Giulia - La punizione, un weekend da reclusa
di
OpenMinded35
genere
prime esperienze
Dopo che Nael se n’è andato e mia madre mi ha colpita, il mondo si è fermato. Mia mamma era furiosa in un modo che non le avevo mai visto. Non solo arrabbiata: umiliata, sconfitta. Nei suoi occhi c’era la consapevolezza che la figlia perfetta, quella che doveva studiare, prendere voti alti e non deludere mai nessuno, si era fatta scopare nel culo da un maranza marocchino sul divano di casa, con il piede di lui sulla testa e l’odore di cacca e piscio ancora nell’aria. Per lei era una sconfitta totale, quasi personale. Mi ha proibito di rivedere o sentire Nael, di uscire, di parlare con amiche e amici per tutto il fine settimana. Mi ha confinato in casa come una prigioniera.
Ha raccontato tutto a Marco. Ogni dettaglio. Io stavo in camera e sentivo le loro voci basse, poi il silenzio lungo. Quando sono uscita, Marco mi ha guardato in un modo diverso. Neutrale, sì, ma anche… dolce. Non mi ha giudicata ad alta voce. Mi ha solo detto, a bassa voce, che se avevo bisogno di parlare poteva ascoltarmi. Quella frase mi ha fatto sentire ancora più in colpa.
Io ero avvilita, mortificata. Ogni volta che incontravo lo sguardo di mia mamma o di Marco sentivo la vergogna bruciarmi la faccia e lo stomaco. Avevo perso l’innocenza nel modo peggiore possibile, e l’avevo fatto proprio davanti ai loro occhi. Mi sentivo sporca, esposta, ridicola. La figlia modello era sparita. Al suo posto c’era solo una ragazza che si era fatta usare e ora tremava di vergogna.
Dentro di me c’era un trauma complesso che non riuscivo ancora a capire del tutto. Non era solo lo shock di essere stata scoperta. Era il risultato di anni di pressione costante a essere perfetta, a compensare il divorzio dei miei genitori, a non deludere mai Francesca. Quel bisogno ossessivo di controllo e di approvazione aveva creato una spaccatura profonda. Con Nael avevo trovato un modo per spezzare quel controllo: lasciarmi degradare, diventare sporca, corrotta, l’esatto opposto di ciò che mi era stato chiesto. Era una forma di ribellione e di automedicazione allo stesso tempo. Il dolore, l’umiliazione, la sottomissione mi davano un sollievo temporaneo da quell’ansia cronica di non essere mai abbastanza. Ma ora, dopo essere stata scoperta, quel sollievo si era trasformato in un vuoto ancora più grande e in un senso di frammentazione. Parte di me odiava Nael per avermi portata fin lì. Parte di me lo desiderava ancora di più. E parte di me cercava disperatamente qualcuno che mi tenesse insieme senza giudicarmi. Il trauma non era solo sessuale: era relazionale, identitario. Non sapevo più chi fossi senza il ruolo di figlia perfetta o di troia di qualcuno.
Quei giorni li passavo chiusa in camera. Piangevo a dirotto, poi cercavo di studiare, ma le pagine restavano bianche davanti agli occhi. Quando l’ansia saliva troppo, prendevo la spazzola per capelli. Mi mettevo a pecora sul letto, spalmavo di saliva il manico della spazzola e me lo infilavo lentamente nel culo già abituato. Sentivo la pressione, il bruciore familiare, e contemporaneamente mi masturbavo la fica con le dita, strofinando il clitoride in cerchi veloci. Immaginavo Nael, il suo cazzo enorme e dritto, i suoi insulti, e venivo forte, con i denti stretti per non fare rumore. Dopo mi sentivo ancora più vuota e sporca. Il piacere durava pochi secondi, poi tornava lo sconforto. A volte piangevo mentre mi toccavo. A volte mi odiavo. A volte volevo solo che Nael tornasse a usarmi di nuovo, cone e più di prima.
Venerdì mia madre Francesca doveva partire per Boston. Sede principale della multinazionale. Sarebbe tornata solo dopo dieci giorni, la domenica della settimana successiva. Prima di uscire mi ha guardato con occhi di ghiaccio.
«Marco rispetterà la punizione. Tu non esci. Non senti nessuno. E soprattutto non cerchi quel ragazzo. Capito?»
