Progetto Hucow - L'errore di Erika (capitolo 3)

di
genere
fantascienza

La pesante porta arrugginita si aprì lentamente, spinta da una giovane donna, graziosa e delicata nel suo camice candido da primo giorno di lavoro. Sistemandosi una ciocca di capelli dietro l'orecchio, la giovane donna si fermò ad osservare quel disordinato e impaurito gruppetto che si trovava davanti.

— «Quante sono?» — domandò una voce dall'interno ovattata da una mascherina chirurgica.

— «Trentasette» — rispose la ragazza, consultando rapidamente lo schermo di un palmare.

— «Accidenti. Speravo di finire presto per tornare a casa. Stasera ho ospiti a cena. Vediamo di fare in fretta. Falle entrare.»

Il gruppetto si mosse compatto a piccoli passi all’interno di un locale permeato da un misto di odori nauseabondi: disinfettante e alcool etilico. Le pareti e il pavimento, rivestiti da piastrelle di ceramica bianca, erano segnati da incrostazioni brunastre ormai vecchie, come se nessuno avesse mai avuto il tempo — o la volontà — di pulirle davvero, rivelando l’incuria del personale.

Il soffitto alto non alleggeriva l’ambiente: lo rendeva solo più vuoto. Le luci al neon, instabili e ronzanti, tremolavano sopra una lunga fila di sedie metalliche disposte contro la parete e strumenti medicali allineati in ordine su tavoli, proiettando ombre intermittenti che deformavano ogni cosa.

— «Dai, forza iniziamo. Porta la prima»

L’assistente esitò per un istante, osservando il gruppo rannicchiato vicino alla porta. Le donne si stringevano l’una all’altra nel vano tentativo di sottrarsi agli sguardi del personale. Alcune tenevano le braccia incrociate sul petto, altre tremavano silenziosamente fissando le sedie metalliche allineate lungo la parete.

— «Hai sentito?» insistette la veterinaria. «Non abbiamo tutta la notte.»

La giovane assistente inspirò profondamente e si avvicinò alla mandria. Bastò quel movimento perché il gruppo arretrasse compatto, urtandosi e pestandosi i piedi nudi sul pavimento gelido.
Allungò la mano verso una giovane in evidente sovrappeso, dalle mammelle gonfie e pesanti. La donna sussultò immediatamente, cercando di sottrarsi alla presa, ma le altre le impedirono involontariamente la fuga serrandosi attorno a lei nel panico.
Per un momento il gruppo si agitò come un branco spaventato.

— «Stupida vacca, muoviti! Sto solo cercando di fare il mio lavoro» sbottò, afferrando bruscamente la prima malcapitata per un braccio.

Le parole le lasciarono in bocca un sapore estraneo.
Le aveva imitate dalle altre assistenti, quasi sperando che quel tono duro e sprezzante potesse farla sembrare parte dell’ambiente, qualcuno abituato a comandare invece che a tremare. Ma mentre trascinava la donna verso la postazione, sentì soltanto il peso della propria voce e la goffaggine crudele di chi indossa una divisa troppo grande.
Per un istante evitò di guardarla negli occhi.
Fino a poche ore prima avrebbe visto in lei una sorella sfortunata. Adesso stava imparando quanto fosse facile, in quel posto, smettere lentamente di considerarle donne.
Altre assistenti accorsero in aiuto della giovane collega. La più anziana infilò con gesto esperto un cappio attorno al collo della ritrosa, poi strattonò la corda verso di sé con uno scatto secco.

— «Ti insegno io a muoverti.»

La donna inciampò in avanti soffocando un lamento.
Un istante dopo, uno schiocco tagliò l’aria. Una sottile canna di bambù colpì le natiche nude della prigioniera, lasciando una striscia arrossata sulla pelle pallida.

— «Cammina.»

La hucow trasalì e, tremando, si decise ad avanzare verso la postazione dove la veterinaria attendeva immobile, già pronta coi guanti infilati fino agli avambracci.
Non alzò nemmeno gli occhi quando ordinò:

— «Forza. Stabilizzatela.»

