Profumo 3 ( il viaggio di lavoro 1/2)
di
Roland85
genere
tradimenti
Erano passati ormai sei mesi da quel giorno e con Sofia le cose andavano ancora alla grande. Il sesso era appagante, selvaggio. Lei trovava modi sempre più spinti per godere e farmi godere: sex toys, completini intimi, giochi di ruolo. Si inventava sempre qualcosa di nuovo. Era una donna completamente diversa.
Eravamo più felici, più complici. Ogni occasione era buona per un bacio rubato, una provocazione in un camerino mentre provavamo dei vestiti, una mano che si spingeva dove non avrebbe dovuto. A volte mi sembrava di andare in giro con una ninfomane. Era quello che avevo sempre sognato.
Una mattina passai davanti alla profumeria e mi fermai a salutare il vecchio. Fu felice di vedermi, mi offrì un buon caffè e ci mettemmo a parlare.
«Allora, come va con sua moglie?»
«Lei mi ha salvato la vita. O meglio, il matrimonio. Da quel giorno è cambiato tutto.»
«Gliel’avevo detto. È più calda, eh?»
«Calda? A dir poco. È tutto meraviglioso. E pensi che ho usato il profumo una volta sola.»
«Si vede che sua moglie era predisposta.»
Mi tornò in mente una domanda che avrei voluto fargli già da tempo.
«Quel liquido che ha aggiunto, due gocce soltanto… che cos’è? Mi è sembrato l’ingrediente più importante.»
Il vecchio posò la tazzina.
«Lo è. Lo creò il mio bisnonno. Una goccia rende chi lo annusa più vulnerabile al fascino della persona che lo indossa, purché ci sia già un’attrazione. Due gocce agiscono anche sulle inibizioni. Il piacere diventa più intenso, più facile da ricordare e da desiderare di nuovo. Da come mi parlava di sua moglie, ho pensato che potesse far bene anche a lei lasciarsi andare.»
«Incredibile. È quasi miracoloso.»
«Ed è pericoloso. Per questo le chiedo di non parlarne con nessuno.»
«Certo. Ma tre gocce? Che cosa farebbero?»
Il vecchio mi guardò per qualche secondo.
«Tre gocce sono il biglietto per l’inferno.»
Rise, ma solo per un istante.
«Abbattono ogni freno. Anche i desideri che una persona non ammetterebbe neppure a se stessa diventano difficili da controllare, inoltre una esposizione ripetuta, in alcuni soggetti, lascia abbandonare ogni inibizione, non esiste pudore, non esistono legami, solo un desiderio da appagare e basta, ma la cosa più grave e che con quella concentrazione, non serve più che provi attrazione per chi porta il profumo. Anche io, con la mia età, potrei risultare irresistibile anche agli occhi della donna più bella del mondo, Immagini una sostanza del genere nelle mani di un pervertito.»
«Cazzo.»
«Appunto. Per questo è proibita.»
Lo salutai e lo ringraziai ancora. Tornando a casa continuai a pensare a quella terza goccia, anche se non ne avevo mai avuta una. Il profumo che possedevo era già abbastanza potente. Ogni tanto mi sentivo in colpa per Sofia: la vedevo cercarmi con un’urgenza che prima non aveva e mi chiedevo quanto dipendesse da quella sera. Poi lei rideva, mi abbracciava, mi diceva che non era mai stata così felice, e io mettevo da parte il dubbio.
Passarono altri due mesi.
Dovetti partire per lavoro: quattro notti in una regione vicina, dove andavo tre o quattro volte all’anno. Prenotai il solito albergo con ristorante. Mi trovavo bene e non avevo motivo di cambiarlo.
La prima sera cenavo da solo, con gli occhi incollati alle mail sul telefono, quando una voce mi riportò alla realtà.
«Buonasera. Cosa le porto?»
Era Jessica, la figlia dei proprietari.
Sua madre mi aveva parlato spesso di lei. Frequentava l’università, aveva vent’anni e, a quanto pareva, i genitori la facevano lavorare al ristorante perché imparasse cosa voleva dire guadagnarsi da vivere. Secondo loro pensava soltanto ai soldi, ai vestiti firmati, alle vacanze e ai ragazzi con il conto in banca pieno. Trattava male perfino i clienti che non riteneva alla sua altezza.
In effetti Jessica aveva sempre avuto l’aria di una stronza. Non ricordavo di averla mai vista sorridere.
Quella sera, però, la guardai davvero per la prima volta. Era bellissima: bionda, occhi chiari, un fisico allenato e una sicurezza irritante. Portava la minigonna nera della divisa, la camicia bianca e un paio di tacchi che probabilmente valevano due rate del mio mutuo.
«Allora?» disse. «Non ho tutta la sera.»
