Progetto Hucow - Il giorno in cui il mondo rollò (capitolo 1)

di
genere
fantascienza

La lettera le aveva tolto il respiro.

Le parole, nere e precise su quel foglio bianco, le si erano piantate dentro come schegge. Seduta al tavolo della cucina, con le mani strette attorno al bordo, continuava a fissare il documento come se potesse cambiare, come se rileggendolo potesse trovare un errore.

Ma non c’erano dubbi. Era una sentenza. E non lasciava scampo.

Recuperata un po’ di lucidità, sollevò lo sguardo sul marito, che stava lì, in piedi, con le mani in tasca e l’espressione colpevole di chi spera di cavarsela senza guardare negli occhi la persona che ha tradito.

— «Mi spiace. Non ho avuto scelta» — disse, stringendosi nelle spalle.
Sandra sbatté il palmo sul tavolo. — «È tutto quello che hai da dire? Mi hai venduta!»
— «Lo so. Te l’ho detto, mi dispiace.»
— «Incredibile! E per cosa? Per quanti soldi mi hai barattata?»
— «Che importanza ha, adesso?»
— «Che importanza ha?! Mi hai condannata, bastardo! E i nostri figli? Cosa gli racconterai?»

Richiamato dallo squillo dello smartphone, l’uomo si girò, noncurante della domanda e felice di aver potuto interrompere una conversazione imbarazzante, rispondendo con tono scherzoso all’interlocutore allontanandosi e lasciandola sola, senza una risposta.
Sandra sollevò lo sguardo verso l’orologio al centro della parete. Le nove e un quarto.
La lettera parlava chiaro: sarebbero passati a prenderla intorno alle dieci. “No… non prenderla. Prelevarla.”
La parola le attraversò la mente come una lama. Un termine freddo e spietato. Non l’attendeva un appuntamento, né un incontro. Era una cattura. Come se, da quell’istante, non dovesse più considerarsi una persona, ma un animale il cui destino era già stato deciso. Nessuna via di fuga, solo l’attesa.

Il mondo non era crollato in un giorno. Ma qualcosa, un giorno, aveva cominciato a cedere.
Prima lentamente. Poi tutto insieme.
Per anni, nessuno aveva voluto vedere l’evidenza: le donne erano sempre di più. Per trent’anni consecutivi, il tasso di natalità femminile aveva superato quello maschile in modo vertiginoso. Le nascite si sbilanciavano in modo netto, inarrestabile. I governi parlavano di fluttuazioni, gli scienziati di cicli, i media di miracolo. Ma mentre le percentuali mutavano, la popolazione cresceva senza sosta. E la terra, e le sue risorse, non bastava più.

I primi tentativi messi in atto dalla Comunità Internazionale avevano provato ad essere equi, a bilanciare diritti, dignità e risorse. Nel frattempo, la popolazione mondiale aveva sfondato ogni limite immaginabile. Le scorte alimentari si erano ridotte a un bene di lusso. L’acqua potabile era stata razionata. Gli ultimi tentativi di contenimento erano falliti nel sangue e nella vergogna.
Quando iniziarono i primi casi di cannibalismo, la società collassò. La fiducia, la civiltà, perfino l’idea stessa di umanità si sgretolarono in poche settimane. Il mondo si scoprì più affamato che morale.
Fu allora che, nel disperato tentativo di frenare il tracollo, i governi trasformarono il caos in una nuova forma di ordine. Distorto. Spietato. Fondato su un’equazione che nessuno aveva avuto il coraggio di pronunciare ad alta voce, finché non era stato troppo tardi: le donne erano troppe. E il mondo aveva fame.
Le donne avevano lottato. Prima che il nuovo ordine si consolidasse, avevano tentato il tutto per tutto: manifestazioni oceaniche, scioperi globali della fertilità, attacchi ai centri di stoccaggio, campagne internazionali di disobbedienza civile, episodi di guerriglia. Per un attimo – breve e incandescente – era sembrato che potessero farcela. Che il mondo si sarebbe svegliato.
Ma poi erano arrivati i blindati. Le leggi. Le prime condanne esemplari.
E la paura aveva fatto il resto.

