Progetto Hucow - Il primo muggito (capitolo 2)

di
genere
fantascienza

Dopo ore interminabili di viaggio, scandite dal lamento stridulo dei freni e dai colpi sordi delle sospensioni logore, il bilico si arrestò di colpo, sollevando una nube di polvere che si mescolò all’odore acre del diesel attaccandosi alla pelle sudata del suo carico. La luce del primo mattino filtrava fioca tra le assi sbrecciate del camion, rivelando un cortile sterrato incastonato tra rottami arrugginiti, balle di fieno e un capannone industriale dall’aspetto vetusto. Una volta, forse, quel luogo era stato una fattoria. Ora sembrava solo il guscio vuoto di qualcosa di morto da tempo.

Il viaggio era stato una tortura. Ad ogni curva o cambio di pendenza, i corpi scivolavano sul pavimento cosparso di paglia umida, ammassandosi in un groviglio di pelle e gemiti ora verso una, poi verso l’altra estremità del carico.

Sandra sentiva tutto: il dolore muto delle sue compagne, le ginocchia sbucciate, i corpi sudati, il respiro ansimante di chi era ormai allo stremo. Ogni tanto chiudeva gli occhi, cercando di rifugiarsi in una memoria che stava già sbiadendo, ma il puzzo, il caldo, il rumore assordante del motore la risucchiavano nella realtà. Il viaggio non finiva mai.

Da quando era stata caricata sul camion, erano trascorsi un giorno e una notte. Aveva smesso di contare le ore quasi subito: già la prima le era sembrata un’eternità. Perfino il gesto banale di consultare un orologio cominciava a sembrarle un privilegio lontano.
Durante il giorno, le lamiere del cassone si erano fatte roventi. Bastava sfiorarle per scottarsi la pelle. L’interno era diventato una fornace soffocante, l’aria un liquido denso e impuro da deglutire a forza. Le bocche si aprivano a vuoto, cercando ossigeno in mezzo al vapore corporeo, ai fiati mescolati, all’odore di umanità e metallo. Il caldo era così opprimente che Sandra sentiva il battito del cuore spingere alle tempie come un tamburo. Il sudore le colava lungo la schiena e i fianchi, le si raccoglieva sotto il seno, tra le cosce, senza mai trovare pace. La pelle delle sue compagne emetteva riflessi argentei riflettendo la luce che filtrava dalle sponde metalliche del bilico. Seguì ipnotica una goccia di sudore raggiungere velocemente l’estremità di un capezzolo e cadere sul pagliericcio.

La notte, invece, aveva portato un freddo inatteso, pungente. Ma anche un’aria finalmente respirabile. Il camion non aveva interrotto la sua corsa. Il suo rombo si era fatto più cupo, monotono. Qualcuna piangeva in silenzio. Qualcuna mormorava parole senza senso con le ginocchia raccolte al petto. Sandra, come il resto del carico, non aveva parlato quasi mai. Il collare di cuoio, stretto sul collo, accentuava il senso di soffocamento e parlare si rivelava una fatica insostenibile per tutte quante. Solo un accenno di scambio, all’inizio, con una giovane dai capelli rossi che l’aveva guardata con occhi vuoti e le aveva detto il proprio nome. Ma poi era calato il silenzio. Pesante, collettivo.

Il camion si era fermato quattro volte: due per caricare altre sventurate, due per rifocillarle. L’acqua non mancava mai — veniva versata in abbondanza in pesanti ciotole metalliche, che i fattori spingevano al centro del cassone. Controllavano con attenzione che tutte bevessero e mangiassero, senza eccezioni.
Il pasto era stato un miscuglio appiccicoso di cereali, servito senza alcuna cura. Come le altre, Sandra aveva mangiato poco, ma bevuto troppo, spinta dall’arsura incessante. L’acqua era fresca, pulita, e le scorreva in gola come un sollievo effimero in quella fornace ambulante. Trangugiarla, però, era faticoso: il collare stringeva lievemente ogni volta che inghiottiva, ricordandole la sua condizione.

