La proposta - 7 - Fuochi
di
Gens Erotica
genere
saffico
La domenica pomeriggio scivolò via lenta, sospesa in un silenzio diverso da quello dei mesi bui. Claudia si era stesa sul divano con una tazza di tè accanto, la busta nera appoggiata sul tavolino da giorni senza che avesse trovato il coraggio, o forse solo la calma, di aprirla.
La prese tra le mani, passando i polpastrelli sulla ceralacca scura che sigillava il lembo. Nessun simbolo, nessuna iniziale: solo una superficie liscia e opaca, come tutto il resto di quel mondo che aveva imparato a conoscere per gradi.
Ruppe il sigillo con un gesto lento, quasi rituale.
All'interno, un unico cartoncino di carta pesante, color avorio, con una scrittura elegante a inchiostro scuro. Nessun indirizzo. Nessun orario. Solo la data del sabato successivo, insieme ad una seconda annotazione: “L'ora e il luogo vi saranno comunicati a tempo debito, da chi di dovere.”
Claudia capì immediatamente che avrebbe dovuto affrontare nuovamente la Contessa.
Continuò a leggere le ultime righe: “Un solo colore dominante per la serata: il rosso.
Non è previsto alcun accompagnatore che non sia già stato annunciato."
Claudia rilesse tutto altre due volte, sentendo un formicolio salirle lungo le braccia.
Ripose il cartoncino nella busta con la stessa cura con cui l'aveva estratto, poi restò a fissare il soffitto, chiedendosi quanto tempo avrebbe dovuto aspettare prima di avere altre informazioni.
Il lunedì mattina, mentre si preparava per l'atelier, chiamò Enrica.
– Ho letto l'invito – disse Claudia, senza preamboli, appoggiando il telefono in vivavoce sul lavandino mentre si truccava. – C'è scritta la data di sabato e che l'ora e il luogo arriveranno "a tempo debito". E che dobbiamo vestirci di rosso.
Dall'altra parte ci fu un silenzio breve, il tipo di silenzio che Claudia aveva imparato a riconoscere come il momento in cui Enrica sceglieva le parole con più cura del solito.
– È sempre stato così – rispose infine Enrica, la voce più bassa del solito. – Non sai mai tutto subito. Fa parte del gioco: ti tengono in attesa, ti fanno desiderare la conferma tanto quanto la serata stessa.
– Tu ci sei già stata, vero? – chiese Claudia, fermando per un istante il rossetto a mezz'aria. – In un posto come questo. Non al club. Da qualche altra parte, più…in alto.
Un altro silenzio, più lungo.
– Una volta – ammise Enrica, e per la prima volta nella sua voce affiorò qualcosa di simile all'incertezza. – Molto tempo fa. Non te ne ho mai parlato perché non sapevo come farlo senza sembrare un'altra persona ai tuoi occhi.
Claudia posò il rossetto, sorpresa da quella fragilità inaspettata.
– Enrica, io non ti giudicherei mai. Lo sai.
– Lo so, ma è diverso raccontarlo a voce che viverlo insieme – rispose Enrica, e si sentì un piccolo respiro, come se stesse decidendo quanto concedersi. – Ti dirò solo questo: quello che hai visto al club è un gioco tra adulti consapevoli, con delle regole semplici. Quello a cui ti sta invitando la Contessa è un altro livello. Più cerimonia, più silenzio, più resa. Non c'è un padrone di casa che si vede in giro a offrire drink. C'è chi osserva, chi partecipa, e chi decide chi può fare cosa.
– Mi stai volutamente spaventando? O eccitando, Enrica? – mormorò Claudia con un mezzo sorriso, cercando di alleggerire il tono.
– Entrambe le cose, se sei sincera con te stessa – rispose Enrica, e la risata che seguì fu più leggera.
– Sono sincera, allora – disse Claudia, abbassando la voce mentre si guardava allo specchio, il rossetto dimenticato sul bordo del lavandino. – Sono spaventata. E terribilmente eccitata. E ora, per colpa tua, resterò così per tutto il giorno, Enrica. Come faccio a stare seduta dietro al banco dell'atelier con questa sensazione addosso?
Dall'altra parte della linea, il respiro di Enrica si fece più denso.
– Non è colpa mia se la verità ti fa questo effetto – mormorò, il tono che scivolava verso quel registro basso e roco che Claudia conosceva bene. – Ma se proprio vuoi incolparmi di qualcosa…stasera dovrai trovare un modo per farmi pagare. E io sono più che disposta ad accettare la punizione.
– Stasera ti toccherà farti perdonare, Enrica – rispose Claudia, un sorriso lento che le incurvava le labbra mentre finalmente riprendeva il rossetto in mano. – E ti avverto: oggi ho tutto il tempo per pensare a come.
– Allora ti conviene sbrigarti ad andare in atelier – disse Enrica con un piccolo sospiro teatrale, la voce che tremava di un'allegria complice. – Perché più mi parli così, più mi viene voglia di prendere il primo treno invece di aspettare venerdì.
– Resisti, regina – rise Claudia, chiudendo finalmente il rossetto con un gesto deciso. – Ti voglio intera, non consumata da un viaggio last minute.
– Allora aspetto venerdì sera, questa volta con calma – disse, tornando a un tono più disteso. – Non voglio più le corse delle ultime volte.
– Nemmeno io – rispose Enrica, e nella sua voce si sentiva ancora un'ombra di quella confessione appena fatta. – Questa volta voglio arrivare a Roma già pronta. Per tutto.
Il mercoledì pomeriggio, l'atelier si era svuotato prima del solito. L'ultima cliente era uscita poco dopo le diciotto, e la luce calda dei faretti aveva preso il posto di quella naturale, ormai spenta dietro le vetrine.
Claudia era rimasta dentro insieme ad Eleonora con una scusa semplice: un impegno personale importante, di sabato, per cui non aveva ancora trovato nulla di adatto nel proprio guardaroba. Non aveva detto altro e la collega si era offerta più che volentieri di aiutarla a trovare qualcosa.
– Rosso, hai detto? – chiese Eleonora, uscendo dal magazzino con tre abiti appesi al braccio, il tono professionale ma gli occhi già incuriositi. – Devo dedurre che non si tratti di una cena di lavoro.
– Diciamo che è un'occasione speciale – rispose Claudia, con un sorriso che non concedeva nulla.
Eleonora non insistette. Appese i tre abiti sull'asta dorata vicina allo specchio a figura intera e ne scelse uno, un lungo abito di seta scarlatta con la schiena scoperta.
– Proviamo questo per primo. Il taglio ti disegnerà bene i fianchi.
Claudia si spogliò dietro il paravento, poi raggiunse Eleonora davanti allo specchio, lasciando che l'aiutasse a infilare l'abito. La seta scivolò fresca sulla pelle, aderente sul punto vita, morbida sui fianchi.
– Perfetto sulle spalle – mormorò Eleonora, spostandosi dietro di lei per chiudere la lampo. Le sue dita risalirono lungo la schiena nuda con lentezza professionale. O almeno tale sarebbe dovuta essere.