Il controllo delle infrastrutture – e delle armi – era saldamente nelle mani del genere maschile. La repressione fu brutale. I nomi delle ribelli comparvero presto sulle pagine dei quotidiani digitali, scanditi nei telegiornali, associati a sentenze definitive. Opporsi aveva un prezzo. Le ultime voci dissidenti vennero silenziate, le ultime proteste archiviate come “atti di sabotaggio sovversivo”.
Nacquero leggi, protocolli, regolamenti. Il linguaggio fu ripulito per addolcire l’orrore. Le femmine adulte in esubero vennero dichiarate “risorsa nazionale”. Alcune furono impiegate in ambiti produttivi, altre vennero assegnate al ciclo alimentare. Un numero crescente, invece, fu indirizzato al sistema degli allevamenti: strutture controllate, dove carne e latte potevano essere raccolti, controllati, distribuiti.
A nessuna veniva fatto del male, si diceva. Il termine ufficiale era “riqualificazione assistita”. Dire “venduta” era considerato volgare. Si diceva “ceduta”. Dire “trattamento zootecnico” era fuori luogo: si preferiva “trasformazione civile controllata”. Tutto era regolato, tutto era giustificato. Tutto era firmato e protocollato.
Ma la gente usava parole più sincere. Le donne destinate alla produzione venivano comunemente chiamate hucow: un termine nato decenni prima nei recessi pornografici della rete, quando esisteva ancora una distinzione netta tra fantasia e realtà. All’inizio indicava donne trasformate volontariamente in bestiame da latte in un contesto di giochi erotici. Poi il linguaggio cambiò funzione, come accade sempre quando qualcosa smette di essere impensabile e diventa di uso comune.
Ma nessuna, mai, tornava indietro.
Un tremito le percorse la schiena. Respirò a fondo, cercando invano un appiglio. Se davvero stava per succedere, decise che avrebbe affrontato tutto con la schiena dritta. E decise che si sarebbe cambiata: avrebbe dismesso i vestiti comodi di casa, per sceglierne altri più adatti, quasi formali — come a voler lasciare un’ultima buona impressione.
Si alzò dalla sedia, anche se le gambe parevano di vetro, fragili e vuote. Ogni passo verso la camera da letto era una piccola battaglia contro il panico che le attanagliava la bocca dello stomaco. Aprì i cassetti della biancheria come in trance, le dita fredde, il cuore che batteva troppo in fretta. Scelse con cura gli ultimi capi da indossare, come se quel gesto, così semplice e quotidiano, potesse restituirle un po’ di controllo.

Dall’altro lato della casa, la voce del marito rimbalzava spensierata contro le pareti. Rideva, scherzava al telefono, indifferente al baratro in cui l’aveva spinta. Quel vociare rauco e distante le diede la nausea. Le sue mani si chiusero a pugno, e per un attimo si chiese se fosse più paura… o rabbia. “Brutto stronzo”, pensò.
Cambiato l’intimo, aprì l’armadio e scelse con cura una gonna dal taglio raffinato, che accarezzava i fianchi senza stringerli. La abbinò a una camicetta bianca, i bottoni chiusi fino a dove la scollatura lo permetteva, lasciando intravedere quanto bastava. Le sue forme, piene e femminili, non passavano inosservate: suscitavano spesso l’invidia silenziosa di alcune colleghe e battute maliziose da parte degli uomini. Una forma di apprezzamento che considerava primitiva e che la disgustava. Proprio per questo, dedicava sempre attenzione al suo look: non cercava di provocare, ma di valorizzarsi con eleganza, scegliendo capi capaci di esaltare la sua figura senza ostentarla.
Terminato di vestirsi andò in bagno dove iniziò a truccarsi con una calma irreale. Ogni gesto era lento, preciso. Come se mettere ordine sul viso potesse restituirle un frammento di controllo. Il fondotinta, steso con cura, assicurava uniformità all’incarnato. Un velo di cipria, un tocco rosato sulle guance. Gli occhi restavano vuoti, ma il mascara li rendeva più definiti, quasi vivi. Il rossetto lo passò senza esitare, un gesto elegante, metodico. Non guardava più il suo riflesso, ma le sue mani: erano ancora ferme.

