La punizione che brucia
di
Nora V.
genere
dominazione
Non dovevo guardarlo negli occhi quando mi ha dato quell’ordine davanti a tutti. Ho voluto fare la spavalda, gli ho risposto a tono credendo di poter uscire vincente da quel gioco di sguardi. Ho sbagliato.
Adesso sono nuda, in ginocchio sul tappeto, con le mani legate strette tra le gambe e fissate alle caviglie per bloccarle. Sono in questa posizione da minuti, forse un’intera ora e l’attesa mi fa tremare il cuore e bagnare la figa.
Sento i passi del mio Padrone, avvicinarsi. Sento il suo respiro sopra di me, il fruscio della frusta che mi accarezza la schiena, striscia in mezzo alle natiche, strofina gentile il buco del culo e trattengo il fiato, condizionata dalle precedenti punizioni sul dolore che sta per arrivare.
«Hai disubbidito», voce bassa, senza rabbia, ed è proprio quel tono calmo a terrorizzarmi.
La ball in bocca mi fa colare la bava dalla bocca, ma mi impedisce di parlare. E inizia senza ulteriore prevviso.
La prima frustata si abbatte brutale sulla curva delle natiche: calda, tagliente, spietata. Il secondo colpo arriva subito dopo, ancora più forte. Il bruciore esplode insieme al mio grido soffocato e si diffonde insieme al piace nella mia figa.
Ogni colpo mi spinge con forza in avanti e il mio corpo trema, diviso tra l’umiliazione di essermi fatta cogliere in fallo e il sangue che ha inizia a scorrere tra il pube e i colpi delle frustate.
La sua mano grande e pesante spalanca con forza il mio culo. Infila due dita nella figa che si allarga per lui e scoprono quanto sono oscenamente pronta. Il suono bagnato che accoglie la sua mano si mescola ai miei gemiti soffocati. Spingo i fianchi all'indietro, fotte il mio stesso orgoglio pur di avere di più.
«Sei la mia puttana». Lui mi blocca la testa a terra piantandomi un piede sulla nuca e continua a frustarmi, più lentamente, lasciando che ogni sferzata trasformi il dolore in un calore denso che mi pulsa dentro. «Adesso ti scopo, stronza, ma tu non hai il permesso di godere e se avrai l’orgasmo, sconterai la punizione in gabbia».
Mi libera la nuca, le sue dita mi allargano le natiche scoprendo tutto il mio intimo. Le dita dell’altra mano si conficcano nel fianco, il cazzo duro e grosso del mio Padrone mi entra dentro con forza. Si spinge così in fondo che sento i peli del suo pube schiacciati contro la pelle. Spinte secche, profonde, rapide mi scopa mentre la frusta riprende a cadere sulle natiche e sulla parte alta delle cosce. È una tortura di piacere e dolore: ogni colpo secco mi fa contrarre i muscoli della vagina intorno alla sua carne. Ogni spinta è un urto secco e profondo che mi sbatte il viso contro il pavimento. Il suo cazzo mi dilata e mi riempie senza tregua, facendomi urlare quando le sferzate successive tagliano le natiche già in fiamme.
Le mani mi tengono i fianchi inchiodati, le unghie affondano nella carne. «Non venire», ringhia, mentre gemo più forte. Ogni spinta è brutale, mi solleva le ginocchia dal tappeto e mi rimette giù con violenza, «Non hai il permesso», mi ricorda.
Provo a trattenermi, contraggo i muscoli, ma il corpo tradisce: il primo orgasmo mi esplode lo stesso, violento, mi fa tremare le cosce e strizzare intorno a lui in ondate umide e incontrollabili. Il Padrone rallenta solo per sentirmi contrarmi. Continua dolcemente ad assecondare il mio piacere. L’ondata si attenua, ma lui è ancora lì. Riprende a fottermi, affondi corti e rabbiosi che mi strappano il respiro. «Ti avevo detto di no», ringhia, e io vengo di nuovo, più forte, bagnando il suo cazzo e schizzando sulle mie cosce, sotto di me mentre singhiozzo di vergogna e piacere.
Mi usa fino in fondo, pompando dentro di me con rumori osceni, finché il suo cazzo non pulsa e mi riempie di caldo, denso, schizzando in profondità mentre mi tiene bloccata. Solo quando svuota l’ultima goccia del suo seme mi lascia andare.