Le inservienti la spinsero sulla sedia metallica e la costrinsero a sedersi. Le cinghie vennero serrate ai polsi e alle caviglie con rapidi scatti meccanici. La donna provò a divincolarsi, ma una mano le afferrò il mento costringendola ferma mentre le ultime cinghie le venivano strette intorno a torace e al collo, assicurandola all’alto schienale della sedia, impedendole qualsiasi movimento.
Quando ebbero finito, le assistenti si allontanarono immediatamente, tornando verso il gruppo in attesa per prelevare un’altra donna.
Sandra osservava tutto stretta in mezzo alla mandria, paralizzata dal terrore. Attorno a lei le altre hucow respiravano affannosamente, serrate l’una contro l’altra come animali condotti al macello.

Intanto, alla postazione, la veterinaria aspirava lentamente un liquido lattiginoso in due grosse siringhe graduate. I neon tremolavano sopra di lei, riflettendosi sull’acciaio degli aghi. La veterinaria si avvicinò alla hucow immobilizzata e le tastò distrattamente il seno come avrebbe fatto un allevatore controllando un animale, poi afferrò con decisione una mammella, puntò l’ago contro la punta del capezzolo, penetrandolo.

La donna, ormai privata della lingua, reagì con un muggito acuto e soffocato che si espanse nel locale come il verso di un animale ferito.

Il suono bastò.

Il gruppo raccolto al centro della stanza si disgregò nel panico. Le donne si urtarono tra loro nel tentativo disperato di raggiungere la pesante porta di metallo dalla quale erano entrate pochi minuti prima. Alcune cadevano, altre cercavano di rialzarsi subito, trascinando con sé chiunque intralciasse la fuga.
Sandra venne quasi travolta.

Rimasta schiacciata in fondo alla calca, cercò anche lei una via d’uscita, spinta dal terrore cieco che ormai sembrava contagiare l’intera mandria.

— «Fermatele.»

Le inservienti reagirono immediatamente, abituate a quel genere di scene. Si gettarono contro il gruppo con movimenti rapidi e precisi, respingendo le fuggitive verso il centro della stanza.

— «State ferme!»

— «Non fateci perdere tempo.»

Uno schiocco secco di frustino attraversò l’aria.
Poi un altro.
Le donne si rannicchiarono istintivamente, portandosi le braccia sopra la testa. Alcune piangevano apertamente, altre emettevano soltanto lamenti spezzati e gutturali dalle bocche mutilate.
L’assistente, accorsa in soccorse delle colleghe, circondò il branco cercando faticosamente di ristabilire il controllo. Ogni colpo, ogni spinta, ogni ordine urlato sembrava ridurre ulteriormente quelle donne a bestiame terrorizzato.

— «Cercate di tenerle calme» ordinò la veterinaria. «E preparatele tutte. Non voglio che rompano qualcosa.»

Qualcosa.
Non qualcuna.
Qualcosa.

Sandra sentì quella parola scivolarle addosso più fredda delle piastrelle sotto i piedi.
Rimasta in fondo al gruppo dopo il tentativo di fuga, fu tra le prime a essere afferrata.
Avvertì il cappio stringersi attorno al collo e subito dopo uno strattone violento che quasi la fece cadere in avanti. Barcollò dietro l’inserviente senza riuscire a opporre resistenza, le gambe molli per il panico.

La costrinsero sulla sedia metallica.

Il freddo dell’acciaio le morse la pelle nuda delle cosce e della schiena. Mani rapide le immobilizzarono polsi e caviglie alle cinghie della postazione. Le fibbie si chiudevano una dopo l’altra con secchi scatti metallici. L’ultima cintura le venne serrata attorno al collo.
Sandra sentì immediatamente il respiro farsi corto.
Davanti a lei, la capa reparto infilò lentamente i guanti di lattice e si rivolse alla giovane assistente.

— «Vieni a vedere. Devi imparare a farlo.»

La giovane assistente si avvicinò lentamente alla postazione, cercando di nascondere il disagio. Da vicino, la donna immobilizzata le sembrava ancora più vulnerabile: il petto si sollevava in respiri rapidi e superficiali, mentre le cinghie le segavano la pelle arrossata dei polsi.

— «Cosa le stiamo somministrando?»

— «Ormoni. Come sai, il latte nei mammiferi è una risposta post-gravidanza.» Controllò la dose sul cilindro graduato. «Noi non aspettiamo il ciclo naturale: lo imponiamo. Il corpo viene indotto a comportarsi come se avesse partorito. Ha anche altri effetti: le rende docili, mansuete.»

Fece una breve pausa, osservando l’ago.

