Raso e Carne e Desideri 2

di
genere
dominazione

Osservo svogliatamente la gente che mi circonda in questo giovedì mattina qualsiasi e mi viene da sorridere pensando che, tra poco, sarò qui a discutere di sesso e sottomissione mentre l’universo attorno a noi continuerà a muoversi come nulla fosse. Lascio che i miei pensieri corrano liberi tra i ricordi che ho con Sara, imponendomi di non fare confronti con Martina. Non mi considero né un Master né un Padrone, anzi, queste etichette mi irritano, ma non posso negare che ricordare Sara, in ginocchio, usare quegli appellativi provochi un certo… prurito… che mi costringe a cambiare posizione sulla sedia.
Sarò all’altezza delle aspettative di Martina? Apro la galleria nel telefono e cerco la sua foto. Innegabilmente una bella ragazza. Quegli occhioni…
Pensieri impuri si fanno largo nella mia mente e chiudo la foto, giusto in tempo per vedere l’ennesima volta la porta del bar che si apre e riconoscere la mia aspirante schiava fare il suo ingresso.
Guardo l’ora: due minuti di ritardo.
Martina fa il suo ingresso.
La osservo mentre oltrepassa la soglia con un’esitazione percettibile e vedo che non sono l’unico a notare quel suo incedere esitante.
Il ragazzo dietro al banco le ha già rivolto il saluto e l’ha invitata ad avvicinarsi.
«Buongiorno! Posso aiutarla?»
Il suo sguardo corre tra i volti dentro al locale fin quando non mi vede e sorride.
«Grazie, cercavo il mio amico.»
Finalmente posso dedicarmi a lei.
Indossa una gonna bianca lunga fin sotto il ginocchio, di un tessuto pieno di accesi fiori rossi, un top azzurro, color del cielo, con una scollatura generosa ma non volgare.
Apprezzo.
Mi alzo per accoglierla, ci salutiamo come amici di vecchia data. Mi piace la sua disinvoltura. Con la coda dell’occhio vedo il barista che ci osserva.
Ci sediamo, lei si sistema la gonna sotto le cosce con un movimento naturale, molto femminile. Appoggia la borsa sullo sgabello vuoto accanto a lei.
Mi rendo conto che la sto osservando in ogni minimo gesto che compie, studiando le movenze, la grazia, la fluidità e la naturalezza di ogni movimento.
Schiarisco la voce e cerco di ritrovare me stesso.
«Com'è il traffico?» chiedo, portando la conversazione sui binari dell'ordinario. «Terribile», risponde lei, sbuffando, «C'è una coda infinita... e poi il caldo... non si può respirare.»
Stabiliamo quel ritmo di chiacchiere informali, quelle frasi di riempimento che servono a costruire un ponte tra il mondo esterno e quello che stiamo per creare qui, interrotti solo per pochi istanti dalla cameriera per le ordinazioni.
Martina, amabile e a modo più di quanto mi potessi aspettare, si rilassa leggermente, lo vedo dalle spalle che scendono un pochino, il sorriso si fa disteso, sereno… più solare, ma aleggia ancora un’ombra di tensione.
Scambiamo chiacchiere informali, vuote, come ci conoscessimo da sempre. Parliamo del tempo, di un articolo di cronaca locale letto sui social, della qualità del caffè in questo posto.
Normalità, fintissima normalità.
Mi godo questi istanti come farebbe un predatore che gioca con la sua preda.
E mentre lei ancora chiacchiera del nulla, solo per riempire un vuoto pieno di attesa, di nervosismo, di vibrazioni, osservo la tazzina del caffè ormai vuota per un istante, sospiro, e la guardo dritto negli occhi.
«Venendo al sodo, in merito al motivo per cui siamo qui, sei ancora della stessa idea?»
La domanda le arriva addosso inaspettata, lo vedo da come rimane di ghiaccio per quei pochi istanti, da come il suo sorriso svanisce e le guance si colorano di rosso in un effetto… molto intrigante.
Cerca una nuova posizione, appoggia le spalle allo schienale della sedia e porta le mani in grembo. Deglutisce e mi guarda.
«Sì.»
Una sola parola, ma non c'è esitazione o tentennamento, solo vergogna o imbarazzo. La mia parte dominante sogghigna, vorrebbe che tutti quanti sparissero e farla mia qui e ora.
