La proposta - 6 - Il Palazzo

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genere
saffico

La luce del primo pomeriggio filtrava calda dalle vetrate del bistrot di fronte all’atelier. Claudia aveva scelto un tavolino defilato vicino all'angolo dell'ingresso, con una tazza di tè fumante davanti e lo smartphone appoggiato sulla tovaglia.
A tre tavoli di distanza, Eleonora pranzava da sola leggendo una rivista di moda. O meglio, fingeva di leggerla: sopra il bordo delle pagine, il suo sguardo scivolava continuamente su Claudia, cogliendo la minima variazione di espressione sul suo volto.
Quando lo schermo del telefono si illuminò con la chiamata di Enrica, Claudia rispose al primo squillo.
– Ciao, Enrica. Come stai?
Dall'altro capo del filo, la voce di Enrica arrivò pulita ma tesa, lontana anni luce dalla riservatezza e dall'affanno della sera prima.
– Meglio di ieri sera, ma non bene come vorrei – esordì Enrica con un lungo sospiro. – A casa l'aria si è fatta pesante, Claudia. Mio marito ieri notte mi aspettava sveglio. Ha iniziato a fare domande sulla necessità di questo giorno in più, sul perché io sia tornata così stanca e distante. Mi ha guardata in un modo che non mi piaceva per niente.
Claudia strinse leggermente il cucchiaino, abbassando la voce.
– Pensi che sospetti qualcosa?
– Non sa nulla di concreto, ma sente che c'è uno scarto tra quello che racconto e quello che vivo. E che a Roma succede qualcosa che gli sfugge – rispose Enrica con una smorfia che Claudia riuscì quasi a vedere. – La cosa peggiore è che stamattina, prima di uscire per il lavoro, mi ha buttato lì con un tono forzatamente disinvolto: "La prossima volta che devi scendere per quegli appartamenti vengo anch'io, così ne approfittiamo per fare un paio di giorni insieme".
Claudia sentì una fitta allo stomaco. L'idea che il loro spazio protetto, quella bolla di libertà e sentimento nata a Roma, potesse essere invasa, le diede un senso di claustrofobia.
– E tu cosa gli hai detto?
– Che vedremo, che dipenderà dai suoi impegni. Ma è una bomba ad orologeria, Claudia. Devo stare attentissima.
– Lo so – mormorò Claudia con dolcezza e sincera preoccupazione. – Mi dispiace che ti debba sobbarcare tutto questo stress.
– Mi dispiace per noi – la corresse Enrica con voce morbida. Poi fece una breve pausa per cambiare registro. – Ma dimmi di te. E di quella storia di ieri, della Contessa Alvisi. Ci ho pensato tutta la notte.
Claudia alzò lo sguardo per un istante e incrociò, per un secondo, gli occhi di Eleonora riflessi sullo specchio del bistrot. La collega distolse subito lo sguardo con troppa fretta.
– La Contessa è stata molto discreta, Enrica – spiegò Claudia riprendendo il filo, la voce bassissima. – Mi ha fatto capire che il suo modo di vivere certi contesti è lo stesso che prediligi tu: nessuna ostentazione, massima discrezione. Se anche vi siete viste in quel club privato, stai tranquilla che per lei la riservatezza è una religione, non un'arma.
– Lo spero, Claudia – sospirò Enrica. – Ma la sensazione di aver lasciato una traccia mi fa sentire scoperta. Promettimi che se la vedi o se ti dice qualcosa di strano mi avvisi subito.
– Te lo prometto. Nessun segreto tra noi, ricordi?
– Nessun segreto – le fece eco Enrica, con una nota di calore che spazzò via la tensione degli ultimi minuti. – Devo lasciarti ora. Ci sentiamo stasera?
– Stasera, si. Fai un bel respiro, Enrica.
Claudia chiuse la chiamata e rimase per qualche istante a fissare il display scuro. Quando si alzò dal tavolo per rientrare, notò come Eleonora la stesse ancora studiando: l'espressione di Claudia durante la telefonata, passata dalla preoccupazione alla complicità più profonda, non era affatto sfuggita alla collega.