— «E una volta attivato, il processo non si interrompe e la produzione diventa continua. Non c’è modo di fermarla senza compromettere l’intero sistema endocrino. Per questo la fase iniziale è la più importante. Dopo, il corpo non decide più nulla.»

L’assistente esitò prima di trovare il coraggio di parlare.

— «È… crudele. Siamo donne anche noi. Dovremmo provare empatia per loro.»

Per la prima volta la veterinaria sollevò lo sguardo.
Dietro la mascherina gli occhi apparivano freddi, quasi stanchi.

— «Vuoi unirti a loro? Accomodati.» Fece un piccolo gesto verso il gruppo di donne terrorizzate che veniva lentamente assicurato alle postazioni di lavoro. «Lavorarne trentasette o trentotto, a me non cambia nulla.»

L’assistente abbassò subito gli occhi.

— «E non illuderti che farebbero diversamente al tuo posto» continuò la donna. «Tutte loro darebbero qualsiasi cosa per stare dove sei tu adesso. Senza il minimo rimorso. C’è sempre un motivo per cui finiscono qui. Debiti. Furti. Disordini.» Scrollò appena le spalle. «Il governo non spreca mai materiale utile.»

Sandra, immobilizzata sulla sedia, seguiva ogni movimento della veterinaria con gli occhi sbarrati. Cercava di capire cosa le avrebbero fatto, ma ogni parola sembrava peggiorare il terrore.

La donna in camice le afferrò il seno sinistro con fermezza professionale.

— «Guarda bene» disse all’assistente. «Bisogna essere precise. Se sbagli il punto, rischi di lesionare il dotto.»
Sandra sentì il capezzolo tirato tra le dita guantate.
Poi vide l’ago avvicinarsi.
Provò istintivamente a ritrarsi, ma la cinghia stretta attorno al torace la stringeva sulle costole, impedendole ogni movimento.

— «Ferma.»

Con un colpo rapido e sicuro, la veterinaria spinse l’ago nel capezzolo per metà della sua lunghezza.
Sandra trattenne il fiato.
Non ci fu dolore. Arrivò invece un bruciore profondo, innaturale, seguito da una sensazione di calore che sembrò espandersi lentamente nel seno e poi nel resto del corpo, giù verso il bacino. Si sentì mancare per un momento.
Le dita si strinsero salde contro i braccioli metallici.

Ma non urlò.

La veterinaria sorrise appena dietro la mascherina.

— «Visto?» disse all’assistente. «Non sono tutte isteriche come quella di prima.»

Estrasse lentamente l’ago. Sandra poteva sentirlo scivolare fuori dalla carne. Una minuscola goccia biancastra comparve sulla punta del capezzolo.

— «Adesso fai tu l’altra.»

— «Io?» abbozzò l’assistente, irrigidendosi.

— «Sì. Questo esemplare è docile. Devi solo avere la mano ferma.»

La veterinaria le porse la grossa siringa con un gesto secco, già abituato all’idea.
La giovane la prese esitante. Le dita le tremavano appena mentre si avvicinava a Sandra, imitandone i movimenti con una cautela incerta.

— «Tieni ferma la mammella. Se si muove rischi di spezzare l’ago.»

Sandra sentì la mano della ragazza sotto il suo seno. Non era la presa sicura e fredda della veterinaria: era incerta, quasi umana. Per un istante le sembrò peggiore.

Poi l’ago entrò.

Un’iniezione mal calibrata, troppo lenta, troppo esitante, e il dolore esplose nella carne con un ritardo crudele.
Sandra emise un suono soffocato, più vicino a un rantolo che a un grido.

— «Forza. Decisa!» ordinò la veterinaria senza distogliere lo sguardo.

L’assistente serrò la presa, come spinta più dalla paura che dalla sicurezza, e spinse con maggior decisione l’ago nella carne, completando la somministrazione. Il liquido venne spinto nel tessuto con movimenti irregolari, spezzati, mentre il calore si diffondeva di nuovo nel corpo di Sandra, più profondo, più invasivo.
Quando ebbe finito, esitò ancora un istante prima di ritirare la siringa.

— «Dovrai migliorare…. e in fretta» la sgridò la veterinaria. «Qui non ci sono margini d’errore. Se qualcuno decide che non sei abbastanza efficiente, vieni sostituita. E credimi, non ti riassegnano ad un altro reparto. Semplicemente finisci dall’altra parte della procedura.»

La giovane assistente provò un profondo senso di inadeguatezza.