Ho annuito, la gola stretta. Quando la porta si è chiusa alle sue spalle ho sentito un misto di sollievo e di terrore. Ero sola in casa con Marco. L’uomo che da anni mi coccolava sul divano, che mi faceva sentire vista in un modo che mia madre non riusciva a fare.
Sabato sera Marco ha ordinato le pizze. Abbiamo cenato in cucina, in silenzio all’inizio. Lui ha cercato di stemperare la tensione. Mi ha offerto una birra. L’ho accettata. Dopo due sorsi mi sentivo un po’ meno tesa. Gli ho chiesto, a bassa voce:
«Ti va di guardare un film sul divano?»
Ha accettato. Ho scelto un film romantico su Netflix. Ci siamo seduti sul divano di pelle chiara. Entrambi sapevamo perfettamente cos’era quel divano. Era lo stesso su cui Francesca ci aveva sorpresi. Lo stesso su cui Nael mi aveva sfondato il culo, lo stesso dove l’insalatiera di cristallo era stata posata con il suo piscio, lo stesso dove mia madre aveva visto tutto. La consapevolezza era un peso silenzioso tra noi due. Io lo sentivo sotto le cosce, lui sicuramente lo ricordava mentre si sedeva. Nessuno dei due lo ha detto ad alta voce, ma era lì, presente come un terzo corpo nella stanza.
Io mi sono rannicchiata contro di lui, bisognosa di contatto, di calore, di qualcosa che non fosse giudizio. Marco mi ha accolto. Mi ha messo un braccio intorno alle spalle e ha iniziato ad accarezzarmi i capelli con affetto. Il suo odore – dopobarba costoso, pelle calda, casa – mi avvolgeva. Per la prima volta da giorni mi sentivo un po’ al sicuro, anche se il divano sotto di noi raccontava un’altra storia.
Dopo un po’ è arrivato tutto insieme. Il pianto è esploso, incontrollabile. Tremavo, singhiozzavo, mi aggrappavo a lui come se potesse tenermi intera. Marco mi ha stretto più forte.
«Sfogati» ha detto piano. «Sono qui. Nessuno ti giudica.»
Quando mi sono un po’ calmata, ho deciso di parlare. Lui mi ha chiesto di Nael. Chi fosse. Cosa provassi. Cosa fosse successo davvero.
Gli ho raccontato tutto. Senza risparmiare i dettagli. Gli ho detto di come Nael mi dominasse, delle settimane di soli rapporti orali e anali, di come mi avesse sverginato con una dolcezza che non mi aspettavo, del giorno dopo con il pissing nell’insalatiera di cristallo di mia madre, di come Francesca ci avesse trovati proprio su quel divano con il suo cazzo nel mio culo e il piede sulla mia testa. Mentre parlavo sentivo la vergogna e, allo stesso tempo, una strana eccitazione risalire dal basso ventre. Raccontare quelle cose a Marco, all’uomo che mi aveva sempre visto come la ragazzina di casa, proprio lì dove tutto era successo, mi stava eccitando in un modo perverso e confuso.
Marco ascoltava con attenzione, pazienza, affetto. Non interrompeva. Poi mi ha chiesto, con voce calma:
«Perché ti piace questo tipo di relazione?»
Ho cercato le parole. Gli ho parlato di Francesca, della pressione costante a essere perfetta, del rapporto fallito tra lei e mio padre naturale. Gli ho detto che lasciare il controllo a Nael, accettare di essere sporca e corrotta, era l’unica cosa che mi faceva sentire viva. Che essere la sua troia era l’esatto opposto di tutto ciò che mi era stato chiesto per anni. Che quando lui mi chiamava puttana e mi sfondava, per qualche ora smettevo di essere la figlia modello e diventavo solo carne e bisogno.
Mentre glielo dicevo, mi stringevo sempre di più a lui. Sentivo il suo calore attraverso la maglietta, il battito del suo cuore. Diventavo languida, provocante senza quasi volerlo. Le mie cosce si premevano contro la sua gamba. Marco era a disagio. Cercava di spostare il discorso su un terreno più neutro, di parlare di scuola, di futuro. Ma la birra e la disperazione mi rendevano audace. Le mie mani si avvicinarono pericolosamente al suo inguine.
«Giulia, fermati» ha detto, la voce un po’ tesa.
Io ho iniziato a piangere di nuovo, più forte.