Mi scusai e ordinai. Se ne andò sbuffando.
Quando tornò a ritirare il piatto, provai a parlarle.
«Tua madre mi ha detto che vai all’università. Che cosa studi?»
Mi guardò come se le avessi fatto una proposta indecente.
«Mi perdoni, ma non è un po’ troppo vecchio per provarci con me? E da come si veste non mi sembra che abbia altro da offrire. Mi lasci fare il mio lavoro. Magari eviti anche di guardarmi il culo mentre me ne vado.»
Aveva alzato la voce. Ai tavoli vicini qualcuno si voltò. Rimasi lì, con la bocca mezza aperta, senza riuscire a risponderle.
Finita la cena salii in camera. Feci una doccia e mi guardai allo specchio. Andavo per i quarantuno anni, ma ero ancora un discreto uomo: spalle larghe, petto e braccia allenati. Certo, avevo messo su un po’ di pancia. Non ero più il ragazzo di vent’anni, ma neppure lo schifo che lei aveva descritto.
«’Sta stronza», dissi ad alta voce.
La sera dopo tornai al ristorante. Avevo già deciso cosa ordinare e volevo approfittarne per spiegare che il giorno prima non ci avevo provato. Jessica mi interruppe.
«Senta, vedo come mi guarda. Ci sono abituata. Però evitiamo di parlare di altro che non sia quello che vuole mangiare stasera.»
Se ne andò prima che potessi rispondere. La vidi avvicinarsi a un gruppo di ragazzi al bar, indicarmi e dire qualcosa. Loro si voltarono sogghignando. Uno mimò il gesto di farsi una sega.
Mi salì il sangue alla testa.
Non avevo fatto niente di male. Volevo soltanto essere gentile. Era davvero così preziosa da trattare chiunque non le piacesse come spazzatura?
Bene, pensai. Vedremo.
Aprii lo zaino e mi misi una piccola goccia di profumo sul polso.
Quando Jessica arrivò con il piatto, feci cadere una posata. Lei si chinò a raccoglierla e io avvicinai la mano al suo viso fingendo di aiutarla. Annusò il profumo. Guardai l’orologio: le 20:34.
Mi ripetei che volevo soltanto vederla desiderarmi. Farle provare, per una volta, che cosa significava non avere il controllo della situazione. Non avevo intenzione di andare a letto con una ventenne. Questo, almeno, era ciò che mi raccontavo.
Tornò con una posata pulita. Alle 20:38 passò di nuovo vicino al tavolo. Alle 20:41 mi portò un bicchiere d’acqua che non avevo chiesto. Inciampò e me lo rovesciò sui pantaloni.
«Mi scusi, sono stata sbadata.»
Si affrettò ad asciugarmi con un tovagliolo. Quando mi sfiorò, rimase ferma un istante. Alzò gli occhi su di me, arrossì e abbassò subito lo sguardo.
«È meglio che mi segua. Posso aiutarla a pulirsi.»
Avrei dovuto rifiutare. Sapevo che cosa le avevo fatto annusare. Ma la vidi lì, in ginocchio davanti a me, e ogni buon proposito sparì.
«Va bene», dissi. «Non vorrei che restasse la macchia.»
Mi portò nel bagno del personale e chiuse la porta a chiave. Per un momento mi fissò con la stessa espressione sprezzante delle sere precedenti. Poi mi saltò al collo e mi baciò.
Si staccò quasi subito.
«Scusami. Non so che mi succede. Non volevo.»
io nel frattempo mi slacciai i pantaloni e li calai insieme alle mutande restando nudo dalla vita in giù
“ non volevo asciugare i pantaloni? O volevi altro?”
Resto impietrita davanti alla vista del mio pene, ancora semi eretto,
” cosa fai? Non hai voglie di prenderlo in bocca? Scusa ma oggi ha fatto caldo e non ho ancora fatto la doccia , saprò un po’ di maschio”
in effetti puzzava, ne sentivo l’odore, lei mi guardò come ipnotizzata, scese meccanicamente in ginocchio e lo prese in bocca , prima piano, poi iniziò un vero e proprio pompino, come se non avesse mai desiderato altro in vita sua, era giovane e inesperta, un paio di volte mi graffio con i denti, era da svezzare poverina , fu quasi una tortura, dopo qualche minuto la sollevai e la feci appoggiare al lavandino, gli sollevai la gonna tanto da mettere in mostra un culo favoloso, grosso e sodo, con una leggera pelle d’oca dovuta all’eccitazione , gli sfilai il perizoma, completamente bagnato e puntai il cazzo su quelle labbra giovani e depilate , spinsi, ma la resistenza era forte e lei mi fermo con la mano, spinsi ancora ma nulla, sorpreso gli chiesi
“ ma sei vergine ?”
