Sozza e slabbrata
di
Eva Nascosta
genere
dominazione
Nel laboratorio c’era una cappa di calore asfissiante, un animale vivo che le rubava il respiro. Matilda stese l'ennesimo disco di pasta con movimenti meccanici. Stendere, farcire, infornare, e poi togliere dal forno, inscatolare, spingere la scatola calda lungo il nastro che spariva oltre la parete. Al di là del muro, nel locale climatizzato della cassa, c'era Ingrid a gestire gli ordini e a spedire in giro i rider. Di qua, non c'era neppure la finestra. Il fuoco ruggiva senza sosta, sputando temperature infernali, e Matilda era sola.
Sudava. Sudava in modo indecente. La canotta bianca non c’era quasi più, fusa alla pelle in una pellicola fradicia che le aderiva ai seni; i capezzoli duri e dolenti spingevano sul cotone bagnato. Gli shorts le si incollavano all'inguine e alle cosce come una seconda pelle; i capelli le si erano appiccicati al collo in ciocche bagnate. Lavorando così veloce si era tutta imbrattata: farina sul viso, sulle braccia e sulle gambe, schizzi rossi di pomodoro e unto le macchiavano il seno e lo stomaco nudo.
Era stanca, logora, sozza. E puzzava. L'odore del suo stesso sudore era acre e pungente, un sentore animale che sovrastava la fragranza delle pizze appena sfornate. Ma ogni minuto trascorso nella sua prigione bollente era il prezzo del godimento: più faticava e sudava, più si avvicinava il momento di essere usata come una puttana sporca.
Poco prima di mezzanotte, anche l’ultima voce si spense di là del muro, il nastro finalmente immobile; Matilda si asciugò la fronte con il dorso della mano. Dopo pochi istanti si aprì la porta. Entrò Ingrid. La donna si fermò al centro della stanza, gli occhi freddi che squadravano quel disastro di farina, sudore e carne.
— Alza — ordinò, la voce piatta.
Matilda smise di respirare. Afferrò l'orlo fradicio della canotta, sollevandola. Liberò i seni, pesanti, lucidi di sudore sotto la luce spietata del neon.
— Toccati. E stringi forte.
Senza un fiato, Matilda si portò le mani al seno, iniziò a toccarsi. Un movimento intenso e circolare, impastando la carne sudata con i palmi incrostati di farina, fino a catturare i capezzoli tra pollice e indice. Li strizzò senza pietà, infliggendosi dolore. Un gemito roco le sfuggì dalle labbra screpolate.
— Brava — disse Ingrid, gli occhi freddi fissi su di lei. — Ti piace farti male? Dillo.
Matilda ansimò, torcendosi i capezzoli con più foga; la vergogna le incendiava il basso ventre. — Sì... mi piace…
— Voltati. Piegati sul tavolo.
Lei obbedì ciecamente, si girò verso la superficie d'acciaio e si piegò in avanti. I seni nudi e sudati schiacciati contro la superficie tiepida, imbrattandosi di farina cruda, sugo e unto. Era il suo degradarsi quotidiano, e già si sentiva la figa colare.
Avvertì le dita di Ingrid agganciarsi agli shorts; glieli strappò giù lungo le cosce, con uno strattone secco, il tessuto sudato accartocciato sulle Converse rosa. Il culo completamente esposto, umido, fremente.
Sentì il fiato caldo della donna. Ingrid le spinse il naso tra le natiche e ne inspirò profondamente l'odore acre, il concentrato crudo e sfacciato della fatica.
La vergogna diede a Matilda le vertigini. Essere annusata così, sozza e sudata, la faceva uscire di testa; la figa le doleva, gonfia, e le bagnava l'interno della coscia. Sentiva il proprio odore muschiato mischiarsi a quello di sudore.
Ingrid le separò le natiche con le mani, ci infilò la lingua. Leccando nella carne dal basso verso l'alto, pulendo via il sapore denso del sudore. Matilda gemette, un rantolo animale, e d'istinto spinse il culo all'indietro, contro la bocca della donna. Elemosinando quel contatto, perdendo ogni ritegno.
— Sei sporca, Matilda — sussurrò Ingrid contro la sua pelle. — Sei una cagna bagnata e sudata.
E prima che Matilda potesse emettere un suono, le puntò la lingua contro l'ano. Iniziò a spingere, decisa, premendo contro lo sfintere stretto per poi dilatarlo, implacabile, penetrando con la punta. L'invasione strappò a Matilda un gemito lungo e profondo, mentre godeva della propria rovina.
La lingua si ritirò all'improvviso. Matilda rimase ansimante, con il buco che pulsava contraendosi, il sudore che le bruciava sulle natiche. Poi, quel suono. Il fruscio di cinghie che venivano tirate e allacciate, il clic metallico di una fibbia. Matilda non aveva bisogno di voltarsi. Strinse i pugni sul bordo d'acciaio, la farina trattenuta sotto le unghie. Inarcò di più la schiena offrendo il culo sudato, arrossato e lucido di saliva.