«Non rifiutarmi anche tu… ti prego… non cacciarmi… non lasciarmi sola…»
Mi ha abbracciato per consolarmi. In quel momento gli ho toccato energicamente il pene attraverso i pantaloncini. L’ho sentito indurirsi sotto il palmo. Poi l’ho baciato, infilandogli la lingua in bocca con fame. Ha cercato di resistere, le mani sulle mie spalle che cercavano di allontanarmi, ma alla fine ha ceduto. Il bacio è diventato appassionato, quasi disperato. Entrambi sapevamo dove eravamo. Sul divano. Quello stesso divano.
Gli sono montata sopra, a cavalcioni. Con la mano sono entrata nei suoi pantaloncini, ho preso il cazzo e l’ho tirato fuori. Era già duro. Rispetto a quello di Nael era diverso: un po’ meno lungo – forse diciannove centimetri contro i ventidue di Nael – ma altrettanto spesso, con una circonferenza impressionante e una forma leggermente ricurva verso l’alto. La differenza più evidente, però, era un’altra. Il cazzo di Nael, essendo circonciso come molti ragazzi di origine araba, aveva la cappella sempre scoperta, lucida, viola scuro, con un bordo netto dove la pelle era stata tolta. Quello di Marco era integro: il prepuzio lo copriva parzialmente anche da eretto, e quando lo tiravo indietro la cappella usciva rosa e umida, con un odore più intenso e un sapore più marcato di pelle e sebo. Mentre lo tenevo in mano non potevo fare a meno di paragonarli: Nael era dritto, aggressivo, quasi geometrico nella sua nudità permanente; Marco era più “adulto”, più caldo, con quella pelle che scorreva e nascondeva, una presenza che parlava di esperienza e di qualcosa di meno grezzo ma altrettanto potente. Il mio sguardo doveva essere predatorio, perché lui sembrava frastornato, gli occhi spalancati.
Dopo pochi secondi di sega lenta e stretta mi sono abbassata e ho iniziato a succhiarlo. Con abilità, con fame. L’odore era intenso, maschile, leggermente muschiato e più complesso di quello di Nael a causa del prepuzio. Il sapore della sua pelle e del pre-eiaculato mi ha riempito la bocca, salato e caldo. Succhiavo avidamente, scorrendo il prepuzio con le labbra, prendendolo in gola, saliva che colava, mentre con l’altra mano mi liberavo di pantaloncini e perizoma e mi toccavo la fica già bagnata. Ho affondato due dita dentro di me, le ho bagnate fino alle nocche e le ho messe in bocca a Marco. Lui le ha leccate con passione, assaporando il mio gusto, gli occhi chiusi.
Solo allora ha ceduto del tutto. Mi ha presa quasi di peso, mi ha fatta alzare e mi ha tolto la t-shirt. Sono rimasta completamente nuda davanti a lui. Anche lui si è denudato in un attimo. Il suo corpo di quarantacinquenne era curato, petto largo, addome ancora definito. Mi ha stesa sul divano – di nuovo quel divano – mi ha allargato le cosce e ha affondato il viso tra le mie gambe.
La sua lingua era esperta, lenta e precisa, da uomo che sa cosa fa. Ha leccato la mia fica con mestiere: prima le labbra esterne gonfie, poi quelle interne, il clitoride con movimenti circolari e pressioni ritmiche, poi più profondi, entrando con la lingua. Alternava leccate lunghe e succhi. Poi è sceso sul mio buco del culo e l’ha leccato con la stessa attenzione, lingua calda e bagnata che cercava di entrare, girando intorno all’anello già sensibile. Tornava alla fica, poi di nuovo all’ano, senza fretta, godendo del mio sapore. Io gli affondavo le dita nei capelli e gli davo la fica in bocca, gemendo, spingendo il bacino contro la sua faccia. Mentre godevo non potevo fare a meno di pensare a Nael: con lui tutto era più brutale, più urgente, il cazzo circonciso che entrava senza resistenza; con Marco c’era una competenza quasi dolce, e questo mi confondeva ancora di più. E tutto stava succedendo sullo stesso divano. Sono venuta forte, squirting abbondante e ripetuto nella sua bocca e sul suo viso. Lui ha bevuto tutto, grugnendo di piacere.
