Progetto Hucow - La prima mungitura (capitolo 4)
di
Great Chef 666
genere
fantascienza
Sandra non si svegliò di colpo, ma emerse lentamente da un profondo stato di torpore, come se stesse risalendo attraverso uno spesso strato di melassa. Per qualche istante rimase immobile sulla paglia, limitandosi a percepire il calore degli altri corpi addossati al suo, il contatto di una spalla contro il fianco e il respiro lento di qualcuna che dormiva accanto a lei.
Il capannone era immerso in una quiete irreale; solo il ronzio lontano di una ventola rompeva il silenzio, ma le giungeva attenuato, come filtrato attraverso una parete invisibile. Anche gli odori della stalla — la paglia, il legno umido, il letame — sembravano meno aggressivi, quasi smorzati da quella stessa nebbia che avvolgeva i suoi sensi.
A risvegliarla era stato qualcosa. Improvvisamente aveva sentito il suo corpo pesante. Calore e torpore si stavano diffondendo per tutto il corpo.
Cercò di ricostruire gli avvenimenti della giornata precedente, ma i ricordi affioravano alla mente con una strana lentezza. Ricordava il laboratorio, le cinghie, l'ago che penetrava la carne e la marchiatura impressa sulla pelle; ricordava perfino il terrore che l'aveva accompagnata per tutta la giornata.
A poco a poco riaffiorò anche il ricordo di come erano arrivate lì. Dopo le iniezioni, i fattori avevano radunato la mandria e l'avevano incanalata in un lungo corridoio di cemento illuminato da fredde lampade industriali. Sandra ricordava la sensazione dei passi nudi sul pavimento e il continuo richiamo degli uomini che le spingevano in avanti senza concedere soste. Il corridoio sembrava non finire mai e sfociava infine in un capannone immerso in una penombra satura dell'odore della paglia, del legno umido e del letame. Là erano state radunate in un angolo della stalla. La paglia stesa sul pavimento era fresca e abbondante; quando vi si erano lasciate cadere sopra, esauste per la paura, le ferite e le mutilazioni subite durante la giornata, nessuna aveva avuto la forza di cercare uno spazio per sé. Si erano semplicemente accasciate dove capitava, stringendosi istintivamente le une alle altre in cerca di calore e conforto, fino a formare un unico groviglio di corpi nudi addormentati.
Eppure quelle immagini sembravano appartenere a qualcun altro. Le osservava scorrere nella memoria con distacco, incapace di ritrovare l'angoscia che avevano suscitato solo poche ore prima.
Questo, più di ogni altra cosa, la turbò. Una parte di lei comprendeva perfettamente che avrebbe dovuto essere terrorizzata, disperata per ciò che le era accaduto e per ciò che l'attendeva. Tuttavia quella consapevolezza rimaneva confinata in una zona remota della mente, incapace di trasformarsi in emozione. Al suo posto percepiva soltanto una gradevole sensazione di calore che sembrava irradiarsi dal petto e diffondersi lentamente in tutto il corpo, accompagnata da un senso di benessere tanto innaturale quanto difficile da respingere.
Nel tentativo di sottrarsi a quella strana sonnolenza, Sandra provò a mettersi in piedi. Il semplice gesto le richiese più sforzo del previsto. Appoggiò una mano sulla paglia e spinse lentamente il corpo verso l'alto, ma non appena sollevò la testa un'improvvisa ondata di vertigine la investì. I contorni del capannone si fecero indistinti; le travi del soffitto, le recinzioni e le luci sospese si sciolsero in una massa di forme sfuocate che oscillava lentamente davanti ai suoi occhi. Rimase immobile per qualche secondo, aspettando che la sensazione passasse, ma il mondo continuava a ondeggiare attorno a lei.
Altre hucow stavano tentando di alzarsi con la stessa ostinazione. Alcune riuscivano a sollevarsi sulle ginocchia, altre si reggevano per un istante alle compagne vicine prima di perdere l'equilibrio. Nessuna sembrava più capace di rimanere in piedi.
Sandra provò a distendere le gambe, ma le sentì cedere sotto il proprio peso come se non le appartenessero più. Non era dolore, né stanchezza: era una debolezza profonda e innaturale che sembrava provenire dall'interno del corpo stesso. Dopo qualche istante dovette arrendersi e lasciarsi ricadere sulla paglia. Attorno a lei, una dopo l'altra, anche le altre rinunciavano al medesimo tentativo, tornando a sedersi o ad accovacciarsi sulla lettiera con espressioni confuse e smarrite.