Ma non è così che si fanno le cose.
«Voglio che ti sia chiaro che la dominazione, per me, non è solo sesso con manette e corde, non è una scopata violenta e cruda o due sculacciate per animare la serata.»
Rimango serio e scelgo volutamente un linguaggio più forte per vedere la reazione della ragazza.
E, a parte le guance sempre più eroticamente rosse, Martina non si muove e regge il mio sguardo.
«Voglio confermare la mia scelta, io voglio…», esita, abbassa la voce, «… vorrei sottomettermi.»
«Sottomettersi, e dall’altra parte dominare, non sono una passeggiata. Io credo in quello che faccio, a differenza di tanta, troppa gente che si professa master o padroni e non hanno la minima cura di chi sta al loro servizio. È un gioco sottile, delicato, che può regalare emozioni intense e molto forti, ma ci si può anche far male, emotivamente e fisicamente.»
Martina beve le mie parole come fossero acqua in mezzo al deserto.
«Chi comanda non è un tiranno che urla ordini a caso, ma deve ascoltare. Deve guidare. Deve avere cura di chi obbedisce.»
A quella parola, non so se sia una coincidenza oppure no, Martina si muove e inverte la posizione delle gambe.
«Cosa mi farai fare?»
Accenno un sorriso.
«Con Sara ero… eravamo arrivati a questo tipo di relazione dopo tempo e la conoscevo bene. Con te sarà diverso, dovrò sapere le tue abitudini, cosa ti piace e cosa no, scoprire i tuoi limiti… spingerti a superarli. E tu dovrai obbedire. Sempre.»
Mi guarda. Abbassa lo sguardo per un attimo. Le sue guance sono sempre più rosse. Il barista ci lancia un’occhiata ogni tanto, ma non può sentire quello che diciamo.
«Sono disposta a fare quello che vuoi.»
«E Luca?»
Martina sospira, per un attimo si fa pensierosa, ma ogni esitazione svanisce dai suoi occhi.
«Ho cercato di recuperare il nostro rapporto in ogni modo, ma è stato come lottare con un muro di gomma. Gli voglio bene, non lo amo più. La nostra storia è finita.»
«Però non lo hai ancora lasciato.»
«Lo so. E so anche che è brutto da dire… ma almeno così ho la parvenza di non essere sola.»
Non è una mentalità che condivido, ma la capisco. Ora voglio metterla un po’ in crisi.
«E scopate?»
Martina si irrigidisce e sgrana gli occhi. Non si aspettava una domanda così secca e cruda, lo capisco dalla sua espressione. Esita.
«Voglio sapere se andate ancora a letto insieme.»
Le sue guance tornano ad arrossarsi. Per una che è venuta chiedendo di essere sottomessa e che si è dimostrata così decisa non la facevo così timida.
«Sì… sì… lo facciamo…»
«Quanto?»
«Poco… due volte al mese… e sempre nello stesso modo… noioso.»
«D’accordo, grazie. Torneremo sull’argomento. E ti tocchi?»
Vedo che prende un respiro profondo e alloggia entrambe le mani sul tavolino.
«Posso… posso chiedere una cosa prima di risponderti?»
«Dimmi pure.»
«Sono disposta a rispondere a tutte le domande che vorrai farmi… ma vorrei farlo… in privato…»
Non posso dirmi sorpreso, un po’ me l’aspettavo... forse ci ho creduto troppo.
«Che dire… mi sembra una richiesta ragionevole. Ma a una condizione.»
«Quale?»
«Voglio le tue mutande. Ora.»
Martina sgrana gli occhi, incredula.
«Qui?!», mormora incredula.
«Esattamente.»
Si guarda attorno, la sua espressione è indecifrabile ma affascinante.
«Il bar… è pieno…»
«Lo so. E io voglio sapere se sei davvero disposta a metterti in gioco oppure no.»
Si passa una mano tra i capelli, in imbarazzo e incapace di decidersi.
«Posso… dartele… a casa.»
«Le voglio ora, qui. Oppure puoi andare a casa.»
È il primo vero test, un atto fisico, immediato e, perché no, umiliante. Forse esagerato per questo appuntamento “rompi ghiaccio”, ma sono davvero curioso di vedere cosa può fare. E questo è un primo assaggio interessante.
Martina esita e si guarda attorno.
