La proposta - 3 - Attese
di
Gens Erotica
genere
saffico
Nei tre giorni successivi alla partenza di Enrica, la casa di Claudia smise definitivamente di essere un rifugio di ombre per trasformarsi in una cassa di risonanza per i suoi sensi. L'attesa della risposta da Velia Atelier non era più un'agonia fatta di morsi allo stomaco e sguardi fissi a uno schermo spento, ma una tensione sottile, elettrica, che le scivolava sottopelle arricchendo ogni suo gesto quotidiano.
La mattina si svegliava presto, con la pelle che pareva conservare una memoria tattile inestinguibile: la morbidezza del plaid sul divano, il peso del corpo di Enrica, il sapore salato e caldo del piacere donato e ricevuto. Quando passava la crema idratante sulle cosce e sul petto davanti allo specchio del bagno, i polpastrelli indugiavano sui punti che l'amica aveva tracciato. Non era un semplice gesto di routine, ma una riscoperta devota e quasi sfrontata. Si guardava negli occhi e vi trovava una fame nuova, una piega maliziosa della bocca che non le apparteneva prima di quella domenica al club.
Il telefono era diventato il cordone ombelicale di un flirt costante, denso, a tratti febbrile. Le notifiche arrivavano nei momenti più inaspettati, spezzando la routine di Enrica a Milano e accompagnando l'attesa di Claudia.
“Sei già davanti al telefono ad aspettare che chiamino?” recitava un messaggio di Enrica arrivato a metà mattina, mentre Claudia sistemava l'armadio, selezionando gli abiti per il suo futuro lavoro.
“Sto scegliendo cosa indossare il mio primo giorno, casomai dovessero chiamare” aveva risposto Claudia, scattando una foto allo specchio: indossava una gonna a tubino nera che le segnava i fianchi generosi e una camicetta di seta lasciata sbottonata quel tanto che bastava a mostrare l'inizio del pizzo del reggiseno.
La risposta audio di Enrica non si fece attendere. La sua voce arrivò rauca, filtrata dal microfono, con un rumore di fondo di bicchieri e sottofondo d'orchestra, da qualche aperitivo di rappresentanza milanese.
– Claudia... se ti presenti così al primo giorno, il direttore ti firma un contratto a tempo indeterminato prima ancora di chiederti i documenti. La seta si tende sul petto in un modo che mi sta facendo perdere la concentrazione in mezzo a una noiosissima cena di beneficenza con mio marito. Promettimi che non la metti finché non torno.
Un brivido caldo le scese lungo la schiena. Claudia avvicinò il telefono alle labbra, registrò a sua volta un vocale mantenendo un sussurro intimo, quasi viscerale:
– Troppo tardi, Enrica. Sto imparando a godermi l'effetto che fa. E poi...dovrai venire tu a sbottonarmela quando sarà il momento.
L'attesa dell'esito si intrecciava così a doppio filo con quell'erotismo a distanza. Le telefonate serali diventavano veri e propri incontri clandestini via cavo. Enrica si isolava nello studio della sua villa al nord, Claudia si stendeva sul letto nel buio della sua camera. Parlavano del lavoro, della risposta che tardava a venire, ma la conversazione scivolava inevitabilmente verso la pelle. Enrica la guidava con descrizioni dettagliate di ciò che le avrebbe fatto al suo ritorno; Claudia, a sua volta, le raccontava senza più alcuna timidezza di come le sue mani, da sole, cercassero la propria intimità prima di addormentarsi, pensando alla sua bocca, al club, al profumo di whisky e velluto.
Poi, il venerdì mattina, poco prima di mezzogiorno, il telefono squillò. Non era l’ennesima notifica di messaggistica, ma una chiamata in entrata da un numero fisso.
Claudia fece un respiro profondo, sentendo il cuore battere con una frequenza piena, vitale, prima di rispondere.
– Pronto, Signora Claudia? Sono la responsabile delle risorse umane di Velia Atelier.
– Buongiorno. Certo, riconosco la sua voce.
– Benissimo, ne sono felice, così posso arrivare subito al dunque: le telefono per comunicarle l’ottima impressione che ha fatto ha tutta la nostra direzione durante il colloquio di martedì. Siamo lieti di offrirle la posizione di responsabile vendite per la linea VIP. Il contratto è pronto per la firma. Può passare da noi a lasciarci i suoi dati e i documenti e per espletare le prime pratiche? Così lunedì mattina il contratto sarà già pronto e potrà iniziare subito l'affiancamento?
Un'ondata di calore incontrollabile, orgogliosa e profonda, partì dal centro del petto di Claudia per diffondersi in tutto il corpo.
– Certamente. Sarò lì a breve. Vi ringrazio molto per la fiducia – rispose con una voce di una fermezza e di un'eleganza impeccabili.
Appena chiusa la chiamata, Claudia non lasciò passare nemmeno tre secondi. Avviò immediatamente una videochiamata con Enrica.
Quando l'amica rispose, si trovava nella cabina armadio della sua villa, avvolta in un kimono di seta lucida. Vedendo il volto di Claudia illuminato da una luce radiosa e la bocca socchiusa in un sorriso trionfante, Enrica capì all'istante.
– Hanno chiamato? – chiese, sporgendosi verso lo schermo del telefono.
– Inizio lunedì – disse Claudia, con il fiato corto per l'emozione. – È mio, Enrica. Il posto è mio.
Enrica lasciò andare un piccolo grido di gioia. Ma nel giro di un secondo, lo sguardo dell'amica sullo schermo cambiò, facendosi denso, scuro, carico di una sensualità felina.
– Sapevo che non avrebbero potuto resisterti – mormorò Enrica, slacciando lentamente il nastro del suo kimono e lasciandolo scivolare sulle spalle, rivelando la pelle nuda del petto sotto la luce soffusa della stanza. – Guarda cosa mi fai fare per festeggiare...
Claudia fissò lo schermo, avvertendo il basso ventre contrarsi in un'immediata, familiare pulsazione. Con un gesto lento e deliberato, posò il telefono sul comodino inclinato verso di sé, portò le mani alla cerniera del proprio vestito e iniziò a sfilarselo, rimanendo in vista della telecamera e mostrando all'amica la sicurezza ritrovata del proprio corpo maturo.