Il pomeriggio in atelier scivolò via tra il taglio di alcuni modelli e le telefonate ai fornitori. Alle diciassette e trenta, il telefono del banco reception squillò.
Eleonora rispose per prima: – Velia Atelier, buonasera.
Claudia, che stava riordinando gli orli di un manichino a pochi metri di distanza, la vide irrigidire leggermente la schiena.
– Ah, buonasera. Certamente. Gliela passo subito, è qui accanto a me.
Eleonora coprì la capsula del telefono con la mano e si voltò verso Claudia con uno sguardo strano, un misto di rispetto e palpabile perplessità.
– Claudia, è la segreteria particolare della Contessa Alvisi. Vuole parlare con te.
Claudia annuì con calma, raggiunse la collega e prese la cornetta.
– Pronto? Sono Claudia.
– Buonasera, signorina Claudia – disse una voce femminile estremamente professionale ed educata. – La chiamo da parte della Contessa Alvisi. L'abito da sera da voi ultimato per la serata di gala di questo fine settimana è di fondamentale importanza. La Contessa gradirebbe che la consegna venisse effettuata direttamente a casa sua, a Palazzo Alvisi.
– Certamente – rispose Claudia, mantenendo un tono di impeccabile efficienza. – Possiamo inviare il nostro servizio di custodia e consegna domani mattina entro...
– La Contessa ha specificato che desidera sia lei di persona a consegnare il capo, signorina – la interruppe l'assistente con garbo ma senza lasciare margine di trattativa. – Preferirebbe una consegna nel tardo pomeriggio di domani, verso le diciotto, per effettuare un ultimo controllo di vestibilità prima dell'evento. Sarebbe disponibile?
Claudia avvertì una leggera scossa lungo la colonna vertebrale. Non era una semplice consegna: era un invito formale nel territorio della Contessa.
Cercò lo sguardo di Eleonora, che la stava fissando a bocca socchiusa, perfettamente in grado di intuire la portata di quella richiesta del tutto fuori dall'ordinario.
– Dica alla Contessa che sarò da lei domani alle diciotto con l'abito – rispose Claudia con voce ferma e serena.
– Perfetto. La ringrazio, signorina Claudia. Le invio i dettagli e l'indirizzo via mail dell’atelier. Buona serata.
Quando Claudia riattaccò la cornetta, nel salone dell'atelier cadde un silenzio denso.
Eleonora appoggiò le mani sul bancone, fissando la collega con un'espressione in cui la curiosità stava per trapassare ogni argine.
– La consegna a Palazzo Alvisi di persona? – mormorò Eleonora, scandendo le parole come se stentasse a crederci. – Claudia, la Contessa fa sempre mandare l'autista a ritirare i capi. Non ha mai fatto entrare nessuna di noi a casa sua.
Claudia le sorrise con quella composta naturalezza che ormai le apparteneva, prendendo il blocco degli appuntamenti per segnare la nota.
– C'è sempre una prima volta, Eleonora. Domani pomeriggio le porto l'abito.

Non appena rientrata nel privè per recuperare la borsa e i suoi bozzetti, Claudia tirò fuori lo smartphone. Il cuore le batteva un po' più veloce, ma le sue dita scivolarono sullo schermo con estrema precisione.
Niente vocali stavolta: voleva lasciarle un messaggio chiaro, sintetico, che Enrica potesse leggere rapidamente anche se si fosse trovata in presenza del marito.
“ Enrica, la segreteria della Contessa ha appena chiamato in atelier. Vuole che le porti l'abito di persona a Palazzo Alvisi domani alle 18 per un ultimo controllo.
Eleonora è sbalordita, dice che l'autista ha sempre ritirato tutto e che non ha mai fatto entrare nessuna a casa sua. Volevo avvisarti subito. Niente panico: gestisco io la cosa con la solita discrezione. Ti tengo aggiornata. E ti bacio.”
Inviò il messaggio e vide subito comparire le due spunte blu. Pochi secondi dopo, la scritta "sta scrivendo..." comparve e scomparve un paio di volte, segno che Enrica era al telefono e stava valutando attentamente come rispondere.
Infine arrivò la risposta di Enrica:
“Palazzo Alvisi... Entrare nel suo territorio cambia le regole del gioco. So che sai gestire la situazione, ma ti prego: occhi aperti. Chiamami non appena esci da lì, a qualsiasi ora.”
Claudia ripose il telefono nella tasca del soprabito con un piccolo sorriso: il filo tra loro era più teso e saldo che mai.

