Giorgia-Parte due

di
genere
corna

Parte due
Il weekend al lago iniziò con un temporale che scosse i vetri della baita, trasformando il caminetto acceso in un rifugio perfetto. Giorgia aveva indossato la camicia da notte di seta che Marco le aveva regalato—nera, trasparente, con i bottoni che lui avrebbe staccato uno a uno più tardi. Ora erano seduti sul divano, lei con le gambe piegate sotto di sé, Marco che tracciava cerchi sulla sua schiena scoperta con la punta delle dita. "Donato ti ha chiamato?" chiese lui, prendendo un sorso di vino direttamente dalla bottiglia.
Giorgia scosse la testa, il sorriso che le si increspava agli angoli della bocca. "Gli ho scritto che eravamo arrivati. Ha risposto con un emoji." Tese il telefono verso Marco, che sbirciò lo schermo: un cuore rosso, seguito da un faccino con la lingua di fuori. Marco rise, il suono profondo che si mescolava al crepitio del fuoco. "Sta imparando," commentò, prima di afferrare Giorgia per la vita e trascinarla sopra di sé.
La pioggia batteva ritmica sul tetto mentre Marco le slacciava la camicia, i denti che mordicchiavano la clavicola lasciando segni rosa sulla pelle dorata. "Mi mancavi," mormorò contro il suo collo, le mani che scivolarono sotto la seta per afferrarle i fianchi. Giorgia gemette quando le sue dita entrarono in lei, già bagnata, le unghie di Marco che graffiavano delicatamente l’interno coscia. "Aspetta—" tentò di dire, ma lui le coprì la bocca con un bacio che sapeva di Cabernet, mentre le dita acceleravano il ritmo.
Fuori, un lampo illuminò la stanza per un secondo, cristallizzando l’immagine di Giorgia che si arcava contro di lui, i capelli sciolti che le cadevano sulle spalle come un mantello. Marco la fece venire così, senza togliersi i pantaloni, solo per il piacere di sentirla urlare il suo nome mentre il tuono copriva il suono. Poi la sollevò come fosse fatta di carta velina e la portò verso la finestra, appoggiandola contro il vetro freddo. "Guarda," le ordinò, girandola per farle vedere il lago illuminato dai fulmini. "Voglio che ti ricordi questa vista mentre ti scopo questo bel culo che hai."
Giorgia appoggiò le mani contro il vetro, il respiro che si appannava sulla superficie mentre Marco le alzava la camicia da dietro, esponendola alla pioggia che sembrava battere più forte, come se volesse entrare. Le labbra di Marco bruciarono lungo la sua schiena mentre le mani le aprivano le cosce, il tessuto bagnato della lingerie che si incollava alla pelle. "Non muoverti," le sussurrò all'orecchio, e Giorgia sentì il metallo della sua cintura sfiorarle la natica mentre lui si slacciava i pantaloni.
Il primo colpo la fece sobbalzare contro il vetro—duro, deliberato, senza preamboli. Giorgia strinse i pugni, le unghie che graffiarono il cristallo mentre Marco la prendeva con una furia che non le aveva mai mostrato prima. Ogni spinta la sbatteva contro la finestra, il freddo che contrastava col caldo del suo corpo. "Così ti piace, eh?" ringhiò Marco, afferrandole i capelli per tirarle indietro la testa. "Sentirmi tutto dentro mentre pensi a tuo marito laggiù?"
Giorgia socchiuse gli occhi, confusa, finché non vide la sagoma di Donato in piedi sulla riva del lago, la pioggia che gli inzuppava i vestiti mentre fissava verso la baita. "Dio, no—" gemette, lo sento tutto dentro duro e possente. Mi piace come mi apri il culo."
Le mani di Marco le serrarono i fianchi, le dita che affondavano nella carne mentre la scopava con una ferocia che le toglieva il fiato. Giorgia cercò di voltarsi ma lui la bloccò, un braccio intorno alla sua gola, l’altro che le sollevava una gamba per entrare ancora più profondamente.
"Dimmi che sei mia." La voce di Marco era un comando, non una richiesta. Giorgia aprì la bocca, ma lui la interruppe con uno schiaffo sul sedere, il suono secco che risuonò nella stanza.
