Giorgia-parte uno
di
ANNA BOLERANI
genere
corna
GIORGIA
Parte uno
"Non è che hai già cambiato idea, vero?" chiese Donato, spostando il caffè sul tavolo senza berlo. L'aria in salotto era ferma, come se anche la stanza trattenesse il fiato.
Giorgia scrollò le spalle, ma ilava le labbra nel gesto, un segnale che Donato conosceva bene dopo dieci anni di matrimonio. Era indecisa, certo, ma non spaventata. "Non ho cambiato idea," rispose alla fine. "È solo che non voglio che sia una cosa... qualsiasi."
Lui annuì, le dita che tamburellavano sul bracciolo del divano. "Lo so. Nemmeno io." E poi, dopo un attimo di silenzio che sapeva di complicità: "Ma siamo sicuri che vuoi un uomo solo per te?"
Giorgia lo fissò, gli occhi scuri che brillavano di una sfumatura che Donato non vedeva da anni. "Sì," disse piano. "Ma deve essere il *giusto*."
"Allora chi?" chiese Donato, abbassando la voce come se qualcuno potesse origliare. Il salotto era vuoto, ma la domanda sembrava richiedere un tono confidenziale, quasi cospiratorio.
Giorgia si morse il labbro inferiore, un'abitudine che aveva quando rifletteva. "Ho pensato a Marco," disse finalmente. "Quello che abbiamo conosciuto al matrimonio di tua cugina due anni fa. Ricordi? Alto, capelli scuri, sempre impeccabile."
Donato aggrottò la fronte per un attimo, poi gli si illuminò lo sguardo. "Ah, lui! Quello che faceva l'architetto?"
"Sì, proprio lui." Giorgia sorrise, un sorriso che Donato non le vedeva fare da mesi. "Lo incontro ogni tanto al bar sotto l'ufficio. È sempre solo, mai con donne. E...
"...e mi è sempre piaciuto come uomo," continuò Giorgia, abbassando le ciglia con un'aria quasi timida che contrastava con l'audacia delle sue parole. "Se devo avere un amante, preferirei lui. Se lui, ovviamente, fosse d'accordo." Le labbra le tremarono appena sul finale, ma lo sguardo rimase fermo, sfidando Donato a contraddirla.
Donato inspirò profondamente, il petto che si sollevava come se stesse per immergersi in acque profonde. "Marco," ripeté, come se il nome avesse un sapore nuovo da assaporare. "Hai parlato con lui di... questo?"
"Non direttamente." Giorgia si strinse nelle spalle, le dita che giocherellavano con l'orlo della sua camicetta di seta. "Ma qualche settimana fa, al bar, ha fatto un commento. Diceva che gli piacciono le donne sposate perché sanno quello che vogliono. E poi..." esitò, arrossendo leggermente, "...mi ha sfiorato la mano quando mi ha passato lo zucchero. È stato un attimo, ma ho capito."
La stanza parve contrarsi intorno a loro. Donato sentì un brivido insolito scendergli lungo la schiena—non di gelosia, ma di eccitazione. "E tu? Hai... reagito?"
"Ho lasciato che mi sfiorasse," sussurrò Giorgia, le dita che ora si stringevano attorno alla tazza di caffè freddo. "E poi gli ho sorriso. Quello che sai, quello che faccio quando..." Si interruppe, ma Donato sapeva. Quel sorriso a labbra socchiuse che gli faceva venire voglia di spogliarla lì, sul tavolo della cucina, come ai tempi dell'università.
Donato deglutì. "Marco," ripeté, come se il nome fosse una chiave che stesse girando in una serratura arrugginita. "E se poi... non fosse come te l'aspetti?" La domanda era mal formulata, ma Giorgia capì.
"Allora niente," rispose lei, semplice come spezzare un filo. "Ma tu lo hai visto, no? Come si muove. Come parla. Ha quella... pazienza." Le pupille di Giorgia si dilatarono leggermente, e Donato pensò che forse erano anni che sua moglie fantasticava su quell'uomo mentre la prendeva da dietro nella loro camera da letto. L'idea lo eccitò più di quanto avrebbe mai ammesso.