Devo riconoscere un certo piacere e una certa soddisfazione nel vederla esitare.
Ora, in questo momento, quelle mutande non sono solo un indumento, ma una barriera… una barriera tra la sua dignità e la sua sottomissione.
Ho un terribile prurito sessuale, ma devo stare zitto, calmo, lasciarle il suo tempo.
I suoi occhi mi cercano, imploranti perdono, forse persino speranzosi che sia tutto uno scherzo, ma io non mi muovo. Resto impassibile e ricambio lo sguardo.
Vorrei essere nella sua testa e sentire quello che prova. Eccitazione? Vergogna? Desiderio?
Qualunque sia la miscela che vortica dentro il suo cuore è dannatamente eccitante.
Poi, lentamente, le sue mani scivolano sotto il tavolo. La tovaglia si muove, nascondendo l'azione. Chiudo gli occhi per un secondo, immaginando il movimento sotto il tavolo: le mani che raccolgono la gonna, si insinuano sotto al tessuto, salgono lungo le cosce, le dita che raggiungono l'elastico dell’intimo. Riapro gli occhi.
Mi sta fissando.
Quella luce che ha… quale meraviglia!
Si solleva leggermente dalla sedia, solo di pochi millimetri, giusto il necessario per far scivolare il tessuto giù per le gambe.
Ecco cos’è l’erotismo.
Non il mettere tutto in mostra come il mercato delle vacche, ma il saper giocare con le ombre… il non visto.
Le sue guance sono color del fuoco.
Vorrei morderle.
Si piega in avanti fingendo di aggiustarsi la scarpa e con un movimento rapido afferra il piccolo panno nero da terra.
Quando raddrizza la schiena porta la mano destra sul tavolo, la fa strisciare verso di me.
«Ogni tuo desiderio è un ordine.»
È rossa neanche si fosse colorata con un pennarello.
Per un secondo, sembra che non riesca a rilasciare la presa.
Sorrido.
«Su, forza», la incito con la voce appena udibile.
Lei apre la mano. Le dita si distendono, riluttanti, il piccolo pezzo di stoffa è sul tavolo. Metto la mano sulla sua e, delicatamente, gliela sposto.
Una minuscola matassina nera che contrasta brutalmente con la tovaglia chiara de bar.
Le mutande di raso nero sono lì, in bella vista, al centro del tavolo. Una bandiera di resa.
Non le tocco. Le guardo, poi guardo lei.
«Bene», dico con voce calma. O almeno spero che lo sia.
«Sei riuscita a farmelo venire duro.»
La tensione nel suo viso non si scioglie, ma cambia forma. Le labbra si allargano in un sorriso soddisfatto e orgoglioso.
«Un punto a mio favore.»
«Touché.»
Prendo le mutande e me le metto in tasca.
«Direi che possiamo andare in una sede più appartata a scambiare quattro chiacchiere.»
«Fammi strada.»
Ci alziamo, pago il conto e usciamo.
«Adesso capisco.»
Martina mi cammina di fianco, sembriamo una coppia di amici. Nessuno potrebbe immaginare che ho le sue mutandine in tasca.
«Cosa?»
«Perché Sara non riusciva a dirti di no.»
Sentire nominare la mia ex non mi fa piacere.
«E sentiamo… perché?»
Martina mi si stringe addosso, anche troppo per essere “amici”.
«Perché è stato terribilmente eccitante.»
«Obbedirmi o toglierti le mutande in pubblico?»
«Beh, non eravamo proprio in pubblico. Nessuno mi ha vista.»
«Sei sicura? Un occhio esperto potrebbe aver visto i tuoi movimenti e aver capito, o quanto meno immaginato, quello che stavi facendo.»
Silenzio. Ritornano le distanze da “amici”.
È Martina a rompere il silenzio.
«Dove mi porti?»
«A casa. Dobbiamo parlare.»

Ringrazio tutti coloro che mi hanno scritto in seguito al primo capitolo. È ovviamente un grande piacere sapere che qualcuno di voi si è preso due minuti per mandarmi una mail, qualunque sia stato il motivo. Ovviamente vi invito a farlo anche adesso, per commenti, critiche, impressioni, o anche condividere le vostre aspettative sul proseguo della storia.
La mail è sempre quella:

soloqualcheparola@proton.me
scritto il
2026-09-07
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