"Io sono tua," gemette Giorgia, la voce rotta dal piacere. Marco le afferrò i capelli, tirandole indietro la testa fino a esporle completamente la gola. "Di’ il mio nome." "Sono tua, Marco," urlò lei, e questa volta fu un’ammissione, una resa. Marco la riempì con un ultimo colpo violento, i denti che le affondavano nella spalla per soffocare un ruggito. Giorgia chiuse gli occhi, il corpo scosso da un orgasmo che la lasciò tremante e svuotata.
"Mi hai stregato, non posso più fare a meno di te, dei tuoi baci, del tuo cazzo."
"E tuo marito lo sa?"
"Si lo sa ed e felice per me, anche lui prova un certo trasporto per te."
"Me ne sono accorto di come mi lecca il cazzo quando mi pulisce, lo fa con amore."
La pioggia continuava a battere contro i vetri della baita mentre Giorgia, ancora tremante per l’ultimo orgasmo, si lasciava cadere sul tappeto davanti al caminetto. Marco le si accovacciò accanto, passandole un bicchiere di vino con quel sorriso che le faceva sciogliere lo stomaco. "Bevi," le sussurrò, accarezzandole una ciocca di capelli bagnati dietro l’orecchio. "Ti sei meritata un riposo." Giorgia sorrise stanca, le labbra che sfiorarono il bordo del bicchiere mentre osservava Marco alzarsi e avvicinarsi alla finestra. Il suo profilo si stagliava contro il lampo che illuminava il lago—spalle larghe, la schiena solcata dai graffi che gli aveva lasciato poco prima.
Donato tamburellò le dita sul tavolo del ristorante milanese, il bicchiere di Brunello ancora intatto davanti a lui. Il cliente giapponese alla sua destra stava parlando di percentuali di investimento, ma le cifre gli scivolavano addosso come la pioggia che batteva sui vetri. Nella tasca della giacca, il telefono vibrava. Una notifica: una foto sfocata, inviata da Giorgia. La aprì con un polpastrello umido di sudore—solo un angolo del letto della baita, la coperta di lana spostata, un piede nudo con le dita ricurve su un lenzuolo bianco. Niente altro. Niente Marco. Solo quell’indizio lasciato lì come un pezzo di puzzle che sapeva di sfida.
"Scusate," borbottò, alzandosi di scatto. "Devo fare una chiamata." Il bagno dell'hotel era rivestito di marmo nero, l'eco dei suoi passi che rimbalzava come un battito cardiaco accelerato. Chiuse la porta a chiave e aprì la chat. *"Come va?"* scrisse, le dita che tremavano più del tono che voleva dare al messaggio. La risposta arrivò dopo sessanta secondi esatti—un video di tre secondi. Giorgia sdraiata sul fianco, la schiena nuda contro il petto di Marco, la mano di lui che le stringeva un seno mentre l’altra spariva sotto le coperte. Lei non parlava, ma il gemito che uscì dalle labbra socchiuse bastò a far scattare la cerniera dei pantaloni di Donato.
Dall’altra parte del lago, Marco teneva il telefono sopra la testa di Giorgia, il pollice che premeva *stop* proprio quando Donato avrebbe voluto vedere di più. "Gli piace guardare, eh?" disse, rotolandosi sopra di lei con quella naturalezza di chi ha conquistato ogni centimetro di quel corpo. Giorgia annuì, le labbra che cercavano le sue senza vergogna. "Gli piace soprattutto quando gli mandi i dettagli," sussurrò contro la sua bocca. "La settimana scorsa ha passato due ore in ufficio a rimirarsi la foto dove avevo ancora le tue dita stampate sulle cosce."
Marco si svegliò prima dell'alba, il braccio intorpidito sotto il peso di Giorgia che dormiva profondamente. La luce grigia del mattino filtrava attraverso le tende semiaperte, illuminando i vestiti sparsi sul pavimento e la bottiglia di vino vuota accanto al letto. Con movimenti lenti per non svegliarla, si liberò dall'abbraccio e scivolò fuori dalle lenzuola. La baita era immersa nel silenzio, rotto solo dal respiro regolare di Giorgia e dal gocciolio della pioggia notturna che ancora persisteva, si chinò a raccogliere la sua camicia dal pavimento, sorridendo al ricordo delle mani frettolose di Giorgia che l'avevano strappata dai suoi bottoni la sera prima. Attraversò la baita a piedi nudi, il legno fresco sotto le piante dei piedi, e si fermò davanti alla finestra della cucina. Il lago era una lasta di piombo sotto il cielo gonfio di pioggia, e lì, sulla riva opposta, una figura solitaria fumava una sigaretta.