La notte stese un silenzio fitto su Roma quando il telefono sul comodino di Claudia vibrò di nuovo. Erano quasi le ventitré.
Claudia rispose al primo tocco, scivolando più a fondo sotto le coperte.
– Sei sola? – la voce di Enrica arrivò calda, bassa, quasi un soffio depositato direttamente sul collo di Claudia – Mio marito è nello studio e io gli ho detto che sarei andata a letto prima, dicendo di avere un'emicrania – continuò Enrica, e si sentì il fruscio leggero della seta contro le lenzuola. – Ma la verità è che il tuo messaggio mi ha fatto bruciare il sangue. Non riesco a togliermelo dalla testa.
Claudia contrasse impercettibilmente le dita sul tessuto del lenzuolo, contagiata all'istante da quel tono denso, vibrante.
– Ti spaventa così tanto che io vada a Palazzo Alvisi? – mormorò Claudia, la voce che scendeva di un'ottava, carica di una calma provocatoria.
– Mi spaventa l'idea che tu sia lì, bellissima, con quell'aria da regina matura che hai scoperto di avere. E mi spaventa che un'altra donna possa guardarti come ti guardo io – rispose Enrica. Il suo respiro si fece leggermente più corto, spezzato. – Pensare a te che ti muovi in quel palazzo…mi fa impazzire. Vorrei essere lì. Vorrei averti qui adesso, tirarti a me per i capelli e farti passare ogni voglia di fare la discreta.
Claudia morse un labbro, un brivido caldo che le scorse lungo la spina dorsale.
– Se fossi lì con te stasera, Enrica, non ti lascerei nemmeno il tempo di sfilarti la vestaglia.
Un sospiro roco, quasi un piccolo gemito trattenuto a stento, varcò l'altoparlante del telefono.
– Raccontamelo... – la voce di Enrica fu un ordine e una supplica insieme, bagnata di un desiderio puro che azzerava i chilometri tra Roma e Milano. – Dimmi cosa mi faresti se fossi lì nel letto con te.
Claudia chiuse gli occhi, lasciandosi trasportare dall'immaginazione e dalla memoria della carne. Con voce lenta, d'incanto e di fuoco, iniziò a descriverle ogni tocco, ogni morso, ogni scivolare di mani sul corpo dell'altra. La distanza si annullò: tra il buio della camera di Claudia e la stanza isolata di Enrica si scatenò una corrente erotica d'intensità devastante, fatta di respiri affannati, parole sussurrate senza freni e un'intimità così violenta da lasciare entrambe tremanti, avvolte nel proprio desiderio speculare.
Quando la tempesta si placò e i respiri tornarono gradualmente regolari, Enrica mormorò nel silenzio:
– Domani a Palazzo Alvisi ricordati di chi sei, Claudia mia.
– Lo so – rispose Claudia, con il cuore che le batteva ancora forte nel petto. – A domani, Enrica.

Alle diciassette e quarantacinque di giovedì, al Velia Atelier la grande custodia di tela ricamata contenente l'abito da sera della Contessa Alvisi era adagiata con cura sul banco principale.
Claudia indossava il suo soprabito migliore, elegante e sobrio, e stava controllando le ultime cose.
Eleonora, che per tutto il giorno aveva osservato ogni suo movimento con un'attenzione quasi scientifica, si avvicinò per aiutarla a sollevare la custodia. Il suo atteggiamento non era più quello rigido o formale dell'inizio: c'era una familiarità nuova, colorata da una punta di sottile e inaspettata malizia.
– Ecco a te – disse Eleonora consegnandole il capo con gesti precisi.
Poi non si tirò indietro. Rimase a pochi centimetri da Claudia, inclinando appena la testa e sfoderando un sorriso furbo, denso di ammiccamento.
– Sai, Claudia, in cinque anni che lavoro qui, la Contessa non ha mai aperto le porte di Palazzo Alvisi a nessuno dello staff. Nemmeno quando la proprietaria in persona si era offerta di farle le consegne a domicilio.
Claudia prese la custodia, sostenendo lo sguardo della collega con la solita grazia imperturbabile.
– La Contessa è una donna pratica, Eleonora. Voleva solo evitare passaggi intermedi per il gala di domani.
Eleonora lasciò andare una risata bassa, scuotendo la testa con finta incredulità.
– "Pratica", certo... E io sono la regina d'Inghilterra – ironizzò Eleonora, abbassando la voce e sporgendosi un millimetro verso di lei. – Non so cosa tu abbia detto a quella donna durante la prova nel privè, né cosa c'entri quell'amica pazzesca che è venuta a prenderti l'altro giorno...ma hai un potere strano, Claudia. Fai stare tutti sulle spine.
Claudia la guardò, lasciando affiorare un sorriso enigmatico che non smentiva e non confermava nulla.
– La riservatezza è il miglior pregio di questo luogo, Eleonora. Dovresti saperlo.
– Touché – ammise Eleonora con un occhiolino divertito. Poi le sistemò con un tocco leggerissimo il colletto del cappotto. – Vai a Palazzo Alvisi e fai valere il nome dell'atelier. O qualunque altra cosa tu stia andando a conquistare lì dentro.
Claudia le fece un cenno d'intesa con il capo, afferrò l'impugnatura della custodia ed uscì nella sera romana, diretta verso il portone di Palazzo Alvisi.

