Istinto di cagna

di
genere
dominazione

Fece scivolare la lingua, larga, contro la base del tallone, incontrando la pelle ispessita e salata. Ci si fermò un istante premendola piatta, per poi iniziare a risalire con una lentezza esasperante, quasi devota, lungo l'arco plantare. La superficie del piede vibrava di un calore organico, vivo. Jasmine la percorse con la lingua, raccogliendone ogni traccia di sapore, ogni singola molecola di sudore presente, assaporando l'essenza stessa del dominio che la stava sovrastando.

Quando arrivò con la punta alla radice delle dita, si interruppe. Spostò l'intero peso, annullando ogni distanza, e schiacciò il naso contro la carne nuda. Chiuse gli occhi e inspirò profondamente tra gli spazi delle più piccole, la cassa toracica che le si espandeva in un fremito.

L'odore la investì come uno schiaffo. Un pugno allo stomaco, un contrasto feroce e perfetto che la mandò in cortocircuito: c’era in superficie la scia residua di una crema costosa, il sentore di pulito di una donna impeccabile, ma sotto, persistente, sfacciato e intrappolato tra le fessure, ristagnava l'odore crudo della fatica. Era di sudore acido, pungente, un afrodisiaco sporco, onesto, che azzerò all'istante l'identità civile e ordinata di Jasmine, manifestandone la natura più vera. La bestia.

Dischiuse le labbra, ansimando fiato caldo contro il piede, e infilò la lingua nel primo spazio, tra l'alluce e il secondo dito. Prima leccando con la sola punta, poi spingendoci la lingua intera, separando le dita, serrando le labbra attorno all’alluce e succhiandolo. Passò a quello successivo. Insinuava la lingua, puliva l'interstizio con dedizione maniacale e poi lo succhiava producendo suoni bagnati, osceni, che risuonavano nel silenzio della stanza. Ogni suzione le strappava un gemito roco, un rantolo che le nasceva tra le cosce, le graffiava la gola e andava a morire contro la pelle sudata.

Dall'alto del divano in pelle, Astrid la contemplava con una calma glaciale. Non c'era il minimo affetto nella sua postura, solo la gelida consapevolezza del possesso assoluto.

— Pulisci meglio — ordinò, la voce piatta che tagliava l’aria come un bisturi.

Jasmine obbedì, piegando le spalle, offrendosi ancora di più a quel contatto degradante. Era inginocchiata sul tappeto ruvido, nuda completamente, il culo schiacciato sui talloni. Era carina, Jasmine. I lineamenti delicati, il viso dolce. Le tette piccine si sollevavano e si abbassavano affannate al ritmo del suo respiro spezzato. Ma di quell'immagine graziosa e inoffensiva, in quell'istante non restava più nulla: la pelle era chiazzata dal rossore dell'eccitazione, i capezzoli erano duri, turgidi e di un rosa dolorante, eretti per la voragine di godimento che la smembrava dall'interno.

Il salotto era immerso in una penombra densa, tagliata solo dal fascio caldo della lampada accesa nell'angolo. Le tende completamente spalancate sul buio della strada. Oltre l’ampia finestra c'era la notte, la città, il mondo. Chiunque — affacciandosi dal palazzo di fronte — avrebbe potuto squarciare l'intimità di quella stanza. L'esposizione latente, il terrore costante di essere vista nel servire da piccola troia, le provocava una vertigine insostenibile.

Si sentiva umiliata, degradata, sporca. E quella vergogna era un combustibile purissimo.

Perché sì, si vergognava da morire nello stare lì, piegata a leccare, a sbavare sui piedi sudati della donna. Ma era quel degradarsi osceno, inaccettabile, ad alimentare la fornace che le stava fondendo il basso ventre. Avvertiva la stretta sempre più bagnata. La figa era gonfia, pulsante e intrisa di una bramosia liquida. Jasmine sentì una goccia cedere; poi, un filo denso, caldo e vischioso, scivolarle oltre la piega dell'inguine, colando lentamente lungo l'interno della coscia. Il suo stesso odore, selvatico, pesantemente muschiato, saturava l'aria. E, con quello denso del piede di Astrid, la faceva godere atrocemente della propria distruzione.