Poi sul cellulare di Giorgia arrivo un messaggio. Lei si destò e assonnata lo lesse. "Che bello. esclamò" rivolgendosi a Marco "Donato i si è liberato prima del previsto e ci raggiungerà in giornata.
Marco sorrise, il dito che tracciò un cerchio lento sul ginocchio di Giorgia mentre lei era ancora sdraiata sul letto, il lenzuolo che le copriva appena i fianchi. "Meglio così," disse, la voce bassa e carica di intenzione. "Lo sai che mi eccita molto scoparti davanti a lui, ma mi piace anche quando lui non c'è." Si chinò, le labbra che sfiorarono il suo orecchio mentre una mano le sollevava il mento. "Ho l'impressione che sei più naturale, più troia. Davanti a lui non hai mai ingoiato il mio sperma, cosa che invece hai fatto ieri che lui non c'era."
Giorgia arrossì, ma non distolse lo sguardo. "Sì, forse hai ragione," ammise, le dita che giocherellavano con l'orlo del lenzuolo. "Ma godo di più se c'è lui che mi guarda."
Marco rise, un suono profondo che le fece accapponare la pelle. Si distese accanto a lei, il corpo caldo contro il suo. "C'è qualcosa che vorresti fare con me prima che lui torni?" chiese, la mano che scivolò sotto le coperte per accarezzarle la coscia. "Qualcosa che non faresti se ci fosse lui?"
Giorgia trattenne il respiro. Marco la conosceva ormai troppo bene – sapeva che quella pausa significava solo che stava già immaginando la risposta.
Giorgia si morse il labbro inferiore, le dita che strizzavano il lenzuolo mentre Marco la fissava con quell’espressione da lupo affamato. "Ci sono due cose che spesso sogno," sussurrò, il rossore che le saliva dalle clavicole fino alle guance. "Ma non ho nemmeno il coraggio di chiedere."
Marco non rise. Le prese invece il polso e glielo premé contro il ventre nudo, dove il battito accelerato tradiva l’eccitazione. "Dimmi," ordinò, voce bassa come il crepitio della legna nel caminetto. "Ti giuro che non riderò."
Era il tono che usava quando voleva strapparle confessioni proibite—lo stesso che le aveva fatto ammettere, tre settimane prima, che si masturbava pensando ai suoi piedi sulle spalle di Donato mentre lui la penetrava. Giorgia chiuse gli occhi. "Vorrei che mi facessi la pipì nel culo," sbottò, le parole uscite in un soffio come se le avesse trattenute troppo a lungo. "E che mi sculacciassi per qualche disobbedienza."
Il silenzio che seguì fu così denso che sentì il ronzio dell’elettricità nella lampada accanto al letto. Poi Marco le afferrò il mento, costringendola ad aprire gli occhi. "Sei sicura?" chiese, il pollice che le sfiorava la mascella tremante. "Perché sono cose che non si possono rimangiare dopo, stellina."
Giorgia annuì, le ginocchia che si strinsero involontariamente. "Ho sognato che lo facevi mentre Donato guardava," aggiunse, più audace ora che il segreto era fuori. "Che mi trattavi come una cagna disobbediente e lui si eccitava vedendomi umiliata."
Marco espirò lentamente, il petto che si sollevava mentre studiava ogni dettaglio del suo viso. Poi, senza preavviso, le afferrò i capelli e la rovesciò sul letto, schiena contro il materasso. "Prima regola," sibilò, le labbra a un centimetro dalle sue. "Non si chiedono queste cose a letto. Si chiedono prima, così io ho tempo di prepararmi." Le morse il labbro inferiore, abbastanza forte da farle urlare. "Seconda regola: se disobbedisci, ti faccio piangare. Capito?"
Giorgia annuì freneticamente, il respiro che le usciva a scatti. Marco la lasciò andare e si alzò dal letto, il pube rasato che sfiorò il suo stomaco mentre passava. "Alzati," ordinò, indicando il pavimento accanto al letto. "In ginocchio. Aspetta lì mentre vado in bagno a bere un litro d’acqua." Sorrise vedendo il brivido che le attraversò la schiena. "E rifletti bene, stellina. Perché tra un’ora potresti rimpiangere di aver aperto quella bocca."