– Questo è solo l'inizio, Enrica – sussurrò Claudia, facendo scivolare una mano lungo la coscia. – Loro mi hanno dato il lavoro, ma il festeggiamento vero lo stiamo solo rinviando a quando sarai qui.
– Un mese non è mai stato così lungo, Claudia... – rispose Enrica a fior di microfono, i suoi occhi fissi sul corpo dell'amica attraverso lo schermo. – Ma ti giuro che quando torno, festeggeremo ogni singolo secondo.
Il lunedì mattina si presentò sotto una pioggia sottile che bagnava il lastricato del centro storico, rendendo l'aria lucida e fredda.
Mentre saliva i due scalini di marmo scuro all'ingresso di Velia Atelier, Claudia avvertì una stretta improvvisa allo stomaco. Bastò l'impatto con il grande salone silenzioso, con il profumo austero di tessuti pregiati e l'illuminazione chirurgica dei faretti, per far riaffiorare a tradimento la "vecchia Claudia": la donna smarrita, quella dei mesi passati a contare le monete per l'affitto e a farsi schiacciare dai ricordi e dalla disoccupazione.
Il cuore prese a batterle con un ritmo irregolare, non più denso di desiderio, ma di una pura e fredda ansia da prestazione.
– Signora Claudia, buongiorno. Le presento Eleonora, la responsabile vendite senior che curerà il suo affiancamento per questo primo periodo – disse la direttrice, indicando una donna sulla quarantina, dal look impeccabile, i capelli tirati in uno chignon rigido e un'aria di aperto distacco.
Eleonora le rivolse un sorriso di facciata, di quelli che non scaldano gli occhi.
– Buongiorno. Spero che lei si adatti in fretta ai nostri ritmi. La clientela VIP di Velia non perdona l'inesperienza o le esitazioni.
Nelle prime due ore, Eleonora non perse occasione per sottolineare ogni minima incertezza di Claudia. Le illustrava il software di gestione degli ordini con una velocità deliberatamente eccessiva, spiegava i tessuti dandole appena il tempo di sfiorarli e la correggeva con un tono sottilmente dominante ogni volta che Claudia tentava di prendere l'iniziativa.
La sicurezza acquisita nei giorni precedenti sembrava sciogliersi sotto quell'attacco metodico. Claudia sentiva le mani farsi fredde, le spalle curvarsi impercettibilmente sotto la giacca, la voce ridursi di nuovo a quel tono difensivo e cauto che aveva sperato di essersi lasciata alle spalle.
“Cosa ci faccio qui? Hanno sbagliato a prendermi. Sono rimasta fuori dal mondo per troppo tempo”, continuava a ripetersi una voce interna e velenosa.
La svolta arrivò a metà mattina, quando nel salone privato fece il suo ingresso la Contessa Alvisi, un'elegantissima donna di circa sessantacinque anni, cliente storica e fra le più facoltose ed esigenti dell'atelier. Eleonora si fiondò ad accoglierla con un servilismo lezioso, esponendole le nuove proposte d'alta moda. Ma la contessa appariva visibilmente infastidita, distratta, contrariata dall'eccessiva insistenza di Eleonora.
Claudia, rimasta un passo indietro nel suo cono d'ombra e d'ansia, incrociò per un secondo lo sguardo della cliente nello specchio a figura intera.
In quel preciso istante, la memoria corporale e sensuale degli ultimi giorni fece un balzo improvviso. Claudia ricordò il tocco caldo di Enrica, la sensazione del proprio corpo che si abbandonava senza paura al piacere, la lezione appresa al club: le persone cercano empatia, autenticità, presenza. La vera sicurezza non sta nel recitare un ruolo perfetto o nell'imparare a memoria una scheda tecnica, ma nel saper leggere chi si ha davanti, senza difese.
Un brivido profondo le scese lungo la schiena, risvegliando quella scossa sopita sotto l'ansia.
Claudia fece un respiro lento, profondo.
Raddrizzò le spalle, lasciò che la seta della camicetta tornasse a tendersi con grazia sul petto e fece due passi avanti, rompendo il monologo servile di Eleonora.
– Signora Contessa, mi scusi se mi permetto – disse Claudia con una voce che scese di un tono, farsi calda, avvolgente, vibrante di quella sicurezza intima che Eleonora non avrebbe mai potuto replicare. – Ma…credo che questo taglio rigido non sia ciò di cui ha bisogno stamattina. Mi sembra che lei stia cercando qualcosa che non la costringa, qualcosa che la faccia sentire libera, ma sempre impeccabile.
Eleonora la fulminò con lo sguardo, pronta ad interromperla.
La Contessa fermò il movimento che stava facendo, lasciando una mano a mezz’aria. Si voltò lentamente verso Claudia, squadrandola dalla testa ai piedi, cogliendo al volo l'eleganza matura e la calma magnetica che la nuova arrivata emanava.
– Finalmente qualcuno che sa ascoltare prima di parlare – mormorò la Contessa, un abbozzo di sorriso che le ammorbidì i tratti del viso. – Mi mostri cosa ha in mente per me.
Nelle due ore successive, l'affiancamento si capovolse del tutto. Claudia guidò la vendita con una grazia e un intuito disarmanti. Non vendeva solo abiti: creava un'atmosfera intima, quasi sensuale, fatta di sguardi, di ascolto e di toccare i tessuti con una cura devota. Eleonora fu costretta a fare un passo indietro, ridotta al ruolo di spettatrice mentre Claudia chiudeva la vendita di tre capi esclusivi e l'appuntamento per una prova privata la settimana successiva.
Quando la cliente lasciò il salone, la direttrice dell'atelier uscì dal suo ufficio, avendo assistito a gran parte della scena da dietro le quinte.
– Eccellente lavoro, Claudia. Ha gestito la Contessa come poche altre volte ho visto fare in questo atelier – disse la direttrice, per poi rivolgere un'occhiata d'intesa a Eleonora. – Direi che l'affiancamento può considerarsi superato a pieni voti.
