Sottomessa in bagno

di
genere
saffico

Le piastrelle azzurrine riflettevano la luce calda dell'applique sopra lo specchio. C'era solo il rumore dell'acqua. Un getto continuo, tiepido, che scrosciava sonoro nel bidet.
Colette era seduta sul bordo di porcellana. Le ginocchia larghe, le mutandine arcobaleno abbandonate sul pavimento freddo. La zazzera rosso rame incollata alla nuca per un sudore leggero. Il labbro inferiore trattenuto tra i denti e le guance arrossate le davano un'aria innocente, infantile quasi. Un contrasto stridente con la spaccatura gonfia e lucida, completamente esposta.
L'acqua le scorreva tra le natiche fino alle dita, per poi scivolare nelle pieghe glabre. Era iniziato come un lavarsi distratto, la routine di una sera qualunque, ma la pressione continuata la stava accendendo. Un calore denso, un prurito profondo, rimescolandole il sangue.
Le sue dita rallentavano, indugiavano; premevano nella carne rovente, Colette socchiuse gli occhi. Un tremore sottile le risalì la spina dorsale, mentre tracciava cerchi sempre più stretti, le si incrinò Il respiro. La figa aperta, più vischiosa, rendeva i movimenti della mano più scivolosi, più sfrontati. Più osceni.
D’improvviso si aprì la porta, e Colette aprì gli occhi di scatto, il fiato bloccato in gola.
Astrid era lì sulla soglia, la luce del corridoio la ritagliava come un'ombra. Indossava un jeans nero, la camicetta di seta sbottonata tra i seni. Le mani affondate nelle tasche. Lo sguardo scuro, piantato su di lei. Un sorriso lento, spietato, le piegava l'angolo della bocca.
Il cuore di Colette prese a picchiarle contro le costole, una vampata le incendiò le guance, le orecchie. Ma dietro la vergogna, una stretta bagnata e sporca. La mano bloccata, paralizzata, ancora spinta tra le gambe, le dita imbrattate.
— Ti stai scopando? — La voce di Astrid era bassa. Un raschio nel petto che vibrava nell'aria ferma della stanza.
Colette deglutì. Non riusciva a parlare né a richiudere le cosce, come inchiodate al bidet.
— Ho fatto una domanda, Colette. — Astrid fece un passo avanti. — Ti stai scopando nel mio bagno?
— Io… mi stavo solo lavando.
Astrid sollevò un sopracciglio.
— Non mentirmi. Sento il tuo odore. Puzzi come una cagna.
La parola le arrivò addosso come uno schiaffo, Colette abbassò lo sguardo. Il respiro si fece ancora più corto, il seno si alzava e si abbassava irregolare.
— Guardami — la voce di Astrid era dura, neutra, inevitabile. Colette alzò gli occhi, umidi e già piegati alla resa.
— Muovi la mano. Voglio vederti.
— Astrid…
— Fallo. Adesso.
La gola di Colette si inaridì. Sotto lo sguardo impietoso dell’altra, ricominciò a muovere le dita. Lente, impacciate all'inizio.
— Più veloce. E allarga di più. Fammi vedere quanto sei sporca.
Colette obbedì. Le ginocchia si allargarono ancora, i muscoli tremanti per lo sforzo. Le dita affondarono nella spaccatura, scivolando sul clitoride duro e turgido. L'acqua scorreva ancora, ma c'era pure un suono diverso, uno schiocco umido poi un altro e un altro ancora. La figa le si stringeva attorno alle nocche, risucchiandole, lei gemeva. Il rossore delle guance era diventato violento, febbrile, si sentiva una cagna in calore.
Astrid la osservava gelida, come una predatrice con la sua preda.
— Sei zuppa, vero? Smettila.
Colette rallentò affannata, eccitata della propria vergogna, le dita affondate nella figa.
— Tirale fuori. Mostramele.