Dopo un po’, cominciò a sentire un peso sordo, una pressione crescente nel basso ventre.
Il bisogno di liberare la vescica cresceva, invadente, spietato. Si impose di resistere.
“No. Non farlo. Non così.”
Si accovacciò su un fianco, strinse le gambe, si morse il labbro fino a sentire il sapore ferroso del sangue. Cercò di pensare ad altro. Ma il bisogno cresceva. Più cercava di negarlo, più il corpo premeva, si contraeva, batteva al ritmo del cuore.
“Aspetta. Aspetta ancora un po’.”
Ma lì dentro il tempo non esisteva. Era solo sudore, carne, calore e metallo. Accadde tutto in silenzio. Senza rumore. Un calore improvviso e umiliante si diffuse sotto di lei. Chiuse gli occhi. Non si mosse. Solo ascoltò il suono sottile di un rivolo scorrerle tra le gambe, impregnare la paglia, colare lenta. Contrasse i muscoli, per liberarsi in fretta di quell’umiliazione.
Per la prima volta, si era lasciata andare. Per necessità si era comportata come una bestia. E non aveva potuto impedirlo.

Da allora erano passate ore.

Quando le porte si spalancarono con uno stridore metallico, la luce investì le donne come un proiettile. Alcune si voltarono di spalle, altre si ripararono gli occhi con le mani, per proteggersi dall’intensità del sole. In pochi istanti, fattori in tuta da lavoro, brandendo pastori elettrici e urlando insulti, salirono sulla bisarca per spingere il gruppo verso l'unica uscita. I primi comandi arrivarono secchi, gridati da voci sconosciute, accompagnati dal suono dei bastoni che percuotevano le pareti esterne e che rimbombavano all’interno del camion.
— «Forza! Giù! In fila!» — urlò uno degli addetti, mentre un altro azionava la rampa di scarico.
Si ritrovò in un cortile che puzzava di bestiame e olio motore, circondata da edifici fatiscenti e vecchi silos corrosi dal tempo. Intorno a lei, quella che sembrava sempre di più una mandria si ricomponeva: corpi che si allineavano istintivamente, uno dietro l’altro, senza parole.
Sandra si sollevò a fatica, con le ginocchia che dolevano dopo essere stata costretta a carponi per così lungo tempo. Si mise in fila, dietro la figura che la precedeva, come se l’istinto avesse ormai preso il posto del pensiero.

Tutte in piedi. Silenziose. In fila.

I collari, unico indumento a loro concesso, brillavano appena sotto il sole. La pelle, madida di sudore e ricoperta da un sottile strato di polvere, attirava mosche e insetti che si posavano ostinate su braccia, cosce, collo, senza che nessuna trovasse la forza di scacciarle. Sandra cercò di non muoversi, di non attirare attenzione. Il terreno era arso e irregolare a contatto con i piedi nudi.

Attorno a lei, il cortile era un concerto di suoni grezzi: passi pesanti, ferraglia trascinata, lo sbattere dei cancelli. Sandra osservò il camion che le aveva portate fino a lì, ora vuoto, che veniva ripulito grossolanamente dagli addetti con un potente getto d’acqua. Il liquido schizzava via mescolandosi a fango e paglia, formando pozzanghere torbide che si allargavano sul suolo. L’odore era pungente, un misto di metallo caldo, disinfettante e bestiame.

Uno degli uomini comparve all’improvviso, trascinando una catena lunga quanto l’intero gruppo. La lasciava strisciare nella polvere del cortile, sollevando una scia terrosa che si levava appena dal terreno.
Raggiunse la prima della fila. Fece scorrere la catena attraverso l’anello del collare, poi si spostò alla successiva. Ripeté il gesto tante volte quante erano le donne, collegandole tutte in un unico, lungo serpentone.
Quando fu il suo turno Sandra alzò istintivamente il mento per facilitare l’operazione dell’uomo. La catena scorse attraverso l’anello del collare provocandole un leggero strappo alla nuca, una tensione che la obbligò a piegare appena il capo in avanti, sotto il peso di quel nuovo ornamento.
L’uomo superò Sandra e proseguì nel lavoro con le donne dietro di lei. Quando ebbe terminato la catena venne tesa leggermente, quel tanto che bastava a tenerle tutte unite in fila.