Verso le due del pomeriggio, durante la pausa pranzo, Claudia si sedette al tavolino di un caffè poco distante. Fuori aveva smesso di piovere e un raggio di sole calmo si faceva strada tra le nuvole.
Con le dita ancora leggermente tremanti, ma questa volta per l'adrenalina della vittoria, prese il telefono e scrisse ad Enrica:
“Stamattina la 'vecchia me' ha provato a riprendersi la scena. Stavo per crollare sotto la rigidità del primo giorno. Poi mi sono ricordata di come mi hai insegnato a stare nel mio corpo, a non fare la guerra a me stessa. Ho preso in mano la situazione e ho chiuso la vendita più difficile della giornata. La direttrice è entusiasta.”
La risposta di Enrica arrivò sotto forma di un messaggio vocale. Quando Claudia accostò l'altoparlante all'orecchio, la voce dell'amica era un mormorio caldo e orgoglioso che le fece salire un rossore delizioso sul collo:
– Te l'avevo detto, mia bella regina: quella luce non si spegne più. Hai capito che il potere che hai scoperto sul divano e al club è lo stesso che ti serve nel mondo. Usalo. E stasera, quando torni a casa, regalati qualcosa per festeggiare questa vittoria. Io immaginerò di essere lì a guardarti.
La sera, al rientro nel suo appartamento, l'eco dei passi di Claudia nel corridoio non aveva più nulla di quella solitudine pesante che l'aveva perseguitata per due anni. La pioggia fuori si era trasformata in una marea felpata che picchiettava sui vetri, ma dentro, la casa era calda, viva, pervasa dal successo della giornata e dal ricordo del messaggio vocale di Enrica.
Claudia si sfilò i tacchi e la giacca con una lentezza quasi rituale. Si versò un calice di vino rosso e accese solo le luci basse del soggiorno. Seguendo il consiglio sfrontato dell'amica, non accese la televisione, né si mise a fare faccende: decise di regalarsi quella vittoria.
Si spogliò completamente davanti allo specchio della camera da letto. Osservò il proprio corpo cinquantenne, la pelle ancora vibrante per l'adrenalina della giornata, i seni pieni e il respiro profondo. Portò un bicchiere di vino alle labbra e poi si stese sul letto fresco. Con la mente che oscillava tra l'immagine della Contessa che le dava ragione, lo sguardo piegato di Eleonora e le parole calde di Enrica al telefono, Claudia lasciò che le sue mani esplorassero il proprio corpo.
Non fu una ricerca frettolosa: fu una celebrazione. Ogni carezza sul ventre, ogni pressione calibrata sulle cosce e sul centro del suo piacere era un'affermazione del proprio potere. Quando l'orgasmo la travolse, profondo e ritmico nel silenzio della stanza, un piccolo grido di liberazione le sfuggì tra le labbra, lasciandola poi stesa tra le lenzuola con un sorriso vittorioso e appagato, prima di addormentarsi in un sonno denso e senza increspatura.
Il martedì mattina a Velia Atelier l'aria era nettamente diversa. Il successo del giorno prima con la Contessa Alvisi aveva tracciato un solco invisibile ma percettibile. Eleonora si muoveva con una compostezza fin troppo rigida, schiva, evitando con cura il contatto visivo diretto con Claudia e limitandosi al minimo indispensabile delle comunicazioni professionali. In quella freddezza si leggeva chiaramente l'insicurezza di chi temeva di essere stata scalzata.
Durante la pausa pranzo, Claudia notò Eleonora seduta da sola in un bistrot defilato nella piazzetta dietro l'atelier, intenta a sgranocchiare un'insalata mentre scorreva il telefono con un'espressione tirata.
Senza esitare, Claudia ordinò un caffè al banco, poi si avvicinò al suo tavolino.
– È libero? – chiese con un tono morbido, del tutto privo di sarcasmo o trionfalismo.
Eleonora alzò lo sguardo, sorpresa. Per un secondo le sue difese riaffiorarono spontanee, irrigidendole le spalle.
– Sì...prego…siediti pure – rispose con una sfumatura di cautela nella voce.
Claudia prese posto di fronte a lei. Posò la tazzina di caffè sul tavolino di ferro battuto, fece scivolare lo sguardo calmo negli occhi della collega e andò dritta al punto, rompendo l'imbarazzo con un candore disarmante.
– Eleonora, volevo dirti una cosa. Al di là di quanto è successo ieri, io sono appena arrivata qui e ho ancora tantissimo da imparare. Tu invece lavori in questo atelier da anni, conosci ogni singolo tessuto, ogni dinamica con i fornitori e con la clientela. Non ha alcun senso remarci contro.
Eleonora bloccò la forchetta a mezz'aria. Non si aspettava quell'affondo, e ancora meno con quel tono caldo, maturo, privo di qualsiasi traccia di resa o di ostentazione. Si sarebbe aspettata una frecciatina, una rivendicazione di merito o della fredda indifferenza. Invece si trovava davanti una donna che le tendeva una mano con una sicurezza intima che non cercava il conflitto.
Un'ombra di smarrimento le passò negli occhi, rapidamente sostituita da una lentezza nuova nella risposta. La rigidità delle sue spalle parve cedere di un millimetro.
– Pensavo che dopo ieri volessi dimostrare di poterne fare a meno – ammise Eleonora, la voce nettamente meno impostata rispetto al giorno precedente.
– Non ho niente da dimostrare, se non a me stessa – rispose Claudia con un sorriso leggero, facendo un piccolo sorso di caffè. – E credo che se lavoriamo insieme, invece di fare la guerra per il territorio, possiamo fare grandi cose. Tu hai l'esperienza tecnica che a me manca, io ho un intuito con le persone che funziona. Per me siamo una squadra, non due rivali.
Eleonora la fissò per qualche lungo secondo, come per pesare la sincerità di quelle parole. Poi, per la prima volta da quando si erano conosciute, un sorriso vero, imperfetto ma autentico, le distese i lineamenti del viso.