— «Come Erika» suggerì impertinente un’assistente.

— «Sì. Esatto. Come Erika.»

— «Chi è Erika?» chiese la giovane assistente, senza smettere di osservare il colostro che si stava formando sul capezzolo di Sandra.

Per un attimo nessuna rispose. Solo il ronzio dei neon e il suono regolare delle procedure che continuavano nelle file successive. Poi una delle assistenti più anziane parlò, come se stesse raccontando un fatto già archiviato.

— «Erika era la veterinaria capo del laboratorio. Fino a qualche mese fa.»

— «Cosa le è successo?»

La donna fece spallucce, mentre si spostava verso il capo successivo da preparare.
— «Le arrivò una consegna importante. Quasi cinquanta capi. Ribelli.»

— «Ribelli?»

— «Sì. Quelli della Factory 52.»

Il nome, detto così, sembrò pesare più dell’aria nella stanza.
Quello della Factory 52 era un fatto di cronaca troppo recente perché qualcuno potesse fingere di averlo dimenticato. Per settimane aveva monopolizzato notiziari, dibattiti e propaganda governativa, e il ricordo era ancora vivido nella mente della giovane assistente.
Tutto era iniziato come una manifestazione non autorizzata davanti a un centro di riconversione biologica, la Factory 52, appunto. Un gruppo di animaliste protestava contro le condizioni dei capi destinati alla produzione, denunciando i laboratori come luoghi di tortura legalizzata. All’inizio c’erano soltanto striscioni, slogan e dirette clandestine diffuse in rete nonostante il blackout di internet imposto dal governo. Poi qualcosa era cambiato.

Al terzo giorno di protesta le frange più radicali avevano sfondato gli ingressi laterali della struttura usando mezzi da cantiere rubati. Una volta dentro avevano preso in ostaggio il personale e liberato il bestiame umano destinato al mercato.
Da quel momento la protesta si era trasformata in rivolta.

Per giorni avevano tenuto la polizia in scacco. Barricate costruite con carrelli industriali e gabbie metalliche bloccavano gli accessi interni; telecamere e sistemi automatici erano stati sabotati; gruppi improvvisati di ribelli pattugliavano i corridoi armati di utensili, spranghe e armi sottratte alle guardie.

Per un momento la situazione era sembrata sfuggire davvero al controllo del governo.
Con il passare dei giorni, le ribelli — ormai ribattezzate “spartachiste” dai media — avevano iniziato ad attirare una simpatia crescente tra la popolazione civile. Nelle università comparivano graffiti col loro simbolo; alcuni quartieri operai avevano organizzato raccolte clandestine di viveri e medicinali; perfino parte dell’opinione pubblica maschile sembrava iniziare a interrogarsi sul sistema delle riconversioni.
Ma non avevano mai avuto una possibilità reale.

Le forze governative avevano semplicemente aspettato.
Non per debolezza. Per strategia.

Lasciarono che la rivolta sopravvivesse abbastanza a lungo da attirare allo scoperto tutte le frange anti governative che ancora si illudevano che il sistema potesse essere rovesciato. Ogni giorno in più serviva a identificare il sottobosco di simpatizzanti, reti clandestine, finanziatori, studenti, agitatori.

La Factory 52 era diventata un’esca.

Nel frattempo il complesso veniva lentamente soffocato: acqua razionata, corrente intermittente, rete dati oscurata. Dall’esterno nessuno poteva entrare; dall’interno nessuno riusciva più a uscire.
Dopo giorni senza dormire, col cibo quasi finito e nessuna reale possibilità di fuga, le spartachiste avevano iniziato a cedere una alla volta. Gli ultimi filmati trapelati mostravano donne esauste trascinate fuori in manette, i volti stravolti, gli occhi svuotati dalla fame e dalla stanchezza. Alcune non riuscivano nemmeno più a reggersi in piedi.

Vennero arrestate tutte.
Anzi, tutti.

Tra le spartachiste c’erano anche uomini. Simpatizzanti della causa femminile che la propaganda governativa aveva rapidamente ribattezzato “traditori biologici”.
Ma la repressione non si fermò alla Factory 52.

La rivolta divenne il pretesto per un’epurazione molto più ampia che colpì chiunque avesse mostrato entusiasmo, solidarietà o semplice curiosità verso le ribelli. Bastava aver condiviso un video, scritto un messaggio sbagliato, partecipato a una raccolta fondi clandestina o pronunciato pubblicamente dubbi sul programma di riconversione.
Le retate durarono settimane. Gli arresti furono migliaia.
Una voce la strappò ai pensieri.