E lei “ no macché , ma non ne avevo mai visto uno come il tuo, il mio ex aveva un grissino a confronto, fai male “
spinsi ancora un poco e riuscì a far entrare la cappella , era stretta, faceva quasi male, sentivo stringere forte, lei urlo di sorpresa,
” ti prego fermati , oddio, mi strappi”
nel frattempo bussarono alla porta
“ Jessica tesoro tutto bene?”
E lei di rimando
“ sì mamma, cinque minuti che finisco e arrivo “
poi mi guardo
“non c’e tempo”
ed io mi avvicinai all’orecchio
“ ma visto il pompino di prima mi devo sdebitare “
e tenendo la cappella inserita, con la mano presi a stimolarle il clitoride, era duro, gonfio e pulsante , basto poco e Jessica venne, un ondata calda investì la punta del mio uccello, aspettai che i suoi spasmi si calmarono e poi stappai la sua figa, si il rumore fu quello di un tappo che viene stappato dalla bottiglia, accompagnato da un ringhio di dolore da parte di lei, e come per una bottiglia, tutti gli umori accumulati durante l’orgasmo sgorgarono fuori inondandogli le cosce.
mi abbassai per tirare sui pantaloni e raccolsi il suo perizoma mettendomelo in tasca, senza dire altro uscì dal bagno, lei si stava ancora sistemando, tornai al mio tavolo e bevvi il mio caffè,
lei riprese a lavorare. Quando mi passò accanto, le chiesi a che ora finisse.
«Alle dieci e mezza. Perché? Esco con i miei amici.»
«Camera 404. Ti aspetto là. Così finiamo quello che abbiamo iniziato.»
Mi guardò, stupita e indignata.
«Te lo scordi. Non so che cosa mi sia successo prima, ma tu mi fai schifo. Accontentati: non capiterà un’altra volta.»
Sorrisi. Dalla sua espressione capii che non era un bel sorriso.
«Vedremo.»
In camera feci una doccia e mi stesi sul letto. Erano le 21:10. Avevo tempo per pensare a Sofia, al tradimento e alla boccetta nello zaino. Provai ad avere dei sensi di colpa. Poi mi tornò in mente Jessica che rideva di me con i suoi amici, e usai quella rabbia per zittirli.
Alle 22:30 suonò la sveglia che avevo impostato. Aveva finito il turno. Alle 22:40 non era ancora arrivata. Forse il vecchio aveva sopravvalutato il composto.
Alle 22:43 sentii bussare piano. Abbassai il volume della televisione. Bussarono di nuovo, più forte.
Aprii. Una figura con il cappuccio entrò in fretta.
«Chiudi. Non voglio che qualcuno mi veda.»
Era Jessica. Si tolse il cappuccio. Aveva le guance rosse e gli occhi bassi.
«Pensavo non saresti venuta.»
«Neanch’io pensavo di venire.»
«Allora che ci fai qui?»
«Non lo so.»
“ sei qua per questo vero? Sai che sarà doloroso, so che ti faccio schifo ma sei qui lo stesso”
lo dissi quasi con rabbia
” sarà una notte lunga, perché non ti fai una bella doccia per me?”
Lei sempre ad occhi bassi, rossa in viso più per la vergogna che per l’imbarazzo , andò in bagno e chiuse la porta dietro di se, bene pensai aspettai un attimo, appena accese l’acqua entrai in bagno, le si coprì con le mani, una per il seno è una per la parte giù, era così bella così, timida, indifesa, non sembrava la stronza arrogante di sempre, poi perché coprirsi?
Forse un briciolo di senso del pudore visto cosa si aspettava a fare , pisciai , senza pudore, lei non disse nulla ma mi guardava con quel misto di eccitazione e disgusto,
le dissi “ non sono proprio il tuo tipo ne?”
E lei timidamente “ no, per niente , sei troppo vecchio, troppo peloso e troppo grasso “
ed io
“ grasso? Non esagerare, vecchio ho 41 anni ben portati e peloso si, sono un uomo, perché i tipi che ti fai come sono?”
E lei “ non si sono tipi che mi faccio , c’è il mio ex, era palestrato, con gli addominali, e completamente depilato”
ed io “ sì? E aveva questo? “
gli dissi afferrando il mio cazzo
“no te l’ho già detto, era piccolo ma già con quello mi sentivo piena “
ed io “ a sì? E sai cosa succederà stasera? Stasera perderei di nuovo la verginità , stasera ti sentirai davvero piena, stasera perderai ogni inibizione , stasera sarà il tuo nuovo inizio”
lei mi guardò , per la prima volta negli occhi da quando era entrata nella mia camera, c’era desiderio, c’era eccitazione e c’era paura .
