diversa. Gli occhi sono vivi, la pelle splende. Il colloquio ti ha fatto bene, ma so che non è solo quello.
– È tutto, Enrica – rispose Claudia facendo scivolare la mano sulla spalla dell'amica per invitarla ad entrare. – È come se mi fossi svegliata da un sonno durato due anni. E il merito è stato anche di quella tua follia di domenica.
Versarono il vino e si sedettero sul divano del soggiorno. La conversazione fluì morbida, toccando i ricordi della loro giovinezza, il lavoro di Enrica al nord, la nuova prospettiva per Claudia. Ma sotto il livello delle parole, l'atmosfera nella stanza andava lentamente addensandosi di una carica sensuale silenziosa.
Le distanze tra loro si accorciarono in modo naturale. Enrica accavallò le gambe, sporgendosi verso Claudia mentre parlavano. Il suo tocco tornò a farsi presente: una mano appoggiata sul ginocchio di Claudia per sottolineare una frase, un polpastrello che sfiorava il suo braccio per indugiare qualche secondo di troppo.
– Quando domani sarò sul treno per Milano – disse Enrica, abbassando la voce e guardando Claudia negli occhi con quella solita scintilla provante – penserò a te. A come ti sei lasciata andare tra le mie braccia in quel club. A quel gemito che ti è uscito dalla gola quando hai smesso di lottare.
A quelle parole, il sangue di Claudia prese a scorrere più veloce. Il ricordo non era più una fonte di smarrimento, ma un richiamo tangibile.
– Mi hai spinta oltre il limite, Enrica – mormorò Claudia, senza distogliere lo sguardo, sentendo un brivido ormai familiare scenderle lungo le cosce.
– Ti ho solo mostrato dove volevi già andare – replicò Enrica. Allungò la mano e le sfiorò la linea della mascella, salendo con il pollice a tracciare il contorno del labbro inferiore di Claudia. – E adesso guarda dove sei. Libera.
Enrica si sporse ancora di qualche centimetro. Non c'erano più gli sguardi dello sconosciuto a fare da catalizzatore, né le luci soffuse o la musica del locale. C'erano solo loro due, nel silenzio intimo dell'appartamento, legate da decenni di storia e da quella nuova, audace parentesi di desiderio.
Le labbra di Enrica sfiorarono l'angolo della bocca di Claudia con un bacio leggero come un piuma, un assaggio lento che profumava di vino e complicità. Claudia non si ritrasse. Chiuse gli occhi, lasciando che la testa inclinasse leggermente all'indietro contro lo schienale del divano, regalando a quell'invasione morbida tutto lo spazio di cui aveva bisogno.
La mano di Enrica scivolò lentamente dal collo fin sulla camicetta di Claudia, sbottonando il primo bottone con un gesto disinvolto, lasciando che l'aria della sera e il calore delle dita sfiorassero la pelle calda sopra il seno.
– Promettimi una cosa, Claudia – le sussurrò Enrica a fior di pelle, il fiato caldo che le accarezzava il collo mentre la sua mano cercava la curva del suo fianco.
– Cosa? – rispose Claudia con un sospiro denso, la voce che tremava impercettibilmente nell'oscurità felice della stanza.
– Che non ti rimetterai mai più nell'ombra. Qualsiasi cosa accada.
Claudia riaprì gli occhi, incontrando lo sguardo dell'amica. Cercò la mano di Enrica e la strinse contro il proprio petto, dove il cuore batteva forte, pieno, libero.
– Te lo prometto.

Il sussurro di Claudia rimase sospeso nell'aria, presto divorato dal suono del loro respiro che si faceva via via più corto, più denso.
Non c’era più spazio per le esitazioni o per l’eleganza misurata dei giorni precedenti. La distanza tra i loro volti si annullò del tutto quando le bocche si cercarono, prima con un'avidità trattenuta, poi spezzandosi in un bacio profondo, caldo, viscerale. Claudia dischiuse le labbra accogliendo la lingua di Enrica con un piccolo gemito che le vibrava nella gola, un suono denso che sembrava arrivare dal fondo degli ultimi due anni di solitudine.