– La Contessa Alvisi è un incubo per tutte noi da tre anni, sai? – mormorò Eleonora con un tono quasi confidenziale, lasciandosi andare contro lo schienale della sedia. – Come hai fatto ieri a capire subito cosa voleva?
Claudia lasciò andare una piccola risata complice, sporgendosi appena verso di lei sul tavolino.
– Diciamo che ho imparato di recente a leggere quello che le persone provano sotto la superficie, invece di guardare solo le apparenze...
Il resto della pausa pranzo volò via in una conversazione fluida, professionale ma decisamente più calda. Un primo, inatteso mattone gettato per costruire un'alleanza solida sul posto di lavoro.
Più tardi, poco prima della riapertura pomeridiana, Claudia inviò ad Enrica un rapido messaggio per aggiornarla:
“Ho fatto pace con Eleonora. Le ho offerto un ramoscello d'ulivo a pranzo e l'ho disarmata. Niente più guerre.”
La risposta di Enrica arrivò fulminea:
“Sei una strega, Claudia! Prima le conquisti con la seduzione, poi le disarmi con la classe. Stai diventando pericolosa... e la cosa mi piace da morire. Devo essere gelosa?”
Claudia lesse il messaggio mentre si sistemava il rossetto allo specchio dell'atelier. Un sorriso malizioso e del tutto spontaneo le piegò le labbra. Avvicinò il telefono alla bocca e registrò un vocale con un tono di voce caldo, calmo, deliberatamente lento e provocatorio:
– Gelosa, Enrica? Ma come? Proprio tu che mi hai insegnato a non fare più la guerra a me stessa e a godermi il potere che ho scoperto? Tranquilla, per ora Eleonora è solo un'alleata di lavoro. Ma devo ammettere che vedere come le persone cambiano sguardo quando smetti di stare in difesa è un gioco che crea dipendenza… E poi... nessuno ha il tocco che hai tu. Ma se vuoi essere sicura di mantenere il tuo primato, ti conviene fare in fretta a tornare qui. Un mese comincia a sembrare davvero lungo anche per me.
I dieci giorni successivi scivolarono via con un ritmo fluido e sorprendente, scanditi da una routine che Claudia non sentiva più come una prigione, ma come un palcoscenico su cui muoversi con grazia.
A Velia Atelier la sintonia con Eleonora era diventata una realtà solida. L'ostilità dei primi momenti si era trasformata in una complicità professionale d'alto livello: Eleonora portava la precisione millimetrica della gestione, Claudia quell'empatia magnetica e felpata che convinceva le clienti più difficili. Tra un cappotto in cashmere e una prova d'abito da sera, tra di loro erano nati sguardi d'intesa, piccole confidenze durante la pausa caffè e una stima reciproca che aveva del tutto disarmato l'ambiente dell'atelier.
Nel frattempo, il filo diretto con Enrica era rimasto teso e bollente. Messaggi vocali registrati a tarda notte, foto ammiccanti di dettagli d'abbigliamento prima di uscire, telefonate in cui il racconto delle giornate di lavoro virava costantemente verso ricordi sensoriali, promesse di ciò che avrebbero fatto al suo ritorno e giochi di ruolo a distanza.
Enrica, dal canto suo, non perdeva occasione per ricordarle quanto quella risposta al sua domanda, neanche troppo scherzosa, ("Devo essere gelosa?") non le fosse ancora del tutto andata giù, alimentando con ironia e desiderio quel conto alla rovescia.
Poi arrivò un giovedì sera di fine mese.
L'atelier aveva chiuso tardi per via di un cliente più esigente del solito. L'aria del centro storico era fresca, umida di una foschia leggera che avvolgeva i lampioni trasformando le strade in quinte teatrali di pietra e ombra.
Claudia ed Eleonora camminavano fianco a fianco lungo i vicoli del centro, dirette verso la fermata dell'autobus. I tacchi delle loro scarpe battevano sul lastricato un ritmo sincopato e familiare. Entrambe stanche, ma appagate, avvolte nei loro cappotti, chiacchieravano del lavoro dell'indomani con un tono rilassato.
Svoltando l'angolo di una via più stretta e defilata, Claudia sentì un'improvvisa contrazione al petto.
A pochi metri da loro si ergeva un portone di legno scuro, borchiato, del tutto anonimo a un occhio disattento. Sopra la soglia, un piccolo faretto a luce calda illuminava debolmente quell'angolo di via.
Era il club privato. Il luogo dove, tre settimane prima, la sua vita si era spaccata in due.
I piedi di Claudia rallentarono d'istinto. Dalle fessure del portone sembrava quasi di poter percepire quel profumo d'ambiente d'alta classe, le note soffuse di musica jazz e l'elettricità sottile di quel mondo sospeso, dove una mazzetta da mille euro era rimasta sul tavolo di vetro scuro e un'ombra elegante le aveva guardate crollare nel piacere.
Eleonora, accorgendosi del cambio di passo della collega, si fermò un paio di metri più avanti e si voltò verso di lei, stringendosi nel colletto del cappotto.
– Tutto bene, Claudia? Ti sei incantata...
Claudia staccò lentamente lo sguardo dal portone per fissare Eleonora. Per un secondo, la tentazione di raccontarle cosa si nascondeva dietro quel legno scuro le attraversò la mente. Ma il ricordo apparteneva solo a lei, ad Enrica e a quella parte di sé che ora non aveva più paura di esistere.
Un sorriso enigmatico, denso e leggermente malizioso le piegò gli angoli della bocca. Un sorriso che la "vecchia Claudia" non avrebbe mai saputo accennare.
– Niente, guardavo questo portone – disse Claudia, la voce profonda e tranquilla mentre riprendeva a camminare affiancandola. – Ci sono posti in questa città davanti a cui passiamo ogni giorno senza immaginare nemmeno lontanamente quali segreti custodiscano.
Eleonora lanciò un'occhiata indifferente al portone scuro, per poi fare una piccola spalluccia sorridente.
– Sarà il solito palazzo d'epoca con uffici noiosi o appartamenti sfitto. Il centro ne è pieno.