La lasciai alle sue cose e tornai a sdraiarmi sul letto. Poco dopo arrivò. I capelli sciolti e umidi le scendevano fino al culo; era avvolta in un asciugamano allacciato sopra il seno e teneva la testa bassa.
Mi alzai, le sollevai il mento e la baciai. Fu un bacio dolce, delicato. Le slacciai l’asciugamano, che cadde ai nostri piedi, e le strinsi i seni tra le mani. Erano grandi e sodi. Poi scesi ai glutei: la palestra li aveva scolpiti ed era un piacere toccarli, palparli.
La sollevai di peso e la adagiai sul letto. Le baciai il collo; fremeva. Scesi ai seni. I capezzoli erano duri, circondati da areole grandi e rosee, e li succhiai avidamente. Aveva la pelle liscia e soda, con un profumo fresco. Sofia era morbida e profumata; Jessica era diversa.
Scesi fino al clitoride, le allargai le gambe e affondai la lingua nella sua vulva. Era calda e bagnata, con un sapore dolce e fruttato. Mi avvicinai ancora per sentirne l’odore. La leccai avidamente, come se non lo facessi da anni, cercando di assaporare ogni goccia prima di tornare al clitoride.
Jessica cominciò ad ansimare. Il corpo le fremeva. Provai a infilarle un dito: era stretta e passava a fatica. Le contrazioni della sua figa non aiutavano; sembrava una morsa che continuava a stringersi. Continuai a leccarla finché non sentii un fiotto riempirmi la bocca.
Alzai lo sguardo. Jessica si teneva una mano sulla bocca per soffocare il suono del suo orgasmo. Salii fino al suo viso, le aprii delicatamente la bocca con un dito e vi riversai il suo piacere. Mi guardò sorpresa. La baciai e mandò giù tutto.
“ vedo che ti è piaciuto?”
Distolse lo sguardo , mi sdraiai su di lei , l’erezione mi faceva male, la volevo , volevo profanare quella morsa che aveva tra le gambe, spingerlo dentro fino in fondo , spennellai la cappella cercando di raccogliere più umori possibili dalle sue labbra , poi iniziai a spingere , lei fece uno sguardo terrorizzato, spinsi ancora e riuscì ad inserire la punta , la sentivo stringere forte le pareti vaginali, era stretta, tanto forse troppo
“ piano mi fai male, me la strappi”
scesi con le mani, le apri le gambe il più possibile , un rivolo di sudore scese dal seno fino al suo ombelico , era calda e sudata, e inizio a respirare con affanno,
“ stai calma, tranquilla , respira”
Prese un respiro profondo e, mentre lo faceva, spinsi. Guadagnai cinque o sei centimetri. Cercò di urlare, ma non aveva fiato. Rimasi fermo e le diedi il tempo di abituarsi. Il cazzo mi faceva male, tanto era stretto il buco.
Le dissi di respirare ancora a fondo. Lei lo fece e io entrai del tutto, fino a toccare il fondo. Cacciò un urlo. Poi le lacrime cominciarono a scenderle lungo il viso mentre raggiungeva il secondo orgasmo della serata. Sentii le pareti della sua vagina contrarsi e le gambe tremare. Il letto era zuppo del suo sudore e dei suoi umori.
Iniziai a muovermi lentamente, dentro e fuori. Era dannatamente stretta, ma cominciava a godere. Ogni affondo era accompagnato da un piccolo urlo di dolore e da un gemito di piacere. Venne ancora, mi avvinghiò le gambe intorno ai fianchi e accompagnò i miei movimenti. Il dolore sembrava diminuire, il piacere no. Venne di nuovo, bagnandomi il pube.
“oddio, cazzo e grosso, mi strappi tutto cazzo mi piace non fermarti”
iniziai ad accelerare il ritmo, avevo le palle gonfie e volevo venire ,
” sto per venire, sei troppo stretta”
lei “non venire dentro ti prego “
e poi “ oddio vengo ancora non fermarti “
io spinsi ancora due/ tre volte e poi una quarta spingendo il più possibile il cazzo in fondo a lei, e venni , e lei con me, una quantità industriale di sborra , lei sentì l’immenso calore
“ cazzo sei venuto dentro,? Oddio vengo ancora “
e urlo ancora di piacere , mi sdraiai su di lei, poi piano piano uscii , appena uscito la fica inizio a sgorgare sborra , che imbrattò tutto il letto, lei era morta, sdraiata sul letto distrutta,
mi guardò “ non ho mai goduto così tanto, che cazzo e successo?”
Non sapevo risponderle senza nominare il profumo.
Andò in bagno. Io rimasi sul letto, sudato e indolenzito. Avevo ottenuto quello che, al ristorante, mi ero detto di non volere. Mi sentivo soddisfatto, e proprio quella soddisfazione mi mise a disagio.