Claudia sentì il contatto indugiare oltre il necessario, un secondo, forse due, sulla curva delle scapole, prima che la zip venisse finalmente chiusa.
– Così – disse Eleonora, ma non si mosse. Restò dietro di lei, gli occhi fissi al riflesso di Claudia nello specchio, mentre le mani si posavano sulle sue spalle nude per raddrizzare la stoffa.
– Eleonora – disse Claudia, incontrando il suo sguardo nel vetro, la voce calma, quasi divertita. – Il vestito è già dritto.
Il rossore che salì sul collo di Eleonora fu immediato, ma lei non ritrasse le mani.
– Scusa, io... – iniziò, la voce meno sicura del solito.
– Non scusarti – la interruppe Claudia, voltandosi lentamente, così che le mani di Eleonora scivolassero naturalmente dalle spalle ai fianchi, restando lì. – Dimmi solo una cosa. Ti piace giocare con il fuoco, Eleonora?
Per un istante, nel salone deserto, l'unico suono fu quello del ventilatore sopra le loro teste. Eleonora non rispose subito. I suoi occhi scesero sulle labbra di Claudia, poi risalirono, carichi di qualcosa che assomigliava a una resa non ancora dichiarata.
– Forse ho solo scoperto di essere più curiosa di quanto pensassi – rispose infine, la voce ridotta a un soffio. – Da quando sei arrivata tu.
Claudia le prese delicatamente il polso, non per allontanarla, ma per fermare quel momento sospeso prima che diventasse qualcosa di irreversibile.
– Allora forse è meglio che impari a stare vicino al fuoco senza bruciarsi subito – disse, con un sorriso che non era un rifiuto, ma nemmeno una promessa. – Le cose belle, Eleonora, hanno bisogno di tempo.
Lasciò la presa, tornando a guardare il proprio riflesso nello specchio.
– Comunque hai portato tre abiti – aggiunse, con un tono improvvisamente pratico, come se nulla fosse successo. – Non voglio deciderne uno senza aver visto gli altri due. Aiutami a togliere questo.
Fu lei stessa, questa volta, a offrire la schiena alla collega, sollevando appena i capelli per liberare la nuca.
Le dita di Eleonora trovarono la zip con un attimo di esitazione in più rispetto a prima. La fece scendere lentamente, forse più lentamente del necessario, lasciando che l'aria fresca del salone incontrasse la pelle scoperta di Claudia centimetro dopo centimetro.
L'abito scivolò a terra con un fruscio di seta. Claudia restò per un istante in intimo davanti allo specchio, senza fretta di coprirsi, mentre Eleonora le porgeva il secondo abito, un tubino nero con lo scollo profondo sulla schiena.
– Questo si allaccia sul fianco – disse Eleonora, la voce leggermente più bassa del suo solito tono professionale, guidando le braccia di Claudia dentro le maniche e poi scendendo con le mani lungo i fianchi per chiudere i tre piccoli ganci laterali.
Le nocche di Eleonora sfiorarono la pelle nuda del fianco a ogni gancio chiuso, un contatto che sarebbe dovuto essere tecnico e che invece si prolungava, indugiava, tradiva la mano che non era più del tutto ferma.
Claudia non si mosse. Osservò Eleonora attraverso lo specchio, lasciando che quel gioco continuasse un istante di più di quanto avrebbe dovuto, consapevole, questa volta, di essere lei a decidere quanto concedere.
– Questo è più stretto in vita – commentò infine, voltandosi verso Eleonora invece che verso lo specchio, così vicina che il respiro dell'altra si fece impercettibilmente più corto. – Cosa ne pensi?
– Penso che... – Eleonora deglutì, gli occhi che scivolavano per un attimo dal viso di Claudia al décolleté scoperto dal taglio profondo dell'abito, prima di risalire con uno sforzo quasi visibile. – Penso che ti stia estremamente bene. Forse troppo.
– "Troppo" è un problema o un pregio, secondo te? – mormorò Claudia, la voce bassa, giocosa, la stessa benzina che poco prima aveva messo trattenuto veniva gettata ora di proposito su quel fuoco già acceso.
Eleonora non rispose subito. Si limitò a distogliere lo sguardo, le mani che si stringevano nervosamente sull'orlo del terzo abito ancora appeso.
– Proviamo l'ultimo – disse invece, con un tono che cercava di ricomporsi. – Poi... poi decidi tu.
Il terzo era un abito lungo, con una scollatura a incrocio sul davanti che richiedeva di essere annodata sulla schiena. Questa volta fu Claudia a girarsi di sua iniziativa, porgendo i due lembi di stoffa a Eleonora perché li legasse.
Le dita di Eleonora tremarono appena mentre incrociavano i lacci, le nocche che sfioravano la pelle nuda tra le scapole a ogni passaggio. Per un istante si fermò del tutto, come se avesse perso il filo di ciò che stava facendo, la fronte quasi a un soffio dalla spalla di Claudia.
– Eleonora – disse Claudia con dolcezza, senza voltarsi, lasciando che il nome uscisse quasi come una carezza. – Il laccio.
– Sì. Scusa. – La voce di Eleonora era ridotta a un filo. Finì il nodo con un ultimo gesto incerto, poi fece un passo indietro, come se avesse bisogno di riprendere fiato lontano da quel contatto.
Claudia si osservò allo specchio, poi si voltò verso di lei con un sorriso pacato, quello di chi ha già deciso tutto da un pezzo.
– Prendo il rosso – disse semplicemente. – Il primo.
Eleonora annuì, senza fidarsi troppo della propria voce, e cominciò a raccogliere gli altri due abiti con gesti più lenti del solito, il petto che si alzava e abbassava in un respiro non ancora del tutto regolare.
– Grazie per la pazienza di oggi – aggiunse Claudia, già voltandosi per andare a rivestirsi con i propri abiti, il tono tornato impeccabilmente normale, come se gli ultimi venti minuti non fossero mai accaduti. – Sei stata...premurosa.
L'ultima parola rimase sospesa nell'aria del salone vuoto, ambigua quanto tutto il resto della serata.
Il venerdì mattina, mentre Claudia sistemava dei campionari sul bancone principale, il campanello della porta suonò con un tintinnio secco. Alzò lo sguardo e vide, attraverso la vetrina, la berlina scura della Contessa Alvisi fermarsi proprio davanti all'ingresso.
Eleonora, china sui registri delle consegne, sollevò appena la testa.
– La Contessa? Ma non aveva già ritirato l'abito? Cos’altro vorrà?
– Forse ha bisogno di un nuovo consiglio – rispose Claudia, sentendo un formicolio improvviso lungo le braccia mentre si avviava verso la porta.
La Contessa entrò con la consueta eleganza fluida, gli occhiali da sole sollevati sui capelli grigi, un foulard di seta al collo che profumava già da lontano di sandalo.
– Claudia, cara – disse, porgendole appena la guancia per un bacio di cortesia. – Perdona l'irruzione senza preavviso. C'è un piccolo dettaglio che mi tormenta da ieri sera. Avresti dieci minuti?