Poi vennero costrette a muoversi. Ai fattori bastarono pochi colpi secchi all’estremità della catena per far marciare quella mandria verso l’ingresso del capannone.
- «Avanti! Non rallentate la fila!»

Pigramente distesi al sole, un manipolo di persone in camice bianco osservava la scena con distacco. Alcuni erano seduti su sedie di plastica ingiallite dal tempo, altri in piedi, appoggiati ai muri scrostati con le braccia conserte e gli occhi nascosti dietro occhiali da sole. Sembravano lì per caso, come chi prende una pausa lunga e mal sopporta l’idea di doverla interrompere. Uno sbadigliò platealmente, un altro finì un caffè da un bicchiere di plastica, che poi lasciò cadere per terra con un gesto meccanico, senza curarsene. Nessuno parlava. Nessuno sembrava interessato davvero a ciò che stava per accadere.

Solo quando la mandria fu ormai vicina, una figura uscì dall’enorme portone del capannone rivolgendosi con stizza dal gruppo: una donna alta, i capelli grigi raccolti in uno chignon tirato, il camice pulito fino all’ossessione. Osservò il corteo senza empatia, poi parlò al personale in camice con tono secco e autoritario.
«Avanti. Ognuno alla sua postazione. Abbiamo da fare.»
I camici bianchi si rianimarono pigramente. Alcuni sospirarono, altri stiracchiarono le spalle. Con andatura svogliata, il personale rientrò nel capannone. Oltre l’ingresso si intravedevano luci fredde, superfici metalliche, gabbie vuote e tavoli da esame. L’aria che filtrava da dentro odorava di disinfettante e qualcosa di più dolce, indistinguibile.
La fila, lunga e lenta, avanzava cigolando sotto il peso della catena. Le donne procedevano a piccoli passi, senza fiatare, i piedi nudi che sollevavano nuvole di polvere ad ogni movimento. Le mosche le seguivano, instancabili. Alcune si accanivano sulle caviglie, altre si posavano sui lembi screpolati delle labbra.

Sandra avanzava con lo sguardo basso. Non cercava volti. Non voleva sapere chi la stava per toccare, misurare, classificare. Ogni passo la portava più dentro. Dentro al capannone le luci si facevano più artificiali. All’interno, l’aria era densa di polvere, satura dell’odore acre di metallo e olio esausto. Bastava un respiro per capire che quello, un tempo, doveva essere stato un vecchio capannone di rimessaggio. Le pareti di mattoni rossi, ormai anneriti in alcuni punti, erano ricoperte da graffiti sbiaditi e punteggiate da ampie chiazze di ruggine che si estendevano come muffe.
Le finestre, alte e strette, erano incrostate di sporcizia; alcune avevano i vetri infranti, e da quelle fessure filtravano lame di luce che tagliavano l’ombra, illuminando lo sciame silenzioso delle particelle in sospensione. In un angolo, la carcassa di un vecchio trattore giaceva abbandonata, completamente arrugginita, privata del motore e degli pneumatici.
Addossati alle pareti, scaffali metallici piegati dal peso del tempo ospitavano masserizia raccolta in scatole di cartone sfatte dall’umidità e barattoli di vetro colmi di ferraglia, viti, cavi, pezzi di strumenti ormai irriconoscibili. Il luogo non sembrava pronto ad accogliere esseri umani. Eppure, quella fila di donne ci stava entrando.