Ingrid le sputò sul buco, e la punta fredda e inesorabile del silicone le sfregò contro l'ano. Ingrid spinse. Lo strap-on premette contro lo sfintere chiuso, forzando brutalmente l'ingresso. Matilda emise un grido strozzato quando l'attrezzo iniziò a penetrarla.
Sentiva l'attrito contro il muscolo contratto, la pressione implacabile che le allargava, le dilatava lo sfintere centimetro dopo centimetro. Le pareti interne, strette, che resistevano un istante ancora, prima di cedere di schianto sotto la spinta inesorabile di Ingrid.
Il cazzo affondò dentro fino alla radice. Matilda tremò violentemente, una fitta densa tra le cosce e un brivido caldo che le risalì la schiena fino al collo. Era piena. Completamente invasa, spaccata a metà sul tavolo da lavoro sporco di sugo e grasso.
Ingrid prese a muoversi. Dapprima lentamente, estraendo il fallo quasi del tutto per poi ripiantarlo dentro con un colpo netto. Penetrare e sfilare e sprofondare ancora. Un'azione metodica, crudele, che le spaccava letteralmente le viscere a ogni affondo. Il ritmo che aumentava e aumentava, spietato. Lo schiaffo della carne di Ingrid contro il suo culo risuonava nel laboratorio come una condanna, mescolandosi ai suoi gemiti.
Si sentiva solo un buco, un buco sudato da sfondare. Violata e riempita di cazzo, di lingua, di dita, e così amata. Il dolore crudo della penetrazione le si fondeva in una voragine di godimento animale; la figa colava vischiosa, imbrattandole l’interno della coscia.
E l’indomani si sarebbe svegliata nel suo letto; avrebbe lavato via tutta la sporcizia; sarebbe uscita con i vestiti puliti. Una ragazza semplice, normale. Avvertendo, a ogni passo, il bruciore sordo del suo buco slabbrato, l'eco fantasma di questa violenza invocata. Col respiro spezzato Matilda aprì le cosce di più, per prenderne ancora.
— Sì, fatti rompere — ringhiò Ingrid, stringendola per i fianchi sudati e piantandosi a fondo con una brutalità da mozzare il fiato. — Sei la mia troia.
___
Duo lesbico, zero romance. Scriviamo erotismo crudo, Femdom e BDSM psicologico. Sappiamo esattamente cosa facciamo. Trovi tutte le storie qui:
www.amazon.com/stores/Eva-Nascosta/author/B0FKZ271Q4
Sudava. Sudava in modo indecente. La canotta bianca non c’era quasi più, fusa alla pelle in una pellicola fradicia che le aderiva ai seni; i capezzoli duri e dolenti spingevano sul cotone bagnato. Gli shorts le si incollavano all'inguine e alle cosce come una seconda pelle; i capelli le si erano appiccicati al collo in ciocche bagnate. Lavorando così veloce si era tutta imbrattata: farina sul viso, sulle braccia e sulle gambe, schizzi rossi di pomodoro e unto le macchiavano il seno e lo stomaco nudo.
Era stanca, logora, sozza. E puzzava. L'odore del suo stesso sudore era acre e pungente, un sentore animale che sovrastava la fragranza delle pizze appena sfornate. Ma ogni minuto trascorso nella sua prigione bollente era il prezzo del godimento: più faticava e sudava, più si avvicinava il momento di essere usata come una puttana sporca.
Poco prima di mezzanotte, anche l’ultima voce si spense di là del muro, il nastro finalmente immobile; Matilda si asciugò la fronte con il dorso della mano. Dopo pochi istanti si aprì la porta. Entrò Ingrid. La donna si fermò al centro della stanza, gli occhi freddi che squadravano quel disastro di farina, sudore e carne.
— Alza — ordinò, la voce piatta.
Matilda smise di respirare. Afferrò l'orlo fradicio della canotta, sollevandola. Liberò i seni, pesanti, lucidi di sudore sotto la luce spietata del neon.
— Toccati. E stringi forte.
Senza un fiato, Matilda si portò le mani al seno, iniziò a toccarsi. Un movimento intenso e circolare, impastando la carne sudata con i palmi incrostati di farina, fino a catturare i capezzoli tra pollice e indice. Li strizzò senza pietà, infliggendosi dolore. Un gemito roco le sfuggì dalle labbra screpolate.
— Brava — disse Ingrid, gli occhi freddi fissi su di lei. — Ti piace farti male? Dillo.
Matilda ansimò, torcendosi i capezzoli con più foga; la vergogna le incendiava il basso ventre. — Sì... mi piace…
— Voltati. Piegati sul tavolo.