– Certamente, Contessa. Venga pure nel privè.
Eleonora seguì la scena con lo sguardo, senza commentare, ma Claudia notò l'ombra di un'attenzione più vigile del solito mentre le due donne scomparivano oltre la tenda di velluto blu.
Il privè era in penombra, illuminato solo da una lampada bassa. Non c'era alcun abito ad attenderle sul manichino.
Claudia si voltò, la domanda già sulle labbra, ma la Contessa aveva richiuso la tenda alle proprie spalle con un gesto lento, quasi cerimonioso.
– Non c'è nessun dettaglio da correggere, vero? – disse Claudia, la voce ferma nonostante il cuore avesse preso a battere più forte.
– No – ammise la Contessa, avvicinandosi con passi misurati. – Ma non potevo lasciarti fino a domani senza le informazioni che ti spettano. E, lo confesso, non potevo nemmeno resistere alla tentazione di rivederti prima.
Si fermò a un passo da lei, lo sguardo che scivolava lento sul viso di Claudia, poi più in basso.
– Domani sera… – disse, la voce ridotta a un sussurro roco. – …una macchina passerà sotto casa tua alle ventuno e mezza. La.villa è oltre i Castelli. L'autista saprà il resto, a voi non serve altro.
– Grazie – rispose Claudia, cercando di mantenere un tono professionale che la vicinanza della Contessa rendeva sempre più difficile da sostenere.
– Non ringraziarmi ancora – mormorò la Alvisi, alzando una mano per sfiorarle la mascella con il dorso delle dita. – Preferirei un altro tipo di riconoscenza.
Questa volta Claudia non si ritrasse. Il ricordo di Palazzo Alvisi, del proprio polso che fermava quello della Contessa, sembrò dissolversi sotto il peso di quella stanza chiusa, di quel profumo denso, della propria pelle già accesa dal gioco lasciato in sospeso con Eleonora pochi giorni prima.
Le labbra della Contessa trovarono le sue con una lentezza calcolata, un bacio che si aprì piano, senza fretta, come se avesse tutto il tempo del mondo per assaporarla. Claudia dischiuse la bocca, sentendo il proprio corpo cedere prima ancora che la mente decidesse di farlo.
Le mani della Contessa scesero lungo il collo, poi sui bottoni della camicetta, aprendoli uno a uno con una calma che rendeva ogni gesto più insopportabile del precedente. Quando il tessuto si aprì, il palmo caldo si posò diretto sulla pelle, risalendo a coppa verso il seno con una presa sicura che strappò a Claudia un respiro spezzato.
Fu in quell'istante, con gli occhi socchiusi e la mente già persa nell’audacia della Contessa, che Claudia colse un movimento all'angolo della tenda del camerino.
Una fessura, sottile, dove il tessuto non combaciava del tutto e dove, per una frazione di secondo, le parve di scorgere l'ombra di un profilo, un occhio scuro fermo a osservare, subito sparito non appena i loro sguardi avrebbero potuto incrociarsi.
Il cuore le mancò un colpo, ma non per paura.
Non poteva esserne certa, ma il pensiero che potesse essere Eleonora, ferma dall'altra parte a guardarla cedere a quella carezza, aggiunse al desiderio già acceso una scarica elettrica in più, un brivido che la Contessa scambiò per un cedimento tutto suo.
Claudia non disse nulla. Non si voltò a controllare. Lasciò che quel dubbio restasse sospeso, incerto quanto delizioso, mentre le mani della Contessa proseguivano la loro discesa lenta.
– Contessa... – riuscì a sussurrare, la voce che tremava tra il desiderio e un ultimo residuo di resistenza.
– Shh – la zittì l'Alvisi, sollevando il viso per incontrare i suoi occhi, le pupille scure e dilatate. – Non serve dire nulla. Lasciati solo andare.
Le dita proseguirono la loro discesa lenta, e per un lungo istante Claudia perse ogni cognizione del tempo, della stanza, di tutto ciò che non fosse quel calore che stava salendo inarrestabile, la tensione che si accumulava in un crescendo di cui non era più del tutto padrona.
Fu proprio sul punto più alto di quella tensione che la Contessa si fermò.
Ritrasse la mano con la stessa lentezza con cui l'aveva mossa, lasciando Claudia sospesa, il fiato corto, il corpo ancora vibrante di un desiderio negato all'ultimo respiro.
– No, cara – mormorò la Alvisi, un sorriso soddisfatto che le incurvava le labbra mentre le richiudeva con cura i bottoni della camicetta, uno a uno, come se nulla fosse successo. – Non voglio che tu bruci tutto oggi. Risparmiati. Domani sera avrai bisogno di ogni scintilla che hai dentro.
Claudia restò immobile, le mani ancora aggrappate al tavolo, cercando di ricomporre il respiro mentre la Contessa si allontanava verso la tenda con la consueta grazia regale.
– A domani sera, Claudia – disse, voltandosi un'ultima volta sulla soglia. – E porta Enrica. Sarebbe un peccato privare quella villa della vista di voi due insieme.
Uscì senza attendere risposta, lasciando Claudia sola nel privè, la pelle ancora accesa, il cuore che batteva un ritmo che non aveva più nulla di professionale.
Il venerdì sera, Claudia aveva acceso solo le luci basse del soggiorno, la stessa penombra calda di tante altre sere di attesa. Aveva apparecchiato per due, aperto una bottiglia di vino a respirare, e indossava una vestaglia leggera color champagne che scivolava morbida sulle spalle.
Quando il citofono suonò, alle otto in punto, sentì il cuore accelerare come se fosse la prima volta.
– Sono io – disse la voce di Enrica, allegra, senza traccia dell'affanno delle altre volte.
Claudia le aprì il portone e la attese sulla porta di casa.
Il suono secco dell'ascensore e l’arrivo di Enrica furono sollievo e desiderio purissimi per Caludia.
– Ho detto a mio marito che le "urgenze con gli appartamenti" richiedono almeno due notti, questa volta – disse Enrica, con un sorriso furbo, lasciando cadere la valigia per stringerla in un abbraccio lungo, senza fretta. – Niente ultimo treno stanotte, Claudia. Sono tutta tua fino a domenica mattina.
La valigia dimenticata sulla soglia dell'ingresso non appena la porta si richiuse alle loro spalle. Enrica si tolse il cappotto lasciandolo scivolare a terra, gli occhi che percorrevano lentamente Claudia dalla testa ai piedi.
– Guardati... – mormorò, avvicinandosi con passi lenti. – Quella vestaglia sembra fatta apposta per essere tolta.
– Ho pensato che avessi aspettato abbastanza – rispose Claudia, lasciando che Enrica le sfiorasse la guancia con il dorso della mano.
Si baciarono piano, un bacio lungo che sapeva di settimane di lontananza recuperate tutte insieme, prima che Enrica si staccasse quel poco che bastava per guardarla negli occhi.
– Prima di tutto il resto – disse, con un tono improvvisamente più serio – raccontami della Contessa. Al telefono mi hai detto solo "ne parliamo stasera". Mi ha fatto impazzire tutto il pomeriggio.