La donna con lo chignon, dall’aspetto severo e l’atteggiamento inflessibile, si rivelò senza dubbio la responsabile dell’intera struttura. Il suo camice era pulito, impeccabile, stretto in vita da una cintura grigia che le conferiva un’aria quasi militare. Si fece avanti con passo deciso, si fermò a pochi metri dalla fila di corpi in catene e parlò a voce alta, ferma, senza alcuna esitazione:

— «Chiariamo subito una cosa: non c’è possibilità per voi di uscire da qui, se non appese a uno di quei ganci.»

Sollevò il braccio e indicò il soffitto, dove una rotaia meccanica correva da un capo all’altro del capannone, costellata a intervalli regolari di grossi uncini d’acciaio. Il sistema entrava e usciva da due ampi varchi alle estremità dell’edificio e, sotto di esso, macchie scure punteggiavano il pavimento, segnando il passaggio sul cemento grezzo.
Un mormorio spezzato attraversò la fila: singhiozzi, gemiti, lamenti sommessi. Alcune abbassarono lo sguardo, altre tremarono.

La donna non si scompose.

— «Silenzio.» disse, più forte. «Siete bestiame. È stato revocato ogni vostro diritto. Se vi trovate qui in catene, lo dovete solo a voi stesse. Tutto il personale ne è consapevole e non proverà alcuna compassione nei vostri confronti.»

Si fermò un istante, lasciando che le sue parole sedimentassero come pietre sul fondo dell’aria densa.

— «Siete qui perché qualcuno ha stabilito che siete ancora utili per la società.
Oggi sarete sottoposte a una visita necessaria per stabilire la vostra destinazione.»

Poi si voltò verso i fattori, che nel frattempo erano rimasti immobili, in attesa del suo segnale.
— «Va bene. Iniziamo.»
Lo schiocco delle fruste e gli strepiti del personale spingevano disordinatamente il gruppo verso un’estremità del capannone dove si trova la prima postazione di lavoro, delimitata da nastri gialli e barre metalliche arrugginite. Il pavimento era annerito dal calpestio, unto in certi punti, e il tanfo acre che ristagnava nell’aria si fece più pungente.

Sandra avanzò lentamente, incatenata alle altre, fino a raggiungere la zona di rilevamento. La catena scorreva con un tintinnio metallico, regolando il passo di tutte.
Una delle addette, capelli raccolti in una cuffia verde, alzò appena lo sguardo facendole cenno di fermarsi. Senza dire una parola, afferra la medaglietta appesa al collare e la porta sotto il lettore. Un segnale acustico breve, secco accompagnato da un breve bagliore rosso. Immediatamente sul tablet compare una schermata con le generalità di Sandra: nome, cognome, data e luogo di nascita, luogo di estrazione e codice di assegnazione.
Sandra restò immobile. Il metallo del collare a stringerle la gola con una tensione appena percepibile ma costante.

— «Forza, sali.» le ordinò l’operatrice senza guardarla.

Sandra salì sulla bilancia meccanica di fronte a lei. Il piatto oscillò appena, poi si fermò.
Un altro addetto le avvolse un metro da sarta attorno al busto, ai fianchi, all’addome. Le misure venivano dettate a voce bassa, registrate senza che nessuno distogliesse lo sguardo dallo schermo. Il corpo era così ridotto a numeri: centimetri, chili.
“Altezza: 168 cm. Peso: 62 kg. Busto: 100. Fianchi: 98 cm. Addome: 94 cm.”
Un cenno secco. La donna dietro di lei avanzò. La catena si tese, trascinando Sandra verso la postazione successiva.

— «Apri la bocca.»

Un bastoncino di legno le forzò le labbra, prima da un lato, poi dall’altro. Le guance vennero spinte verso l’esterno per ampliare la visuale. La luce fredda della lampada frontale le invase la bocca.

— «Dentatura in buono stato.»

Sandra sentì un filo di saliva colarle lungo il mento, ma non si mosse, paralizzata dall’assurdità della situazione.
Un altro strattone al collo, una nuova postazione.
Una mano le afferrò la spalla e la fece ruotare di tre quarti.
Lo stetoscopio freddo le toccò il torace.