Sentii la porta della camera aprirsi e richiudersi. Jessica se n’era andata senza salutarmi.
Eravamo più felici, più complici. Ogni occasione era buona per un bacio rubato, una provocazione in un camerino mentre provavamo dei vestiti, una mano che si spingeva dove non avrebbe dovuto. A volte mi sembrava di andare in giro con una ninfomane. Era quello che avevo sempre sognato.
Una mattina passai davanti alla profumeria e mi fermai a salutare il vecchio. Fu felice di vedermi, mi offrì un buon caffè e ci mettemmo a parlare.
«Allora, come va con sua moglie?»
«Lei mi ha salvato la vita. O meglio, il matrimonio. Da quel giorno è cambiato tutto.»
«Gliel’avevo detto. È più calda, eh?»
«Calda? A dir poco. È tutto meraviglioso. E pensi che ho usato il profumo una volta sola.»
«Si vede che sua moglie era predisposta.»
Mi tornò in mente una domanda che avrei voluto fargli già da tempo.
«Quel liquido che ha aggiunto, due gocce soltanto… che cos’è? Mi è sembrato l’ingrediente più importante.»
Il vecchio posò la tazzina.
«Lo è. Lo creò il mio bisnonno. Una goccia rende chi lo annusa più vulnerabile al fascino della persona che lo indossa, purché ci sia già un’attrazione. Due gocce agiscono anche sulle inibizioni. Il piacere diventa più intenso, più facile da ricordare e da desiderare di nuovo. Da come mi parlava di sua moglie, ho pensato che potesse far bene anche a lei lasciarsi andare.»
«Incredibile. È quasi miracoloso.»
«Ed è pericoloso. Per questo le chiedo di non parlarne con nessuno.»
«Certo. Ma tre gocce? Che cosa farebbero?»
Il vecchio mi guardò per qualche secondo.
«Tre gocce sono il biglietto per l’inferno.»
Rise, ma solo per un istante.
«Abbattono ogni freno. Anche i desideri che una persona non ammetterebbe neppure a se stessa diventano difficili da controllare, inoltre una esposizione ripetuta, in alcuni soggetti, lascia abbandonare ogni inibizione, non esiste pudore, non esistono legami, solo un desiderio da appagare e basta, ma la cosa più grave e che con quella concentrazione, non serve più che provi attrazione per chi porta il profumo. Anche io, con la mia età, potrei risultare irresistibile anche agli occhi della donna più bella del mondo, Immagini una sostanza del genere nelle mani di un pervertito.»
«Cazzo.»
«Appunto. Per questo è proibita.»
Lo salutai e lo ringraziai ancora. Tornando a casa continuai a pensare a quella terza goccia, anche se non ne avevo mai avuta una. Il profumo che possedevo era già abbastanza potente. Ogni tanto mi sentivo in colpa per Sofia: la vedevo cercarmi con un’urgenza che prima non aveva e mi chiedevo quanto dipendesse da quella sera. Poi lei rideva, mi abbracciava, mi diceva che non era mai stata così felice, e io mettevo da parte il dubbio.
Passarono altri due mesi.
Dovetti partire per lavoro: quattro notti in una regione vicina, dove andavo tre o quattro volte all’anno. Prenotai il solito albergo con ristorante. Mi trovavo bene e non avevo motivo di cambiarlo.
La prima sera cenavo da solo, con gli occhi incollati alle mail sul telefono, quando una voce mi riportò alla realtà.
«Buonasera. Cosa le porto?»
Era Jessica, la figlia dei proprietari.
Sua madre mi aveva parlato spesso di lei. Frequentava l’università, aveva vent’anni e, a quanto pareva, i genitori la facevano lavorare al ristorante perché imparasse cosa voleva dire guadagnarsi da vivere. Secondo loro pensava soltanto ai soldi, ai vestiti firmati, alle vacanze e ai ragazzi con il conto in banca pieno. Trattava male perfino i clienti che non riteneva alla sua altezza.
In effetti Jessica aveva sempre avuto l’aria di una stronza. Non ricordavo di averla mai vista sorridere.
Quella sera, però, la guardai davvero per la prima volta. Era bellissima: bionda, occhi chiari, un fisico allenato e una sicurezza irritante. Portava la minigonna nera della divisa, la camicia bianca e un paio di tacchi che probabilmente valevano due rate del mio mutuo.
«Allora?» disse. «Non ho tutta la sera.»
Mi scusai e ordinai. Se ne andò sbuffando.
Quando tornò a ritirare il piatto, provai a parlarle.
«Tua madre mi ha detto che vai all’università. Che cosa studi?»