Poco distante, una responsabile in camice bianco osservava il gruppo con l'attenzione di chi sta monitorando un esperimento. Ogni tanto avvicinava alle labbra un registratore vocale e dettava brevi annotazioni. Le parole giungevano alle orecchie di Sandra smorzate dalla stessa nebbia che sembrava avvolgere ogni cosa.
La donna si avvicinò al gruppo e si accovacciò accanto a lei. Estrasse una piccola torcia, delle dimensioni di una penna, e le illuminò le pupille. Sandra socchiuse le palpebre, infastidita dalla luce improvvisa.
La donna guardò l’ora.
— «Ore 3.40. Il siero inizia a fare effetto.»
Pronunciò la frase nel registratore senza particolare interesse, poi proseguì con l'esame. Le sue mani si mossero rapide e sicure. Le afferrò il seno con una mano e lo soppesò brevemente. Poi strinse con decisione l’areola e fece scorrere le dita verso l'estremità del capezzolo. Sandra trattenne il respiro per il fastidio. Una piccola goccia biancastra affiorò e rimase sospesa per un istante prima di scivolare sulla pelle. La donna osservò il risultato annuendo tra sé, evidentemente soddisfatta.
Fu in quel momento che Sandra si rese conto di qualcosa che fino ad allora le era sfuggito.
Abbassò lentamente lo sguardo verso il proprio corpo.
Il petto appariva più pieno, più teso di quanto ricordasse. La pelle sembrava tirare, come se il suo corpo stesse cercando di adattarsi a una nuova forma. Ogni movimento, perfino il semplice atto di respirare, le faceva percepire quella presenza con una chiarezza insolita.
Fino a quel momento aveva attribuito tutto al torpore, alle vertigini, alla confusione che le annebbiava la mente. Si rese conto che il siero non stava semplicemente alterando il suo stato d'animo. Stava cambiando il suo corpo.
Osservò la responsabile ripetere il processo con le altre hucow poi, vinta dal torpore, si abbandonò al sonno.
Le ore successive trascorsero senza che Sandra riuscisse a distinguerle nettamente. Il torpore continuava ad avvolgerla come una coperta pesante, alterando la percezione del tempo. Passava la maggior parte del tempo a dormire. Ogni tanto apriva gli occhi e scopriva che la luce filtrata dalle finestre del capannone era cambiata con l’avanzare della giornata; altre volte si ridestava da brevi sonni senza ricordare di essersi addormentata.
Nel frattempo il suo corpo continuava a mutare.
La sensazione di pressione al petto, inizialmente appena percettibile, divenne sempre più insistente. All'inizio somigliava a una tensione muscolare, poi a un gonfiore diffuso sotto la pelle. Con il passare delle ore si trasformò in un peso costante sempre più presente, ogni volta che tentava di cambiare posizione. Sandra avvertiva i seni aumentare di volume.
Nel corso della mattinata il disagio divenne difficile da ignorare. Dai suoi capezzoli aveva iniziato a gocciolare insistentemente latte.
Attorno a lei altre hucow manifestavano gli stessi sintomi. Si agitavano sulla paglia, cambiavano continuamente posizione o si stringevano il petto con le braccia. Altre respiravano affannosamente, incapaci di trovare sollievo. Diverse avevano iniziato a emettere lamenti sommessi che rompevano il silenzio della stalla.
Col trascorrere delle ore quei suoni cambiarono.
Divennero più lunghi, profondi e insistenti.
Sandra si unì a quella cacofonia senza neppure rendersene conto.
Ogni volta che sentiva il suo petto pulsare, le nasceva l’impulso di manifestare il suo disagio emettendo quel richiamo basso e lamentoso. Non era una scelta cosciente. Accadeva e basta.
Ben presto il capannone si riempì di quei richiami.
Decine di donne accovacciate sulla paglia emettevano gli stessi versi, come se stessero invocando qualcosa che nessuna di loro era in grado di nominare. Era un bisogno che non apparteneva più alla mente, ma al corpo: un impulso sordo e crescente, impossibile da comprendere e ancora più impossibile da ignorare.
Cercò di opporvisi.
Provò a respirare lentamente, a distrarsi, a convincersi che sarebbe passato.
Ma ogni minuto che trascorreva la pressione nel petto aumentava, fino a occupare ogni altro pensiero.
Perché sentiva il bisogno di lamentarsi?