Poi mi è montato sull’addome e mi ha messo il cazzo tra le tette. Per la prima volta ho usato il mio seno. Il mio seno grande e sodo, già sudato e caldo, chiuso intorno al suo membro spesso e leggermente ricurvo, il prepuzio che scorreva contro la mia pelle. Lui spingeva, la grossa cappella che arrivava a lambirmi le labbra ogni volta che saliva. Io leccavo la punta, assaporando il pre-eiaculato, mentre stringevo i seni intorno a lui. Il calore del suo cazzo tra le mie tette, l’odore di sesso e sudore, il suono umido della carne che sfregava. Dopo alcuni minuti è venuto. Fiotti bollenti e abbondanti sul mio viso, sulla bocca, sul mento, alcuni che mi colavano sul collo. Li ho raccolti con le dita e li ho portati alla bocca, ingoiandoli con una fame animale, guardandolo negli occhi.
Marco è ricaduto accanto a me, ansimante. L’ho baciato, condividendo i sapori del sesso: la mia fica, il suo sperma, il sudore. Poi mi sono accoccolata contro di lui e mi sono assopita, finalmente in pace per qualche minuto, il corpo sazio e la mente per la prima volta silenziosa. Sullo stesso divano dove tutto era iniziato a crollare.
Lui, invece, è rimasto sveglio. Sentivo il suo respiro cambiare, diventare più irregolare. Una mano mi accarezzava ancora i capelli, ma il suo corpo era teso. Sapevo già cosa stava pensando. I sensi di colpa. L’angoscia. La psicologia del tradimento lo stava divorando. Aveva appena avuto un rapporto sessuale con la figliastra di diciotto anni sul divano di casa – lo stesso divano su cui Francesca aveva sorpreso me e Nael – mentre la madre era a Boston. Aveva leccato la mia fica e il mio culo, mi aveva sborrato in faccia, e ora stava lì con me nuda tra le braccia. Non era solo sesso. Era un tradimento multiplo: verso Francesca, verso il ruolo di figura paterna che aveva assunto, verso se stesso e l’immagine di uomo responsabile che si era costruito. L’etica di quello che era successo lo stava spezzando. Sapeva di aver approfittato della mia vulnerabilità, della mia disperazione, del mio trauma. Aveva attraversato una linea che non avrebbe dovuto neanche avvicinare, e ora il peso di quella consapevolezza gli rendeva difficile anche solo respirare.
Ma in quel momento, con il sapore della sua sborra ancora in bocca e il suo braccio intorno a me, non volevo pensarci. Volevo solo restare lì. Anche se sapevo che, al risveglio, i sensi di colpa di Marco e la mia vergogna ci avrebbero aspettato entrambi, più pesanti di prima. E che niente, ormai, poteva tornare indietro.
Ha raccontato tutto a Marco. Ogni dettaglio. Io stavo in camera e sentivo le loro voci basse, poi il silenzio lungo. Quando sono uscita, Marco mi ha guardato in un modo diverso. Neutrale, sì, ma anche… dolce. Non mi ha giudicata ad alta voce. Mi ha solo detto, a bassa voce, che se avevo bisogno di parlare poteva ascoltarmi. Quella frase mi ha fatto sentire ancora più in colpa.
Io ero avvilita, mortificata. Ogni volta che incontravo lo sguardo di mia mamma o di Marco sentivo la vergogna bruciarmi la faccia e lo stomaco. Avevo perso l’innocenza nel modo peggiore possibile, e l’avevo fatto proprio davanti ai loro occhi. Mi sentivo sporca, esposta, ridicola. La figlia modello era sparita. Al suo posto c’era solo una ragazza che si era fatta usare e ora tremava di vergogna.
Dentro di me c’era un trauma complesso che non riuscivo ancora a capire del tutto. Non era solo lo shock di essere stata scoperta. Era il risultato di anni di pressione costante a essere perfetta, a compensare il divorzio dei miei genitori, a non deludere mai Francesca. Quel bisogno ossessivo di controllo e di approvazione aveva creato una spaccatura profonda. Con Nael avevo trovato un modo per spezzare quel controllo: lasciarmi degradare, diventare sporca, corrotta, l’esatto opposto di ciò che mi era stato chiesto. Era una forma di ribellione e di automedicazione allo stesso tempo. Il dolore, l’umiliazione, la sottomissione mi davano un sollievo temporaneo da quell’ansia cronica di non essere mai abbastanza. Ma ora, dopo essere stata scoperta, quel sollievo si era trasformato in un vuoto ancora più grande e in un senso di frammentazione. Parte di me odiava Nael per avermi portata fin lì. Parte di me lo desiderava ancora di più. E parte di me cercava disperatamente qualcuno che mi tenesse insieme senza giudicarmi. Il trauma non era solo sessuale: era relazionale, identitario. Non sapevo più chi fossi senza il ruolo di figlia perfetta o di troia di qualcuno.