Solo allora si chinò per scegliere le scarpe. Tra tutte, scelse un paio nere con il tacco non troppo sottile, le sue preferite. Non le metteva da mesi. Dopo averle ripulite con un panno e rese nuovamente lucide, le infilò lentamente, sentendo il cuoio rigido aderire al piede, come un’ultima concessione alla bellezza.
Con un nodo in gola la donna lanciò un’ultima occhiata alla figura riflessa nello specchio di fronte a lei Qualunque cosa l’aspettasse, era pronta ad affrontarla con tutta la dignità possibile.

Sandra tornò in salotto e si versò un bicchiere d’acqua, che tenne tra le mani senza berlo. Si sedette al tavolo, la schiena dritta, gli occhi puntati verso la porta. Ogni suono — il ronzio del frigorifero, un’auto in lontananza, il ticchettio dell’orologio — assumeva un peso nuovo, come se ciascuno potesse preludere al momento in cui l’avrebbero raggiunta.
Era l’attesa a stringerle il petto: densa, immobile, come una stanza senza finestre.
Non sapeva quanto tempo fosse passato. Ma sapeva che sarebbero arrivati. E che non avrebbe dovuto farsi trovare impreparata.
Il suono del campanello fu uno shock che la risvegliò bruscamente da uno stato di torpore ipnotico.
Sandra si alzò lentamente, ogni fibra del corpo tesa come una corda sul punto di spezzarsi.
Un urlo arrivò dall’altra parte della casa, stonato e indifferente: “Vai tu? Tanto è per te!”
Il cuore prese a martellare nel petto. Sandra maledisse la sprezzante noncuranza del marito, che nemmeno in quel momento sembrava capace di comprendere la gravità del suo gesto.
Si avvicinò alla porta con passo incerto, sollevando lo sguardo fino allo spioncino. Attraverso il piccolo cerchio di vetro, vide due uomini. Sporchi, trasandati. Indossavano salopette blu stropicciate e troppo larghe. Sul taschino centrale, ben visibile, il logo dell’allevamento: una mucca pezzata che brucava erba, stilizzata con un’ironia involontaria. Uno dei due teneva in mano un collare di pelle, un guinzaglio in metallo gli pendeva dalla cintura. Dal fianco dell’altro spuntava un’asta lunga, rossa, terminante con due rebbi metallici: un pastore elettrico.

Dall’altra parte della porta, una voce ruvida si fece sentire. Era già troppo vicina. “Aprite. Abbiamo un mandato del tribunale per prelevare Sandra Marino.”
Con gesti misurati, attraversati da un lieve tremore, Sandra socchiuse la porta.
I due uomini non attesero alcun invito. Uno di loro spinse la porta con una manata decisa, spalancandola del tutto. Entrarono con passo pesante, senza una parola, come se la casa non fosse mai appartenuta a nessuno. Ad ogni passo, dalle suole incrostate degli stivali cadevano grumi di terra e sterco, che andavano a sporcare il pavimento, ancora lucido e immacolato.
Il più alto dei due la fissò con un sorriso di circostanza, prendendo in mano un tablet.
– “Sandra Marino?”
Lei annuì appena, deglutendo dal panico.
– “Sì… sono io.”
Lui fece scorrere il dito sullo schermo, poi soggiunse con finta cordialità:
– «Ottimo. Sei attesa all’Allevamento Distrettuale 7. Permanenza a tempo indeterminato. Complimenti: da oggi sei ufficialmente parte del ciclo produttivo.»
L’altro ridacchiò, senza pudore all’ironico complimento del collega.
– «Un bel pezzo, stavolta. Faranno festa, laggiù. »
Il primo continuò, con tono tra il burbero e il didattico.
– «Da questo momento stai zitta, non opporre resistenza e segui gli ordini che riceverai. Se lo fai, sarà tutto più semplice. Per tutti.»
Sandra rimase immobile. Le spalle dritte, la testa alta solo per istinto, per non crollare sotto il peso delle parole.

