Confessioni: La mia prima volta con Damiano
di
Nora V.
genere
confessioni
È la nostra terza uscita. Damiano è, come sempre, impeccabile. Camicia scura perfettamente stirata, profumo speziato che mi manda in tilt il cervello, buone maniere da manuale. Mi apre la porta del ristorante, mi scosta la sedia, controlla che io sia a mio agio. Al primo appuntamento c’era stato solo un bacio leggero sotto casa; al secondo, un bacio più profondo che mi aveva lasciata con la voglia di molto di più.
Stasera siamo in un ristorante elegante, tra luci soffuse e bicchieri di cristallo. Ho indossato il vestito più sensuale che ho nell'armadio: aderisce a ogni singola curva, mette in mostra il seno in modo quasi indecente e mi fascia i fianchi valorizzando il fondoschiena. I tacchi mi slanciano, e continuo a giocare con le ciocche di capelli, a sfiorarmi il collo, a lanciargli occhiate cariche di doppi sensi e allusioni sfacciate.
Ci provo in tutti i modi a farlo scomporre, ma lui niente. Sorride appena, mantiene la sua calma olimpica, risponde a tono con una classe snervante. Sembra inattaccabile.
«Continui a guardarmi così, Viola», dice a un certo punto, tagliando la carne con un'eleganza esasperante.
«Come ti guardo?», soffio, sporgendomi sul tavolo per accentuare la scollatura.«Come se stessi calcolando quanto tempo ci vorrà prima che io perda il controllo.»
«E ci vorrà molto?», lo sfido, sporgendomi leggermente sul tavolo per accentuare la scollatura.
Damiano posa le posate. Mi fissa dritto negli occhi con un’intensità così densa da farmi venire i brividi sulle braccia. Ma non si scompone. «I tempi li decido io», risponde solo, con un tono calmo che mi fa formicolare la pancia.
Dopo la cena mi riaccompagna a casa. In macchina il silenzio è carico di un'elettricità palpabile. Quando spegne il motore sotto il mio palazzo, la tensione nella vettura è quasi insopportabile.
«Vuoi... salire per un caffè?», gli chiedo, cercando di mantenere la voce ferma.
Damiano si gira verso di me. Nell'oscurità dell'abitacolo i suoi occhi sembrano ancora più scuri. La sua mano si allunga, ma invece di saltarmi addosso, sfiora delicatamente la mia guancia con il dorso delle dita. Un tocco leggerissimo, quasi casto. «Se salgo, non ci sarà nessun caffè».
«Sono sicura», rispondo senza esitare.
Saliamo le scale in silenzio. Il suono dei miei tacchi rimbomba nel pianerottolo. Appena infilo la chiave nella serratura ed entriamo in casa, il galantuomo sparisce.
in quell'esatto millisecondo, la maschera da galantuomo si frantuma.
Non fa in tempo a chiudere la porta che mi afferra per i fianchi e mi sbatte contro la parete dell'ingresso, divorandomi la bocca con un bacio selvaggio, avido, senza più traccia di gentilezza. Mi trascina verso la camera da letto strappandomi l'abito di dosso senza troppi complimenti, mentre la sua camicia perfetta finisce calpestata sul pavimento del corridoio.
Mi sbatte sul letto senza più traccia di gentilezza. Si sfila pantaloni e boxer in un'unico gesto, il cazzo duro e si fionda sopra il mio corpo. Afferra una manciata di capelli con forza, tirandomi la testa all'indietro. Punta la sua carne dura, bollente e bagnata d'umori sulla mia vagina e si spinge dentro con una spinta secca, profonda, spietata.
un grido mi esplode in gola, acuto, mentre affondo le unghie nella sua schiena.
Mi riempie tutta in un unico movimento violento, arrivando così a fondo che ho la sensazione fisica che stia per toccarmi quasi la gola. La carne mi brucia, stretta e tesa intorno a lui, ma non c'è dolore: solo un'ondata di piacere brutale, primordiale, che mi stordisce il cervello. Ogni suo affondo fa battere le sue natiche contro le mie cosce con un rumore liquido e osceno che rimbomba nella stanza. Mi tira i capelli a ogni spinta, costringendomi a guardare il soffitto mentre mi possiede con una foga rabbiosa, come a voler dimostrare che ora sono cosa sua.
«Guarda come ti prendo... guarda quanto ti piace», mormora spietato, mentre la sua cappella continua a sfregare e trapassare il mio punto più sensibile.
Urlo il suo nome senza vergogna, sconvolta da quanto sia spinto e lontano da qualsiasi cosa io abbia mai provato. I miei orifizi sono contratti, la mia vagina lo stringe in una morsa liquida mentre lui continua a martellarmi senza pietà, affondando fin dentro le viscere. Più la sua spinta si fa brutale, più una scossa elettrica e perversa mi sale lungo la spina dorsale.
Sono completamente alla sua mercé, sopraffatta da questa scopata pura, senza filtri e senza dolcezza.
Quando l'orgasmo mi travolge, è devastante: mi inarco dal letto urlando a squarciagola, la vagina che pulsa e si contrae pazzamente attorno al suo cazzo mentre lui dà le ultime tre spinte fortissime, prima di irrigidirsi del tutto e svuotarsi dentro di me con un ruggito roco.
