Webcam girl 4 L’Ok che brucia sullo schermo nero

di
genere
etero

Sara rimase immobile davanti allo schermo spento, il riflesso del suo viso ancora perfettamente truccato a galleggiare nel nero lucido del monitor. Le undici e quarantasette. Le mani le tremavano leggermente mentre chiudeva la sessione, i polpastrelli che sfioravano i tasti con una delicatezza che tradiva la tensione sottopelle. Il body di pizzo nero le stringeva il seno in un'abbraccio artificiale, le calze a rete le segnavano la pelle delle cosce con una trama geometrica che ora le sembrava ridicola.

Si alzò dalla sedia, i tacchi che ticchettavano sul parquet con un ritmo troppo rapido, quasi fuggente. In cucina, il frigorifero emise il suo brivido meccanico proprio mentre lei vi si appoggiava contro, la schiena che incontrava il metallo freddo attraverso il pizzo. Chiuse gli occhi. Il silenzio della casa le pesava sulle spalle come una coperta bagnata.

Enzo era al lavoro. Chiara a scuola. Lei sola con il proprio corpo inutile, truccato e pronto per un uomo che non era venuto.

Preparò un pranzo veloce senza fame, un piatto di pasta che mangiò in piedi, appoggiata allo stesso bancone dove Enzo le aveva sorriso quella mattina. Il gusto di pomodoro le sembrava chimico, artificiale. Buttò metà nel lavandino, il suono dell'acqua che inghiottiva il cibo più forte del necessario.

Poi salì in camera da letto. Si guardò nell'armadio con specchio, il body nero che le modellava le curve in modo troppo professionale, troppo studiato. Lo strappò con un movimento brusco, i ganci del pizzo che cedevano con un suono soddisfacente. Rimase in mutandine nere e reggiseno, la pelle chiara che respirava finalmente.

Si vestì di nuovo. Questa volta per sé. Per lui. Anche se lui non c'era.

Un top di pizzo nero più corto, quello che le lasciava la stella nera a cinque punte sul fianco sinistro appena visibile quando si chinava. Leggings neri, quelli che sembravano pittura sulla pelle, che sottolineavano il fondoschiena pronunciato senza bisogno di sforzo. Si rifece il trucco con cura maniacale, il rossetto rosso scuro che le tingeva le labbra di una promessa oscena. Le unghie, già curate, le passò sotto la luce per controllare la lucentezza.

Si guardò allo specchio. Trentanove anni che potevano essere trentacinque o quarantacinque, a seconda della luce. La piccola cicatrice sul mento — quella che Enzo non aveva mai chiesto da dove venisse — catturava un'ombra violacea. Si chinò leggermente, verificò che il tatuaggio della stella nera fosse appena visibile sopra l'orlo del leggings. Perfetto.

Erano le tredici e quindici quando tornò al pc, il cuore che le batteva in gola con un ritmo che non riusciva a controllare. Si sedette nella sedia, quella stessa dove aveva simulato orgasmi per uomini che pagavano per la sua performance. Accese il computer con un dito che tremava impercettibilmente.

Il sito si caricò con la sua luce bluastra, familiare e nauseante. Le notifiche esplosero immediatamente, nomi che conosceva a memoria, che le facevano arricciare le labbra in un sorriso meccanico. Ma i suoi occhi cercavano un solo nome.

E lì, nell'angolo dello schermo, un numero rosso. Un messaggio.

Sandro_42.

Le dita le scivolarono sul mouse, due tentativi prima di riuscire a cliccare. Il messaggio era breve, asciutto, perfettamente lui: «Valigia sistemata. Cerco di liberarmi per le quattordici, ma non garantivo nulla.»

Le tredici e diciassette. Quarantatré minuti. Un'eternità.

Sara lesse e rilesse quelle parole finché non le imprimé nella retina. «Non garantisco.» Il cuore le martellava contro le costole, un tamburo di carne che le faceva male. Si sistemò i capelli, li sciolse, li raccolse di nuovo. Si alzò, si sedette, si alzò di nuovo.

Entrò in chat alle tredici e venticinque, prima del necessario, perché l'attesa le stava divorando dalle viscere. I soliti clienti le scrivevano, le chiedevano privati, le offrivano bonus per spettacoli personalizzati. Per la prima volta in tre anni, accettò. Uno dopo l'altro, meccanica ma presente, con una parte di sé che restava libera di guardare l'orologio.

Nel primo privato, si accorse di qualcosa di strano. Il cliente — un ragazzino trentenne con feticismo per i piedi — le chiedeva di mostrare le calze, di toccarsi, di gemere. E lei lo fece, sì, ma con un'attenzione diversa. I suoi stessi gemiti le arrivavano alle orecchie come se fossero di un'altra, e lei li ascoltava con curiosità, quasi scientifica. Quando simulò l'orgasmo, le ci volle meno del solito, perché il suo corpo era già acceso da qualcosa di reale, di imminente.