Mi guardò come se le avessi fatto una proposta indecente.
«Mi perdoni, ma non è un po’ troppo vecchio per provarci con me? E da come si veste non mi sembra che abbia altro da offrire. Mi lasci fare il mio lavoro. Magari eviti anche di guardarmi il culo mentre me ne vado.»
Aveva alzato la voce. Ai tavoli vicini qualcuno si voltò. Rimasi lì, con la bocca mezza aperta, senza riuscire a risponderle.
Finita la cena salii in camera. Feci una doccia e mi guardai allo specchio. Andavo per i quarantuno anni, ma ero ancora un discreto uomo: spalle larghe, petto e braccia allenati. Certo, avevo messo su un po’ di pancia. Non ero più il ragazzo di vent’anni, ma neppure lo schifo che lei aveva descritto.
«’Sta stronza», dissi ad alta voce.
La sera dopo tornai al ristorante. Avevo già deciso cosa ordinare e volevo approfittarne per spiegare che il giorno prima non ci avevo provato. Jessica mi interruppe.
«Senta, vedo come mi guarda. Ci sono abituata. Però evitiamo di parlare di altro che non sia quello che vuole mangiare stasera.»
Se ne andò prima che potessi rispondere. La vidi avvicinarsi a un gruppo di ragazzi al bar, indicarmi e dire qualcosa. Loro si voltarono sogghignando. Uno mimò il gesto di farsi una sega.
Mi salì il sangue alla testa.
Non avevo fatto niente di male. Volevo soltanto essere gentile. Era davvero così preziosa da trattare chiunque non le piacesse come spazzatura?
Bene, pensai. Vedremo.
Aprii lo zaino e mi misi una piccola goccia di profumo sul polso.
Quando Jessica arrivò con il piatto, feci cadere una posata. Lei si chinò a raccoglierla e io avvicinai la mano al suo viso fingendo di aiutarla. Annusò il profumo. Guardai l’orologio: le 20:34.
Mi ripetei che volevo soltanto vederla desiderarmi. Farle provare, per una volta, che cosa significava non avere il controllo della situazione. Non avevo intenzione di andare a letto con una ventenne. Questo, almeno, era ciò che mi raccontavo.
Tornò con una posata pulita. Alle 20:38 passò di nuovo vicino al tavolo. Alle 20:41 mi portò un bicchiere d’acqua che non avevo chiesto. Inciampò e me lo rovesciò sui pantaloni.
«Mi scusi, sono stata sbadata.»
Si affrettò ad asciugarmi con un tovagliolo. Quando mi sfiorò, rimase ferma un istante. Alzò gli occhi su di me, arrossì e abbassò subito lo sguardo.
«È meglio che mi segua. Posso aiutarla a pulirsi.»
Avrei dovuto rifiutare. Sapevo che cosa le avevo fatto annusare. Ma la vidi lì, in ginocchio davanti a me, e ogni buon proposito sparì.
«Va bene», dissi. «Non vorrei che restasse la macchia.»
Mi portò nel bagno del personale e chiuse la porta a chiave. Per un momento mi fissò con la stessa espressione sprezzante delle sere precedenti. Poi mi saltò al collo e mi baciò.
Si staccò quasi subito.
«Scusami. Non so che mi succede. Non volevo.»
io nel frattempo mi slacciai i pantaloni e li calai insieme alle mutande restando nudo dalla vita in giù
“ non volevo asciugare i pantaloni? O volevi altro?”
Resto impietrita davanti alla vista del mio pene, ancora semi eretto,
” cosa fai? Non hai voglie di prenderlo in bocca? Scusa ma oggi ha fatto caldo e non ho ancora fatto la doccia , saprò un po’ di maschio”
in effetti puzzava, ne sentivo l’odore, lei mi guardò come ipnotizzata, scese meccanicamente in ginocchio e lo prese in bocca , prima piano, poi iniziò un vero e proprio pompino, come se non avesse mai desiderato altro in vita sua, era giovane e inesperta, un paio di volte mi graffio con i denti, era da svezzare poverina , fu quasi una tortura, dopo qualche minuto la sollevai e la feci appoggiare al lavandino, gli sollevai la gonna tanto da mettere in mostra un culo favoloso, grosso e sodo, con una leggera pelle d’oca dovuta all’eccitazione , gli sfilai il perizoma, completamente bagnato e puntai il cazzo su quelle labbra giovani e depilate , spinsi, ma la resistenza era forte e lei mi fermo con la mano, spinsi ancora ma nulla, sorpreso gli chiesi
“ ma sei vergine ?”