- «Respira profondamente»

Seguendo il ritmo del respiro lo stetoscopio si spostò rapidamente: sotto la clavicola, più in basso, poi sulla schiena. Contatti brevi, precisi. Il medico lasciò cadere lo strumento e afferrò il termometro. Sandra capì prima che le venisse ordinato.

— «Girati. Piegati e afferra le caviglie con le mani»

Sandra obbedì piegandosi in avanti. Sentì le mani guantate separarle i glutei con precisione clinica. Poi l’ingresso gelido del termometro. Dopo qualche secondo di attesa il verdetto.
— «Temperatura: trentasei e sette.»
Il termometro fu estratto con la stessa rapidità con cui era stato inserito. Nessuno la guardò. Solo una notazione rapida sul tablet, il dito che scorreva sullo schermo. Poi, lo strattone secco della catena al collo, che aveva imparato a conoscere molto bene, la costrinse a muoversi verso la postazione successiva dove l’attendeva una donna vestita esattamente come gli altri.

Sandra fu fatta avanzare di un passo. Il suo seno, più abbondante rispetto alla media, attirò subito l’attenzione dell’operatrice che si avvicinò mentre finiva di indossare un nuovo paio di guanti in lattice.
Sollevò la prima mammella, valutandone peso e densità con entrambe le mani. Prese le misure del volume con un nastro da sarta, poi passò alla palpazione, premendo lungo la base, tastando le ghiandole in cerca di anomalie. Sandra abbassò lo sguardo, lo stomaco contratto.
Quando l’operatrice afferrò il capezzolo tra il pollice e l’indice per esercitare una leggera pressione, Sandra sentì una scossa sottile, come se qualcosa dentro di lei si ritraesse. Ma il corpo non si mosse. Rimase in attesa, il cuore che batteva più veloce del necessario. Sandra chiuse gli occhi per sottrarsi a quella sensazione profonda di esposizione. Riuscì solo a trattenere il respiro mentre le guance si fecero calde.
L’esaminatrice passò all’altro lato, replicando tutto con la stessa metodicità. Poi, senza alzare lo sguardo, registrò:

— «Struttura regolare. Tonicità buona. Funzionale.»

Ma nessuno la degnò di uno sguardo.

L’operatrice osservò di lato e frontalmente, ruotando leggermente la testa per cogliere eventuali imperfezioni. Nessuna parola. Solo il fruscio dei guanti in lattice e il pizzicare ritmico delle dita.

Poi si voltò, toccando il tablet con il dorso della mano guantata, e digitò alcuni dati. Sandra non riuscì a trattenere un lieve tremore alle ginocchia.
Vide solo una parola lampeggiare brevemente sullo schermo, prima che fosse archiviata nel registro: “Funzionale”.
La donna emise un breve suono con la gola, come a segnalare la fine del controllo. Si voltò e riportò i dati sul tablet, senza rivolgere più uno sguardo alla figura che aveva appena esaminato.

Per oltre un’ora il lavoro procedette regolare e meticoloso, postazione dopo postazione, solo appena disturbato dai lamenti di chi ormai era rassegnata al proprio destino e dal ritmico rimbombante rumore di macchinari industriali proveniente da altre aree del complesso. Il lavoro di ispezione non tralasciava nessun dettaglio.
Al termine del percorso Sandra fu liberata dalla catena e costretta a sedere su uno sgabello basso, il pavimento umido sotto i piedi nudi. Di fronte a lei, altre donne aspettavano il proprio turno, immobili, mentre le operatrici ripetevano il rito con gesti identici, quasi rituali.

Un batuffolo imbevuto di liquido struccante le cancellò rapidamente il trucco dagli occhi, lasciando le palpebre nude, poi una soluzione di acetone dall’odore acre sciolse lo smalto in sottili pellicole che si staccavano dalle unghie e galleggiavano nel vassoio d’acciaio.