– Già... sicuramente – mormorò Claudia, infilando le mani nelle tasche del cappotto e sentendo la pelle del proprio corpo vibrare di un calore improvviso, mentre l'immagine di Enrica e il ricordo dell'uomo al bancone le risalivano lungo la schiena come una carezza elettrica. – Sicuramente solo uffici noiosi.
La mattina si svegliava presto, con la pelle che pareva conservare una memoria tattile inestinguibile: la morbidezza del plaid sul divano, il peso del corpo di Enrica, il sapore salato e caldo del piacere donato e ricevuto. Quando passava la crema idratante sulle cosce e sul petto davanti allo specchio del bagno, i polpastrelli indugiavano sui punti che l'amica aveva tracciato. Non era un semplice gesto di routine, ma una riscoperta devota e quasi sfrontata. Si guardava negli occhi e vi trovava una fame nuova, una piega maliziosa della bocca che non le apparteneva prima di quella domenica al club.
Il telefono era diventato il cordone ombelicale di un flirt costante, denso, a tratti febbrile. Le notifiche arrivavano nei momenti più inaspettati, spezzando la routine di Enrica a Milano e accompagnando l'attesa di Claudia.
“Sei già davanti al telefono ad aspettare che chiamino?” recitava un messaggio di Enrica arrivato a metà mattina, mentre Claudia sistemava l'armadio, selezionando gli abiti per il suo futuro lavoro.
“Sto scegliendo cosa indossare il mio primo giorno, casomai dovessero chiamare” aveva risposto Claudia, scattando una foto allo specchio: indossava una gonna a tubino nera che le segnava i fianchi generosi e una camicetta di seta lasciata sbottonata quel tanto che bastava a mostrare l'inizio del pizzo del reggiseno.
La risposta audio di Enrica non si fece attendere. La sua voce arrivò rauca, filtrata dal microfono, con un rumore di fondo di bicchieri e sottofondo d'orchestra, da qualche aperitivo di rappresentanza milanese.
– Claudia... se ti presenti così al primo giorno, il direttore ti firma un contratto a tempo indeterminato prima ancora di chiederti i documenti. La seta si tende sul petto in un modo che mi sta facendo perdere la concentrazione in mezzo a una noiosissima cena di beneficenza con mio marito. Promettimi che non la metti finché non torno.
Un brivido caldo le scese lungo la schiena. Claudia avvicinò il telefono alle labbra, registrò a sua volta un vocale mantenendo un sussurro intimo, quasi viscerale:
– Troppo tardi, Enrica. Sto imparando a godermi l'effetto che fa. E poi...dovrai venire tu a sbottonarmela quando sarà il momento.
L'attesa dell'esito si intrecciava così a doppio filo con quell'erotismo a distanza. Le telefonate serali diventavano veri e propri incontri clandestini via cavo. Enrica si isolava nello studio della sua villa al nord, Claudia si stendeva sul letto nel buio della sua camera. Parlavano del lavoro, della risposta che tardava a venire, ma la conversazione scivolava inevitabilmente verso la pelle. Enrica la guidava con descrizioni dettagliate di ciò che le avrebbe fatto al suo ritorno; Claudia, a sua volta, le raccontava senza più alcuna timidezza di come le sue mani, da sole, cercassero la propria intimità prima di addormentarsi, pensando alla sua bocca, al club, al profumo di whisky e velluto.
Poi, il venerdì mattina, poco prima di mezzogiorno, il telefono squillò. Non era l’ennesima notifica di messaggistica, ma una chiamata in entrata da un numero fisso.
Claudia fece un respiro profondo, sentendo il cuore battere con una frequenza piena, vitale, prima di rispondere.
– Pronto, Signora Claudia? Sono la responsabile delle risorse umane di Velia Atelier.
– Buongiorno. Certo, riconosco la sua voce.
– Benissimo, ne sono felice, così posso arrivare subito al dunque: le telefono per comunicarle l’ottima impressione che ha fatto ha tutta la nostra direzione durante il colloquio di martedì. Siamo lieti di offrirle la posizione di responsabile vendite per la linea VIP. Il contratto è pronto per la firma. Può passare da noi a lasciarci i suoi dati e i documenti e per espletare le prime pratiche? Così lunedì mattina il contratto sarà già pronto e potrà iniziare subito l'affiancamento?
Un'ondata di calore incontrollabile, orgogliosa e profonda, partì dal centro del petto di Claudia per diffondersi in tutto il corpo.
– Certamente. Sarò lì a breve. Vi ringrazio molto per la fiducia – rispose con una voce di una fermezza e di un'eleganza impeccabili.
Appena chiusa la chiamata, Claudia non lasciò passare nemmeno tre secondi. Avviò immediatamente una videochiamata con Enrica.
Quando l'amica rispose, si trovava nella cabina armadio della sua villa, avvolta in un kimono di seta lucida. Vedendo il volto di Claudia illuminato da una luce radiosa e la bocca socchiusa in un sorriso trionfante, Enrica capì all'istante.
– Hanno chiamato? – chiese, sporgendosi verso lo schermo del telefono.
– Inizio lunedì – disse Claudia, con il fiato corto per l'emozione. – È mio, Enrica. Il posto è mio.
Enrica lasciò andare un piccolo grido di gioia. Ma nel giro di un secondo, lo sguardo dell'amica sullo schermo cambiò, facendosi denso, scuro, carico di una sensualità felina.
– Sapevo che non avrebbero potuto resisterti – mormorò Enrica, slacciando lentamente il nastro del suo kimono e lasciandolo scivolare sulle spalle, rivelando la pelle nuda del petto sotto la luce soffusa della stanza. – Guarda cosa mi fai fare per festeggiare...
Claudia fissò lo schermo, avvertendo il basso ventre contrarsi in un'immediata, familiare pulsazione. Con un gesto lento e deliberato, posò il telefono sul comodino inclinato verso di sé, portò le mani alla cerniera del proprio vestito e iniziò a sfilarselo, rimanendo in vista della telecamera e mostrando all'amica la sicurezza ritrovata del proprio corpo maturo.