Resto stesa sul materasso, completamente aperta, con la sua carne che cola ancora da dentro di me e il fiato corto. Niente fiori, niente coccole. Damiano mi ha regalato la scopata più violenta della mia vita, e io resto lì, stordita, a desiderare solo che ricominci subito.
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Stasera siamo in un ristorante elegante, tra luci soffuse e bicchieri di cristallo. Ho indossato il vestito più sensuale che ho nell'armadio: aderisce a ogni singola curva, mette in mostra il seno in modo quasi indecente e mi fascia i fianchi valorizzando il fondoschiena. I tacchi mi slanciano, e continuo a giocare con le ciocche di capelli, a sfiorarmi il collo, a lanciargli occhiate cariche di doppi sensi e allusioni sfacciate.
Ci provo in tutti i modi a farlo scomporre, ma lui niente. Sorride appena, mantiene la sua calma olimpica, risponde a tono con una classe snervante. Sembra inattaccabile.
«Continui a guardarmi così, Viola», dice a un certo punto, tagliando la carne con un'eleganza esasperante.
«Come ti guardo?», soffio, sporgendomi sul tavolo per accentuare la scollatura.«Come se stessi calcolando quanto tempo ci vorrà prima che io perda il controllo.»
«E ci vorrà molto?», lo sfido, sporgendomi leggermente sul tavolo per accentuare la scollatura.
Damiano posa le posate. Mi fissa dritto negli occhi con un’intensità così densa da farmi venire i brividi sulle braccia. Ma non si scompone. «I tempi li decido io», risponde solo, con un tono calmo che mi fa formicolare la pancia.
Dopo la cena mi riaccompagna a casa. In macchina il silenzio è carico di un'elettricità palpabile. Quando spegne il motore sotto il mio palazzo, la tensione nella vettura è quasi insopportabile.
«Vuoi... salire per un caffè?», gli chiedo, cercando di mantenere la voce ferma.
Damiano si gira verso di me. Nell'oscurità dell'abitacolo i suoi occhi sembrano ancora più scuri. La sua mano si allunga, ma invece di saltarmi addosso, sfiora delicatamente la mia guancia con il dorso delle dita. Un tocco leggerissimo, quasi casto. «Se salgo, non ci sarà nessun caffè».
«Sono sicura», rispondo senza esitare.
Saliamo le scale in silenzio. Il suono dei miei tacchi rimbomba nel pianerottolo. Appena infilo la chiave nella serratura ed entriamo in casa, il galantuomo sparisce.
in quell'esatto millisecondo, la maschera da galantuomo si frantuma.
Non fa in tempo a chiudere la porta che mi afferra per i fianchi e mi sbatte contro la parete dell'ingresso, divorandomi la bocca con un bacio selvaggio, avido, senza più traccia di gentilezza. Mi trascina verso la camera da letto strappandomi l'abito di dosso senza troppi complimenti, mentre la sua camicia perfetta finisce calpestata sul pavimento del corridoio.
Mi sbatte sul letto senza più traccia di gentilezza. Si sfila pantaloni e boxer in un'unico gesto, il cazzo duro e si fionda sopra il mio corpo. Afferra una manciata di capelli con forza, tirandomi la testa all'indietro. Punta la sua carne dura, bollente e bagnata d'umori sulla mia vagina e si spinge dentro con una spinta secca, profonda, spietata.
un grido mi esplode in gola, acuto, mentre affondo le unghie nella sua schiena.
Mi riempie tutta in un unico movimento violento, arrivando così a fondo che ho la sensazione fisica che stia per toccarmi quasi la gola. La carne mi brucia, stretta e tesa intorno a lui, ma non c'è dolore: solo un'ondata di piacere brutale, primordiale, che mi stordisce il cervello. Ogni suo affondo fa battere le sue natiche contro le mie cosce con un rumore liquido e osceno che rimbomba nella stanza. Mi tira i capelli a ogni spinta, costringendomi a guardare il soffitto mentre mi possiede con una foga rabbiosa, come a voler dimostrare che ora sono cosa sua.
«Guarda come ti prendo... guarda quanto ti piace», mormora spietato, mentre la sua cappella continua a sfregare e trapassare il mio punto più sensibile.
Urlo il suo nome senza vergogna, sconvolta da quanto sia spinto e lontano da qualsiasi cosa io abbia mai provato. I miei orifizi sono contratti, la mia vagina lo stringe in una morsa liquida mentre lui continua a martellarmi senza pietà, affondando fin dentro le viscere. Più la sua spinta si fa brutale, più una scossa elettrica e perversa mi sale lungo la spina dorsale.
Sono completamente alla sua mercé, sopraffatta da questa scopata pura, senza filtri e senza dolcezza.
Quando l'orgasmo mi travolge, è devastante: mi inarco dal letto urlando a squarciagola, la vagina che pulsa e si contrae pazzamente attorno al suo cazzo mentre lui dà le ultime tre spinte fortissime, prima di irrigidirsi del tutto e svuotarsi dentro di me con un ruggito roco.
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