Quei giorni li passavo chiusa in camera. Piangevo a dirotto, poi cercavo di studiare, ma le pagine restavano bianche davanti agli occhi. Quando l’ansia saliva troppo, prendevo la spazzola per capelli. Mi mettevo a pecora sul letto, spalmavo di saliva il manico della spazzola e me lo infilavo lentamente nel culo già abituato. Sentivo la pressione, il bruciore familiare, e contemporaneamente mi masturbavo la fica con le dita, strofinando il clitoride in cerchi veloci. Immaginavo Nael, il suo cazzo enorme e dritto, i suoi insulti, e venivo forte, con i denti stretti per non fare rumore. Dopo mi sentivo ancora più vuota e sporca. Il piacere durava pochi secondi, poi tornava lo sconforto. A volte piangevo mentre mi toccavo. A volte mi odiavo. A volte volevo solo che Nael tornasse a usarmi di nuovo, cone e più di prima.
Venerdì mia madre Francesca doveva partire per Boston. Sede principale della multinazionale. Sarebbe tornata solo dopo dieci giorni, la domenica della settimana successiva. Prima di uscire mi ha guardato con occhi di ghiaccio.
«Marco rispetterà la punizione. Tu non esci. Non senti nessuno. E soprattutto non cerchi quel ragazzo. Capito?»
Ho annuito, la gola stretta. Quando la porta si è chiusa alle sue spalle ho sentito un misto di sollievo e di terrore. Ero sola in casa con Marco. L’uomo che da anni mi coccolava sul divano, che mi faceva sentire vista in un modo che mia madre non riusciva a fare.
Sabato sera Marco ha ordinato le pizze. Abbiamo cenato in cucina, in silenzio all’inizio. Lui ha cercato di stemperare la tensione. Mi ha offerto una birra. L’ho accettata. Dopo due sorsi mi sentivo un po’ meno tesa. Gli ho chiesto, a bassa voce:
«Ti va di guardare un film sul divano?»
Ha accettato. Ho scelto un film romantico su Netflix. Ci siamo seduti sul divano di pelle chiara. Entrambi sapevamo perfettamente cos’era quel divano. Era lo stesso su cui Francesca ci aveva sorpresi. Lo stesso su cui Nael mi aveva sfondato il culo, lo stesso dove l’insalatiera di cristallo era stata posata con il suo piscio, lo stesso dove mia madre aveva visto tutto. La consapevolezza era un peso silenzioso tra noi due. Io lo sentivo sotto le cosce, lui sicuramente lo ricordava mentre si sedeva. Nessuno dei due lo ha detto ad alta voce, ma era lì, presente come un terzo corpo nella stanza.
Io mi sono rannicchiata contro di lui, bisognosa di contatto, di calore, di qualcosa che non fosse giudizio. Marco mi ha accolto. Mi ha messo un braccio intorno alle spalle e ha iniziato ad accarezzarmi i capelli con affetto. Il suo odore – dopobarba costoso, pelle calda, casa – mi avvolgeva. Per la prima volta da giorni mi sentivo un po’ al sicuro, anche se il divano sotto di noi raccontava un’altra storia.
Dopo un po’ è arrivato tutto insieme. Il pianto è esploso, incontrollabile. Tremavo, singhiozzavo, mi aggrappavo a lui come se potesse tenermi intera. Marco mi ha stretto più forte.
«Sfogati» ha detto piano. «Sono qui. Nessuno ti giudica.»
Quando mi sono un po’ calmata, ho deciso di parlare. Lui mi ha chiesto di Nael. Chi fosse. Cosa provassi. Cosa fosse successo davvero.