Le mani si trovarono d'istinto, cercandosi e intrecciandosi per un istante, prima di iniziare a esplorare i rispettivi corpi con una fame antica. Enrica fece scivolare la mano dentro la camicetta cipria, sganciando i bottoni rimasti con una lentezza snervante. Quando la seta si aprì, rivelando la pelle del petto e il pizzo del reggiseno, il palmo caldo di Enrica si posò direttamente sulla carne di Claudia, coprendo il seno e stringendolo con una presa ferma, possessiva, che fece trasalire Claudia sul divano.
– Sei bellissima...Claudia…e sei rovente...– mormorò Enrica contro la sua bocca, staccandosi solo per pochi millimetri, il tempo di lasciarle una scia di baci umidi e caldi lungo la linea della mascella, scendendo sul collo, fino al cavo della clavicola.
Claudia affondò le dita nei capelli corti e curati dell'amica, tirandola a sé, lasciando che la testa le cadesse all'indietro. Il piacere sobrio e cerebrale della prima volta, legato al contesto del club e alla vergogna, lasciò del tutto il posto a una passione fisica e primordiale. Il corpo di Claudia fremeva ad ogni contatto, attraversato da scosse elettriche che le facevano inarcare la schiena.
Con gesti febbrili ma sicuri, Enrica liberò Claudia dalla camicetta, facendola scivolare lungo le spalle e lasciandola cadere sul pavimento dell'ingresso. Subito dopo le sue mani scesero alla cintura dei pantaloni: la zip si aprì con un fruscio secco e metallico. Enrica aiutò Claudia a sfilarsi i pantaloni e l’intimo, lasciandola completamente nuda sulla pelle del divano, illuminata solo dai riflessi delle luci che filtravano dalla finestra.
Enrica si fermò un secondo a contemplarla.
I suoi occhi scuri bruciavano di un'ammirazione pura, priva di pudore.
– Guardati... – bisbigliò, la voce ridotta a una frequenza rauca. – Come hai potuto pensare di nascondere tutto questo?
Senza attendere risposta, Enrica si liberò a sua volta del proprio abito scuro, rimanendo nuda sopra di lei. Il contatto pelle contro pelle fu una scossa fortissima per entrambe: il calore di Enrica, morbido e profumato, si fuse con quello di Claudia. I loro corpi maturi, formosi e consapevoli, si incastrarono alla perfezione sul divano.
La bocca di Enrica scese sul seno di Claudia, prendendone il capezzolo turgido tra le labbra, succhiando con un ritmo lento e costante che strappò a Claudia un'altra contrazione del bacino. Nello stesso istante, la mano di Enrica scivolò lungo il ventre piatto di Claudia, scendendo tra le cosce già calde e bagnate.
Quando le dita di Enrica affondarono dentro di lei, il contrasto tra la morbidezza del tocco e l'intensità della spinta fece perdere a Claudia ogni residuo di controllo. I suoi fianchi cominciarono a muoversi da soli, cercando il ritmo della mano dell'amica, alzandosi incontro al suo tocco in una danza istintiva e frenetica.
– Enrica... ti prego...– invocò Claudia, aggrappandosi con le unghie alle spalle di Enrica, sentendo i muscoli delle sue cosce tremare per la tensione.
– Guardami, Claudia. Guardami negli occhi mentre vieni – le comandò Enrica con tono caldo e perentorio, intensificando il movimento delle dita e usando il pollice per stimolare con decisione il clitoride, centro turgido e ipersensibile del suo piacere.
I loro sguardi si incrociarono nella penombra. Claudia vide negli occhi di Enrica la stessa fame, la stessa resa viscerale. Non c'era più la maschera della donna d'affari o dell'amica d'infanzia: c'erano solo due donne cinquantenni che si regalavano un momento di pura e selvaggia appartenenza.
L'ondata d'urto arrivò improvvisa e devastante.