Giorgia tremò quando Marco uscì dalla stanza, le ginocchia che affondavano nel tappeto mentre obbediva all’ordine. Fuori, la pioggia aveva ripreso a cadere—gocce pesanti che battevano sul tetto come dita impazienti. E in lontananza, oltre il lago, una macchina avanzava lentamente lungo la strada sterrata che portava alla baita.
La macchina che avanzava lungo la strada sterrata forse era quella di Donato ma non ci volle pensare. In quel momento, inginocchiata sul tappeto con la pelle d’oca e il cuore in gola, poteva pensare solo al rumore dell’acqua che scorreva nella doccia. Marco si stava preparando, come aveva detto. Lei chiuse gli occhi e immaginò le gocce che gli scendevano lungo il torace, il ventre, fino a quel posto che ormai conosceva meglio delle proprie mani.
Il suono della porta che si aprì la fece sobbalzare. Marco era lì, ancora nudo, i capelli bagnati che gli ricadevano sulla fronte. Aveva in mano un bicchiere d’acqua e un asciugamano. "Bevi," le ordinò, accovacciandosi davanti a lei. Giorgia obbedì, sentendo il liquido fresco scendere lungo la gola mentre Marco le legava i polsi dietro la schiena con l’asciugamano.
"Sei sicura?" ripeté, tirando il nodo per assicurarsi che fosse stretto. Giorgia annuì, le labbra che tremavano. Marco la fissò per un lungo momento, poi annuì a sua volta. "Bene," disse, alzandosi. "Allora facciamo un esperimento. Ti faccio una domanda. Se rispondi sinceramente, ti premio. Se menti, ti punisco. Capito?"
Giorgia annuì di nuovo, il cuore che batteva così forte da sembrare che volesse uscire dal petto. Marco sorrise, il dito che le sollevò il mento. "Prima domanda: quante volte ti sei masturbata pensando a questa scena?"
Giorgia arrossì, ma non distolse lo sguardo. "Tre volte," sussurrò.
Marco annuì, soddisfatto. "Bene," disse, accarezzandole i capelli. "Ora chiudi gli occhi e apri la bocca."
Giorgia obbedì, sentendo la mano di Marco che le accarezzava la guancia. Poi, improvvisamente, un getto tiepido le colpì il viso. Apri gli occhi per un attimo, sufficiente a vedere Marco che la stava pisciando addosso, il viso contratto in una smorfia di piacere mentre il liquido dorato le scorreva sul petto, sulle cosce, sul ventre. Giorgia chiuse gli occhi di nuovo, lasciando che la sensazione la travolgesse completamente. Era più intenso di quanto avesse immaginato, più umiliante, più eccitante.
Quando Marco finì, Giorgia era bagnata dappertutto, il respiro affannoso, il corpo che tremava per l’eccitazione. Marco si inginocchiò davanti a lei, le labbra che sfiorarono le sue. "Ti è piaciuto?" chiese, la voce roca. Giorgia annuì, incapace di parlare. Marco sorrise. "Bene," disse. "Ora puliscimi." Le prese la testa tra le mani e la guidò verso il suo cazzo ancora duro. Giorgia non esitò, le labbra che si aprirono per accoglierlo, la lingua che lo leccò con devozione. Marco gemette, le dita che si intrecciarono nei suoi capelli. "Sei una brava ragazza," sussurrò. "Ma ora è il momento della punizione."
Giorgia lo guardò, confusa. Marco sorrise. "Hai mentito," disse. "Ti sei masturbata almeno cinque volte pensando a questa scena. Lo so perché ho trovato i tuoi assorbenti nel cestino."
Giorgia arrossì, ma non negò. Marco si alzò, prendendola per un braccio e trascinandola verso il letto. "Ginocchia sul bordo," ordinò. Giorgia obbedì, sentendo la mano di Marco che le sculacciava il sedere con un colpo secco che le fece urlare. "Uno per ogni volta che hai mentito," disse, prima di ripetere il gesto. Giorgia strinse i denti, il dolore che si mescolava al piacere in un turbinio di sensazioni che la fecero fremere.
Alla quinta sculacciata, Giorgia era sul punto di venire, il corpo che tremava, la voce roca per i gemiti. Marco la lasciò andare, lasciandola cadere sul letto. "Bene," disse, accarezzandole i capelli. "Ora siamo pari."