Senza preavviso, Astrid ritirò la gamba. Jasmine restò un istante sospesa, la bocca semi aperta, gli angoli della bocca lucidi della saliva, orfana di quel sapore e con il fiato corto. Un lampo di panico le attraversò lo sguardo.

Astrid sollevò il piede e, con una spinta brusca, piantò la pianta calda contro la fronte di Jasmine, il peso la spinse all'indietro. Lei inarcò il collo, i muscoli in trazione, e chiuse gli occhi. Sentiva la pelle appiccicosa della propria saliva aderirle alla fronte, la pressione del tallone che le schiacciava la mente, la cancellava come persona ribadendo, con la prepotenza del corpo, chi avesse il potere.

Poi, il piede scivolò in giù. L'arco plantare sudato le sfregò contro la guancia, alterandole i lineamenti. Jasmine ansimava, il naso invaso nuovamente da quell'odore aspro; cercò istintivamente di girare il viso per baciarle la pelle, elemosinando un contatto. Astrid spostò ancora il tallone, premendole con forza contro la bocca, schiacciandole le labbra. Jasmine spingeva la lingua contro il taglio del piede, leccandone il bordo, disperata, affamata. Degradandosi stava perdendo ogni ritegno; non c'era più la donna, ma un'obbedienza cieca. Si sentiva come un tappeto di carne disposto a tutto per compiacere la sua padrona.

Con un movimento lento, Astrid piegò l'alluce. L'unghia corta raschiò contro il mento di Jasmine, scendendo, per poi risalire; il polpastrello grande, carnoso ne agganciò il labbro inferiore. Applicando una pressione verso il basso, stirando la carne delicata, spalancandole la bocca, disvelandone i denti, poi la lingua. E con una spinta secca, sorda, si infilò a forza tra le labbra.

L'invasione accolta con un gemito, Jasmine chiuse immediatamente la bocca, serrandola attorno alla base dell'alluce. La lingua scattò in avanti, avvolgendolo, succhiandolo con una frenesia animale. Il movimento della sua testa divenne ritmico, ossessivo, succhiava con una dedizione viscerale in preda a una fame disperata. La saliva iniziò a raccogliersi ai lati della bocca, sfuggendo al controllo. Una goccia le colò lungo il mento, ma Jasmine non osò fermarsi ad asciugarla. Le labbra si contraevano, le guance si scavavano a ogni suzione, producendo un suono liquido e osceno; il sapore pungente le inondava la gola, accendendole il sangue.

Mentre godeva nel succhiare quel piccolo cazzo, sentiva la propria dignità smantellarsi. Le cosce tremanti, e con il filo denso di umori ormai colato giù fino al ginocchio. Scossa dagli spasmi, la figa le pulsava con tale violenza da fare male.

Lentamente, dal basso, continuando a succhiare con foga, Jasmine sollevò lo sguardo cercando quello di Astrid. Gli occhi della donna erano due pozzi scuri, metallici, impietosi nell'osservazione clinica della creatura che dominava ai suoi piedi. Astrid la stava pesando, registrando ogni suono, ogni gemito, ogni spasmo, ogni sussulto dei seni minuti, ogni goccia di saliva che le cadeva dal mento, l'esibizione cruda e patetica di un corpo che stava godendo nel suo annientamento.

La donna lasciò che il silenzio si riempisse ancora dei suoni bagnati di Jasmine. Poi, sfiorandone appena la guancia accaldata con la punta dell’alluce, piegò leggermente la testa di lato.

— Ti piace succhiare, cagnetta? — sussurrò, il tono intriso di un disprezzo così controllato e tagliente da suonare come la più dolce delle condanne.

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2026-07-12
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