Si sedettero sul divano, i calici di vino versati, le gambe intrecciate. Claudia le raccontò ogni dettaglio della visita in atelier (la scusa, il privè vuoto, le parole sull'orario e sulla villa, e poi, più lentamente, il resto: le mani della Contessa, il proprio corpo che aveva ceduto più di quanto avesse previsto, il gesto finale di lei che si era fermata apposta).
– Voleva che arrivassi a domani con qualcosa ancora in sospeso – disse Claudia, la voce bassa. – E ci è riuscita.
Il respiro di Enrica si era fatto più corto già a metà racconto, ma fu l'ultimo dettaglio a farle spalancare gli occhi.
– Aspetta. Torna indietro. Hai detto che pensavi ci fosse qualcuno dietro la tenda?
– Non ne sono certa – ammise Claudia. – Un'ombra, un attimo. Poteva essere Eleonora. Poteva essere niente.
– Claudia... – Enrica scosse la testa, un misto di incredulità e di qualcosa che assomigliava pericolosamente a eccitazione. – Prima mi racconti che la tua collega ti ha quasi spogliata durante una prova d'abiti e ora mi dici che potrebbe averti anche vista con la Contessa. Devo davvero preoccuparmi che questo atelier sia diventato più pericoloso del club?
– Gelosa? – chiese Claudia, un sorriso lento che le incurvava le labbra.
– Terribilmente – rispose Enrica senza esitare, posando il calice sul tavolino e avvicinandosi finché le loro ginocchia non si toccarono. – E anche parecchio eccitata, se devo essere sincera. Il pensiero di te che cedi a qualcun altro, sapendo che poi torni sempre a raccontarmelo sta diventando un veleno che mi piace troppo.
Le prese il viso tra le mani, gli occhi scuri che bruciavano di quella fame antica che Claudia aveva imparato a riconoscere.
– Ma stanotte – aggiunse, la voce che scendeva a un sussurro – nessuna Contessa, nessuna Eleonora. Solo tu, io, e tutto il tempo che vuoi per continuare a farmi perdonare lo scorso lunedì mattina.
Claudia non rispose a parole. Si limitò a slacciare la cintura della vestaglia, lasciandola scivolare dalle spalle fino a raccogliersi ai suoi piedi, restando nuda davanti a Enrica nella luce calda del soggiorno.
Enrica si alzò lentamente, senza fretta, come se volesse imprimersi ogni istante di quella vista prima di ridurre anche l'ultima distanza tra loro. Le sue mani trovarono i fianchi di Claudia, il calore familiare della sua pelle, e il bacio che seguì non ebbe più nulla della leggerezza di poco prima.
Si mossero verso la camera da letto senza smettere di toccarsi, i vestiti di Enrica che vennero seminati lungo il tragitto con la stessa urgenza silenziosa di chi ha aspettato troppo a lungo. Quando raggiunsero il letto, ogni residuo di conversazione si sciolse in un intreccio di mani, fiati e promesse sussurrate a fior di pelle: un ritrovarsi che non aveva più bisogno di essere raccontato, solo vissuto, fino a notte fonda.
Molto più tardi, distese sotto le lenzuola, Enrica tracciò pigri cerchi sul petto di Claudia, il respiro ancora irregolare.
– Domani sera – mormorò, gli occhi socchiusi – qualunque cosa ci aspetti in quella villa...voglio che ti ricordi che prima di tutto siamo noi due. Il resto è solo il contorno.
– Lo so – rispose Claudia, chiudendo gli occhi con un sorriso stanco e pieno. – Ma ammetti che il contorno, ultimamente, non è affatto male.
Enrica rise piano contro la sua spalla, e il sonno le raggiunse così, intrecciate, con la villa e il rosso da indossare ad aspettarle appena oltre la soglia della notte.
Il sabato mattina, Claudia si era svegliata tardi, il corpo ancora pesante di un sonno pieno e senza sogni. Enrica dormiva ancora, un braccio abbandonato fuori dalle coperte, il respiro lento e regolare.
Si era alzata piano per non svegliarla, aveva messo la moka sul fuoco e si era seduta al tavolo della cucina in accappatoio, quando il telefono vibrò sul piano di marmo: “Eleonora – Atelier”
Claudia inarcò un sopracciglio, sorpresa. Rispose al terzo squillo, abbassando la voce per non svegliare Enrica.
– Eleonora? È sabato, tutto bene?
– Scusa il disturbo, davvero – disse Eleonora dall'altra parte, la voce che cercava un tono professionale non del tutto convincente. – È solo che...mi sono resa conto ieri sera, chiudendo, che l'abito della signora Ferretti per lunedì ha ancora due spilli alla base della gonna. Me ne sono accorta solo dopo che te n'eri andata e volevo essere sicura che tu lo sapessi prima di lunedì mattina, così non ci troviamo impreparate.
– Potevi scrivermi un messaggio, non c'era bisogno di chiamare – osservò Claudia, sorseggiando il caffè, il tono gentile ma leggermente divertito.
Ci fu una pausa, breve ma percepibile.
– Hai ragione – ammise Eleonora. – Volevo solo...sentirti. Assicurarmi che fosse tutto a posto. Dopo ieri.
La parola rimase sospesa nell'aria, carica di un significato che nessuna delle due nominò apertamente.
– Tutto a posto, Eleonora – rispose Claudia con calma, senza offrirle nessun appiglio in più. – È stata una bella giornata di lavoro. Un po' intensa, ma bella.
– Sì, intensa – ripeté Eleonora, e nella sua voce c'era qualcosa che assomigliava a un sorriso trattenuto. – Beh, allora...buon weekend, Claudia. Divertiti stasera, qualunque cosa tu abbia in programma.
– Grazie, Eleonora. A lunedì.
La chiamata si chiuse, e Claudia restò per un istante a fissare il telefono, un sorriso leggero che le incurvava le labbra.
Dalla camera da letto, la voce assonnata di Enrica si fece sentire.
– Chi era, a quest'ora?
– Eleonora – rispose Claudia, tornando verso la camera con la tazza ancora in mano. – Una scusa su degli spilli dimenticati su un abito.
Enrica si tirò su sui gomiti, i capelli in disordine, un sorriso malizioso che si faceva strada sul viso ancora assonnato.
– Una scusa, dici?
– Una scusa – confermò Claudia, sedendosi sul bordo del letto. – Ha chiamato per sentirmi. Per essere sicura che fosse tutto "a posto dopo ieri", ha detto.
Enrica lasciò andare una risata bassa, allungando una mano per prendere la tazza dalle dita di Claudia e posarla sul comodino.
– Quindi ha visto qualcosa.
– Non lo so – rispose Claudia, lasciandosi scivolare accanto a lei sotto le lenzuola. – Ma qualunque cosa abbia visto o immaginato, ha aspettato tutta la notte prima di chiamarmi con una scusa più debole di uno spillo mal piantato.