– Questo è solo l'inizio, Enrica – sussurrò Claudia, facendo scivolare una mano lungo la coscia. – Loro mi hanno dato il lavoro, ma il festeggiamento vero lo stiamo solo rinviando a quando sarai qui.
– Un mese non è mai stato così lungo, Claudia... – rispose Enrica a fior di microfono, i suoi occhi fissi sul corpo dell'amica attraverso lo schermo. – Ma ti giuro che quando torno, festeggeremo ogni singolo secondo.
Il lunedì mattina si presentò sotto una pioggia sottile che bagnava il lastricato del centro storico, rendendo l'aria lucida e fredda.
Mentre saliva i due scalini di marmo scuro all'ingresso di Velia Atelier, Claudia avvertì una stretta improvvisa allo stomaco. Bastò l'impatto con il grande salone silenzioso, con il profumo austero di tessuti pregiati e l'illuminazione chirurgica dei faretti, per far riaffiorare a tradimento la "vecchia Claudia": la donna smarrita, quella dei mesi passati a contare le monete per l'affitto e a farsi schiacciare dai ricordi e dalla disoccupazione.
Il cuore prese a batterle con un ritmo irregolare, non più denso di desiderio, ma di una pura e fredda ansia da prestazione.
– Signora Claudia, buongiorno. Le presento Eleonora, la responsabile vendite senior che curerà il suo affiancamento per questo primo periodo – disse la direttrice, indicando una donna sulla quarantina, dal look impeccabile, i capelli tirati in uno chignon rigido e un'aria di aperto distacco.
Eleonora le rivolse un sorriso di facciata, di quelli che non scaldano gli occhi.
– Buongiorno. Spero che lei si adatti in fretta ai nostri ritmi. La clientela VIP di Velia non perdona l'inesperienza o le esitazioni.
Nelle prime due ore, Eleonora non perse occasione per sottolineare ogni minima incertezza di Claudia. Le illustrava il software di gestione degli ordini con una velocità deliberatamente eccessiva, spiegava i tessuti dandole appena il tempo di sfiorarli e la correggeva con un tono sottilmente dominante ogni volta che Claudia tentava di prendere l'iniziativa.
La sicurezza acquisita nei giorni precedenti sembrava sciogliersi sotto quell'attacco metodico. Claudia sentiva le mani farsi fredde, le spalle curvarsi impercettibilmente sotto la giacca, la voce ridursi di nuovo a quel tono difensivo e cauto che aveva sperato di essersi lasciata alle spalle.
“Cosa ci faccio qui? Hanno sbagliato a prendermi. Sono rimasta fuori dal mondo per troppo tempo”, continuava a ripetersi una voce interna e velenosa.
La svolta arrivò a metà mattina, quando nel salone privato fece il suo ingresso la Contessa Alvisi, un'elegantissima donna di circa sessantacinque anni, cliente storica e fra le più facoltose ed esigenti dell'atelier. Eleonora si fiondò ad accoglierla con un servilismo lezioso, esponendole le nuove proposte d'alta moda. Ma la contessa appariva visibilmente infastidita, distratta, contrariata dall'eccessiva insistenza di Eleonora.
Claudia, rimasta un passo indietro nel suo cono d'ombra e d'ansia, incrociò per un secondo lo sguardo della cliente nello specchio a figura intera.
In quel preciso istante, la memoria corporale e sensuale degli ultimi giorni fece un balzo improvviso. Claudia ricordò il tocco caldo di Enrica, la sensazione del proprio corpo che si abbandonava senza paura al piacere, la lezione appresa al club: le persone cercano empatia, autenticità, presenza. La vera sicurezza non sta nel recitare un ruolo perfetto o nell'imparare a memoria una scheda tecnica, ma nel saper leggere chi si ha davanti, senza difese.
Un brivido profondo le scese lungo la schiena, risvegliando quella scossa sopita sotto l'ansia.
Claudia fece un respiro lento, profondo.
Raddrizzò le spalle, lasciò che la seta della camicetta tornasse a tendersi con grazia sul petto e fece due passi avanti, rompendo il monologo servile di Eleonora.
– Signora Contessa, mi scusi se mi permetto – disse Claudia con una voce che scese di un tono, farsi calda, avvolgente, vibrante di quella sicurezza intima che Eleonora non avrebbe mai potuto replicare. – Ma…credo che questo taglio rigido non sia ciò di cui ha bisogno stamattina. Mi sembra che lei stia cercando qualcosa che non la costringa, qualcosa che la faccia sentire libera, ma sempre impeccabile.
Eleonora la fulminò con lo sguardo, pronta ad interromperla.
La Contessa fermò il movimento che stava facendo, lasciando una mano a mezz’aria. Si voltò lentamente verso Claudia, squadrandola dalla testa ai piedi, cogliendo al volo l'eleganza matura e la calma magnetica che la nuova arrivata emanava.
– Finalmente qualcuno che sa ascoltare prima di parlare – mormorò la Contessa, un abbozzo di sorriso che le ammorbidì i tratti del viso. – Mi mostri cosa ha in mente per me.
Nelle due ore successive, l'affiancamento si capovolse del tutto. Claudia guidò la vendita con una grazia e un intuito disarmanti. Non vendeva solo abiti: creava un'atmosfera intima, quasi sensuale, fatta di sguardi, di ascolto e di toccare i tessuti con una cura devota. Eleonora fu costretta a fare un passo indietro, ridotta al ruolo di spettatrice mentre Claudia chiudeva la vendita di tre capi esclusivi e l'appuntamento per una prova privata la settimana successiva.
Quando la cliente lasciò il salone, la direttrice dell'atelier uscì dal suo ufficio, avendo assistito a gran parte della scena da dietro le quinte.
– Eccellente lavoro, Claudia. Ha gestito la Contessa come poche altre volte ho visto fare in questo atelier – disse la direttrice, per poi rivolgere un'occhiata d'intesa a Eleonora. – Direi che l'affiancamento può considerarsi superato a pieni voti.
Verso le due del pomeriggio, durante la pausa pranzo, Claudia si sedette al tavolino di un caffè poco distante. Fuori aveva smesso di piovere e un raggio di sole calmo si faceva strada tra le nuvole.