Che cosa stava cercando il suo corpo?
Non trovò alcuna risposta.
Una nuova ondata di disagio la attraversò con tale intensità da costringerla a piegarsi in avanti. Le mani cercarono istintivamente appoggio sulla paglia e, senza quasi rendersene conto, si ritrovò a quattro zampe. Inarcò la schiena, sollevò il capo verso il soffitto del capannone e dalla gola le sfuggì un muggito più lungo, più profondo, che sembrava nascere da una parte di sé sulla quale non aveva più alcun controllo.
Per un istante seguì il silenzio.
Poi altri richiami risposero al suo.
Uno dopo l'altro, i muggiti delle hucow tornarono a riempire la stalla, fondendosi in un'unica, monotona lamentazione.
Dall'altra parte del recinto, una responsabile interruppe il lavoro che stava svolgendo. Rimase qualche secondo a osservare il gruppo, con l'attenzione distaccata di chi assiste a un fenomeno previsto, quindi portò una mano alla piccola radio agganciata al bavero del camice e premette il pulsante di trasmissione.
Dopo qualche minuto il rumore di un carrello metallico ruppe il coro dei muggiti. Dal portone laterale entrò un gruppo di fattori spingendo attrezzature da lavoro: secchi d'acciaio, tubazioni in gomma e mungitori meccanici ancora umidi dal turno precedente.
L'odore acre del disinfettante si mescolò a quello della stalla.
Si fermarono davanti al gruppo con l'indifferenza di chi svolge un compito ripetuto centinaia di volte.
Uno di loro osservò rapidamente Sandra. Lo sguardo scese sul latte che ormai gocciolava a intervalli regolari dai capezzoli, formando piccole pozze bianche sulla paglia.
— «Questa è pronta.»
La responsabile annuì.
— «Portatela alla mungitura. Le altre tra poco saranno nelle stesse condizioni.»
Due uomini le passarono accanto. Uno la afferrò per il collare, invitandola a seguirlo con uno strattone. Sandra non provò nemmeno a rialzarsi. Sapeva che le gambe non l’avrebbero retta e che avrebbe dovuto procedere a carponi, seguendo l’uomo che la conduceva con strattoni brevi e decisi.
Una volta assicurata in postazione i due uomini si lanciarono uno sguardo complice.
— «Sai cosa ti dico? Perché lasciare ad una macchina il lavoro più divertente? Noi spaliamo la merda di queste vacche mentre una macchina si diverte a mungerle?»
— «Prendo il secchio». – rispose l’altro con entusiasmo.
— «Sentito bellezza? Adesso ci divertiamo un po’? Ti fanno male le tette? »
Sandra alzò lo sguardò verso il fattore annuendo con aria sofferente.
— «Tranquilla. Adesso tiriamo il latte»
Nel frattempo, l’altro fattore tornò con un pesante secchio di metallo, che sistemò direttamente sotto le mammelle. Le prime gocce di latte caddero sulla superficie d’acciaio con un ticchettio regolare, sempre più frequente man mano che la pressione aumentava. I due uomini si disposero ai lati opposti della donna e, senza scambiarsi una parola, afferrarono le mammelle gonfie e pesanti, preparandosi a svuotarle.
— «Senti che tette!» - I due uomini soppesano con soddisfazione le tette di Sandra mentre il latte bagnava le loro mani rendendole appiccicose
.
Sandra osservò con un senso di disgusto la protuberanza del cazzo dell’uomo alla sua destra sotto i pantaloni. Abbassò lo sguardo, incapace di sottrarsi a quella sensazione di non poter più determinare il proprio destino.
All’unisono gli uomini portarono entrambe le mani a stringere con decisione le mammelle di Sandra, che emise un muggito di dolore mentre le sue tette si gonfiavano all’estremità come un palloncino e, dai suoi capezzoli, generosi schizzi di latte finivano in fondo al secchio producendo un rumore metallico.
Scambiandosi uno sguardo d’intesa, i due procedettero facendo lentamente scivolare le mani senza allentare la stretta lungo la mammella, aumentando la pressione man mano che si avvicinavano ai capezzoli, che rilasciarono una grande quantità di latte.
— «Muuuh!» - il lungo muggito tradiva un misto di dolore e piacere della vacca. Le sue mammelle stavano finalmente svuotandosi e Sandra si sentiva meglio, anche se, i due uomini, mettevano tutto il loro sadismo nel mungerla.