Gli ho raccontato tutto. Senza risparmiare i dettagli. Gli ho detto di come Nael mi dominasse, delle settimane di soli rapporti orali e anali, di come mi avesse sverginato con una dolcezza che non mi aspettavo, del giorno dopo con il pissing nell’insalatiera di cristallo di mia madre, di come Francesca ci avesse trovati proprio su quel divano con il suo cazzo nel mio culo e il piede sulla mia testa. Mentre parlavo sentivo la vergogna e, allo stesso tempo, una strana eccitazione risalire dal basso ventre. Raccontare quelle cose a Marco, all’uomo che mi aveva sempre visto come la ragazzina di casa, proprio lì dove tutto era successo, mi stava eccitando in un modo perverso e confuso.
Marco ascoltava con attenzione, pazienza, affetto. Non interrompeva. Poi mi ha chiesto, con voce calma:
«Perché ti piace questo tipo di relazione?»
Ho cercato le parole. Gli ho parlato di Francesca, della pressione costante a essere perfetta, del rapporto fallito tra lei e mio padre naturale. Gli ho detto che lasciare il controllo a Nael, accettare di essere sporca e corrotta, era l’unica cosa che mi faceva sentire viva. Che essere la sua troia era l’esatto opposto di tutto ciò che mi era stato chiesto per anni. Che quando lui mi chiamava puttana e mi sfondava, per qualche ora smettevo di essere la figlia modello e diventavo solo carne e bisogno.
Mentre glielo dicevo, mi stringevo sempre di più a lui. Sentivo il suo calore attraverso la maglietta, il battito del suo cuore. Diventavo languida, provocante senza quasi volerlo. Le mie cosce si premevano contro la sua gamba. Marco era a disagio. Cercava di spostare il discorso su un terreno più neutro, di parlare di scuola, di futuro. Ma la birra e la disperazione mi rendevano audace. Le mie mani si avvicinarono pericolosamente al suo inguine.
«Giulia, fermati» ha detto, la voce un po’ tesa.
Io ho iniziato a piangere di nuovo, più forte.
«Non rifiutarmi anche tu… ti prego… non cacciarmi… non lasciarmi sola…»
Mi ha abbracciato per consolarmi. In quel momento gli ho toccato energicamente il pene attraverso i pantaloncini. L’ho sentito indurirsi sotto il palmo. Poi l’ho baciato, infilandogli la lingua in bocca con fame. Ha cercato di resistere, le mani sulle mie spalle che cercavano di allontanarmi, ma alla fine ha ceduto. Il bacio è diventato appassionato, quasi disperato. Entrambi sapevamo dove eravamo. Sul divano. Quello stesso divano.
Gli sono montata sopra, a cavalcioni. Con la mano sono entrata nei suoi pantaloncini, ho preso il cazzo e l’ho tirato fuori. Era già duro. Rispetto a quello di Nael era diverso: un po’ meno lungo – forse diciannove centimetri contro i ventidue di Nael – ma altrettanto spesso, con una circonferenza impressionante e una forma leggermente ricurva verso l’alto. La differenza più evidente, però, era un’altra. Il cazzo di Nael, essendo circonciso come molti ragazzi di origine araba, aveva la cappella sempre scoperta, lucida, viola scuro, con un bordo netto dove la pelle era stata tolta. Quello di Marco era integro: il prepuzio lo copriva parzialmente anche da eretto, e quando lo tiravo indietro la cappella usciva rosa e umida, con un odore più intenso e un sapore più marcato di pelle e sebo. Mentre lo tenevo in mano non potevo fare a meno di paragonarli: Nael era dritto, aggressivo, quasi geometrico nella sua nudità permanente; Marco era più “adulto”, più caldo, con quella pelle che scorreva e nascondeva, una presenza che parlava di esperienza e di qualcosa di meno grezzo ma altrettanto potente. Il mio sguardo doveva essere predatorio, perché lui sembrava frastornato, gli occhi spalancati.
Dopo pochi secondi di sega lenta e stretta mi sono abbassata e ho iniziato a succhiarlo. Con abilità, con fame. L’odore era intenso, maschile, leggermente muschiato e più complesso di quello di Nael a causa del prepuzio. Il sapore della sua pelle e del pre-eiaculato mi ha riempito la bocca, salato e caldo. Succhiavo avidamente, scorrendo il prepuzio con le labbra, prendendolo in gola, saliva che colava, mentre con l’altra mano mi liberavo di pantaloncini e perizoma e mi toccavo la fica già bagnata. Ho affondato due dita dentro di me, le ho bagnate fino alle nocche e le ho messe in bocca a Marco. Lui le ha leccate con passione, assaporando il mio gusto, gli occhi chiusi.