Giorgia sorrise, stanca e soddisfatta, il corpo ancora scosso dai brividi. Marco si distese accanto a lei, il braccio che le cingeva la vita. "Sei stata brava," sussurrò. "Ti meriti un premio."
Giorgia lo guardò, le labbra che si aprirono per parlare, ma prima che potesse dire una parola, la porta della baita si aprì. Un rumore di passi nella sala, poi una voce familiare: "Giorgia? Marco? Siete qui?"
Giorgia si girò verso la porta, il cuore che batteva forte nel petto. Marco sorrise, le labbra che sfiorarono il suo orecchio. "Ecco Donato," sussurrò. "E sembra che abbia trovato la porta aperta."
Giorgia arrossì, ma non si coprì. Invece, si girò verso la porta e sorrise. "Siamo qui, amore," chiamò, la voce roca per i gemiti. "Stavamo solo... aspettandoti."
La porta della camera si aprì con un cigolio e Donato apparve sulla soglia, i capelli ancora umidi di pioggia, le scarpe che lasciavano impronte bagnate sul pavimento di legno. Si fermò immobile, gli occhi che si adattavano alla penombra prima di posarsi sulla scena davanti a lui: Giorgia inginocchiata sul letto, il corpo ancora scintillante di umidità, Marco accanto a lei con un braccio possessivo intorno alla sua vita. L'aria era densa dell'odore del sesso e della pipì, e Donato inspirò profondamente, come se volesse imprimersi quel profumo nella memoria.
"Ehm... scusate se arrivo in anticipo," borbottò, la voce strozzata mentre il suo sguardo scendeva lungo il corpo della moglie, fermandosi sui segni rossi delle sculacciate che le adornavano il sedere. "La riunione è stata cancellata all'ultimo momento."
Marco non si mosse, ma la sua mano strisciò lungo la coscia di Giorgia fino a fermarsi tra le sue gambe, le dita che si insinuarono senza vergogna. "Nessun problema," disse, il tono calmo come se si trovassero a prendere il tè. "Stavamo giusto discutendo di te."
Giorgia gemette quando le dita di Marco la penetrarono, ma tenne gli occhi fissi sul marito, osservando il modo in cui le sue narici si dilatavano ad ogni suono che le usciva dalla bocca. "V-Volevo chiederti una cosa," sussurrò, interrompendosi quando Marco aumentò la pressione. "Se... se ti dispiaceva che Marco mi abbia pisciata addosso."
Donato deglutì, la gola improvvisamente secca mentre gli occhi scorrevano sulle tracce dorate che ancora brillavano tra i seni di Giorgia, sulle cosce, sul ventre. Si passò una mano sulla bocca, poi fece un passo avanti. "No," disse, la voce più bassa del solito. "No, non mi dispiace. Anzi." Si sistemò i pantaloni, l'erezione che gli deformava la stoffa. "Mi eccita. Pensare che tu abbia fatto qualcosa con lui che non hai mai fatto con me."
Giorgia sentì le dita di Marco scivolare tra le sue natiche, aprendole con una pressione che sapeva già dove sarebbe finita. "E ti dispiacerebbe se mi facessi pisciare nel culo?" sussurrò Marco, il fiato caldo sul suo collo mentre le teneva i polsi stretti dietro la schiena.
Donato fece un passo avanti, il respiro che gli usciva a scatti. Giorgia lo vide fissare il punto dove le dita di Marco stavano preparandola, il modo in cui si leccò inconsapevolmente le labbra. "
Donato rimase immobile, il respiro che gli si fece più rapido mentre Marco spingeva un dito dentro Giorgia davanti a lui. "Rispondi," sussurrò Giorgia, le pupille dilatate dall'eccitazione mentre si contorceva contro le dita di Marco. "Ti dispiacerebbe?"
Un tremito attraversò le spalle di Donato prima che rispondesse. "No," ammise con voce roca, le mani che si strinsero a pugno lungo i fianchi. "Voglio vedere tutto. Proprio tutto."
Marco sorrise, quel sorriso da lupo che faceva tremare Giorgia nei momenti migliori. "Allora chiudi la porta e siediti," ordinò, indicando la poltrona vicino al camino. "E non alzarti finché non ti dico io."
Donato obbedì senza esitazione, i pantaloni che sussurravano contro il legno della sedia mentre si sistemava. Giorgia lo osservò mentre Marco la girava a pancia in giù sul letto, sollevandole i fianchi con un cuscino. Sentì le sue natiche esposte all'aria fresca della stanza, il tremore che le percorreva la schiena mentre Marco le spalancava le gambe con i ginocchi.