– Mi piace questa nuova te, che colleziona ammiratrici come fossero trofei – mormorò Enrica, avvicinandosi fino a sfiorarle le labbra con le proprie. – Ma oggi...oggi voglio che pensi solo a me. Il resto può aspettare fino a lunedì.
La prese tra le mani, passando i polpastrelli sulla ceralacca scura che sigillava il lembo. Nessun simbolo, nessuna iniziale: solo una superficie liscia e opaca, come tutto il resto di quel mondo che aveva imparato a conoscere per gradi.
Ruppe il sigillo con un gesto lento, quasi rituale.
All'interno, un unico cartoncino di carta pesante, color avorio, con una scrittura elegante a inchiostro scuro. Nessun indirizzo. Nessun orario. Solo la data del sabato successivo, insieme ad una seconda annotazione: “L'ora e il luogo vi saranno comunicati a tempo debito, da chi di dovere.”
Claudia capì immediatamente che avrebbe dovuto affrontare nuovamente la Contessa.
Continuò a leggere le ultime righe: “Un solo colore dominante per la serata: il rosso.
Non è previsto alcun accompagnatore che non sia già stato annunciato."
Claudia rilesse tutto altre due volte, sentendo un formicolio salirle lungo le braccia.
Ripose il cartoncino nella busta con la stessa cura con cui l'aveva estratto, poi restò a fissare il soffitto, chiedendosi quanto tempo avrebbe dovuto aspettare prima di avere altre informazioni.
Il lunedì mattina, mentre si preparava per l'atelier, chiamò Enrica.
– Ho letto l'invito – disse Claudia, senza preamboli, appoggiando il telefono in vivavoce sul lavandino mentre si truccava. – C'è scritta la data di sabato e che l'ora e il luogo arriveranno "a tempo debito". E che dobbiamo vestirci di rosso.
Dall'altra parte ci fu un silenzio breve, il tipo di silenzio che Claudia aveva imparato a riconoscere come il momento in cui Enrica sceglieva le parole con più cura del solito.
– È sempre stato così – rispose infine Enrica, la voce più bassa del solito. – Non sai mai tutto subito. Fa parte del gioco: ti tengono in attesa, ti fanno desiderare la conferma tanto quanto la serata stessa.
– Tu ci sei già stata, vero? – chiese Claudia, fermando per un istante il rossetto a mezz'aria. – In un posto come questo. Non al club. Da qualche altra parte, più…in alto.
Un altro silenzio, più lungo.
– Una volta – ammise Enrica, e per la prima volta nella sua voce affiorò qualcosa di simile all'incertezza. – Molto tempo fa. Non te ne ho mai parlato perché non sapevo come farlo senza sembrare un'altra persona ai tuoi occhi.
Claudia posò il rossetto, sorpresa da quella fragilità inaspettata.
– Enrica, io non ti giudicherei mai. Lo sai.
– Lo so, ma è diverso raccontarlo a voce che viverlo insieme – rispose Enrica, e si sentì un piccolo respiro, come se stesse decidendo quanto concedersi. – Ti dirò solo questo: quello che hai visto al club è un gioco tra adulti consapevoli, con delle regole semplici. Quello a cui ti sta invitando la Contessa è un altro livello. Più cerimonia, più silenzio, più resa. Non c'è un padrone di casa che si vede in giro a offrire drink. C'è chi osserva, chi partecipa, e chi decide chi può fare cosa.
– Mi stai volutamente spaventando? O eccitando, Enrica? – mormorò Claudia con un mezzo sorriso, cercando di alleggerire il tono.
– Entrambe le cose, se sei sincera con te stessa – rispose Enrica, e la risata che seguì fu più leggera.
– Sono sincera, allora – disse Claudia, abbassando la voce mentre si guardava allo specchio, il rossetto dimenticato sul bordo del lavandino. – Sono spaventata. E terribilmente eccitata. E ora, per colpa tua, resterò così per tutto il giorno, Enrica. Come faccio a stare seduta dietro al banco dell'atelier con questa sensazione addosso?
Dall'altra parte della linea, il respiro di Enrica si fece più denso.
– Non è colpa mia se la verità ti fa questo effetto – mormorò, il tono che scivolava verso quel registro basso e roco che Claudia conosceva bene. – Ma se proprio vuoi incolparmi di qualcosa…stasera dovrai trovare un modo per farmi pagare. E io sono più che disposta ad accettare la punizione.
– Stasera ti toccherà farti perdonare, Enrica – rispose Claudia, un sorriso lento che le incurvava le labbra mentre finalmente riprendeva il rossetto in mano. – E ti avverto: oggi ho tutto il tempo per pensare a come.
– Allora ti conviene sbrigarti ad andare in atelier – disse Enrica con un piccolo sospiro teatrale, la voce che tremava di un'allegria complice. – Perché più mi parli così, più mi viene voglia di prendere il primo treno invece di aspettare venerdì.
– Resisti, regina – rise Claudia, chiudendo finalmente il rossetto con un gesto deciso. – Ti voglio intera, non consumata da un viaggio last minute.
– Allora aspetto venerdì sera, questa volta con calma – disse, tornando a un tono più disteso. – Non voglio più le corse delle ultime volte.
– Nemmeno io – rispose Enrica, e nella sua voce si sentiva ancora un'ombra di quella confessione appena fatta. – Questa volta voglio arrivare a Roma già pronta. Per tutto.
Il mercoledì pomeriggio, l'atelier si era svuotato prima del solito. L'ultima cliente era uscita poco dopo le diciotto, e la luce calda dei faretti aveva preso il posto di quella naturale, ormai spenta dietro le vetrine.
Claudia era rimasta dentro insieme ad Eleonora con una scusa semplice: un impegno personale importante, di sabato, per cui non aveva ancora trovato nulla di adatto nel proprio guardaroba. Non aveva detto altro e la collega si era offerta più che volentieri di aiutarla a trovare qualcosa.
– Rosso, hai detto? – chiese Eleonora, uscendo dal magazzino con tre abiti appesi al braccio, il tono professionale ma gli occhi già incuriositi. – Devo dedurre che non si tratti di una cena di lavoro.
– Diciamo che è un'occasione speciale – rispose Claudia, con un sorriso che non concedeva nulla.
Eleonora non insistette. Appese i tre abiti sull'asta dorata vicina allo specchio a figura intera e ne scelse uno, un lungo abito di seta scarlatta con la schiena scoperta.
– Proviamo questo per primo. Il taglio ti disegnerà bene i fianchi.
Claudia si spogliò dietro il paravento, poi raggiunse Eleonora davanti allo specchio, lasciando che l'aiutasse a infilare l'abito. La seta scivolò fresca sulla pelle, aderente sul punto vita, morbida sui fianchi.
– Perfetto sulle spalle – mormorò Eleonora, spostandosi dietro di lei per chiudere la lampo. Le sue dita risalirono lungo la schiena nuda con lentezza professionale. O almeno tale sarebbe dovuta essere.
Claudia sentì il contatto indugiare oltre il necessario, un secondo, forse due, sulla curva delle scapole, prima che la zip venisse finalmente chiusa.