— «Guarda! Le piace!» - Uno dei due uomini ficco le dita nella figa della vacca, bagnata di umori. Fiero, l’uomo mostrò al collega la mano, allargando le dita bagnate.
— «Sei proprio una vacca!»
— «Scommetto che non si offende se la montiamo un po’»
— «Non fare il coglione. Se ti beccano, per te è finita. Attaccala alla mungitrice»
Rispondendo all’ordine del compagno, l’uomo si allontanò per tornare con due guaine di silicone trasparente collegate da una serie di tubi ad un grande recipiente metallico. Sistemò la mungitrice e, premette un interruttore che mise in funzione il dispositivo.
L'uomo verificò la pressione appoggiando una delle guaine contro il palmo della mano. Il forte risucchio aveva lasciato sul palmo dell’uomo un alone rossastro, segno della forte suzione esercitata dalla guaina sulla pelle. Soddisfatto, si chinò e portò le estremità delle due guaine sui capezzoli. L'aspirazione li risucchiò avidamente all’interno, mentre il ritmo regolare della macchina iniziava a estrarre il latte.
La prima sensazione fu quella che la macchina stesse per strapparle i capezzoli dal corpo. Il riflesso fu quello di ritrarsi. Abbassò lo sguardo e ciò che vide la terrorizzò: i capezzoli si erano allungati all'interno delle guaine, deformati dall’aspirazione ritmica della macchina ben oltre ciò che aveva mai visto sul proprio corpo. Non sembravano più appartenere a una donna normale. Stimolati dalla suzione, erano diventati innaturalmente più lunghi e più grossi.
Trattenne il respiro per qualche secondo, aspettandosi che il fastidio aumentasse.
Invece, lentamente, qualcosa cambiò.
Il dolore lasciò spazio a una sensazione diversa, liberatoria.
Iniziò anche a provare uno strano piacere.
Istintivamente allargò le gambe, inarcò la schiena spingendo il culo in alto ed esponendo la figa all’esterno. Senza accorgersene, stava provando un irrefrenabile desiderio di essere montata.
I due uomini, che nel frattempo avevano proseguito con i loro compiti tornarono da lei.
— «Guarda!» disse il primo sogghignando con soddisfazione.
L’altro si abbassò sui talloni per osservare da tergo Sandra che muoveva ritmicamente il bacino colta da spasmi di piacere sempre più intensi. Il respiro della vacca si faceva sempre più profondo e frequente. Sandra stava provando la crescente sensazione di un orgasmo.
Il fattore dietro di lei osservava il suo buco del culo che si rilassava e si contraeva ritmicamente, mentre la vagina cominciava a colare umori. Senza alcuna grazia le ficcò due dita nella figa che fecero muggire Sandra per l’eccitazione. Poteva sentire le pareti umide chiudersi intorno alle sue dita con spasmi sempre più intensi e frequenti.
Le ritrasse tutte bagnate.
Un rivolo incontrollato di umori gocciolava sul pavimento dalla vagina dilatata.
Sandra ormai ansimava di piacere respirando affannosamente.
— «Attento!»
Esplose con un profondo muggito. Improvvisamente Sandra inarcò la schiena, allargò le gambe e liberò un’intensità che non aveva mai provato. Dalla sua figa era esploso un potente fiotto di liquido biancastro e lattiginoso che raggiunse la corsia alle sue spalle. L’uomo fece appena in tempo a spostarsi prima di essere colpito.
— «Ehi! Stai attenta»
— «Ah. Ah! Hai visto che vacca? Incredibile»
— «Secondo me ne ha ancora»
— «Guarda. E’ stravolta»
Sandra era madida di sudore. Le gambe le tremavano, molli e incapaci di sostenerla, mentre il torpore tornava lentamente a impossessarsi del suo corpo. Ormai percepiva appena il ritmo della mungitrice: la suzione era diventata un movimento lontano, quasi estraneo. L’orgasmo le aveva lasciato la vista annebbiata e un unico desiderio: sdraiarsi sulla paglia e lasciarsi sprofondare nel sonno. La sua figa continuava a gocciolare e poteva sentire il rivolo di umori colarle abbondanti lungo le cosce e raggiungere il pavimento.
Richiamati all'ordine dalla responsabile, i due uomini interruppero la macchina, sganciarono le guaine e la liberarono dall'attrezzatura. Poi la presero di peso sotto le ascelle e la ricondussero verso il suo stallo. Sandra strisciava i piedi sul pavimento ruvido senza la forza di tenersi in piedi.