E lei “ no macché , ma non ne avevo mai visto uno come il tuo, il mio ex aveva un grissino a confronto, fai male “
spinsi ancora un poco e riuscì a far entrare la cappella , era stretta, faceva quasi male, sentivo stringere forte, lei urlo di sorpresa,
” ti prego fermati , oddio, mi strappi”
nel frattempo bussarono alla porta
“ Jessica tesoro tutto bene?”
E lei di rimando
“ sì mamma, cinque minuti che finisco e arrivo “
poi mi guardo
“non c’e tempo”
ed io mi avvicinai all’orecchio
“ ma visto il pompino di prima mi devo sdebitare “
e tenendo la cappella inserita, con la mano presi a stimolarle il clitoride, era duro, gonfio e pulsante , basto poco e Jessica venne, un ondata calda investì la punta del mio uccello, aspettai che i suoi spasmi si calmarono e poi stappai la sua figa, si il rumore fu quello di un tappo che viene stappato dalla bottiglia, accompagnato da un ringhio di dolore da parte di lei, e come per una bottiglia, tutti gli umori accumulati durante l’orgasmo sgorgarono fuori inondandogli le cosce.
mi abbassai per tirare sui pantaloni e raccolsi il suo perizoma mettendomelo in tasca, senza dire altro uscì dal bagno, lei si stava ancora sistemando, tornai al mio tavolo e bevvi il mio caffè,
lei riprese a lavorare. Quando mi passò accanto, le chiesi a che ora finisse.
«Alle dieci e mezza. Perché? Esco con i miei amici.»
«Camera 404. Ti aspetto là. Così finiamo quello che abbiamo iniziato.»
Mi guardò, stupita e indignata.
«Te lo scordi. Non so che cosa mi sia successo prima, ma tu mi fai schifo. Accontentati: non capiterà un’altra volta.»
Sorrisi. Dalla sua espressione capii che non era un bel sorriso.
«Vedremo.»
In camera feci una doccia e mi stesi sul letto. Erano le 21:10. Avevo tempo per pensare a Sofia, al tradimento e alla boccetta nello zaino. Provai ad avere dei sensi di colpa. Poi mi tornò in mente Jessica che rideva di me con i suoi amici, e usai quella rabbia per zittirli.
Alle 22:30 suonò la sveglia che avevo impostato. Aveva finito il turno. Alle 22:40 non era ancora arrivata. Forse il vecchio aveva sopravvalutato il composto.
Alle 22:43 sentii bussare piano. Abbassai il volume della televisione. Bussarono di nuovo, più forte.
Aprii. Una figura con il cappuccio entrò in fretta.
«Chiudi. Non voglio che qualcuno mi veda.»
Era Jessica. Si tolse il cappuccio. Aveva le guance rosse e gli occhi bassi.
«Pensavo non saresti venuta.»
«Neanch’io pensavo di venire.»
«Allora che ci fai qui?»
«Non lo so.»
“ sei qua per questo vero? Sai che sarà doloroso, so che ti faccio schifo ma sei qui lo stesso”
lo dissi quasi con rabbia
” sarà una notte lunga, perché non ti fai una bella doccia per me?”
Lei sempre ad occhi bassi, rossa in viso più per la vergogna che per l’imbarazzo , andò in bagno e chiuse la porta dietro di se, bene pensai aspettai un attimo, appena accese l’acqua entrai in bagno, le si coprì con le mani, una per il seno è una per la parte giù, era così bella così, timida, indifesa, non sembrava la stronza arrogante di sempre, poi perché coprirsi?
Forse un briciolo di senso del pudore visto cosa si aspettava a fare , pisciai , senza pudore, lei non disse nulla ma mi guardava con quel misto di eccitazione e disgusto,
le dissi “ non sono proprio il tuo tipo ne?”
E lei timidamente “ no, per niente , sei troppo vecchio, troppo peloso e troppo grasso “
ed io
“ grasso? Non esagerare, vecchio ho 41 anni ben portati e peloso si, sono un uomo, perché i tipi che ti fai come sono?”
E lei “ non si sono tipi che mi faccio , c’è il mio ex, era palestrato, con gli addominali, e completamente depilato”
ed io “ sì? E aveva questo? “
gli dissi afferrando il mio cazzo
“no te l’ho già detto, era piccolo ma già con quello mi sentivo piena “
ed io “ a sì? E sai cosa succederà stasera? Stasera perderei di nuovo la verginità , stasera ti sentirai davvero piena, stasera perderai ogni inibizione , stasera sarà il tuo nuovo inizio”
lei mi guardò , per la prima volta negli occhi da quando era entrata nella mia camera, c’era desiderio, c’era eccitazione e c’era paura .
La lasciai alle sue cose e tornai a sdraiarmi sul letto. Poco dopo arrivò. I capelli sciolti e umidi le scendevano fino al culo; era avvolta in un asciugamano allacciato sopra il seno e teneva la testa bassa.