Lei obbedì ciecamente, si girò verso la superficie d'acciaio e si piegò in avanti. I seni nudi e sudati schiacciati contro la superficie tiepida, imbrattandosi di farina cruda, sugo e unto. Era il suo degradarsi quotidiano, e già si sentiva la figa colare.
Avvertì le dita di Ingrid agganciarsi agli shorts; glieli strappò giù lungo le cosce, con uno strattone secco, il tessuto sudato accartocciato sulle Converse rosa. Il culo completamente esposto, umido, fremente.
Sentì il fiato caldo della donna. Ingrid le spinse il naso tra le natiche e ne inspirò profondamente l'odore acre, il concentrato crudo e sfacciato della fatica.
La vergogna diede a Matilda le vertigini. Essere annusata così, sozza e sudata, la faceva uscire di testa; la figa le doleva, gonfia, e le bagnava l'interno della coscia. Sentiva il proprio odore muschiato mischiarsi a quello di sudore.
Ingrid le separò le natiche con le mani, ci infilò la lingua. Leccando nella carne dal basso verso l'alto, pulendo via il sapore denso del sudore. Matilda gemette, un rantolo animale, e d'istinto spinse il culo all'indietro, contro la bocca della donna. Elemosinando quel contatto, perdendo ogni ritegno.
— Sei sporca, Matilda — sussurrò Ingrid contro la sua pelle. — Sei una cagna bagnata e sudata.
E prima che Matilda potesse emettere un suono, le puntò la lingua contro l'ano. Iniziò a spingere, decisa, premendo contro lo sfintere stretto per poi dilatarlo, implacabile, penetrando con la punta. L'invasione strappò a Matilda un gemito lungo e profondo, mentre godeva della propria rovina.
La lingua si ritirò all'improvviso. Matilda rimase ansimante, con il buco che pulsava contraendosi, il sudore che le bruciava sulle natiche. Poi, quel suono. Il fruscio di cinghie che venivano tirate e allacciate, il clic metallico di una fibbia. Matilda non aveva bisogno di voltarsi. Strinse i pugni sul bordo d'acciaio, la farina trattenuta sotto le unghie. Inarcò di più la schiena offrendo il culo sudato, arrossato e lucido di saliva.
Ingrid le sputò sul buco, e la punta fredda e inesorabile del silicone le sfregò contro l'ano. Ingrid spinse. Lo strap-on premette contro lo sfintere chiuso, forzando brutalmente l'ingresso. Matilda emise un grido strozzato quando l'attrezzo iniziò a penetrarla.
Sentiva l'attrito contro il muscolo contratto, la pressione implacabile che le allargava, le dilatava lo sfintere centimetro dopo centimetro. Le pareti interne, strette, che resistevano un istante ancora, prima di cedere di schianto sotto la spinta inesorabile di Ingrid.
Il cazzo affondò dentro fino alla radice. Matilda tremò violentemente, una fitta densa tra le cosce e un brivido caldo che le risalì la schiena fino al collo. Era piena. Completamente invasa, spaccata a metà sul tavolo da lavoro sporco di sugo e grasso.
Ingrid prese a muoversi. Dapprima lentamente, estraendo il fallo quasi del tutto per poi ripiantarlo dentro con un colpo netto. Penetrare e sfilare e sprofondare ancora. Un'azione metodica, crudele, che le spaccava letteralmente le viscere a ogni affondo. Il ritmo che aumentava e aumentava, spietato. Lo schiaffo della carne di Ingrid contro il suo culo risuonava nel laboratorio come una condanna, mescolandosi ai suoi gemiti.
Si sentiva solo un buco, un buco sudato da sfondare. Violata e riempita di cazzo, di lingua, di dita, e così amata. Il dolore crudo della penetrazione le si fondeva in una voragine di godimento animale; la figa colava vischiosa, imbrattandole l’interno della coscia.
E l’indomani si sarebbe svegliata nel suo letto; avrebbe lavato via tutta la sporcizia; sarebbe uscita con i vestiti puliti. Una ragazza semplice, normale. Avvertendo, a ogni passo, il bruciore sordo del suo buco slabbrato, l'eco fantasma di questa violenza invocata. Col respiro spezzato Matilda aprì le cosce di più, per prenderne ancora.
— Sì, fatti rompere — ringhiò Ingrid, stringendola per i fianchi sudati e piantandosi a fondo con una brutalità da mozzare il fiato. — Sei la mia troia.
___
Duo lesbico, zero romance. Scriviamo erotismo crudo, Femdom e BDSM psicologico. Sappiamo esattamente cosa facciamo. Trovi tutte le storie qui:
www.amazon.com/stores/Eva-Nascosta/author/B0FKZ271Q4
5
voti
voti
valutazione
6.6
6.6
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Istinto di cagna
Commenti dei lettori al racconto erotico