Con le dita ancora leggermente tremanti, ma questa volta per l'adrenalina della vittoria, prese il telefono e scrisse ad Enrica:
“Stamattina la 'vecchia me' ha provato a riprendersi la scena. Stavo per crollare sotto la rigidità del primo giorno. Poi mi sono ricordata di come mi hai insegnato a stare nel mio corpo, a non fare la guerra a me stessa. Ho preso in mano la situazione e ho chiuso la vendita più difficile della giornata. La direttrice è entusiasta.”
La risposta di Enrica arrivò sotto forma di un messaggio vocale. Quando Claudia accostò l'altoparlante all'orecchio, la voce dell'amica era un mormorio caldo e orgoglioso che le fece salire un rossore delizioso sul collo:
– Te l'avevo detto, mia bella regina: quella luce non si spegne più. Hai capito che il potere che hai scoperto sul divano e al club è lo stesso che ti serve nel mondo. Usalo. E stasera, quando torni a casa, regalati qualcosa per festeggiare questa vittoria. Io immaginerò di essere lì a guardarti.
La sera, al rientro nel suo appartamento, l'eco dei passi di Claudia nel corridoio non aveva più nulla di quella solitudine pesante che l'aveva perseguitata per due anni. La pioggia fuori si era trasformata in una marea felpata che picchiettava sui vetri, ma dentro, la casa era calda, viva, pervasa dal successo della giornata e dal ricordo del messaggio vocale di Enrica.
Claudia si sfilò i tacchi e la giacca con una lentezza quasi rituale. Si versò un calice di vino rosso e accese solo le luci basse del soggiorno. Seguendo il consiglio sfrontato dell'amica, non accese la televisione, né si mise a fare faccende: decise di regalarsi quella vittoria.
Si spogliò completamente davanti allo specchio della camera da letto. Osservò il proprio corpo cinquantenne, la pelle ancora vibrante per l'adrenalina della giornata, i seni pieni e il respiro profondo. Portò un bicchiere di vino alle labbra e poi si stese sul letto fresco. Con la mente che oscillava tra l'immagine della Contessa che le dava ragione, lo sguardo piegato di Eleonora e le parole calde di Enrica al telefono, Claudia lasciò che le sue mani esplorassero il proprio corpo.
Non fu una ricerca frettolosa: fu una celebrazione. Ogni carezza sul ventre, ogni pressione calibrata sulle cosce e sul centro del suo piacere era un'affermazione del proprio potere. Quando l'orgasmo la travolse, profondo e ritmico nel silenzio della stanza, un piccolo grido di liberazione le sfuggì tra le labbra, lasciandola poi stesa tra le lenzuola con un sorriso vittorioso e appagato, prima di addormentarsi in un sonno denso e senza increspatura.
Il martedì mattina a Velia Atelier l'aria era nettamente diversa. Il successo del giorno prima con la Contessa Alvisi aveva tracciato un solco invisibile ma percettibile. Eleonora si muoveva con una compostezza fin troppo rigida, schiva, evitando con cura il contatto visivo diretto con Claudia e limitandosi al minimo indispensabile delle comunicazioni professionali. In quella freddezza si leggeva chiaramente l'insicurezza di chi temeva di essere stata scalzata.
Durante la pausa pranzo, Claudia notò Eleonora seduta da sola in un bistrot defilato nella piazzetta dietro l'atelier, intenta a sgranocchiare un'insalata mentre scorreva il telefono con un'espressione tirata.
Senza esitare, Claudia ordinò un caffè al banco, poi si avvicinò al suo tavolino.
– È libero? – chiese con un tono morbido, del tutto privo di sarcasmo o trionfalismo.
Eleonora alzò lo sguardo, sorpresa. Per un secondo le sue difese riaffiorarono spontanee, irrigidendole le spalle.
– Sì...prego…siediti pure – rispose con una sfumatura di cautela nella voce.
Claudia prese posto di fronte a lei. Posò la tazzina di caffè sul tavolino di ferro battuto, fece scivolare lo sguardo calmo negli occhi della collega e andò dritta al punto, rompendo l'imbarazzo con un candore disarmante.
– Eleonora, volevo dirti una cosa. Al di là di quanto è successo ieri, io sono appena arrivata qui e ho ancora tantissimo da imparare. Tu invece lavori in questo atelier da anni, conosci ogni singolo tessuto, ogni dinamica con i fornitori e con la clientela. Non ha alcun senso remarci contro.
Eleonora bloccò la forchetta a mezz'aria. Non si aspettava quell'affondo, e ancora meno con quel tono caldo, maturo, privo di qualsiasi traccia di resa o di ostentazione. Si sarebbe aspettata una frecciatina, una rivendicazione di merito o della fredda indifferenza. Invece si trovava davanti una donna che le tendeva una mano con una sicurezza intima che non cercava il conflitto.
Un'ombra di smarrimento le passò negli occhi, rapidamente sostituita da una lentezza nuova nella risposta. La rigidità delle sue spalle parve cedere di un millimetro.
– Pensavo che dopo ieri volessi dimostrare di poterne fare a meno – ammise Eleonora, la voce nettamente meno impostata rispetto al giorno precedente.
– Non ho niente da dimostrare, se non a me stessa – rispose Claudia con un sorriso leggero, facendo un piccolo sorso di caffè. – E credo che se lavoriamo insieme, invece di fare la guerra per il territorio, possiamo fare grandi cose. Tu hai l'esperienza tecnica che a me manca, io ho un intuito con le persone che funziona. Per me siamo una squadra, non due rivali.
Eleonora la fissò per qualche lungo secondo, come per pesare la sincerità di quelle parole. Poi, per la prima volta da quando si erano conosciute, un sorriso vero, imperfetto ma autentico, le distese i lineamenti del viso.
– La Contessa Alvisi è un incubo per tutte noi da tre anni, sai? – mormorò Eleonora con un tono quasi confidenziale, lasciandosi andare contro lo schienale della sedia. – Come hai fatto ieri a capire subito cosa voleva?
Claudia lasciò andare una piccola risata complice, sporgendosi appena verso di lei sul tavolino.