Mi alzai, le sollevai il mento e la baciai. Fu un bacio dolce, delicato. Le slacciai l’asciugamano, che cadde ai nostri piedi, e le strinsi i seni tra le mani. Erano grandi e sodi. Poi scesi ai glutei: la palestra li aveva scolpiti ed era un piacere toccarli, palparli.
La sollevai di peso e la adagiai sul letto. Le baciai il collo; fremeva. Scesi ai seni. I capezzoli erano duri, circondati da areole grandi e rosee, e li succhiai avidamente. Aveva la pelle liscia e soda, con un profumo fresco. Sofia era morbida e profumata; Jessica era diversa.
Scesi fino al clitoride, le allargai le gambe e affondai la lingua nella sua vulva. Era calda e bagnata, con un sapore dolce e fruttato. Mi avvicinai ancora per sentirne l’odore. La leccai avidamente, come se non lo facessi da anni, cercando di assaporare ogni goccia prima di tornare al clitoride.
Jessica cominciò ad ansimare. Il corpo le fremeva. Provai a infilarle un dito: era stretta e passava a fatica. Le contrazioni della sua figa non aiutavano; sembrava una morsa che continuava a stringersi. Continuai a leccarla finché non sentii un fiotto riempirmi la bocca.
Alzai lo sguardo. Jessica si teneva una mano sulla bocca per soffocare il suono del suo orgasmo. Salii fino al suo viso, le aprii delicatamente la bocca con un dito e vi riversai il suo piacere. Mi guardò sorpresa. La baciai e mandò giù tutto.
“ vedo che ti è piaciuto?”
Distolse lo sguardo , mi sdraiai su di lei , l’erezione mi faceva male, la volevo , volevo profanare quella morsa che aveva tra le gambe, spingerlo dentro fino in fondo , spennellai la cappella cercando di raccogliere più umori possibili dalle sue labbra , poi iniziai a spingere , lei fece uno sguardo terrorizzato, spinsi ancora e riuscì ad inserire la punta , la sentivo stringere forte le pareti vaginali, era stretta, tanto forse troppo
“ piano mi fai male, me la strappi”
scesi con le mani, le apri le gambe il più possibile , un rivolo di sudore scese dal seno fino al suo ombelico , era calda e sudata, e inizio a respirare con affanno,
“ stai calma, tranquilla , respira”
Prese un respiro profondo e, mentre lo faceva, spinsi. Guadagnai cinque o sei centimetri. Cercò di urlare, ma non aveva fiato. Rimasi fermo e le diedi il tempo di abituarsi. Il cazzo mi faceva male, tanto era stretto il buco.
Le dissi di respirare ancora a fondo. Lei lo fece e io entrai del tutto, fino a toccare il fondo. Cacciò un urlo. Poi le lacrime cominciarono a scenderle lungo il viso mentre raggiungeva il secondo orgasmo della serata. Sentii le pareti della sua vagina contrarsi e le gambe tremare. Il letto era zuppo del suo sudore e dei suoi umori.
Iniziai a muovermi lentamente, dentro e fuori. Era dannatamente stretta, ma cominciava a godere. Ogni affondo era accompagnato da un piccolo urlo di dolore e da un gemito di piacere. Venne ancora, mi avvinghiò le gambe intorno ai fianchi e accompagnò i miei movimenti. Il dolore sembrava diminuire, il piacere no. Venne di nuovo, bagnandomi il pube.
“oddio, cazzo e grosso, mi strappi tutto cazzo mi piace non fermarti”
iniziai ad accelerare il ritmo, avevo le palle gonfie e volevo venire ,
” sto per venire, sei troppo stretta”
lei “non venire dentro ti prego “
e poi “ oddio vengo ancora non fermarti “
io spinsi ancora due/ tre volte e poi una quarta spingendo il più possibile il cazzo in fondo a lei, e venni , e lei con me, una quantità industriale di sborra , lei sentì l’immenso calore
“ cazzo sei venuto dentro,? Oddio vengo ancora “
e urlo ancora di piacere , mi sdraiai su di lei, poi piano piano uscii , appena uscito la fica inizio a sgorgare sborra , che imbrattò tutto il letto, lei era morta, sdraiata sul letto distrutta,
mi guardò “ non ho mai goduto così tanto, che cazzo e successo?”
Non sapevo risponderle senza nominare il profumo.
Andò in bagno. Io rimasi sul letto, sudato e indolenzito. Avevo ottenuto quello che, al ristorante, mi ero detto di non volere. Mi sentivo soddisfatto, e proprio quella soddisfazione mi mise a disagio.
Sentii la porta della camera aprirsi e richiudersi. Jessica se n’era andata senza salutarmi.
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