– Così – disse Eleonora, ma non si mosse. Restò dietro di lei, gli occhi fissi al riflesso di Claudia nello specchio, mentre le mani si posavano sulle sue spalle nude per raddrizzare la stoffa.
– Eleonora – disse Claudia, incontrando il suo sguardo nel vetro, la voce calma, quasi divertita. – Il vestito è già dritto.
Il rossore che salì sul collo di Eleonora fu immediato, ma lei non ritrasse le mani.
– Scusa, io... – iniziò, la voce meno sicura del solito.
– Non scusarti – la interruppe Claudia, voltandosi lentamente, così che le mani di Eleonora scivolassero naturalmente dalle spalle ai fianchi, restando lì. – Dimmi solo una cosa. Ti piace giocare con il fuoco, Eleonora?
Per un istante, nel salone deserto, l'unico suono fu quello del ventilatore sopra le loro teste. Eleonora non rispose subito. I suoi occhi scesero sulle labbra di Claudia, poi risalirono, carichi di qualcosa che assomigliava a una resa non ancora dichiarata.
– Forse ho solo scoperto di essere più curiosa di quanto pensassi – rispose infine, la voce ridotta a un soffio. – Da quando sei arrivata tu.
Claudia le prese delicatamente il polso, non per allontanarla, ma per fermare quel momento sospeso prima che diventasse qualcosa di irreversibile.
– Allora forse è meglio che impari a stare vicino al fuoco senza bruciarsi subito – disse, con un sorriso che non era un rifiuto, ma nemmeno una promessa. – Le cose belle, Eleonora, hanno bisogno di tempo.
Lasciò la presa, tornando a guardare il proprio riflesso nello specchio.
– Comunque hai portato tre abiti – aggiunse, con un tono improvvisamente pratico, come se nulla fosse successo. – Non voglio deciderne uno senza aver visto gli altri due. Aiutami a togliere questo.
Fu lei stessa, questa volta, a offrire la schiena alla collega, sollevando appena i capelli per liberare la nuca.
Le dita di Eleonora trovarono la zip con un attimo di esitazione in più rispetto a prima. La fece scendere lentamente, forse più lentamente del necessario, lasciando che l'aria fresca del salone incontrasse la pelle scoperta di Claudia centimetro dopo centimetro.
L'abito scivolò a terra con un fruscio di seta. Claudia restò per un istante in intimo davanti allo specchio, senza fretta di coprirsi, mentre Eleonora le porgeva il secondo abito, un tubino nero con lo scollo profondo sulla schiena.
– Questo si allaccia sul fianco – disse Eleonora, la voce leggermente più bassa del suo solito tono professionale, guidando le braccia di Claudia dentro le maniche e poi scendendo con le mani lungo i fianchi per chiudere i tre piccoli ganci laterali.
Le nocche di Eleonora sfiorarono la pelle nuda del fianco a ogni gancio chiuso, un contatto che sarebbe dovuto essere tecnico e che invece si prolungava, indugiava, tradiva la mano che non era più del tutto ferma.
Claudia non si mosse. Osservò Eleonora attraverso lo specchio, lasciando che quel gioco continuasse un istante di più di quanto avrebbe dovuto, consapevole, questa volta, di essere lei a decidere quanto concedere.
– Questo è più stretto in vita – commentò infine, voltandosi verso Eleonora invece che verso lo specchio, così vicina che il respiro dell'altra si fece impercettibilmente più corto. – Cosa ne pensi?
– Penso che... – Eleonora deglutì, gli occhi che scivolavano per un attimo dal viso di Claudia al décolleté scoperto dal taglio profondo dell'abito, prima di risalire con uno sforzo quasi visibile. – Penso che ti stia estremamente bene. Forse troppo.
– "Troppo" è un problema o un pregio, secondo te? – mormorò Claudia, la voce bassa, giocosa, la stessa benzina che poco prima aveva messo trattenuto veniva gettata ora di proposito su quel fuoco già acceso.
Eleonora non rispose subito. Si limitò a distogliere lo sguardo, le mani che si stringevano nervosamente sull'orlo del terzo abito ancora appeso.
– Proviamo l'ultimo – disse invece, con un tono che cercava di ricomporsi. – Poi... poi decidi tu.
Il terzo era un abito lungo, con una scollatura a incrocio sul davanti che richiedeva di essere annodata sulla schiena. Questa volta fu Claudia a girarsi di sua iniziativa, porgendo i due lembi di stoffa a Eleonora perché li legasse.
Le dita di Eleonora tremarono appena mentre incrociavano i lacci, le nocche che sfioravano la pelle nuda tra le scapole a ogni passaggio. Per un istante si fermò del tutto, come se avesse perso il filo di ciò che stava facendo, la fronte quasi a un soffio dalla spalla di Claudia.
– Eleonora – disse Claudia con dolcezza, senza voltarsi, lasciando che il nome uscisse quasi come una carezza. – Il laccio.
– Sì. Scusa. – La voce di Eleonora era ridotta a un filo. Finì il nodo con un ultimo gesto incerto, poi fece un passo indietro, come se avesse bisogno di riprendere fiato lontano da quel contatto.
Claudia si osservò allo specchio, poi si voltò verso di lei con un sorriso pacato, quello di chi ha già deciso tutto da un pezzo.
– Prendo il rosso – disse semplicemente. – Il primo.
Eleonora annuì, senza fidarsi troppo della propria voce, e cominciò a raccogliere gli altri due abiti con gesti più lenti del solito, il petto che si alzava e abbassava in un respiro non ancora del tutto regolare.
– Grazie per la pazienza di oggi – aggiunse Claudia, già voltandosi per andare a rivestirsi con i propri abiti, il tono tornato impeccabilmente normale, come se gli ultimi venti minuti non fossero mai accaduti. – Sei stata...premurosa.
L'ultima parola rimase sospesa nell'aria del salone vuoto, ambigua quanto tutto il resto della serata.
Il venerdì mattina, mentre Claudia sistemava dei campionari sul bancone principale, il campanello della porta suonò con un tintinnio secco. Alzò lo sguardo e vide, attraverso la vetrina, la berlina scura della Contessa Alvisi fermarsi proprio davanti all'ingresso.
Eleonora, china sui registri delle consegne, sollevò appena la testa.
– La Contessa? Ma non aveva già ritirato l'abito? Cos’altro vorrà?
– Forse ha bisogno di un nuovo consiglio – rispose Claudia, sentendo un formicolio improvviso lungo le braccia mentre si avviava verso la porta.
La Contessa entrò con la consueta eleganza fluida, gli occhiali da sole sollevati sui capelli grigi, un foulard di seta al collo che profumava già da lontano di sandalo.
– Claudia, cara – disse, porgendole appena la guancia per un bacio di cortesia. – Perdona l'irruzione senza preavviso. C'è un piccolo dettaglio che mi tormenta da ieri sera. Avresti dieci minuti?
– Certamente, Contessa. Venga pure nel privè.
Eleonora seguì la scena con lo sguardo, senza commentare, ma Claudia notò l'ombra di un'attenzione più vigile del solito mentre le due donne scomparivano oltre la tenda di velluto blu.