Solo allora ha ceduto del tutto. Mi ha presa quasi di peso, mi ha fatta alzare e mi ha tolto la t-shirt. Sono rimasta completamente nuda davanti a lui. Anche lui si è denudato in un attimo. Il suo corpo di quarantacinquenne era curato, petto largo, addome ancora definito. Mi ha stesa sul divano – di nuovo quel divano – mi ha allargato le cosce e ha affondato il viso tra le mie gambe.
La sua lingua era esperta, lenta e precisa, da uomo che sa cosa fa. Ha leccato la mia fica con mestiere: prima le labbra esterne gonfie, poi quelle interne, il clitoride con movimenti circolari e pressioni ritmiche, poi più profondi, entrando con la lingua. Alternava leccate lunghe e succhi. Poi è sceso sul mio buco del culo e l’ha leccato con la stessa attenzione, lingua calda e bagnata che cercava di entrare, girando intorno all’anello già sensibile. Tornava alla fica, poi di nuovo all’ano, senza fretta, godendo del mio sapore. Io gli affondavo le dita nei capelli e gli davo la fica in bocca, gemendo, spingendo il bacino contro la sua faccia. Mentre godevo non potevo fare a meno di pensare a Nael: con lui tutto era più brutale, più urgente, il cazzo circonciso che entrava senza resistenza; con Marco c’era una competenza quasi dolce, e questo mi confondeva ancora di più. E tutto stava succedendo sullo stesso divano. Sono venuta forte, squirting abbondante e ripetuto nella sua bocca e sul suo viso. Lui ha bevuto tutto, grugnendo di piacere.
Poi mi è montato sull’addome e mi ha messo il cazzo tra le tette. Per la prima volta ho usato il mio seno. Il mio seno grande e sodo, già sudato e caldo, chiuso intorno al suo membro spesso e leggermente ricurvo, il prepuzio che scorreva contro la mia pelle. Lui spingeva, la grossa cappella che arrivava a lambirmi le labbra ogni volta che saliva. Io leccavo la punta, assaporando il pre-eiaculato, mentre stringevo i seni intorno a lui. Il calore del suo cazzo tra le mie tette, l’odore di sesso e sudore, il suono umido della carne che sfregava. Dopo alcuni minuti è venuto. Fiotti bollenti e abbondanti sul mio viso, sulla bocca, sul mento, alcuni che mi colavano sul collo. Li ho raccolti con le dita e li ho portati alla bocca, ingoiandoli con una fame animale, guardandolo negli occhi.
Marco è ricaduto accanto a me, ansimante. L’ho baciato, condividendo i sapori del sesso: la mia fica, il suo sperma, il sudore. Poi mi sono accoccolata contro di lui e mi sono assopita, finalmente in pace per qualche minuto, il corpo sazio e la mente per la prima volta silenziosa. Sullo stesso divano dove tutto era iniziato a crollare.
Lui, invece, è rimasto sveglio. Sentivo il suo respiro cambiare, diventare più irregolare. Una mano mi accarezzava ancora i capelli, ma il suo corpo era teso. Sapevo già cosa stava pensando. I sensi di colpa. L’angoscia. La psicologia del tradimento lo stava divorando. Aveva appena avuto un rapporto sessuale con la figliastra di diciotto anni sul divano di casa – lo stesso divano su cui Francesca aveva sorpreso me e Nael – mentre la madre era a Boston. Aveva leccato la mia fica e il mio culo, mi aveva sborrato in faccia, e ora stava lì con me nuda tra le braccia. Non era solo sesso. Era un tradimento multiplo: verso Francesca, verso il ruolo di figura paterna che aveva assunto, verso se stesso e l’immagine di uomo responsabile che si era costruito. L’etica di quello che era successo lo stava spezzando. Sapeva di aver approfittato della mia vulnerabilità, della mia disperazione, del mio trauma. Aveva attraversato una linea che non avrebbe dovuto neanche avvicinare, e ora il peso di quella consapevolezza gli rendeva difficile anche solo respirare.
Ma in quel momento, con il sapore della sua sborra ancora in bocca e il suo braccio intorno a me, non volevo pensarci. Volevo solo restare lì. Anche se sapevo che, al risveglio, i sensi di colpa di Marco e la mia vergogna ci avrebbero aspettato entrambi, più pesanti di prima. E che niente, ormai, poteva tornare indietro.
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