L’altra sollevò la mano esitante. Sotto la luce, le dita brillavano di una densità trasparente e vischiosa. Il suo odore muschiato riempiva l'aria stretta del bagno, selvatico, eccitato.
— Assaggiati.
Colette sgranò gli occhi confusa.
— Hai sentito bene. Leccale.
Lentamente, spezzata dall'ordine, Colette portò le dita alle labbra socchiuse. Leccò le falangi bagnate, il sapore era pungente, animale, riconosceva il sapore della propria obbedienza. Mentre si succhiava l'indice e il medio, con gli occhi fermi dentro quelli di Astrid, avvertì una fitta di puro godimento esploderle nel basso ventre.
— Brava cagna. — Astrid allungò la mano e le afferrò la mascella. — Adesso smettila di giocare da sola.
Le accarezzò il seno, un tocco ruvido che le fece rizzare i peli sulle braccia, scendendo con la mano fino alla coscia bagnata.
— Spingiti più indietro. Apri bene.
Con un gemito, Colette scivolò indietro sulla ceramica fredda, il bacino spinto in avanti, sollevato. Era un'offerta totale.
Astrid le affondò nella figa. Due dita curve, poi sfilandole, poi ancora dentro, nel calore denso. Un gemito rauco, straziante, sfuggì da Colette. La penetrazione era un urto violento, intenso. Gonfia e vischiosa, la spaccatura accoglieva l’invasione con frenesia animale.
Astrid continuava spietata e metodica. Il pollice premeva sul clitoride con movimenti circolari duri, affilati, mentre l'indice e il medio affondavano dentro, scavando, stirando le pareti molli. Colette, aggrappata ai bordi del bidet, le nocche bianche. La testa rovesciata all'indietro, i capelli appiccicati al collo. I gemiti le venivano strappati dai polmoni a ogni singolo affondo.
— Ti piace farti aprire così? Ti piace quando ti scopo con le mani? — sibilò Astrid, spingendosi più vicino. Il suo fiato caldo sul collo di Colette.
— Sì… oh Dio, sì…
— Hai la figa che mi succhia le dita. Chiamami Padrona.
— Sì, Padrona… ti prego…
— Stai per venire?
— Sì… sto… sto…
Astrid ritrasse le dita. Colette emise un mugolio lungo, il bacino che spingeva in avanti inutilmente. Il clitoride pulsava a vuoto.
— La tua figa è noiosa, Colette. Girati. A quattro zampe.
Colette spalancò gli occhi.
— Cosa?
— Hai sentito. Alzati da lì. Mettiti a carponi sul tappetino.
Tremante, la ragazza scivolò giù dalla ceramica; le ginocchia nude toccarono il cotone del tappeto scuro. Si piegò in avanti, appoggiando gli avambracci sul pavimento, il sedere sollevato in aria. Le colava la figa, disegnando un filo lucido lungo l’interno della coscia. Al centro di quella distesa pallida, l'anello scuro dell’ano era contratto e in attesa.
Astrid le si avvicinò da dietro. Le afferrò il fianco e con la destra le separò le natiche. L'esposizione fu brutale e totale.
— Guarda come ti sei ridotta, francesina. Pronta a farti rompere.
Si chinò e le sputò sul buco. Colette sussultò con un gemito strozzato..
— Rilassati.
Il pollice prese a massaggiare lo sfintere, premendo, ammorbidendo. Colette si morse l'avambraccio, le lacrime che le pungevano gli occhi.
— Ti vergogni? — chiese Astrid. La voce era priva di qualsiasi empatia.
— S-sì…
— E ti piace?
— Sì…
Con una pressione decisa e inesorabile, Astrid impuntò il dito e lo spinse nell'ano dilatandolo, allargandolo. L'invasione era profonda, bruciante, Colette soffocò un gemito. Un calore denso e pesantissimo le si irradiava dalla figa mentre pulsava impazzita.