"Non muoverti," ordinò Marco, la voce bassa e carica di autorità mentre scivolava dietro di lei. Giorgia sentì il calore del suo corpo avvicinarsi, il respiro caldo sulla nuca che le fece rizzare i peli sulle braccia. Le sue mani, larghe e sicure, si posarono sulle sue natiche ancora arrossate, accarezzandole con una lentezza che la fece gemere. "Hai fatto la brava oggi, vero?" mormorò, le dita che affondavano nella carne morbida.
Donato, dalla poltrona, emise un suono strozzato. Giorgia lo intravide dalla coda dell'occhio, le mani che si stringevano sui braccioli, gli occhi fissi su di loro come ipnotizzati. Marco lo ignorò deliberatamente, concentrato solo su di lei. "Dimmi cosa vuoi adesso," sussurrò all'orecchio di Giorgia, mentre una mano le scendeva lungo la coscia, aprendola ancora di più.
"Voglio che mi riempi culo con la tua pipì mentre Donato mi guarda," ansimò lei, il viso premuto contro le lenzuola.
Marco emise un suono basso, quasi un ringhio, mentre afferrava i fianchi di Giorgia con una presa che le avrebbe lasciato i lividi. "Come vuole la padroncina, ripetilo piu forte e con decisione."
"Voglio che mi pisci nel culo." sussurrò, la voce strozzata dall'eccitazione. Un brivido le attraversò la schiena quando il primo il cazzo le entro nel culo con un'unica spinta e il getto tiepido le riempì l'ano, scivolandole lungo le cosce. "Dio, sei proprio una magnifica troia," mormorò Marco, regolando l'angolo mentre la riempiva con un flusso costante.
Donato si morse il labbro mentre si aggrappava alla poltrona. Giorgia lo vide socchiudere gli occhi, il respiro che accelerava quando Marco le allargò le natiche con entrambe le mani, esponendola completamente alla vista del marito. "Guarda bene," ordinò Marco, la voce dura. "Guarda come la tua moglie prende la mia pisciata nel culo come se fosse nata per questo."
Il liquido caldo le riempiva il retto con una pressione che la faceva contorcere, una sensazione stranamente piena, umiliante, elettrica. Giorgia affondò le dita nelle lenzuola, un gemito strozzato che le uscì dalla gola quando Marco le diede uno schiaffo sul sedere. "Tienila tutta dentro," ringhiò. "Se ne esce una goccia, sarai punita."
Donato emise un suono simile a un lamento, la mano che si strofinava contro il cavallo dei pantaloni. Marco lo notò e sorrise, quel sorriso crudele che faceva pulsare Giorgia tra le gambe. "Vuoi toccarti, Donato? Fallo. Ma senza venire. Non ancora." Poi si chinò su Giorgia, le labbra che sfiorarono il suo orecchio. "E tu, stellina, conta ad alta voce quanti secondi riesci a trattenerla dentro."
"Uno," sussurrò Giorgia, sentendo il peso del liquido che le riempiva l'interno con una pressione insostenibile. Le dita affondarono più forte nel tessuto del divano, le nocche bianche. "Due." Marco le lasciò un altro schiaffo sul sedere, questa volta più forte, e lei strinse le palpebre, il dolore che si mescolava al piacere in un cocktail inebriante. "Tre." Sentiva Donato ansimare dall'altra parte della stanza, il suodo del tessuto dei pantaloni che strofinava mentre si masturbava, obbediente alle istruzioni di Marco.
"Più forte," ordinò Marco, posando una mano sulla nuca di Giorgia e spingendole il viso contro il divano. "Voglio che Donato senta ogni numero."
"Quattro," gemette Giorgia, la voce rotta. Il liquido dentro di lei sembrava espandersi, riscaldarla dall'interno, e quando Marco le infilò due dita nella figa mentre la teneva ancora piena, lei urlò. "Cinque! Dio, sei, sette—" Le dita di Marco si muovevano con precisione crudele, sfiorando quel punto dentro di lei che la faceva vedere stelle.
Dall'altra parte della stanza, Donato emise un suono strozzato. "Marco..."