Il privè era in penombra, illuminato solo da una lampada bassa. Non c'era alcun abito ad attenderle sul manichino.
Claudia si voltò, la domanda già sulle labbra, ma la Contessa aveva richiuso la tenda alle proprie spalle con un gesto lento, quasi cerimonioso.
– Non c'è nessun dettaglio da correggere, vero? – disse Claudia, la voce ferma nonostante il cuore avesse preso a battere più forte.
– No – ammise la Contessa, avvicinandosi con passi misurati. – Ma non potevo lasciarti fino a domani senza le informazioni che ti spettano. E, lo confesso, non potevo nemmeno resistere alla tentazione di rivederti prima.
Si fermò a un passo da lei, lo sguardo che scivolava lento sul viso di Claudia, poi più in basso.
– Domani sera… – disse, la voce ridotta a un sussurro roco. – …una macchina passerà sotto casa tua alle ventuno e mezza. La.villa è oltre i Castelli. L'autista saprà il resto, a voi non serve altro.
– Grazie – rispose Claudia, cercando di mantenere un tono professionale che la vicinanza della Contessa rendeva sempre più difficile da sostenere.
– Non ringraziarmi ancora – mormorò la Alvisi, alzando una mano per sfiorarle la mascella con il dorso delle dita. – Preferirei un altro tipo di riconoscenza.
Questa volta Claudia non si ritrasse. Il ricordo di Palazzo Alvisi, del proprio polso che fermava quello della Contessa, sembrò dissolversi sotto il peso di quella stanza chiusa, di quel profumo denso, della propria pelle già accesa dal gioco lasciato in sospeso con Eleonora pochi giorni prima.
Le labbra della Contessa trovarono le sue con una lentezza calcolata, un bacio che si aprì piano, senza fretta, come se avesse tutto il tempo del mondo per assaporarla. Claudia dischiuse la bocca, sentendo il proprio corpo cedere prima ancora che la mente decidesse di farlo.
Le mani della Contessa scesero lungo il collo, poi sui bottoni della camicetta, aprendoli uno a uno con una calma che rendeva ogni gesto più insopportabile del precedente. Quando il tessuto si aprì, il palmo caldo si posò diretto sulla pelle, risalendo a coppa verso il seno con una presa sicura che strappò a Claudia un respiro spezzato.
Fu in quell'istante, con gli occhi socchiusi e la mente già persa nell’audacia della Contessa, che Claudia colse un movimento all'angolo della tenda del camerino.
Una fessura, sottile, dove il tessuto non combaciava del tutto e dove, per una frazione di secondo, le parve di scorgere l'ombra di un profilo, un occhio scuro fermo a osservare, subito sparito non appena i loro sguardi avrebbero potuto incrociarsi.
Il cuore le mancò un colpo, ma non per paura.
Non poteva esserne certa, ma il pensiero che potesse essere Eleonora, ferma dall'altra parte a guardarla cedere a quella carezza, aggiunse al desiderio già acceso una scarica elettrica in più, un brivido che la Contessa scambiò per un cedimento tutto suo.
Claudia non disse nulla. Non si voltò a controllare. Lasciò che quel dubbio restasse sospeso, incerto quanto delizioso, mentre le mani della Contessa proseguivano la loro discesa lenta.
– Contessa... – riuscì a sussurrare, la voce che tremava tra il desiderio e un ultimo residuo di resistenza.
– Shh – la zittì l'Alvisi, sollevando il viso per incontrare i suoi occhi, le pupille scure e dilatate. – Non serve dire nulla. Lasciati solo andare.
Le dita proseguirono la loro discesa lenta, e per un lungo istante Claudia perse ogni cognizione del tempo, della stanza, di tutto ciò che non fosse quel calore che stava salendo inarrestabile, la tensione che si accumulava in un crescendo di cui non era più del tutto padrona.
Fu proprio sul punto più alto di quella tensione che la Contessa si fermò.
Ritrasse la mano con la stessa lentezza con cui l'aveva mossa, lasciando Claudia sospesa, il fiato corto, il corpo ancora vibrante di un desiderio negato all'ultimo respiro.
– No, cara – mormorò la Alvisi, un sorriso soddisfatto che le incurvava le labbra mentre le richiudeva con cura i bottoni della camicetta, uno a uno, come se nulla fosse successo. – Non voglio che tu bruci tutto oggi. Risparmiati. Domani sera avrai bisogno di ogni scintilla che hai dentro.
Claudia restò immobile, le mani ancora aggrappate al tavolo, cercando di ricomporre il respiro mentre la Contessa si allontanava verso la tenda con la consueta grazia regale.
– A domani sera, Claudia – disse, voltandosi un'ultima volta sulla soglia. – E porta Enrica. Sarebbe un peccato privare quella villa della vista di voi due insieme.
Uscì senza attendere risposta, lasciando Claudia sola nel privè, la pelle ancora accesa, il cuore che batteva un ritmo che non aveva più nulla di professionale.
Il venerdì sera, Claudia aveva acceso solo le luci basse del soggiorno, la stessa penombra calda di tante altre sere di attesa. Aveva apparecchiato per due, aperto una bottiglia di vino a respirare, e indossava una vestaglia leggera color champagne che scivolava morbida sulle spalle.
Quando il citofono suonò, alle otto in punto, sentì il cuore accelerare come se fosse la prima volta.
– Sono io – disse la voce di Enrica, allegra, senza traccia dell'affanno delle altre volte.
Claudia le aprì il portone e la attese sulla porta di casa.
Il suono secco dell'ascensore e l’arrivo di Enrica furono sollievo e desiderio purissimi per Caludia.
– Ho detto a mio marito che le "urgenze con gli appartamenti" richiedono almeno due notti, questa volta – disse Enrica, con un sorriso furbo, lasciando cadere la valigia per stringerla in un abbraccio lungo, senza fretta. – Niente ultimo treno stanotte, Claudia. Sono tutta tua fino a domenica mattina.
La valigia dimenticata sulla soglia dell'ingresso non appena la porta si richiuse alle loro spalle. Enrica si tolse il cappotto lasciandolo scivolare a terra, gli occhi che percorrevano lentamente Claudia dalla testa ai piedi.
– Guardati... – mormorò, avvicinandosi con passi lenti. – Quella vestaglia sembra fatta apposta per essere tolta.
– Ho pensato che avessi aspettato abbastanza – rispose Claudia, lasciando che Enrica le sfiorasse la guancia con il dorso della mano.
Si baciarono piano, un bacio lungo che sapeva di settimane di lontananza recuperate tutte insieme, prima che Enrica si staccasse quel poco che bastava per guardarla negli occhi.
– Prima di tutto il resto – disse, con un tono improvvisamente più serio – raccontami della Contessa. Al telefono mi hai detto solo "ne parliamo stasera". Mi ha fatto impazzire tutto il pomeriggio.