Mentre la adagiavano sulla lettiera, uno dei due uomini si rivolse verso di lei.
— «Brava cucciola. Adesso analizzeranno il tuo latte. Se sarà di buona qualità ti sarai guadagnata un posto nella stalla».
Il capannone era immerso in una quiete irreale; solo il ronzio lontano di una ventola rompeva il silenzio, ma le giungeva attenuato, come filtrato attraverso una parete invisibile. Anche gli odori della stalla — la paglia, il legno umido, il letame — sembravano meno aggressivi, quasi smorzati da quella stessa nebbia che avvolgeva i suoi sensi.
A risvegliarla era stato qualcosa. Improvvisamente aveva sentito il suo corpo pesante. Calore e torpore si stavano diffondendo per tutto il corpo.
Cercò di ricostruire gli avvenimenti della giornata precedente, ma i ricordi affioravano alla mente con una strana lentezza. Ricordava il laboratorio, le cinghie, l'ago che penetrava la carne e la marchiatura impressa sulla pelle; ricordava perfino il terrore che l'aveva accompagnata per tutta la giornata.
A poco a poco riaffiorò anche il ricordo di come erano arrivate lì. Dopo le iniezioni, i fattori avevano radunato la mandria e l'avevano incanalata in un lungo corridoio di cemento illuminato da fredde lampade industriali. Sandra ricordava la sensazione dei passi nudi sul pavimento e il continuo richiamo degli uomini che le spingevano in avanti senza concedere soste. Il corridoio sembrava non finire mai e sfociava infine in un capannone immerso in una penombra satura dell'odore della paglia, del legno umido e del letame. Là erano state radunate in un angolo della stalla. La paglia stesa sul pavimento era fresca e abbondante; quando vi si erano lasciate cadere sopra, esauste per la paura, le ferite e le mutilazioni subite durante la giornata, nessuna aveva avuto la forza di cercare uno spazio per sé. Si erano semplicemente accasciate dove capitava, stringendosi istintivamente le une alle altre in cerca di calore e conforto, fino a formare un unico groviglio di corpi nudi addormentati.
Eppure quelle immagini sembravano appartenere a qualcun altro. Le osservava scorrere nella memoria con distacco, incapace di ritrovare l'angoscia che avevano suscitato solo poche ore prima.
Questo, più di ogni altra cosa, la turbò. Una parte di lei comprendeva perfettamente che avrebbe dovuto essere terrorizzata, disperata per ciò che le era accaduto e per ciò che l'attendeva. Tuttavia quella consapevolezza rimaneva confinata in una zona remota della mente, incapace di trasformarsi in emozione. Al suo posto percepiva soltanto una gradevole sensazione di calore che sembrava irradiarsi dal petto e diffondersi lentamente in tutto il corpo, accompagnata da un senso di benessere tanto innaturale quanto difficile da respingere.
Nel tentativo di sottrarsi a quella strana sonnolenza, Sandra provò a mettersi in piedi. Il semplice gesto le richiese più sforzo del previsto. Appoggiò una mano sulla paglia e spinse lentamente il corpo verso l'alto, ma non appena sollevò la testa un'improvvisa ondata di vertigine la investì. I contorni del capannone si fecero indistinti; le travi del soffitto, le recinzioni e le luci sospese si sciolsero in una massa di forme sfuocate che oscillava lentamente davanti ai suoi occhi. Rimase immobile per qualche secondo, aspettando che la sensazione passasse, ma il mondo continuava a ondeggiare attorno a lei.
Altre hucow stavano tentando di alzarsi con la stessa ostinazione. Alcune riuscivano a sollevarsi sulle ginocchia, altre si reggevano per un istante alle compagne vicine prima di perdere l'equilibrio. Nessuna sembrava più capace di rimanere in piedi.
Sandra provò a distendere le gambe, ma le sentì cedere sotto il proprio peso come se non le appartenessero più. Non era dolore, né stanchezza: era una debolezza profonda e innaturale che sembrava provenire dall'interno del corpo stesso. Dopo qualche istante dovette arrendersi e lasciarsi ricadere sulla paglia. Attorno a lei, una dopo l'altra, anche le altre rinunciavano al medesimo tentativo, tornando a sedersi o ad accovacciarsi sulla lettiera con espressioni confuse e smarrite.