Il basso ventre di Claudia si contrasse in uno spasmo violento e prolungato. L'orgasmo la travolse non come una carezza, ma come un'esplosione liquida che le tolse del tutto il fiato. Un grido alto, roco, privo di freni, risuonò nella stanza mentre il suo corpo si piegava verso quello di Enrica. Le pareti vaginali si strinsero attorno alle dita dell'amica in una serie di pulsazioni ritmiche, mentre una sensazione di calore assoluto si propagava fino alle punte dei piedi.
Enrica non si staccò.
Al contrario, la accolse nel proprio abbraccio, continuando a muoversi lentamente dentro di lei per prolungare l'onda d'assestamento del piacere, finché il grido di Claudia non si trasformò in un lungo, esausto sospiro contro la sua spalla.
Rimossero ogni distanza, rimanendo allacciate sul divano mentre i battiti dei loro cuori si inseguivano, forti e allineati.
Claudia tenne gli occhi chiusi per qualche minuto, assaporando il tremore leggero che ancora le percorreva le gambe. Quando li riaprì, incontrò la bocca di Enrica che le sorrideva a pochi millimetri dal viso.
– Ben tornata al mondo, Claudia – mormorò Enrica, baciandole piano le palpebre e la fronte, mentre le sue dita continuavano ad accarezzare con dolcezza il fianco ancora caldo.
Claudia non disse nulla. Si limitò a stringerla più forte a sé, sentendo per la prima volta, dopo due lunghi anni, che la notte non faceva più paura.

Claudia sollevò il capo dalla spalla dell'amica e la fissò negli occhi, con uno sguardo denso, acceso da una fame che ora non chiedeva più il permesso per esistere.
Un sorriso lento, malizioso, del tutto nuovo, le piegò gli angoli delle labbra.
– Enrica...– mormorò, la voce ancora leggermente incrinata e rauca per l'orgasmo appena vissuto. – Così però continuo ad essere in debito con te. E io non amo lasciare i conti in sospeso...
Prima che Enrica potesse rispondere o lasciarsi andare a una delle sue risate complici, Claudia annullò di nuovo ogni distanza. Le posò una mano sul petto, spingendola delicatamente indietro contro i cuscini del divano, e scivolò verso il basso.
Il suo corpo si muoveva con una grazia e un'intenzionalità che sorpresero persino lei stessa. Ogni residuo di pudore era svanito, bruciato dal calore della serata. Claudia scese con la bocca lungo il ventre piatto di Enrica, lasciando una scia di baci caldi, umidi e deliberatamente lenti sulla pelle profumata.
Enrica fece un respiro profondo, improvvisamente colta di sorpresa dal ribaltamento dei ruoli, e le sue dita cercarono istintivamente i capelli di Claudia, ma non per fermarla: si intrecciarono tra le ciocche con un gesto teso, quasi un'implorazione silenziosa.
– Claudia...– sussurrò Enrica, il tono di voce che perdeva per la prima volta la solita incrollabile sicurezza, facendosi spezzato, ansante.
Claudia non rispose. Arrivata all'incavo delle cosce dell'amica, aprì delicatamente le sue gambe, posando le mani sulla parte interna della pelle per tenerla salda. Si chinò in avanti e posò le labbra sul sesso umido e profumato di Enrica.
Il primo contatto fu una carezza di lingua, lenta e profonda, che strappò a Enrica un sussulto violento del bacino e un gemito acuto che risuonò nel silenzio del soggiorno.
Assaporando la resa dell'amica, Claudia intensificò il ritmo. Usò la bocca e la lingua con una passione vorace, alternando sfioramenti delicati a una pressione più decisa, costante, che non lasciava scampo. Sentì i muscoli delle cosce di Enrica contrarsi contro le sue spalle, le sue mani che si aggrappavano con forza ai cuscini del divano mentre il respiro dell'altra donna diventava un affanno febbrile.
– Dio...Claudia...sì...proprio lì...– ansimò Enrica, inarcando la schiena verso la sua bocca, completamente sopraffatta dall'intensità di quel piacere inaspettato.
Claudia guidò il climax dell'amica con lucida e sensuale maestria, senza fretta, godendosi ogni minimo tremore di quel corpo che fino a poco prima la guidava e che ora si abbandonava del tutto alla sua iniziativa.