Il maestoso portone in legno scuro di Palazzo Alvisi si aprì su un atrio silenzioso ed elegante. Un cameriere in livrea scura, dai gesti impeccabili e misurati, accorse subito per accogliere Claudia, sollevandola con deferenza dal peso della grande custodia di tela ricamata.
– Buonasera, signorina. La Contessa la sta attendendo nel suo studio privato al primo piano. Si accomodi, prego.
Claudia lo seguì lungo lo scalone in marmo e attraverso un corridoio ovattato da preziosi tappeti persiani. Giunti davanti a un'imponente porta in noce, il cameriere bussò con due tocchi leggeri, la aprì e si tirò da parte con un cenno del capo, lasciandola entrare.
Il salone privato era immerso in una luce calda e avvolgente. L'aria era satura di un profumo denso di ambra e legni pregiati; un camino acceso rimandava bagliori soffusi sulla carta da parati in tessuto bordeaux e sui divani in pelle scura.
La Contessa era già lì, adagiata con regalità su uno dei divani. Indossava una vestaglia da camera in seta avorio, il cui tessuto leggerissimo e scivoloso tradiva senza pudore l'assenza di qualsiasi indumento sottostante.
– Claudia, benvenuta – disse la Contessa con una voce ridotta a una frequenza calda, profonda.

La Alvisi si alzò dal divano con un gesto lento, calcolato, lasciando che la vestaglia si aprisse leggermente sul petto prima di sfilarsela del tutto e rimanere nuda di fronte a Claudia per una frazione di secondo, prima di lasciarsi scivolare addosso l'abito da sera per la prova. Non chiese a Claudia di chiudere la lampo sul retro; si voltò invece verso di lei, appoggiando la schiena al bordo della scrivania in noce e lasciando che lo spacco del vestito ancora aperto rivelasse interamente la linea delle cosce.
– L'abito è perfetto, Claudia. Ma non è per questo che ti ho fatta venire qui stasera – esordì la Contessa, la voce ridotta a un sussurro vibrante. – L'altro giorno, fuori dal tuo atelier, quando i miei occhi hanno incontrato quelli della tua amica Enrica, ho capito che voi due condividete un linguaggio che in pochissimi parlano.
Claudia rimase ferma, la custodia del vestito ormai poggiata accanto alla porta. Il cuore le batté un colpo più forte, non per paura, ma per l'elettricità sottile che improvvisamente aveva saturato l'aria.
– Enrica è una presenza fondamentale per me, Contessa – rispose Claudia, mantenendo uno sguardo magnetico, senza retrocedere di un millimetro.
La Alvisi fece un passo verso di lei. La distanza si azzerò. La mano della Contessa si alzò con lentezza deliberata, risalendo lungo il bavero del soprabito di Claudia fino a sfiorarle il collo con la punta delle dita, un tocco audace, carico di una tensione erotica inequivocabile.
– Lo so. Lo si legge nel modo in cui vi muovete l'una accanto all'altra. E so dove Enrica ha imparato a sostenere uno sguardo così affilato – mormorò la Contessa, le labbra a pochi centimetri da quelle di Claudia. – Ci sono luoghi dove la morale comune sfuma e resta soltanto il desiderio di dominare o di lasciarsi dominare. Io frequento quel circuito da anni, Claudia. E riconosco al primo sguardo chi ha la stoffa per entrarci.
La Contessa scivolò con la mano più in basso, lungo la fodera interna del cappotto di Claudia, cercando la curvatura del fianco con un'impudenza elegante e travolgente. Per un istante, il respiro di Claudia si spezzò: la tentazione e la carica sensuale di quel momento erano un vortice potente.
Ma Claudia non perse il controllo.
Accolse quella vicinanza, lasciando che la Contessa percepisse il calore della sua pelle, poi le afferrò il polso con una ferma delicatezza, interrompendo il gesto prima che diventasse un'invasione.
– La sua è un'offerta straordinariamente affascinante, Contessa – disse Claudia con voce bassa, arrotondata da un sorriso intriso di profonda sensualità e consapevolezza. – Ma il mio posto in quel mondo l'ho già scelto. E ha un nome molto preciso.
La Contessa la fissò negli occhi, sorpresa per un attimo dalla grazia con cui Claudia aveva respinto l'affondo senza sminuire la carica del momento. Poi, la Alvisi lasciò andare una risata bassa, ricca di autentico compiacimento.
– Impeccabile... – mormorò la Contessa. Si voltò verso la scrivania, aprì un cassetto in legno intarsiato ed estrasse una busta di carta rigida, nera, priva di diciture, sigillata con ceralacca scura.
La porse a Claudia, facendola scivolare tra le sue dita.
– Questo è l'invito per un evento riservato, sabato prossimo in un palazzo privato fuori città. È un accesso esclusivo. L'avevo preparato per te...per noi… Ma ora so che saprai con chi condividerlo...sperando di vedervi lì entrambe.
La Contessa si avvicinò un'ultima volta, sfiorando la guancia di Claudia con il dorso della mano.
– Portala con te, Claudia. Farai vedere ad Enrica quanto sei diventata tu la vera padrona del gioco.