- «La maggior parte delle spartachiste è stata condotta qua per la riconversione, uomini compresi.»

— «Ne avevo sentito parlare» mormorò la giovane. «Ai telegiornali.»

— «Ovviamente. In quei giorni non si parlava d’altro»

Un’altra assistente intervenne senza distogliere lo sguardo dal lavoro.

— «All’università alcune mie amiche erano andate alla manifestazione. All’epoca sembrava… importante.»

Fece una pausa breve, quasi impercettibile.
— «Ero orgogliosa. Non le ho più riviste.»

Nessuno commentò.

— «State attente a fare certi discorsi» le ammonì la capa, senza interrompere il lavoro. «Vi conviene decidere bene da che parte stare. Perché se un giorno una di queste rivolte dovesse davvero cambiare le cose… se le donne arrivassero al potere… cosa credete succederebbe a chi lavora per il governo?»

Nessuna rispose.
Per qualche secondo si sentì soltanto il ronzio intermittente dei neon e il respiro delle hucow immobilizzate alle postazioni.
La veterinaria si girò con decisione verso il gruppo di assistenti.

— «Noi non siamo innocenti. Siamo collaborazioniste. Siamo a libro paga del governo.»

La parola cadde nella stanza con un peso diverso dalle altre.

— «E il collaborazionismo, in tempi come questi, è una colpa che nessuno perdona.»

— «Comunque» riprese la prima assistente, tornando al racconto per alleggerire la tensione che si era creata «Erika era stanca. Turno lungo, troppi capi arrivati insieme. Alla fine ha commesso un errore.»

La voce si abbassò leggermente.

— «Dosaggio troppo alto.»

Una nuova somministrazione partì in un’altra postazione. Un corpo si irrigidì contro le cinghie.

— «Per qualche settimana la produzione del lotto era stabile. Anzi, superiore alla media del 7%.Poi, in quarant’otto ore l’intero lotto ha smesso di produrre. Hanno mandato un’equipe di specialisti dal centro di controllo. Dopo settimane di verifiche hanno trovato l’errore nel dosaggio ormonale.»

— «E quindi?» chiese la giovane assistente, senza riuscire a mascherare del tutto la tensione.

La risposta arrivò subito.

— «Riconversione totale del lotto. Quasi tutti i capi sono stati destinati al servizio, compresa Erika».

Il rumore dei macchinari riempì il silenzio.

- «Al servizio? Cosa Significa?»

La voce dell’assistente più anziana restò piatta, come sempre.

— «Lo sai che questo centro conduce studi anche sulla fertilità maschile, vero?»
Fece scorrere i dati sul terminale senza fermarsi.

— «Stanno cercando di capire l’origine dell’aumento anomalo della natalità femminile registrato negli ultimi trent’anni. E come mai il cromosoma “Y” sembra estinguersi. Alcuni soggetti maschili vengono sottoposti a trattamenti ormonali intensivi. Il risultato è una rimodulazione completa del fenotipo. Aumento sproporzionato della massa muscolare e dei tessuti, alterazioni comportamentali, instabilità della risposta endocrina.»

Un’altra assistente intervenne senza alzare lo sguardo.

— «E della libido.»

La prima annuì appena.

— «Sì. Soprattutto quella. E spesso in modo marcato.»
Il tono non cambiava mai.

— «Sono soggetti instabili. Altamente reattivi. Il reparto li classifica come “Tori”.»
La parola venne accompagnata da risatine maliziose.

— «Servono continuamente nuove unità femminili per mantenere i capi in stato di tranquillità… se capisci cosa intendo. Erika, insieme a tutto il resto del lotto, è stata assegnata a quel programma.»

La giovane assistente rimase in silenzio, attonita.

— «Si. E’ diventata un soggetto da monta. Vengono tenute carponi, in gabbie strette, con il culo e la figa perennemente esposti. I “Tori” arrivano, si sfogano e se ne vanno, uno dopo l’altro. E’ un ciclo continuo. L’organismo non regge a lungo.»

Un silenzio breve attraversò la fila delle postazioni.

Poi, come se nulla fosse:
— «Erika ha imparato anche questo. A suo modo.»
scritto il
2026-08-24
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