"Non ancora," sibilò Marco senza nemmeno voltarsi, mentre le sue dita continuavano a torturare Giorgia con una lentezza esasperante. "Aspetta il mio permesso." Il comando era chiaro, e Donato annuì, le labbra serrate, la mano che rallentò ma non si fermò del tutto. Giorgia lo vide dalla posizione in cui era piegata, il viso premuto contro il tessuto del divano, il respiro che le usciva a fiotti corti ogni volta che Marco le dava un altro schiaffo sul sedere, già arrossato.
"Otto," ansimò lei, sentendo le dita di Marco che si ritiravano dalla sua figa bagnata solo per scivolare lungo le sue cosce, sporche di urina. "Nove..." La voce le tremava mentre Marco le afferrava i fianchi con forza, il corpo di lui che si incollava al suo da dietro. Sentì il calore del suo cazzo contro la schiena, duro e pulsante, prima che lui le sussurrasse all'orecchio: "Tienila ancora un po', stellina. Voglio sentirti contare fino a venti."
Giorgia gemette, il ventre che le si contraeva per lo sforzo di obbedire. "Dieci," sussurrò, e questa volta la voce le si perse in un rantolo quando Marco le morse il collo, i denti che affondavano nella sua pelle mentre una mano le stringeva un seno, l'altra che tornava a giocare con il suo clitoride.
Donato osservava, gli occhi fissi su quella scena, la mano che accelerava di nuovo nonostante l'ordine. "Marco, non ce la faccio..." la sua voce era roca, quasi disperata. Marco questa volta si voltò, e Giorgia sentì il sorriso nella sua voce quando rispose: "Allora vieni pure, Donato. Ma guarda bene mentre lo fai. Guarda come tua moglie prende i miei ordini come se fossero la mia schiava."
"Undici," singhiozzò Giorgia, il corpo che tremava sotto le mani di Marco. Le sue dita erano tornate dentro di lei, stavolta più veloci, più dure, e ogni volta che sfioravano quel punto sensibile, una scossa di piacere le attraversava la schiena. Il liquido caldo dentro il suo culo sembrava pulsare, una presenza costante e umiliante che la faceva sentire piena in modo quasi doloroso.
Marco le afferrò i capelli, tirandole indietro la testa mentre con l'altra mano continuava a tormentarle il clitoride. "Più forte," ringhiò contro la sua nuca. "Voglio sentire i numeri fino alle pareti." Giorgia obbedì, la voce che si spezzava in un grido quando lui le strinse un capezzolo tra le dita. "DODICI—ah, Dio—TREDICI!"
Dall'altra parte della stanza, Donato gemeva, il pugno che si muoveva freneticamente sul proprio cazzo. "Sto per venire... Marco, ti prego..."
Marco non si voltò, troppo concentrato sul far impazzire Giorgia. "Vieni pure," disse con voce roca. "Ma guarda bene. Guarda come tua moglie si sta sgretolando per me."
"Quattordici," urlò Giorgia, le dita che affondavano nel divano mentre Marco le martellava dentro con le dita, il pollice che strofinava il clitoride in cerchi rapidi. Il liquido nel suo retto sembrava ribollire, la pressione quasi insostenibile. "Quindici—ah, cazzo!"
Marco le diede uno schiaffo violento sul sedere, lasciando un'impronta rosso acceso sulla pelle già irritata. "Continua," ordinò, la voce un ruggito basso.
"Sedici," singhiozzò Giorgia, il corpo che si contorceva sotto le mani di Marco. Le sue cosce tremavano, i muscoli tesi dallo sforzo di trattenere il liquido dentro di sé mentre le dita di lui continuavano a tormentarla. Un rivolo caldo le scivolò lungo la coscia, ma Marco non sembrò accorgersene, troppo concentrato a osservare Donato che si masturbava freneticamente nella poltrona, gli occhi vitrei fissi su di loro. "Diciassette—ah, cazzo, diciott—"
Marco le interruppe con un morso sulla spalla, le labbra che si attaccarono alla sua pelle mentre le sue dita acceleravano ancora. "Aspetta," ringhiò all'orecchio di Giorgia. "Voglio che Donato venga prima di te."
Giorgia alzò lo sguardo verso il marito, le labbra dischiuse in un gemito quando vide l'espressione sul suo viso—quella stessa maschera di desiderio puro che aveva quando li osservava per la prima volta. Donato si irrigidì, la schiena che si inarcò mentre lo sperma gli schizzava tra le dita, gli occhi che non smettevano di fissare il punto dove Marco la penetrava. "Eccolo," sibilò Marco, afferrando i capelli di Giorgia per costringerla a guardare. "Guarda come viene per te. Per noi."