L’odore degli stivali infangati e degli abiti lerci dei due uomini — un misto di sterco, fieno e cuoio — le raggiunse le narici. Era un odore animalesco, ruvido, sgradevole… eppure, in quel momento, intensamente reale. Come se il suo corpo, prima ancora della sua volontà, stesse cominciando a comprendere il nuovo codice sensoriale del mondo in cui stava per essere immersa.
Quello che aveva ridacchiato si avvicinò a Sandra, infrangendo con disinvoltura ogni distanza sociale — tanto da farle percepire il calore del suo respiro, umido e vicino. Era giovane, ma nei suoi occhi non c’era esitazione, né pudore. Con gesto calmo, portò le mani verso il suo collo. Le sollevò delicatamente i capelli, come si fa con qualcosa di fragile, liberando la pelle nuda.
Per un istante, Sandra si sentì avvampare. Non era vergogna. Non ancora. Era una scossa tiepida e imprevista che le attraversò il ventre, come se il gesto, tanto fuori luogo quanto inspiegabilmente intimo, avesse parlato a una parte di lei che ancora si ostinava a sentire.
L’uomo portò al collo di Sandra il collare che aveva tenuto in mano fino a quel momento. Era spesso, in cuoio scuro, con una placca ovale di metallo lucido fissata al centro: vi era inciso a freddo un numero, privo di significato se non per chi avrebbe dovuto catalogarla. Nessun nome. Nessuna identità. Solo una sequenza. Sotto la piastrina, un piccolo anello d’acciaio oscillava appena. Un dettaglio pensato per l’aggancio di un guinzaglio. Funzionale. Disumano nella sua semplicità.
L’uomo le avvolse il collare attorno alla gola con precisione, stringendo fino a sentirlo aderire perfettamente alla pelle. Sandra deglutì d’istinto, nel vano tentativo di trovare spazio, di sottrarsi a quella nuova misura imposta al suo respiro. Lui lo percepì — quel gesto automatico, involontario — e, senza una parola, strinse ulteriormente la fibbia. Un solo scatto in più. Un piacere sadico, trattenuto appena sotto la superficie.
Sandra sentì il morso della fibbia, la pressione costante sulla trachea. Non era soffocante, ma bastava per ricordarle che non era più padrona del proprio respiro.

L’uomo rimase a pochi centimetri dal suo volto. Le accarezzò una ciocca di capelli che le era scivolata sulla guancia. Il gesto non aveva nulla di volgare. Nei suoi movimenti c’era un sottile piacere, il compiacimento sadico di chi si prende il proprio tempo per osservare l’effetto di ogni gesto sulla preda. I loro occhi si incrociarono. Il suo sguardo non era duro, ma aveva in sé qualcosa di ancora più sconcertante che Sandra non riusciva a definire.
— «Abituati, mia cara…» disse lui con un mezzo sorriso.
Il pensiero di dover portare un collare le si annidò nella mente come una sentenza definitiva. Il cuore le batteva nel petto in un ritmo selvaggio, come a volerle ricordare che era ancora viva, ancora umana. Per poco.
L’uomo col tablet le si avvicinò, lo sguardo fisso sullo schermo. La luce fredda del dispositivo rifletteva sulle sue mani precise e metodiche.
— «Nome e cognome» ordinò senza alzare gli occhi.
Sandra esitò un istante, poi rispose a voce bassa, deglutendo con fatica a causa del collare che le stringeva la gola, cercando comunque di mantenere la calma.
— «Sandra Marino.»
— «Data di nascita?» continuò l’uomo, digitando velocemente.
— «12 marzo 1987.»
Il collega, in piedi poco distante, incrociò le braccia e osservava senza partecipare.
— «Luogo di nascita.»
— «Ivrea.»
L’uomo col tablet annuì, digitando con due dita veloci sulla tastiera virtuale. Non alzò nemmeno lo sguardo mentre registrava ad alta voce:
— «Sandra Marino. Nata a Ivrea, Italia. Trentotto anni. Cittadina declassata. Precedente impiego responsabile amministrativa. Incompatibile con il nuovo status.»
Fece una pausa, poi sollevò leggermente il dispositivo e lo puntò verso la piastrina al collo di Sandra. Un lieve bip elettronico segnalò l’avvenuta scansione. — «Matricola 8741-DX. Registrazione completata.»