L’operatrice spremette una nuvola di schiuma bianca sul palmo e la stese tra le dita. Il profumo di mentolo le riempì le narici. La mano cominciò a spalmare la crema sulla pelle dell’interno coscia, fresca, densa, con un tocco lento che lasciava dietro di sé una scia lattiginosa. Istintivamente Sandra allargò le gambe, per agevolare il lavoro dell’operatrice. Il suo respiro si fece appena più corto: non si era mai depilata completamente, e quel gesto, per quanto tecnico, aveva una precisione intima che le risultava estranea.
La lametta scivolò sulla pelle con un fruscio secco, trascinando via la schiuma in strisce pulite. Ad ogni passaggio, restava una superficie liscia e vulnerabile, ancora umida. Il contatto alternava una lieve freschezza a piccoli pizzicori dove il metallo sfiorava troppo da vicino. Tutto avveniva senza parole, con una naturalezza disarmante, come se fosse un’operazione abituale, priva di qualsiasi eccezionalità.
Quando l’operatrice ebbe terminato spinse Sandra verso la postazione successiva, un’ampia area dal pavimento bagnato e leggermente inclinato verso il centro, dove si trovava un tombino di scolo. Intorno al tombino si era accumulato un impasto schiuma, sapone esausto, ciocche di capelli e altri residui organici che nessuno si preoccupava di rimuovere con regolarità. Alle pareti, una serie di lance idriche appese in ordine militare. L’aria umida sapeva di disinfettante.
Un gruppo di operatori, con stivali di gomma e tute impermeabili, era in attesa che le operazioni di esame fossero completate per procedere con la pulizia.

Quando l’ultimo dato fu registrato sul tablet, quella che sembrava sempre di più una mandria, venne spinta al centro della stanza. Alcune si tenevano strette le braccia al petto, altre fissavano il pavimento.

Un primo operatore puntò contro il gruppo una lancia che emetteva una schiuma densa, carica di sapone e disinfettante. La spruzzò sui corpi con movimenti larghi e metodici. Schiena, addome, fianchi, gambe. Ogni superficie doveva essere trattata. Non c’era riguardo per il volto, né per le parti più sensibili: tutto veniva ricoperto dalla stessa spuma lattiginosa. La schiuma che le colava dalla testa le fece bruciare gli occhi. Cercò di ripulirsi.

- «Lavatele» – gli operatori impugnarono delle grosse spugne grondanti e si mischiarono al gruppo, passando la spugna sui corpi, senza dimenticare superfici. L’operatore, indugiando con un piacere sadico che traspariva da ogni gesto, le premette la spugna sul viso; l'acqua intrisa di sapone le invase la bocca e il naso, soffocandole un gemito. Poi, con una lentezza calcolata, la mano scese più in basso, forzando la spugna tra le sue gambe. Era un lavaggio che sapeva di punizione e di possesso: l'acqua gelida colava lungo i fianchi come una carezza elettrica, mentre lo sfregamento metodico e brutale trasformava la sua resistenza in una strana, inerte sottomissione.
Quando finirono, altri operatori si mossero. Staccarono le lance dalle pareti e le puntarono in all’unisono contro il gruppo. Poi, il boato dell'acqua. I getti colpirono il gruppo con forza. Sandra sentì l'acqua martellare la carne, mille aghi che cercavano di penetrare sotto i pori. Era impossibile tenere gli occhi aperti o restare dritti: l'impatto era così sordo e continuo che le grida degli altri venivano inghiottite dal fragore dei getti contro le piastrelle.

In fondo al capannone, l’ultima postazione era presidiata dalla donna con lo chignon. La sua compostezza era una lama: osservava impassibile il gruppo che i fattori spingevano verso di lei, come carne da inventario. Tra le mani stringeva un tablet, la cui luce bluastra le illuminava il volto spento. Sandra capì immediatamente: quella donna non era un operatore, era il giudice che avrebbe determinato il loro destino.
Furono costrette in una fila ordinata, una processione di corpi ancora scossi dai brividi. L'unico suono, nel silenzio gravido del capannone, era il ticchettio ritmico delle gocce che cadevano dai capelli fradici sulle piastrelle: un pianto meccanico che segnava il tempo della loro attesa.