Poco distante, una responsabile in camice bianco osservava il gruppo con l'attenzione di chi sta monitorando un esperimento. Ogni tanto avvicinava alle labbra un registratore vocale e dettava brevi annotazioni. Le parole giungevano alle orecchie di Sandra smorzate dalla stessa nebbia che sembrava avvolgere ogni cosa.
La donna si avvicinò al gruppo e si accovacciò accanto a lei. Estrasse una piccola torcia, delle dimensioni di una penna, e le illuminò le pupille. Sandra socchiuse le palpebre, infastidita dalla luce improvvisa.
La donna guardò l’ora.
— «Ore 3.40. Il siero inizia a fare effetto.»
Pronunciò la frase nel registratore senza particolare interesse, poi proseguì con l'esame. Le sue mani si mossero rapide e sicure. Le afferrò il seno con una mano e lo soppesò brevemente. Poi strinse con decisione l’areola e fece scorrere le dita verso l'estremità del capezzolo. Sandra trattenne il respiro per il fastidio. Una piccola goccia biancastra affiorò e rimase sospesa per un istante prima di scivolare sulla pelle. La donna osservò il risultato annuendo tra sé, evidentemente soddisfatta.
Fu in quel momento che Sandra si rese conto di qualcosa che fino ad allora le era sfuggito.
Abbassò lentamente lo sguardo verso il proprio corpo.
Il petto appariva più pieno, più teso di quanto ricordasse. La pelle sembrava tirare, come se il suo corpo stesse cercando di adattarsi a una nuova forma. Ogni movimento, perfino il semplice atto di respirare, le faceva percepire quella presenza con una chiarezza insolita.
Fino a quel momento aveva attribuito tutto al torpore, alle vertigini, alla confusione che le annebbiava la mente. Si rese conto che il siero non stava semplicemente alterando il suo stato d'animo. Stava cambiando il suo corpo.
Osservò la responsabile ripetere il processo con le altre hucow poi, vinta dal torpore, si abbandonò al sonno.
Le ore successive trascorsero senza che Sandra riuscisse a distinguerle nettamente. Il torpore continuava ad avvolgerla come una coperta pesante, alterando la percezione del tempo. Passava la maggior parte del tempo a dormire. Ogni tanto apriva gli occhi e scopriva che la luce filtrata dalle finestre del capannone era cambiata con l’avanzare della giornata; altre volte si ridestava da brevi sonni senza ricordare di essersi addormentata.
Nel frattempo il suo corpo continuava a mutare.
La sensazione di pressione al petto, inizialmente appena percettibile, divenne sempre più insistente. All'inizio somigliava a una tensione muscolare, poi a un gonfiore diffuso sotto la pelle. Con il passare delle ore si trasformò in un peso costante sempre più presente, ogni volta che tentava di cambiare posizione. Sandra avvertiva i seni aumentare di volume.
Nel corso della mattinata il disagio divenne difficile da ignorare. Dai suoi capezzoli aveva iniziato a gocciolare insistentemente latte.
Attorno a lei altre hucow manifestavano gli stessi sintomi. Si agitavano sulla paglia, cambiavano continuamente posizione o si stringevano il petto con le braccia. Altre respiravano affannosamente, incapaci di trovare sollievo. Diverse avevano iniziato a emettere lamenti sommessi che rompevano il silenzio della stalla.
Col trascorrere delle ore quei suoni cambiarono.
Divennero più lunghi, profondi e insistenti.
Sandra si unì a quella cacofonia senza neppure rendersene conto.
Ogni volta che sentiva il suo petto pulsare, le nasceva l’impulso di manifestare il suo disagio emettendo quel richiamo basso e lamentoso. Non era una scelta cosciente. Accadeva e basta.
Ben presto il capannone si riempì di quei richiami.
Decine di donne accovacciate sulla paglia emettevano gli stessi versi, come se stessero invocando qualcosa che nessuna di loro era in grado di nominare. Era un bisogno che non apparteneva più alla mente, ma al corpo: un impulso sordo e crescente, impossibile da comprendere e ancora più impossibile da ignorare.
Cercò di opporvisi.
Provò a respirare lentamente, a distrarsi, a convincersi che sarebbe passato.
Ma ogni minuto che trascorreva la pressione nel petto aumentava, fino a occupare ogni altro pensiero.
Perché sentiva il bisogno di lamentarsi?
Che cosa stava cercando il suo corpo?
Non trovò alcuna risposta.