Sandra deglutì con fatica. Il collare aderiva ancora, più saldo ora che mai. La pressione sulla trachea era costante, quasi impercettibile, eppure bastava per ricordarle che il respiro, anche quello, era diventato parte dell'inventario.
— «E adesso la parte più divertente» — disse l’uomo più giovane, con un ghigno che tradiva un piacere malcelato. Il tono aveva in sé una vena di sadica ironia, come se stesse aspettando quel momento da quando aveva varcato la soglia.
Con lentezza porto la mano alla cintura, sfilando da un fodero di pelle un coltello dalla lama consumata, opaca.
La punta della lama scivolò sotto la scollatura della camicetta. Sandra sentì il metallo freddo sfiorarle lo sterno e trasalì, trattenendo il respiro per istinto. Con movimenti precisi, secchi, l’uomo cominciò a tagliare: il tessuto si strappava senza resistenza, frusciando sotto i colpi della lama. Camicetta, gonna, collant vennero ridotti in strisce irregolari che cadevano a terra una dopo l’altra, fino ad ammucchiarsi ai piedi della donna.
Sandra si era vestita con attenzione. Aveva scelto quella camicetta pulita, la gonna stirata, le calze nuove. Voleva mostrarsi dignitosa, composta, come se fosse ancora una persona. Ma ora quegli abiti venivano strappati via con la brutalità riservata alle cose senza valore. Ridotti in brandelli sotto la lama, finivano ammucchiati ai suoi piedi come stracci sporchi. Rabbrividì. Non osava muoversi. L’umiliazione le si addensava sotto la pelle, come febbre.
— «Togliti le scarpe» — ordinò l’uomo più giovane con voce roca, senza lasciare spazio a repliche.
Sandra esitò un istante, poi con il tallone di una scarpa fece leva sul pavimento, sforzandosi di sfilarsela senza perdere l’equilibrio. Non appena se ne fu liberata l’uomo allungò una gamba e le diede un calcio secco, mandandole a sbattere contro il muro con un rumore sordo. Ripeté il gesto anche con l’altra scarpa.
Sandra rimase scalza, sentendo il freddo del pavimento salire dalle piante dei piedi.
Il coltello si fermò per un istante all’altezza del reggiseno. L’uomo guardò il collega con un sorriso complice, poi affondò la lama tra le coppe e, con un colpo secco, tranciò la sottile striscia di stoffa. Il reggiseno cedette, e i seni di Sandra si liberarono, pesanti, vulnerabili, oscillando appena.
— «Oh... cosa abbiamo qui?» — sussurrò lui con un sorriso di compiacimento, senza distogliere lo sguardo.
Le mani callose si posarono su di lei con brama e curiosità. I palmi ruvidi esplorarono la carne con la familiarità riservata a un oggetto di proprietà. I polpastrelli sfiorarono, pesarono, valutarono. Strinsero i capezzoli con un pizzico breve, pungente, curioso.
Sandra chiuse gli occhi. Deglutì a fatica. Il collare le rendeva difficile persino quel gesto semplice. Un mugolio le sfuggì dalle labbra serrate: un suono corto, impuro, fatto più di disgusto che di dolore.
— «Questa va in produzione, sicuro» — commentò l’uomo, rivolto all’altro. — «Guarda che mammelle. Roba di prima categoria.»