Astrid non le diede tempo. Con un movimento secco, infilò anche l'indice.
— Cristo… — mormorò Colette, le braccia che cedevano sotto il peso.
— Zitta.
Astrid cominciò a muoversi. Affondi secchi, precisi. Sfilando quasi del tutto per poi piantare sempre più a fondo, ancora e ancora e ancora. Il suono sordo della carne contro la carne, il lamento di uno sfintere che viene forzato, stirato, slabbrato oltre natura.
La mente di Colette che si svuotava. Ogni affondo che la squassava dentro, premendo contro la figa da un'angolazione nascosta, devastante. Il dolore iniziale tramutarsi in un'estasi umiliante, spietata. Era diventata solo un buco. Un buco nudo e pieno delle dita di Astrid.
Che ci spinse dentro anche il terzo, affondando fino alla radice.
Il respiro di Colette divenne un rantolo. Le cosce le tremavano in modo incontrollato, spasmi roventi che le attraversavano il ventre. La fronte schiacciata sul pavimento, i seni che urtavano contro le braccia, i capelli intrisi di sudore. L’idea dell’essere usata le faceva girare la testa.
— Dimmi che sei la mia troia. — Astrid la schiaffeggiò forte sulla natica, a mano aperta, lo schiocco risuonò tra le pareti. — Dimmelo!
— Sono la tua troia! — strillò Colette tra le lacrime, la voce rotta. — La tua troia, Padrona! — La vergogna del suo godere esposta, la stava portando al limite.
— Molto bene.
Astrid spinse fino in fondo, torcendo il polso. Scivolando l’altra mano sulla figa zuppa. Il pollice e l'indice sul clitoride gonfio, sensibilissimo, mentre dietro affondava nel culo con ritmo inesorabile. La condizione degradante, e il piacere intenso e invasivo che la stava possedendo, scatenò un cortocircuito.
Colette urlò davvero. Una nota alta, spezzata, che stracciò l'aria intorno.
Il corpo le si tese, la schiena inarcata. L'orgasmo fu scomposto, violento, lei mugolò forte. La figa contratta in spasmi caldi, schizzando sulle dita di Astrid, sul tappeto, bagnandosi l’interno delle cosce. Lo sfintere stretto sulle dita in una morsa, tremando a ogni pulsazione.
Colette venne piangendo, col viso schiacciato contro le piastrelle, mugolando come una bestia abbattuta.
L'onda durò un'eternità. Quando finalmente defluì, lasciandola svuotata, rotta e tremante, Astrid sfilò le dita con un suono bagnato. L'ano rimase aperto, arrossato, pulsante. Un fiore sbocciato con la forza.
Colette collassò del tutto sul pavimento, il respiro spezzato. Il sudore la bagnava dalla testa ai piedi, mescolato al suo odore pungente e animale.
Astrid si sollevò. Con calma, si sistemò distrattamente la camicetta, osservandola ai suoi piedi.
— Alzati in ginocchio — ordinò.
Colette ubbidì con fatica. Le dolevano i muscoli, sentiva il buco bruciare, la figa pulsava di un calore denso. Si sollevò sulle ginocchia instabili, il viso rigato di lacrime. Lo sguardo era perso, svuotato. E devoto.
Astrid le spinse contro le tre dita lucide.
— Adesso pulisci. Tutto.
Senza esitare, Colette dischiuse la bocca. Accolse le dita tra le labbra e iniziò a succhiare; leccando con devozione assoluta, gli occhi incollati al volto impassibile della sua Padrona.

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Questo racconto breve si conclude qui. Se vuoi immergerti nelle mie storie di erotica lesbica, Femdom BDSM e sottomissione psicologica, trovi i miei racconti completi sulla mia pagina autrice Amazon (il catalogo è in lingua inglese): www.amazon.com/stores/Eva-Nascosta/author/B0FKZ271Q4
scritto il
2026-06-26
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