Il corpo di Giorgia si contrasse in un orgasmo improvviso, incontrollabile, il liquido che le schizzò via dal culo mentre gridava: "DICIANNOVE—VENTI!" Marco la lasciò cadere sul divano, il respiro affannoso, le gambe che tremavano ancora. Le tracce dorate le colavano lungo le cosce, mescolandosi al sudore sulla pelle.
Marco si tirò indietro, gli occhi scuri che scrutavano Giorgia con una soddisfazione quasi animalesca mentre lei giaceva a pezzi sul divano, il vestito bianco ormai inzuppato e sollevato fino alla vita. "Bravissima," mormorò, accarezzandole un fianco con il dorso delle dita prima di voltarsi verso Donato ancora seduto nella poltrona, le mani appoggiate sui braccioli come se avesse paura di muoversi senza permesso. "E tu? Hai visto com'è bella tua moglie quando obbedisce?"
Donato deglutì, il collo teso mentre annuiva lentamente. "Sì," sussurrò, la voce più roca del solito. "È... incredibile."
Giorgia sollevò una mano tremante per asciugarsi il sudore dalla fronte, il respiro che faticava a tornare regolare. Il liquido tiepido che le colava tra le cosce la faceva sentire sporca, desiderabile, viva in un modo che non ricordava da anni. Quando Marco le prese il polso e la tirò su a sedere, gemette, i muscoli addominali che protestavano. "Puliscila," ordinò Marco, indicando Donato con un cenno del mento mentre si allontanava verso il bagno, lasciando la porta socchiusa.

Donato si avvicinò con passi incerti, gli occhi che non riuscivano a staccarsi dalle tracce dorate che stillavano lungo le cosce di Giorgia. Si inginocchiò davanti a lei, le mani tremanti mentre cercavano un asciugamano sul divano. "Sei... sei magnifica," sussurrò, pulendole la pelle con movimenti delicati, quasi reverenziali. Giorgia chiuse gli occhi, il respiro ancora affannoso, sentendo le dita del marito scivolarle tra le gambe con una familiarità nuova, diversa. Era come se la stesse toccando per la prima volta.
"Tu sei magnifico," disse Giorgia al marito, le dita ancora tremanti mentre accarezzavano la guancia di Donato. Il sapone alla vaniglia che usava da anni le riempì le narici, familiare e improvvisamente nuovo. "Grazie per avermi regalato questo piacevole sogno." La voce le si incrinò sull'ultima parola mentre Marco rientrava dal bagno, asciugandosi le mani con un asciugamano nero che sembrava troppo elegante per la situazione.
Giorgia si ritrovò a sorridere, un'espressione sgualcita e sincera che le salì alle labbra senza permesso. "Voglio essere la sua schiava, se ti va." La mano di Donato le strinse il polso più forte, ma non era una presa di possesso—era un'anima che cercava appiglio. "Certo, amore," sussurrò lui, gli occhi ancora dilatati dall'eccitazione. "Lo sarai. Lo saremo entrambi, se ne varrà la pena."
Marco si fermò davanti a loro, l'ombra che copriva metà del viso di Giorgia. Le scarpe di pelle lucida erano ancora perfettamente pulite, un dettaglio assurdo che la fece ridere piano. "Dici sul serio?" chiese lui, la voce più bassa del solito. Non suonava scettico, ma curioso, come se stesse valutando il peso di quelle parole. Giorgia annuì senza parlare, sentendo la lingua pesante e il corpo ancora vibrante.
La stanza sembrò contrarsi per un attimo, l'aria densa di sudore e promesse. Poi Marco allungò una mano, prendendo quella di Giorgia e aiutandola ad alzarsi in piedi. Il vestito bianco le si appiccicò alla pelle, ancora umido, ma lei non pensò a nascondersi. "Allora lavati," disse Marco, indicando il bagno con un cenno del capo. "E dopo, parleremo di cosa significa davvero." Lo sguardo che scambiò con Donato era carico di un'intesa silenziosa, complicata. Giorgia sentì un brivido lungo la schiena, più elettrico dei morsi di prima. Non era finita. Era solo iniziato.

scritto il
2026-06-20
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