Nel secondo privato, una coppia — uomo e donna, rari clienti condivisi — le chiesero di guidarli mentre facevano l'amore. Sara parlò, istruì, descrisse con la sua voce da telefonista erotica. Ma mentre lo faceva, si accorse che le mani le tremavano meno, che il respiro le si era fatto più profondo. L'appuntamento delle due non era più un orario. Era un termine imprescindibile, una linea che separava il prima dal dopo.

Tredici e quarantacinque. Tredici e cinquanta. Tredici e cinquantacinque.

Ogni privato che finiva le lasciava più eccitata, non per gli uomini che pagavano, ma per l'uomo che non pagava ancora. Si toccava per gli altri e pensava a lui. Si spogliava per gli altri e immaginava i suoi occhi, invisibili dietro lo schermo vuoto. Quando un cliente le chiese di toccarsi fino all'orgasmo, lei ci mise trenta secondi in meno del solito, il corpo già pronto, già lì.

Tredici e cinquantotto.

Chiuse l'ultimo privato con un ringraziamento automatico, i polpastrelli che sfioravano i tasti con una delicatezza che tradiva l'urgenza. Tornò nella stanza pubblica, il cuore che le batteva in gola così forte che temeva si vedesse attraverso il pizzo.

Il nome non c'era.

Sandro_42 offline.

Il tempo si contrasse intorno a lei, una morsa di delusione che le stringeva la gola. Guardò l'orologio: tredici e cinquantanove. Un minuto. Aveva mancato un minuto, forse due. O lui non era venuto affatto. Le mani le caddero sulle cosce, le unghie che graffiavano i leggings attraverso la rete sintetica.

Accettò un altro privato, meccanica. Un uomo anziano, gentile, che le chiese solo di parlare mentre si masturbava. Sara parlò di cose banali, del tempo, della sua giornata, della figlia a scuola. Le parole le uscivano di bocca mentre il suo sguardo restava fisso sul nome assente nella lista contatti. Simulò interesse, simulò piacere, simulò tutto. Era di nuovo lei, la professionista, la donna che vendeva emozioni riciclate.

Quando il privato finì, erano le quattordici e dieci.

Rassegnata, tornò nella stanza pubblica. E lì, in cima alla lista, verde e pulsante: Sandro_42.

Il cuore le balzò in petto con una violenza che la fece sussultare. Le dita le scivolarono sulla tastiera, tre tentativi per scrivere un semplice «Ciao».

La risposta arrivò immediata, come se lui l'avesse aspettata: «Ecco chi si rivede. Mi ti sono mancato?»

Sara sentì il calore salire alle guance, un rossore che il trucco non poteva nascondere. «Forse,» scrisse, le dita che tremavano sui tasti. «Tu invece sei in ritardo.»

«Ho avuto da fare ho trovato casa a roma, e ho avuto riunioni.»

Le parole le esplosero sullo schermo come un colpo basso. Roma. 1 ore. Non più distanza indefinita, non più spazio virtuale. Un confine concreto, raggiungibile, pericoloso.

«Congratulazioni,» scrisse, ma le dita le si bloccarono sui tasti, incapaci di aggiungere altro.

«Parto dopodomani per la Germania. Tre giorni di riunioni. Si sa, si vive in aereo.»

La delusione la colpì con un ritardo di qualche secondo, un vuoto allo stomaco che le fece chiudere gli occhi. Tre giorni. Poi di nuovo lontano. Ma Roma restava, ora. Una presenza tangibile.

«Allora dobbiamo sbrigarci,» scrisse, prima di poter pensare.

Lui rispose con un'emoji, quella faccina che alzava un sopracciglio. Poi: «Privato?»

Sara accettò prima di finire di leggere la parola.

La stanza privata si aprì intorno a loro, un vuoto bianco dove solo i loro messaggi esistevano. Lui non attese la videocamera, non le chiese di spogliarsi. Iniziò a parlare, a scrivere, con quella sua ironia asciutta che lei aveva imparato a riconoscere.

Le raccontò dell'appartamento, un bilocale in zona Prati, affitto esagerato, vicino di casa che suonava il piano alle tre di notte. Le descriveva i dettagli con una precisione che le faceva vedere i mattoni a vista, il parquet consumato, la finestra che dava su un cortile interno dove qualcuno aveva piantato un limone in un secchio.

«Non mi interessa dell'appartamento,» scrisse Sara, le dita più audaci della sua bocca.

«Cosa ti interessa, allora?»

Lei non rispose subito. Lo osservava, il suo nome verde nella lista, il vuoto del suo riquadro video che lei aveva imparato a riempire con fantasia. Voleva che fosse diverso. Voleva che lui fosse diverso.