— «Con un po’ di fortuna ce la giochiamo alla campionaria» — rispose l’altro, già intento ad annotare qualcosa sul tablet.
Sandra restava lì, in piedi, con addosso solo gli slip, come se ormai il suo corpo non le appartenesse più. Non si trattava più di pudore: era inventario.
— «Ve l’avevo detto che valeva la spesa.»
La voce alle sue spalle la colpì come una frustata. Era lui. Suo marito. Calmo, quasi soddisfatto. Sandra spalancò la bocca, un istante prima che le parole potessero prendere forma. Ma il ricordo dell’ammonimento dell’uomo di rimanere in silenzio e il disperato tentativo di aggrapparsi a un briciolo di dignità, la convinsero a tacere. Istintivamente cercò di voltarsi, il viso rigato di lacrime e striature di rimmel colato, ma uno strattone al collare la bloccò, costringendola a fissare il vuoto davanti a sé.
— «Se firma i documenti, ce ne andiamo.» L’uomo porse al marito il tablet e la penna elettronica con un gesto deciso.
— «Certo. Fate un po’ quello che volete, ma mi raccomando, trattatela bene.»
— «Non è più affare suo, ormai. E davvero, è meglio così. Quando ti affezioni diventa tutto più difficile da accettare.»
Il capo rivolse un cenno al collega:
— «Su, finisci in fretta. Ne dobbiamo prendere ancora quattro entro stamattina.»
L’uomo afferrò un lembo degli slip e li strappò via con forza. Poi allungò il manico del coltello verso i genitali di Sandra, che trasalì al contatto. Una piccola striscia umida si depositò sul metallo.
— «Guarda un po’… Questa vacca è proprio eccitata. Non ci possiamo divertire un po’?»
— «Fatti furbo! Quante te ne vuoi scopare oggi? Sarebbe la terza. E poi aspetta che i superiori scoprano cosa hai combinato con l’ultima. Ti toccherà inventarti una scusa credibile.»
— «Quella stronza ha cercato di mordermi. Ho ancora i segni.»
— «Sì, i segni… lo so dove te li ha lasciati i segni. Sai che i capi non sopportano certe scenate. Vogliono che lavoriamo con professionalità. Ecco perché l’allevamento è gestito da donne. Noi uomini, di fronte a queste situazioni, perdiamo la testa. Le donne invece restano fredde, precise, senza rimorsi né compassione.»
Il marito scattò avanti, interrompendo bruscamente la conversazione, con lo sguardo gelido e la voce che rimbombò nella stanza:
— «Basta con queste cazzate. Vi ricordo che siete qui per lavoro.»
Gli altri due si scambiarono uno sguardo di biasimo, poi abbassarono il coltello e si fermarono. Sandra tremava ancora, ma percepì il cambio di tono, l’autorità che teneva insieme quell’inferno.
L’uomo agganciò il guinzaglio all’anello del collare e diede un piccolo strattone, dirigendosi verso l’uscita. Voltando le spalle al marito, i due fattori si scambiarono uno sguardo complice, poi scoppiarono a ridere, ripensando sprezzanti alle scene della mattinata e allo scatto d’ira dell’uomo. Alla fine, anche lui aveva ceduto all’ipocrisia del rimorso. Ma non è amore. È solo il vuoto che resta quando hai firmato la condanna di qualcuno che chiamavi per nome.