– Diciamo che ho imparato di recente a leggere quello che le persone provano sotto la superficie, invece di guardare solo le apparenze...
Il resto della pausa pranzo volò via in una conversazione fluida, professionale ma decisamente più calda. Un primo, inatteso mattone gettato per costruire un'alleanza solida sul posto di lavoro.
Più tardi, poco prima della riapertura pomeridiana, Claudia inviò ad Enrica un rapido messaggio per aggiornarla:
“Ho fatto pace con Eleonora. Le ho offerto un ramoscello d'ulivo a pranzo e l'ho disarmata. Niente più guerre.”
La risposta di Enrica arrivò fulminea:
“Sei una strega, Claudia! Prima le conquisti con la seduzione, poi le disarmi con la classe. Stai diventando pericolosa... e la cosa mi piace da morire. Devo essere gelosa?”
Claudia lesse il messaggio mentre si sistemava il rossetto allo specchio dell'atelier. Un sorriso malizioso e del tutto spontaneo le piegò le labbra. Avvicinò il telefono alla bocca e registrò un vocale con un tono di voce caldo, calmo, deliberatamente lento e provocatorio:
– Gelosa, Enrica? Ma come? Proprio tu che mi hai insegnato a non fare più la guerra a me stessa e a godermi il potere che ho scoperto? Tranquilla, per ora Eleonora è solo un'alleata di lavoro. Ma devo ammettere che vedere come le persone cambiano sguardo quando smetti di stare in difesa è un gioco che crea dipendenza… E poi... nessuno ha il tocco che hai tu. Ma se vuoi essere sicura di mantenere il tuo primato, ti conviene fare in fretta a tornare qui. Un mese comincia a sembrare davvero lungo anche per me.
I dieci giorni successivi scivolarono via con un ritmo fluido e sorprendente, scanditi da una routine che Claudia non sentiva più come una prigione, ma come un palcoscenico su cui muoversi con grazia.
A Velia Atelier la sintonia con Eleonora era diventata una realtà solida. L'ostilità dei primi momenti si era trasformata in una complicità professionale d'alto livello: Eleonora portava la precisione millimetrica della gestione, Claudia quell'empatia magnetica e felpata che convinceva le clienti più difficili. Tra un cappotto in cashmere e una prova d'abito da sera, tra di loro erano nati sguardi d'intesa, piccole confidenze durante la pausa caffè e una stima reciproca che aveva del tutto disarmato l'ambiente dell'atelier.
Nel frattempo, il filo diretto con Enrica era rimasto teso e bollente. Messaggi vocali registrati a tarda notte, foto ammiccanti di dettagli d'abbigliamento prima di uscire, telefonate in cui il racconto delle giornate di lavoro virava costantemente verso ricordi sensoriali, promesse di ciò che avrebbero fatto al suo ritorno e giochi di ruolo a distanza.
Enrica, dal canto suo, non perdeva occasione per ricordarle quanto quella risposta al sua domanda, neanche troppo scherzosa, ("Devo essere gelosa?") non le fosse ancora del tutto andata giù, alimentando con ironia e desiderio quel conto alla rovescia.
Poi arrivò un giovedì sera di fine mese.
L'atelier aveva chiuso tardi per via di un cliente più esigente del solito. L'aria del centro storico era fresca, umida di una foschia leggera che avvolgeva i lampioni trasformando le strade in quinte teatrali di pietra e ombra.
Claudia ed Eleonora camminavano fianco a fianco lungo i vicoli del centro, dirette verso la fermata dell'autobus. I tacchi delle loro scarpe battevano sul lastricato un ritmo sincopato e familiare. Entrambe stanche, ma appagate, avvolte nei loro cappotti, chiacchieravano del lavoro dell'indomani con un tono rilassato.
Svoltando l'angolo di una via più stretta e defilata, Claudia sentì un'improvvisa contrazione al petto.
A pochi metri da loro si ergeva un portone di legno scuro, borchiato, del tutto anonimo a un occhio disattento. Sopra la soglia, un piccolo faretto a luce calda illuminava debolmente quell'angolo di via.
Era il club privato. Il luogo dove, tre settimane prima, la sua vita si era spaccata in due.
I piedi di Claudia rallentarono d'istinto. Dalle fessure del portone sembrava quasi di poter percepire quel profumo d'ambiente d'alta classe, le note soffuse di musica jazz e l'elettricità sottile di quel mondo sospeso, dove una mazzetta da mille euro era rimasta sul tavolo di vetro scuro e un'ombra elegante le aveva guardate crollare nel piacere.
Eleonora, accorgendosi del cambio di passo della collega, si fermò un paio di metri più avanti e si voltò verso di lei, stringendosi nel colletto del cappotto.
– Tutto bene, Claudia? Ti sei incantata...
Claudia staccò lentamente lo sguardo dal portone per fissare Eleonora. Per un secondo, la tentazione di raccontarle cosa si nascondeva dietro quel legno scuro le attraversò la mente. Ma il ricordo apparteneva solo a lei, ad Enrica e a quella parte di sé che ora non aveva più paura di esistere.
Un sorriso enigmatico, denso e leggermente malizioso le piegò gli angoli della bocca. Un sorriso che la "vecchia Claudia" non avrebbe mai saputo accennare.
– Niente, guardavo questo portone – disse Claudia, la voce profonda e tranquilla mentre riprendeva a camminare affiancandola. – Ci sono posti in questa città davanti a cui passiamo ogni giorno senza immaginare nemmeno lontanamente quali segreti custodiscano.
Eleonora lanciò un'occhiata indifferente al portone scuro, per poi fare una piccola spalluccia sorridente.
– Sarà il solito palazzo d'epoca con uffici noiosi o appartamenti sfitto. Il centro ne è pieno.
– Già... sicuramente – mormorò Claudia, infilando le mani nelle tasche del cappotto e sentendo la pelle del proprio corpo vibrare di un calore improvviso, mentre l'immagine di Enrica e il ricordo dell'uomo al bancone le risalivano lungo la schiena come una carezza elettrica. – Sicuramente solo uffici noiosi.
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