Mi solleva il viso, mi gira per i capelli e mi costringe a guardarlo in ginocchio.
«Una settimana in gabbia», annuncia, la voce ancora roca. «Dieci frustate al giorno. Forse, imparerai a obbedire».
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Adesso sono nuda, in ginocchio sul tappeto, con le mani legate strette tra le gambe e fissate alle caviglie per bloccarle. Sono in questa posizione da minuti, forse un’intera ora e l’attesa mi fa tremare il cuore e bagnare la figa.
Sento i passi del mio Padrone, avvicinarsi. Sento il suo respiro sopra di me, il fruscio della frusta che mi accarezza la schiena, striscia in mezzo alle natiche, strofina gentile il buco del culo e trattengo il fiato, condizionata dalle precedenti punizioni sul dolore che sta per arrivare.
«Hai disubbidito», voce bassa, senza rabbia, ed è proprio quel tono calmo a terrorizzarmi.
La ball in bocca mi fa colare la bava dalla bocca, ma mi impedisce di parlare. E inizia senza ulteriore prevviso.
La prima frustata si abbatte brutale sulla curva delle natiche: calda, tagliente, spietata. Il secondo colpo arriva subito dopo, ancora più forte. Il bruciore esplode insieme al mio grido soffocato e si diffonde insieme al piace nella mia figa.
Ogni colpo mi spinge con forza in avanti e il mio corpo trema, diviso tra l’umiliazione di essermi fatta cogliere in fallo e il sangue che ha inizia a scorrere tra il pube e i colpi delle frustate.
La sua mano grande e pesante spalanca con forza il mio culo. Infila due dita nella figa che si allarga per lui e scoprono quanto sono oscenamente pronta. Il suono bagnato che accoglie la sua mano si mescola ai miei gemiti soffocati. Spingo i fianchi all'indietro, fotte il mio stesso orgoglio pur di avere di più.
«Sei la mia puttana». Lui mi blocca la testa a terra piantandomi un piede sulla nuca e continua a frustarmi, più lentamente, lasciando che ogni sferzata trasformi il dolore in un calore denso che mi pulsa dentro. «Adesso ti scopo, stronza, ma tu non hai il permesso di godere e se avrai l’orgasmo, sconterai la punizione in gabbia».
Mi libera la nuca, le sue dita mi allargano le natiche scoprendo tutto il mio intimo. Le dita dell’altra mano si conficcano nel fianco, il cazzo duro e grosso del mio Padrone mi entra dentro con forza. Si spinge così in fondo che sento i peli del suo pube schiacciati contro la pelle. Spinte secche, profonde, rapide mi scopa mentre la frusta riprende a cadere sulle natiche e sulla parte alta delle cosce. È una tortura di piacere e dolore: ogni colpo secco mi fa contrarre i muscoli della vagina intorno alla sua carne. Ogni spinta è un urto secco e profondo che mi sbatte il viso contro il pavimento. Il suo cazzo mi dilata e mi riempie senza tregua, facendomi urlare quando le sferzate successive tagliano le natiche già in fiamme.
Le mani mi tengono i fianchi inchiodati, le unghie affondano nella carne. «Non venire», ringhia, mentre gemo più forte. Ogni spinta è brutale, mi solleva le ginocchia dal tappeto e mi rimette giù con violenza, «Non hai il permesso», mi ricorda.
Provo a trattenermi, contraggo i muscoli, ma il corpo tradisce: il primo orgasmo mi esplode lo stesso, violento, mi fa tremare le cosce e strizzare intorno a lui in ondate umide e incontrollabili. Il Padrone rallenta solo per sentirmi contrarmi. Continua dolcemente ad assecondare il mio piacere. L’ondata si attenua, ma lui è ancora lì. Riprende a fottermi, affondi corti e rabbiosi che mi strappano il respiro. «Ti avevo detto di no», ringhia, e io vengo di nuovo, più forte, bagnando il suo cazzo e schizzando sulle mie cosce, sotto di me mentre singhiozzo di vergogna e piacere.
Mi usa fino in fondo, pompando dentro di me con rumori osceni, finché il suo cazzo non pulsa e mi riempie di caldo, denso, schizzando in profondità mentre mi tiene bloccata. Solo quando svuota l’ultima goccia del suo seme mi lascia andare.
Mi solleva il viso, mi gira per i capelli e mi costringe a guardarlo in ginocchio.
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