Sandra, in piedi ma incerta, fu costretta a seguirli fuori dalla villetta, inciampando sui ciottoli del vialetto che aveva calcato per anni con passi sicuri. Il guinzaglio tirava sul collo, teso. Le sue mani, quasi senza pensarci, si sollevarono per afferrarlo, nel goffo tentativo di rallentare la marcia di chi la trascinava via dalla sua vita.
La scena non passò inosservata.

In fondo alla strada, proprio davanti al cancello della villetta con giardino, un bilico porta bestiame era fermo da qualche minuto, le sponde ancora chiuse. Attraverso le grate si intravedevano le sagome immobili del carico umano, distribuito su due livelli: corpi accalcati, rannicchiati su sé stessi, compressi l’uno contro l’altro. Umanità ridotta a volume. Solo carne numerata in attesa del trasporto.
L’arrivo del camion aveva attirato numerosi curiosi, radunatisi in strada come per assistere a uno spettacolo annunciato. Alcuni mormoravano sottovoce, altri si scambiavano occhiate cariche di sorpresa, disgusto o pura eccitazione morbosa.

Quando il terzetto uscì dal vialetto, le reazioni si moltiplicarono. Fischi, risatine sguaiate, commenti lanciati senza vergogna si levarono dal gruppo. Camminava in piedi, ma si sentiva nuda e scoperta come mai prima. Il pensiero di mostrarsi così — vulnerabile, umiliata, senza alcun segno di dignità — davanti a chi per anni l’aveva conosciuta e rispettata, le faceva bruciare la pelle più della vergogna stessa.

Sandra avvertì su di sé ogni sguardo: quelli che la scrutavano con malizia, quelli che indugiavano sul suo corpo e sul collare al collo, quelli che la riconoscevano e, senza esitazione, cancellavano ogni ricordo della donna che era stata fino al giorno prima. I più giovani, spinti dalla goliardia o dall’impunità, si avvicinavano troppo, con mani rapide e sguardi accesi, tentando di palparle i fianchi, il seno, le natiche esposte.
I due fattori sbuffavano, dando colpi d’aria con le mani o urlando parole di circostanza per respingere i molestatori, ma lo facevano con una teatralità che pareva studiata: un rimprovero svogliato, più per salvare la faccia che per proteggere davvero la donna. Troppe volte indugiavano appena più a lungo del necessario prima di intervenire, e nei loro occhi compariva quella stessa scintilla che si leggeva in quelli del branco: un piacere crudele nel vedere la donna così, privata di ogni diritto.

Il terzetto si fermò davanti alla sponda posteriore del bilico sul quale era impressa la scritta “trasporto animali vivi”. Un terzo uomo azionò il comando idraulico. Il metallo scricchiolò, lamentandosi mentre la piattaforma scendeva lentamente. Non appena si aprì un varco, un'ondata d’aria densa e rovente investì Sandra al volto: un miscuglio nauseante di sudore stantio, fango, urina e ammoniaca le riempì le narici, facendole voltare leggermente il capo in un riflesso di disgusto.
Intuendo la sua esitazione a salire sul camion, l’aguzzino le avvicinò il pastore elettrico alle natiche. Una live pressione sulla pelle, poi una scarica improvvisa le attraversò i muscoli, strappandole un gemito soffocato. Scattò in avanti. Il dolore, secco e umiliante, fu sufficiente a spezzare ogni resistenza. La punizione venne accolta da applausi ed epiteti umilianti rivolti all’indirizzo della donna da parte del gruppo di spettatori che, con il passare dei minuti, si faceva sempre più nutrito.

Stringendo i denti, Sandra superò il ribrezzo e salì a fatica sulla sponda metallica, aggrappandosi per non perdere l’equilibrio. Dentro, il carico umano si agitò all’improvviso: corpi che si spostavano in modo disordinato, spintonandosi per arretrare e lasciarle un varco. Davanti a lei, l’apertura della stiva si presentava bassa, soffocante, concepita per costringere chi vi entrava a piegarsi. Sandra esitò un istante, poi si abbassò lentamente sulle ginocchia, obbligata ad assumere quella postura animalesca. Salì a quattro zampe, con il volto abbassato e il fiato corto, mentre ogni movimento le pesava addosso come un’umiliazione supplementare. Il suo corpo, vulnerabile e sottomesso, sembrava aderire alla logica crudele di quello spazio pensato per negare la dignità.