Una nuova ondata di disagio la attraversò con tale intensità da costringerla a piegarsi in avanti. Le mani cercarono istintivamente appoggio sulla paglia e, senza quasi rendersene conto, si ritrovò a quattro zampe. Inarcò la schiena, sollevò il capo verso il soffitto del capannone e dalla gola le sfuggì un muggito più lungo, più profondo, che sembrava nascere da una parte di sé sulla quale non aveva più alcun controllo.
Per un istante seguì il silenzio.
Poi altri richiami risposero al suo.
Uno dopo l'altro, i muggiti delle hucow tornarono a riempire la stalla, fondendosi in un'unica, monotona lamentazione.
Dall'altra parte del recinto, una responsabile interruppe il lavoro che stava svolgendo. Rimase qualche secondo a osservare il gruppo, con l'attenzione distaccata di chi assiste a un fenomeno previsto, quindi portò una mano alla piccola radio agganciata al bavero del camice e premette il pulsante di trasmissione.
Dopo qualche minuto il rumore di un carrello metallico ruppe il coro dei muggiti. Dal portone laterale entrò un gruppo di fattori spingendo attrezzature da lavoro: secchi d'acciaio, tubazioni in gomma e mungitori meccanici ancora umidi dal turno precedente.
L'odore acre del disinfettante si mescolò a quello della stalla.
Si fermarono davanti al gruppo con l'indifferenza di chi svolge un compito ripetuto centinaia di volte.
Uno di loro osservò rapidamente Sandra. Lo sguardo scese sul latte che ormai gocciolava a intervalli regolari dai capezzoli, formando piccole pozze bianche sulla paglia.
— «Questa è pronta.»
La responsabile annuì.
— «Portatela alla mungitura. Le altre tra poco saranno nelle stesse condizioni.»
Due uomini le passarono accanto. Uno la afferrò per il collare, invitandola a seguirlo con uno strattone. Sandra non provò nemmeno a rialzarsi. Sapeva che le gambe non l’avrebbero retta e che avrebbe dovuto procedere a carponi, seguendo l’uomo che la conduceva con strattoni brevi e decisi.
Una volta assicurata in postazione i due uomini si lanciarono uno sguardo complice.
— «Sai cosa ti dico? Perché lasciare ad una macchina il lavoro più divertente? Noi spaliamo la merda di queste vacche mentre una macchina si diverte a mungerle?»
— «Prendo il secchio». – rispose l’altro con entusiasmo.
— «Sentito bellezza? Adesso ci divertiamo un po’? Ti fanno male le tette? »
Sandra alzò lo sguardò verso il fattore annuendo con aria sofferente.
— «Tranquilla. Adesso tiriamo il latte»
Nel frattempo, l’altro fattore tornò con un pesante secchio di metallo, che sistemò direttamente sotto le mammelle. Le prime gocce di latte caddero sulla superficie d’acciaio con un ticchettio regolare, sempre più frequente man mano che la pressione aumentava. I due uomini si disposero ai lati opposti della donna e, senza scambiarsi una parola, afferrarono le mammelle gonfie e pesanti, preparandosi a svuotarle.
— «Senti che tette!» - I due uomini soppesano con soddisfazione le tette di Sandra mentre il latte bagnava le loro mani rendendole appiccicose
.
Sandra osservò con un senso di disgusto la protuberanza del cazzo dell’uomo alla sua destra sotto i pantaloni. Abbassò lo sguardo, incapace di sottrarsi a quella sensazione di non poter più determinare il proprio destino.
All’unisono gli uomini portarono entrambe le mani a stringere con decisione le mammelle di Sandra, che emise un muggito di dolore mentre le sue tette si gonfiavano all’estremità come un palloncino e, dai suoi capezzoli, generosi schizzi di latte finivano in fondo al secchio producendo un rumore metallico.
Scambiandosi uno sguardo d’intesa, i due procedettero facendo lentamente scivolare le mani senza allentare la stretta lungo la mammella, aumentando la pressione man mano che si avvicinavano ai capezzoli, che rilasciarono una grande quantità di latte.
— «Muuuh!» - il lungo muggito tradiva un misto di dolore e piacere della vacca. Le sue mammelle stavano finalmente svuotandosi e Sandra si sentiva meglio, anche se, i due uomini, mettevano tutto il loro sadismo nel mungerla.
— «Guarda! Le piace!» - Uno dei due uomini ficco le dita nella figa della vacca, bagnata di umori. Fiero, l’uomo mostrò al collega la mano, allargando le dita bagnate.
— «Sei proprio una vacca!»