L'autista fornito dall'atelier riaccompagnò Claudia direttamente sotto il portone di casa sua. Durante tutto il tragitto, Claudia era rimasta in silenzio sul sedile posteriore, la busta di carta nera stretta tra le dita e la pelle ancora percorsa dalle scosse elettriche di quel confronto.
Una volta varcata la soglia del suo appartamento, si chiuse la porta alle spalle e lasciò cadere la borsa e il soprabito sull'ingresso. L'appartamento era buio, silenzioso, ma il suo corpo bruciava.
Estrasse il telefono. Le dita le tremavano leggermente per l'adrenalina. Selezionò il numero di Enrica, entrando in camera da letto.
Rispose al primo squillo.
– Claudia! Sei a casa? Com'è andata? – la voce di Enrica arrivò contratta, tesa, quasi senza fiato per l'attesa.
– Sono nel mio letto, Enrica... – rispose Claudia, e la sua voce non era soltanto tranquilla: era intrisa di una carica sensuale e di un trionfo così denso che Enrica dall'altra parte si bloccò all'istante.
– Claudia, parlami. Cos'ha fatto? Cos’è successo?
Claudia si stese sopra le coperte, sfilandosi le scarpe e lasciando che la mano risalisse lungo le proprie calze velate, mentre con la voce ripercorreva ogni secondo trascorso a Palazzo Alvisi.
– Mi ha ricevuta nel suo studio privato, in vestaglia, Enrica. Sotto non aveva niente... Mi si è avvicinata, mi ha toccata sul collo e poi è scesa sotto il cappotto, cercandomi i fianchi. Mi ha detto che ha riconosciuto in te il marchio di quel club. E che voleva vedere di che pasta ero fatta io.
– Quella maledetta... – ruggì Enrica a bassa voce, la voce spezzata tra una gelosia feroce e un'improvvisa, incontrollabile eccitazione. – Claudia, dimmi che l'hai fermata. Dimmi che non ti sei fatta...
– L'ho fermata con una mano, Enrica – la interruppe Claudia, usando quel nome in un sussurro caldo, denso di possesso. – Le ho detto che il mio posto in quel mondo l'avevo già scelto. E che appartiene a te.
Dall'altra parte della linea ci fu un secondo di silenzio assoluto, seguito da un sospiro roco, profondo, che sembrava strappato dalle viscere di Enrica.
– Dio mio, Claudia... – mormorò Enrica, e la sua voce tremò d'erotismo puro. – Metti la mano dove ti ha toccata lei. Fallo adesso. Toccati per me.
Claudia chiuse gli occhi, facendo scivolare la mano sotto la gonna, scostando il pizzo degli slip, trovandosi bagnata e calda. Il contatto le strappò un gemito roco nel microfono.
– Sì... – ansimò Claudia, aumentando il ritmo delle dita guidata dalla voce di Enrica.
– Toccati e vieni pensando a me, pensando a quello che ti farò quando saremo insieme, finché non mi chiederai pietà...
Claudia non riuscì più a trattenersi. Inarcò la schiena contro i cuscini, travolta da una masturbazione furiosa e liberatoria che sciolse tutta la tensione accumulata con la Contessa in un orgasmo violento, lunghissimo, che le lasciò il respiro corto e la pelle d'oca.
Quando il battito del cuore rallentò, Claudia riprese il telefono, la voce ancora velata d'estasi.
– La Alvisi mi ha dato una busta. Con un invito riservato per il prossimo sabato, Enrica. La Contessa mi ha detto espressamente: "Sperando di vedervi lì entrambe..."
Un fremito di puro shock ed estasi attraversò Enrica.
– Vengo. Ci sarò, cazzo se ci sarò – ansimò Enrica, ormai travolta dalla complicità e dal desiderio bruciante. – Inventerò qualsiasi scusa con mio marito. Sabato sarò a Roma. E questa volta, Claudia, non ci fermerà nessuno.
– Ti aspetto, Enrica – rispose Claudia con un sorriso bellissimo e spietato nell'oscurità della notte.

scritto il
2026-08-31
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