Una ad una, le donne si presentarono davanti all’operatrice con lo chignon, che esaminò senza passione gli ultimi dettagli, decisa a prendere la decisione giusta per ciascuna di loro. Dopo averle squadrate, le destinò a una delle file che si stavano formando davanti ad altrettante porte di metallo. I brevi legami di sorellanza, nati nella condivisione di quella situazione umiliante, furono bruscamente interrotti; le donne, piangenti, vennero separate in gruppi differenti.

— «Macello. Qualità A.»

— «Mungitura. Qualità C.»

— «Questa all’ingrasso. C.»

La fila procedette spedita, a piccoli passi, nonostante le proteste e i pianti disperati delle selezionate, in particolar modo di quelle destinate alla macellazione. Arrivò rapidamente il turno di Sandra.

— «Mungitura. A.»

Sandra venne destinata al terzo gruppo, quello a cui, in piena evidenza, appartenevano i capi di bestiame dalle mammelle più voluminose. Al fondo della colonna di corpi allineati, proprio contro la parete del capannone, poté osservare due uomini. Il primo stava in piedi accanto a un crogiolo di braci, intento ad arroventare una lunga asta metallica; il secondo era armato di una tenaglia e di un bisturi affilato.

Una dopo l’altra, le donne vennero fatte avanzare verso una gogna di legno. I due uomini di servizio si mossero veloci: chiusero i ceppi alle caviglie e assicurarono polsi e collo tra due pesanti blocchi di quercia.
Da quella scomoda posizione, Sandra riuscì a osservare solo l’uomo armato di tenaglie e bisturi di fronte a sé, mentre sentì l’altro armeggiare alle sue spalle. I riflessi del fuoco sugli strumenti del primo e la sensazione di calore che le lambiva la schiena le rivelarono che l'uomo era intento a ravvivare le braci per arroventare la corta asta di metallo che imbracciava.
L’angoscia l’assalì mentre l’uomo di fronte a lei le infilò un divaricatore dentale in bocca, costringendola a spalancare totalmente lo spazio tra le arcate.

— «Nessuna ultima parola?»

— «Mhp, mmm…».Piangendo, con la bocca forzata in quella morsa, Sandra non riuscì a parlare.

— «Peccato» — rispose l’uomo sarcastico.

Egli inserì la tenaglia nella cavità orale alla ricerca della lingua, che afferrò e tirò verso di sé con forza. Un dolore acuto raggiunse le orecchie di Sandra; le parve che il muscolo le venisse strappato dalla radice. Sadicamente, l’uomo la mantenne in quella condizione per pochi, interminabili secondi, prima di reciderle la lingua con un colpo netto di bisturi.

Il dolore e il sapore ferroso del sangue invasero immediatamente la bocca di Sandra.

— «Tanto non ti servirà più. D'ora in poi qualsiasi tua parola sembrerà un muggito. Non ci credi? Proviamo.»

Non ebbe neppure il tempo di abituarsi allo strazio nella bocca che sentì premere sulla natica destra l’estremità arroventata del ferro, manovrato dall’uomo alle sue spalle.

— «Muuuhaaaa!»

— «Cosa ti avevo detto? Un muggito!»

Entrambi gli uomini scoppiarono a ridere.

Liberata dal giogo, incuranti della sua incapacità di reggersi sulle gambe per lo shock, Sandra venne spinta malamente verso il fondo del magazzino. Rimase lì, in attesa insieme ad altre donne nella sua medesima condizione, davanti a una porta di metallo arrugginita pronta a rivelare nuove sevizie.
scritto il
2026-08-07
4 2
visite
1
voti
valutazione
10
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.