— «Scommetto che non si offende se la montiamo un po’»
— «Non fare il coglione. Se ti beccano, per te è finita. Attaccala alla mungitrice»
Rispondendo all’ordine del compagno, l’uomo si allontanò per tornare con due guaine di silicone trasparente collegate da una serie di tubi ad un grande recipiente metallico. Sistemò la mungitrice e, premette un interruttore che mise in funzione il dispositivo.
L'uomo verificò la pressione appoggiando una delle guaine contro il palmo della mano. Il forte risucchio aveva lasciato sul palmo dell’uomo un alone rossastro, segno della forte suzione esercitata dalla guaina sulla pelle. Soddisfatto, si chinò e portò le estremità delle due guaine sui capezzoli. L'aspirazione li risucchiò avidamente all’interno, mentre il ritmo regolare della macchina iniziava a estrarre il latte.
La prima sensazione fu quella che la macchina stesse per strapparle i capezzoli dal corpo. Il riflesso fu quello di ritrarsi. Abbassò lo sguardo e ciò che vide la terrorizzò: i capezzoli si erano allungati all'interno delle guaine, deformati dall’aspirazione ritmica della macchina ben oltre ciò che aveva mai visto sul proprio corpo. Non sembravano più appartenere a una donna normale. Stimolati dalla suzione, erano diventati innaturalmente più lunghi e più grossi.
Trattenne il respiro per qualche secondo, aspettandosi che il fastidio aumentasse.
Invece, lentamente, qualcosa cambiò.
Il dolore lasciò spazio a una sensazione diversa, liberatoria.
Iniziò anche a provare uno strano piacere.
Istintivamente allargò le gambe, inarcò la schiena spingendo il culo in alto ed esponendo la figa all’esterno. Senza accorgersene, stava provando un irrefrenabile desiderio di essere montata.
I due uomini, che nel frattempo avevano proseguito con i loro compiti tornarono da lei.
— «Guarda!» disse il primo sogghignando con soddisfazione.
L’altro si abbassò sui talloni per osservare da tergo Sandra che muoveva ritmicamente il bacino colta da spasmi di piacere sempre più intensi. Il respiro della vacca si faceva sempre più profondo e frequente. Sandra stava provando la crescente sensazione di un orgasmo.
Il fattore dietro di lei osservava il suo buco del culo che si rilassava e si contraeva ritmicamente, mentre la vagina cominciava a colare umori. Senza alcuna grazia le ficcò due dita nella figa che fecero muggire Sandra per l’eccitazione. Poteva sentire le pareti umide chiudersi intorno alle sue dita con spasmi sempre più intensi e frequenti.
Le ritrasse tutte bagnate.
Un rivolo incontrollato di umori gocciolava sul pavimento dalla vagina dilatata.
Sandra ormai ansimava di piacere respirando affannosamente.
— «Attento!»
Esplose con un profondo muggito. Improvvisamente Sandra inarcò la schiena, allargò le gambe e liberò un’intensità che non aveva mai provato. Dalla sua figa era esploso un potente fiotto di liquido biancastro e lattiginoso che raggiunse la corsia alle sue spalle. L’uomo fece appena in tempo a spostarsi prima di essere colpito.
— «Ehi! Stai attenta»
— «Ah. Ah! Hai visto che vacca? Incredibile»
— «Secondo me ne ha ancora»
— «Guarda. E’ stravolta»
Sandra era madida di sudore. Le gambe le tremavano, molli e incapaci di sostenerla, mentre il torpore tornava lentamente a impossessarsi del suo corpo. Ormai percepiva appena il ritmo della mungitrice: la suzione era diventata un movimento lontano, quasi estraneo. L’orgasmo le aveva lasciato la vista annebbiata e un unico desiderio: sdraiarsi sulla paglia e lasciarsi sprofondare nel sonno. La sua figa continuava a gocciolare e poteva sentire il rivolo di umori colarle abbondanti lungo le cosce e raggiungere il pavimento.
Richiamati all'ordine dalla responsabile, i due uomini interruppero la macchina, sganciarono le guaine e la liberarono dall'attrezzatura. Poi la presero di peso sotto le ascelle e la ricondussero verso il suo stallo. Sandra strisciava i piedi sul pavimento ruvido senza la forza di tenersi in piedi.
Mentre la adagiavano sulla lettiera, uno dei due uomini si rivolse verso di lei.
— «Brava cucciola. Adesso analizzeranno il tuo latte. Se sarà di buona qualità ti sarai guadagnata un posto nella stalla».
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