L’aria all’interno era irrespirabile, calda e densa come melassa, impregnata di un tanfo penetrante di sudore e ammoniaca. Il carico era stipato su due piani, senza divisioni né conforto: corpi nudi, accalcati l’uno contro l’altro, pelle contro pelle, senza alcuno spazio per distendersi o voltarsi. Mormorii sommessi e singhiozzi strozzati si fondevano al rumore sordo degli spostamenti, La sponda, una volta richiusa, aveva lasciato entrare solo spiragli intermittenti di luce e aria, aumentando la sensazione di prigionia e soffocamento. Sandra, appena salita, fu urtata più volte da corpi che cercavano di farsi spazio, e si ritrovò immersa in quella calca di carne finché, quasi per caso, riuscì a guadagnare una posizione quasi privilegiata, con il viso a contatto con le sbarre orizzontali di ferro che separavano l’interno dal mondo esterno.

Attraverso quelle sbarre, Sandra poteva vedere gli sguardi curiosi, i sorrisi maligni e le risate beffarde, mentre l’odore acre del camion la avvolgeva in una morsa opprimente. Molti di quelli che si erano radunati erano vicini di casa, persone che lei aveva conosciuto per anni, con cui aveva scambiato sorrisi, parole gentili, qualche chiacchiera al supermercato o nel giardino accanto.

Ora però quegli stessi volti erano trasformati: la familiarità era sparita, sostituita da un distacco gelido e un cinismo spietato. Qualcuno filmava la scena con lo smartphone, incurante dell’umiliazione che infliggevano e chi non partecipava attivamente allo spettacolo sorrideva di nascosto, complice o semplicemente indifferente al dolore altrui.
— «Ecco dov’è finita la regina del quartiere…» — bisbigliò velenosa quella che era stata la sua vicina di casa alla donna accanto a lei, con gli occhi che brillavano di una soddisfazione maligna. Aveva sempre avuto un sorriso forzato, stretto tra le rughe della frustrazione e dell’invidia. Ora quel sorriso si era trasformato in un’espressione trionfante. Per anni aveva celato dietro la cortesia di facciata un astio profondo, e ora non aveva più motivo di trattenerlo.
— «adesso è solo un’altra vacca.» — sibilò con piacere, mentre fissava Sandra dietro le sbarre.
Tra la folla Sandra notò un altro volto, più indietro rispetto al cerchio compatto degli spettatori. Era quello di un uomo silenzioso che Sandra conosceva appena. Era il vedovo del viale alberato, quello che passeggiava ogni sera con il cane e salutava con un lieve cenno. I suoi occhi, ora, erano scuri e fissi su di lei. Non rideva. Non parlava. Non si univa allo scempio. Osservava la scena con le mani in tasca. Non poteva fermare ciò che stava accadendo, ma nemmeno riusciva ad accettarlo.
Sandra percepì la sua presenza come una lama sottile di pietà che si faceva spazio nel muro di derisione. Una compassione muta, impotente, ma umana. Per un istante, tra le sbarre, i loro sguardi si incrociarono. E in quell’istante, Sandra capì che almeno uno sguardo l’aveva riconosciuta ancora come persona.
Terminate le operazioni di carico, il camion si animò con un rombo sordo e rauco che presto crebbe fino a diventare un ruggito assordante, sovrastando le voci e i mormorii del capannello di curiosi rimasti a guardare. L’aria si saturò dell’odore acre e pungente del diesel, mentre il mezzo tremò e si mosse con un brusco scossone. All’interno, il bestiame stipato venne sbilanciato, spinto e agitato nello spazio ristretto, mentre le grate di ferro vibravano violentemente al ritmo del viaggio che aveva appena avuto inizio.

Mentre il camion inghiottiva la strada, Sandra fissava con occhi vuoti la sagoma familiare della sua casa che si allontanava lentamente, diventando sempre più piccola fino a sparire dietro una curva. Quel luogo, un tempo rifugio e promessa di vita, si dissolse nella nebbia del destino, lasciandole addosso solo un senso di vuota e irrevocabile separazione.
scritto il
2026-08-06
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