Si sedettero sul divano, i calici di vino versati, le gambe intrecciate. Claudia le raccontò ogni dettaglio della visita in atelier (la scusa, il privè vuoto, le parole sull'orario e sulla villa, e poi, più lentamente, il resto: le mani della Contessa, il proprio corpo che aveva ceduto più di quanto avesse previsto, il gesto finale di lei che si era fermata apposta).
– Voleva che arrivassi a domani con qualcosa ancora in sospeso – disse Claudia, la voce bassa. – E ci è riuscita.
Il respiro di Enrica si era fatto più corto già a metà racconto, ma fu l'ultimo dettaglio a farle spalancare gli occhi.
– Aspetta. Torna indietro. Hai detto che pensavi ci fosse qualcuno dietro la tenda?
– Non ne sono certa – ammise Claudia. – Un'ombra, un attimo. Poteva essere Eleonora. Poteva essere niente.
– Claudia... – Enrica scosse la testa, un misto di incredulità e di qualcosa che assomigliava pericolosamente a eccitazione. – Prima mi racconti che la tua collega ti ha quasi spogliata durante una prova d'abiti e ora mi dici che potrebbe averti anche vista con la Contessa. Devo davvero preoccuparmi che questo atelier sia diventato più pericoloso del club?
– Gelosa? – chiese Claudia, un sorriso lento che le incurvava le labbra.
– Terribilmente – rispose Enrica senza esitare, posando il calice sul tavolino e avvicinandosi finché le loro ginocchia non si toccarono. – E anche parecchio eccitata, se devo essere sincera. Il pensiero di te che cedi a qualcun altro, sapendo che poi torni sempre a raccontarmelo sta diventando un veleno che mi piace troppo.
Le prese il viso tra le mani, gli occhi scuri che bruciavano di quella fame antica che Claudia aveva imparato a riconoscere.
– Ma stanotte – aggiunse, la voce che scendeva a un sussurro – nessuna Contessa, nessuna Eleonora. Solo tu, io, e tutto il tempo che vuoi per continuare a farmi perdonare lo scorso lunedì mattina.
Claudia non rispose a parole. Si limitò a slacciare la cintura della vestaglia, lasciandola scivolare dalle spalle fino a raccogliersi ai suoi piedi, restando nuda davanti a Enrica nella luce calda del soggiorno.
Enrica si alzò lentamente, senza fretta, come se volesse imprimersi ogni istante di quella vista prima di ridurre anche l'ultima distanza tra loro. Le sue mani trovarono i fianchi di Claudia, il calore familiare della sua pelle, e il bacio che seguì non ebbe più nulla della leggerezza di poco prima.
Si mossero verso la camera da letto senza smettere di toccarsi, i vestiti di Enrica che vennero seminati lungo il tragitto con la stessa urgenza silenziosa di chi ha aspettato troppo a lungo. Quando raggiunsero il letto, ogni residuo di conversazione si sciolse in un intreccio di mani, fiati e promesse sussurrate a fior di pelle: un ritrovarsi che non aveva più bisogno di essere raccontato, solo vissuto, fino a notte fonda.
Molto più tardi, distese sotto le lenzuola, Enrica tracciò pigri cerchi sul petto di Claudia, il respiro ancora irregolare.
– Domani sera – mormorò, gli occhi socchiusi – qualunque cosa ci aspetti in quella villa...voglio che ti ricordi che prima di tutto siamo noi due. Il resto è solo il contorno.
– Lo so – rispose Claudia, chiudendo gli occhi con un sorriso stanco e pieno. – Ma ammetti che il contorno, ultimamente, non è affatto male.
Enrica rise piano contro la sua spalla, e il sonno le raggiunse così, intrecciate, con la villa e il rosso da indossare ad aspettarle appena oltre la soglia della notte.
Il sabato mattina, Claudia si era svegliata tardi, il corpo ancora pesante di un sonno pieno e senza sogni. Enrica dormiva ancora, un braccio abbandonato fuori dalle coperte, il respiro lento e regolare.
Si era alzata piano per non svegliarla, aveva messo la moka sul fuoco e si era seduta al tavolo della cucina in accappatoio, quando il telefono vibrò sul piano di marmo: “Eleonora – Atelier”
Claudia inarcò un sopracciglio, sorpresa. Rispose al terzo squillo, abbassando la voce per non svegliare Enrica.
– Eleonora? È sabato, tutto bene?
– Scusa il disturbo, davvero – disse Eleonora dall'altra parte, la voce che cercava un tono professionale non del tutto convincente. – È solo che...mi sono resa conto ieri sera, chiudendo, che l'abito della signora Ferretti per lunedì ha ancora due spilli alla base della gonna. Me ne sono accorta solo dopo che te n'eri andata e volevo essere sicura che tu lo sapessi prima di lunedì mattina, così non ci troviamo impreparate.
– Potevi scrivermi un messaggio, non c'era bisogno di chiamare – osservò Claudia, sorseggiando il caffè, il tono gentile ma leggermente divertito.
Ci fu una pausa, breve ma percepibile.
– Hai ragione – ammise Eleonora. – Volevo solo...sentirti. Assicurarmi che fosse tutto a posto. Dopo ieri.
La parola rimase sospesa nell'aria, carica di un significato che nessuna delle due nominò apertamente.
– Tutto a posto, Eleonora – rispose Claudia con calma, senza offrirle nessun appiglio in più. – È stata una bella giornata di lavoro. Un po' intensa, ma bella.
– Sì, intensa – ripeté Eleonora, e nella sua voce c'era qualcosa che assomigliava a un sorriso trattenuto. – Beh, allora...buon weekend, Claudia. Divertiti stasera, qualunque cosa tu abbia in programma.
– Grazie, Eleonora. A lunedì.
La chiamata si chiuse, e Claudia restò per un istante a fissare il telefono, un sorriso leggero che le incurvava le labbra.
Dalla camera da letto, la voce assonnata di Enrica si fece sentire.
– Chi era, a quest'ora?
– Eleonora – rispose Claudia, tornando verso la camera con la tazza ancora in mano. – Una scusa su degli spilli dimenticati su un abito.
Enrica si tirò su sui gomiti, i capelli in disordine, un sorriso malizioso che si faceva strada sul viso ancora assonnato.
– Una scusa, dici?
– Una scusa – confermò Claudia, sedendosi sul bordo del letto. – Ha chiamato per sentirmi. Per essere sicura che fosse tutto "a posto dopo ieri", ha detto.
Enrica lasciò andare una risata bassa, allungando una mano per prendere la tazza dalle dita di Claudia e posarla sul comodino.
– Quindi ha visto qualcosa.
– Non lo so – rispose Claudia, lasciandosi scivolare accanto a lei sotto le lenzuola. – Ma qualunque cosa abbia visto o immaginato, ha aspettato tutta la notte prima di chiamarmi con una scusa più debole di uno spillo mal piantato.
– Mi piace questa nuova te, che colleziona ammiratrici come fossero trofei – mormorò Enrica, avvicinandosi fino a sfiorarle le labbra con le proprie. – Ma oggi...oggi voglio che pensi solo a me. Il resto può aspettare fino a lunedì.
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