Quando l'orgasmo di Enrica esplose, fu viscerale e travolgente. Enrica contrasse le cosce stringendo la testa di Claudia contro di sé, lasciando sfuggire un grido lungo e soffocato prima di sciogliersi in un tremore incontrollabile che le percosse tutto il corpo per lunghi secondi.
Quando Claudia risalì lentamente lungo il suo corpo, si sdraiò di fianco a lei e le sorrise a pochi millimetri dalle labbra, saporita e vittoriosa.
Enrica la guardò con gli occhi ancora appannati dall'estasi, la respirazione affannosa e un'espressione di puro stupore felice.
– Debito saldato... forse...– le mormorò Claudia all'orecchio con un'inedita e graffiante ironia – E per me è stata la prima volta, dovrò allenarmi più spesso...
Unì poi di nuovo le loro bocche in un bacio profondo e caldo, assaporando la certezza di non essere mai stata così viva.

La notte fonda avvolse il soggiorno in un abbraccio silenzioso, denso e protettivo. Il ritmo dei loro respiri andò via via rallentando, sincronizzandosi fino a diventare un unico, morbido sottofondo. Rimasero distese sul divano per un tempo indefinito, i corpi intrecciati sotto un plaid leggero che Claudia aveva recuperato al buio, la pelle ancora calda, segnata da un profumo misto di seta, vino e intimo abbandono.
Enrica teneva la testa poggiata sul petto di Claudia, ascoltando il battito regolare del suo cuore, un dito che tracciava cerchi pigri e ipnotici sulla sua pancia.
– Sei una continua sorpresa, Claudia... – mormorò Enrica nella penombra, la voce impastata dal sonno e dall'appagamento. – Sei arrivata a questo appuntamento come una crisalide e mi lasci come una donna che ha una fame bellissima.
Claudia sorrise nel buio, accarezzandole i capelli con una lentezza quasi materna.
– Non sono più in difesa, Enrica. Questa è la differenza. Mi avevi chiesto di smettere di fare la guerra a me stessa…- sorrise - Credo di averti presa alla lettera.
Fuori dalla finestra, la città dormiva in un'oscurità profonda, immobile. L'orologio segnava le quattro del mattino. L'indomani Enrica avrebbe preso il treno per tornare al nord, alla sua vita patinata e al suo matrimonio fatto di equilibri di facciata; Claudia avrebbe atteso la chiamata formale da Velia Atelier, pronta a prendersi il suo posto nel mondo. Ma per qualche ora ancora, quel divano e quel salone rimasero una bolla sospesa fuori dal tempo.
Si alzarono a fatica, condivise da una pigrizia complice. Si aiutarono a ricomporsi con gesti lenti, quasi rituali, sfiorandosi le mani e i fianchi ad ogni movimento. Nessuna fretta, nessuna formalità.
Sulla soglia di casa, prima che Enrica scendesse le scale, si fermarono un'ultima volta l'una di fronte all'altra.
Enrica le prese il viso tra le mani, stampandole un bacio profondo, dolce e pieno di una promessa implicita.
– Ritorno tra un mese, Claudia – le sussurrò a fior di labbra, con uno sguardo che non ammetteva repliche. – E pretendo che tu continui gli 'allenamenti'. Non azzardarti a spegnere di nuovo la luce.
– Ti aspetto – rispose Claudia, e per la prima volta quella parola non suonò come un'attesa passiva della solitudine, ma come l'invito audace a un nuovo capitolo. – Stesso posto, nuove regole.
Quando la porta si chiuse, Claudia appoggiò le spalle al legno per qualche secondo, ascoltando l'eco dei tacchi di Enrica che svaniva lungo le scale.
Entrò in camera da letto senza accendere alcuna luce. Si infilò sotto le lenzuola nuda, avvertendo sulla propria pelle la persistenza dell'essenza di Enrica e il sapore ancora caldo delle cose vissute. Chiuse gli occhi con un lungo, appagato respiro. La casa non era più vuota, e lei non era mai stata così felicemente, consapevolmente viva.

(Mi trovate anche su genserotica@libero.it)
scritto il
2026-08-24
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