Iniziò a stuzzicarlo su cose banali. Il cibo preferito — «La pizza, ma non te la meriti ancora» —, il film che avrebbe portato su un'isola deserta — «Il disco volante di Toto, per non dimenticare mai da dove vengo» —, il colore delle lenzuola — «Bianche, rigorosamente. Il colore è per le persone che hanno tempo da perdere.»

Ogni risposta la lasciava insoddisfatta e più eccitata. Lui non seguiva, non si lasciava guidare. Quando lei cercò di portarlo su discorsi più intimi — «E a letto, che lenzuola preferisci?» — lui rispose: «Dipende da chi ci sta con me.»

«E con me?»

«Non lo so ancora. Non ti ho conosco ancora bene.»

La frustrazione le montò nelle vene, un caldo che le faceva arricciare le dita sui tasti. Per provocarlo, iniziò a raccontare. Di Enzo, del loro accordo, della porta aperta. Delle donne che avevano portato a letto insieme, dei threesome che avevano provato, dei confini che avevano scavato e poi riempito di terra nuova.

«Mi piace guardare,» scrisse, «ma anche essere guardata. Mi piace che mi vedano mentre vengo.»

Il silenzio di lui durò trenta secondi, un'eternità in chat. Poi: «E io che non mi faccio vedere ti eccita o ti irrita?»

«Entrambe.»

«Bene.»

Quella parola, quell'unica parola, le fece chiudere le gambe in un riflesso involontario, le cosce che si premevano cercando un attrito che non c'era. Lei che era sempre stata la guida, la regista, la donna che decideva cosa mostrare e quando. Lui che si rifiutava di essere spettatore passivo, che la costringeva a desiderare qualcosa di più.

«Fatti vedere,» scrisse, le dita che premevano i tasti con una forza che le faceva male.

«No.»

«Perché?»

«Perché non mi piace farmi vedere qui,.»

Le parole le colpirono il petto come un pugno, un dolore sordo che le tolse il respiro. Perché era vero, dannazione. Era lì, truccata e pronta, non per i soldi — che avrebbe potuto guadagnare da chiunque altro — ma per lui. Per la sua parole, per i suoi silenzi, per la sua assenza che pesava più di mille presenze, e si era quasi dimenticato il contesto dove erano.

«Allora parlami,» scrisse. «Almeno quello.»

Altro silenzio. Poi, nella barra degli strumenti, l'icona del microfono che si accendeva. Verde. Attivo.

La sua voce riempì la stanza, calda e leggermente rauca, con quell'accento napoletano che lui nascondeva dietro parole perfette. «Così va meglio?»

Sara sentì la pelle rizzarsi sulle braccia, un brivido che le percorse la schiena fino alla nuca. La sua voce. Finalmente. Non più parole scritte, ma aria, vibrazione, presenza.

«Molto meglio,» rispose lei, e si accorse di aver parlato a voce alta, di essere uscita dal personaggio della chat per entrare in qualcosa di più pericoloso.

«A te,» disse lui, e la parola le suonò come una domanda e una risposta insieme, «cosa piace? Davvero, intendo. Non quello che mostri.»

Sara chiuse gli occhi. Le mani le scivolarono sulle cosce, le unghie che graffiavano i leggings. «Dipende,» disse, e la sua voce le suonò strana, più bassa del solito, più vera.

«Dalla chimica,» completò lui, e lei sentì il sorriso nella sua voce, quel tono di chi sa di aver colpito nel segno. «a me piace provare a portare una donna dove non cadono i tabù. Dove la voglia fa uscire fuori tutta la femminilità. Senza filtri. Senza vergogna.»

Le parole le colpirono il basso ventre, un calore che si diffuse tra le gambe con una rapidità che la sorprese. Le mani le si mossero da sole, le dita che scivolavano sotto l'orlo del top di pizzo, che trovavano la pelle nuda del ventre.

«Mi stai toccando,» disse lui. Non come domanda.

«Sì,» ammise lei, e la parola le uscì come un sospiro.

«Bene.»

Di nuovo quella parola. Quella benedizione. Sara sentì i ruoli invertirsi, la vertigine di essere diventata cliente invece che fornitore, di pagare — non con soldi, ma con la propria esposizione — per il piacere di essere vista, guidata, riconosciuta.

Le dita le trovarono i seni, le nocche che premevano contro il pizzo rigido. Si pizzicò un capezzolo attraverso il tessuto, un gemito che le sfuggì prima di poterlo controllare.

«Sei bella quando fingi,» disse lui, la voce che le arrivava come un sussurro nell'orecchio, «ma di più quando non fingi.»

Sara sentì qualcosa cedere nel petto, una porta che si apriva su una stanza che non sapeva di avere. Le mani le scivolarono più in basso, le dita che trovavano l'orlo dei leggings, che vi si insinuavano. La pelle era umida già, pronta, traditrice.

«Mi sento una troia,» disse, e la parola le uscì senza vergogna, con una libertà che la spaventò.

«Lo sei,» rispose lui, e il tono non era un insulto ma una constatazione, una verità che lui le restituiva come regalo. «E io lo sono con te.»

Le dita le trovarono il clitoride, un contatto diretto che la fece sussultare sulla sedia. Si masturbava con movimenti circolari, lenti, quelli che usava quando era sola e non in scena. Quelli veri. La mano sinistra le si alzò al seno, le dita che pizzicavano il capezzolo con una forza che le faceva male, che le faceva bene.

«Voglio che tu venga,» disse lui, e la frase non era una richiesta ma una promessa, un luogo dove lui la stava portando.

«Sto venendo,» ansimò lei, e la voce le si roca, la gola che si chiudeva intorno alle parole.

«Non ancora. Aspetta.»

L'ordine la colpì come una frusta, un dolce che la fece gemere più forte. Le dita le accelerarono, il ritmo che si faceva disperato, insistente. Sentiva il proprio umidore che imbeveva i leggings, la sedia, la vergogna e l'orgoglio mescolati in un cocktail che le dava alla testa.

«Per me,» disse lui. «Vieni per me.»

L'orgasmo la colse con una violenza che la fece gridare, un suono rauco che uscì dalla gola senza controllo. Il corpo le si contrasse in spasmi che le attraversarono la schiena, le gambe, le dita che premevano ancora, ancora, incapaci di fermarsi. Sentì l'umidore che le colava sulle cosce, che imbeveva la sedia in una macchia scura che avrebbe dovuto pulire dopo, che invece avrebbe lasciato come trofeo.

Restò immobile, il respiro che le si faceva piano, pesante. La mano ancora tra le gambe, le dita che pulsavano al ritmo del proprio cuore.

«Grazie,» disse lui, e la parola le suonò strana, inadeguata, perfetta.

Sara aprì gli occhi. Lo schermo, il nome verde, il vuoto del suo riquadro. Si sentì nuda più di quanto lo fosse stata in mille spettacoli, esposta in un modo che non aveva prezzo.

«Compra il mio numero,» disse, la voce ancora roca. «Sul sito. Così possiamo parlare anche quando non sei qui.»

Silenzio. Poi: «No.»

Il rifiuto la colpì come uno schiaffo, un freddo che la fece raddrizzare sulla sedia. «Perché? Non sono i soldi, ho guadagnato più che abbastanza con te oggi.»

«Non è questione di soldi,» disse lui, e la voce si era fatta più bassa, più intima. «Non sono abituato a comprare donne. Non voglio iniziare ora.»

Le parole le rizzarono i capelli sulla nuca, un brivido che non aveva nulla a che fare con il freddo. Non era rifiuto, era qualcosa di più complesso, di più pericoloso. Un riconoscimento che lei era più di un prodotto, che loro erano più di una transazione.

«Allora prendi,» disse, e si sentì audace, sfrontata, perduta.

Prese un foglio di carta — uno dei tanti che teneva per appunti, per liste, per la vita normale — e vi scrisse il proprio numero. Lo tenne davanti alla webcam, sapendo che lui poteva vederlo, sapendo che il sito registrava tutto, che potevano bannarla per questo, espellerla dal proprio mezzo di sostentamento.

Lui non disse nulla per trenta secondi. Poi, nel riquadro della chat, una sola parola: «Ok!»

L'esclamativo le ferì più di qualsiasi rifiuto. Quella frettola, quella noncuranza. Sentì il sangue salire alle guance, il calore della vergogna mescolato a quello della rabbia.

Staccò la connessione con un movimento brusco, il cursore che scivolava sul tasto rosso. Lo schermo divenne nero, il suo riflesso che riemergeva distorto, smarrito.

Ma quella parola — «Ok!» — le rimbombava nella testa come una campana. L'orgoglio le si era insinuato sotto la pelle, un tarlo che non l'avrebbe lasciata. Lui aveva il suo numero. Lui aveva visto il suo numero. E lei aveva rischiato tutto per un «Ok!» puntato e frettoloso.

Si alzò dalla sedia, le gambe che le tremavano ancora. La macchia sulla sedia — la sua, la prova di quello che era successo — le guardava con occhi invisibili. Non la pulì. Lasciò che si asciugasse, che diventasse parte della storia.

Due ore da Roma. Tre giorni in Germania. E un «Ok!» che le bruciava nella testa come una promessa mancata, o forse come una promessa mantenuta in un modo che non aveva ancora capito.
scritto il
2026-08-31
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