Dalla strada arrivò il rumore di un motorino che accelerava. Giorgia si alzò, improvvisamente energica, e prese il telefono dal bancone. "Lo chiamo ora," disse, senza esitazione. "Meglio saperlo subito se ho letto male i segnali. Metto il vivavoce cosi potrai ascoltare"
"Pronto, Marco? Sono Giorgia." La voce le tremò appena, ma le dita rimasero ferme attorno al telefono. Donato osservava dalla poltrona, il ginocchio che ballava nervosamente mentre aspettava di capire dal tono della conversazione se sua moglie fosse pienamente convinta di quello che stava per fare.
Dall'altro lato della linea, Marco rispose con un tono calmo che tradì solo una leggera sorpresa. "Giorgia. Che piacere." Il rumore di fondo suggeriva che fosse ancora in ufficio, forse alla scrivania con quel portamento impeccabile che le aveva fatto girare la testa due anni prima al matrimonio. "E cosa devo questa telefonata?"
Giorgia inspirò. "Volevo chiederti... una cosa insolita." Le parole le uscirono più sicure del previsto, come se finalmente liberasse un pensiero covato troppo a lungo. "Tu e io. E Donato. Saremmo interessati a... esplorare una dinamica particolare. Se tu fossi disponibile."
"Spiegati meglio." disse Marco.
"Vedi dopo 10 anni di matrimonio, la passione tra me e Donato si è affievolita. Siccome ci amiamo moltissimo, soffriamo per la mancanza di quella carica erotica di un tempo e avremmo pensato di ravvivarla con...qualcosa di nuovo nel nostro ménage."
Il silenzio dall'altra parte durò tre secondi esatti—Giorgia li contò mentalmente—prima che Marco rispondesse con una risatina soffocata che non suonava affatto offesa. "Aspetta, fammi capire. Mi stai proponendo di diventare il tuo amante con il benestare di tuo marito?" La sua voce si fece più bassa, intima, come se si fosse avvicinato al telefono.
"In pratica sì," confermò Giorgia, sentendo la punta delle sue orecchie scaldarsi mentre parlava. "Ma solo se io ti piaccio e tu non abbia altri legami sentimentali." Si morse il labbro, gli occhi fissi sulla punta delle sue dita che tamburellavano leggermente sul bancone della cucina. "Se pensi di poter essere interessato alla proposta, potremmo vederci stasera a cena da noi e parlarne approfonditamente."
Dall'altro lato della linea, Marco rimase in silenzio per un attimo troppo lungo. Giorgia immaginò i suoi polpastrelli che tamburellavano sulla scrivania di quercia, la camicia azzurra stropicciata ai polsi mentre rifletteva. Poi, finalmente, una risata calda e bassa. "Non mi aspettavo certo *questa* telefonata alle quattro del pomeriggio di un martedì." La voce gli si fece più intima, quasi un brivido nell'orecchio. "E sì, Giorgia, mi piaci. Abbastanza da farmi venire in mente certe immagini ogni volta che incrocio il tuo sguardo al bar."
Giorgia trattenne il respiro. Non si era immaginata che fosse così diretto. "E... gli altri legami?"
"Nessuno." Marco abbassò ancora di più la voce, fino a farla sembrare un sussurro contro la sua pelle. "Ho sempre preferito le relazioni... chiare. Senza equivoci. E la tua proposta sembra decisamente chiara." Un rumore di carta spostata, come se stesse già chiudendo i documenti per la giornata. "A che ora vuoi che venga?"
"Alle otto," rispose Giorgia, mentre Donato si schiariva la gola dietro di lei. "Porta qualcosa da bere. Bianco, secco."
"Lo so cosa ti piace," disse Marco, e la linea si interruppe lasciando nell'aria un'eco di complicità che fece vibrare lo stomaco a Giorgia. Si voltò verso Donato, il telefono ancora stretto tra le dita come una prova tangibile di ciò che avevano appena messo in moto. Suo marito aveva le labbra serrate, ma gli occhi—quelli non mentivano—erano scuriti da un desiderio che non vedeva da anni.
***
La doccia era ancora calda quando Giorgia ne uscì, il vapore che si arricciava attorno ai suoi fianchi mentre si asciugava con movimenti lenti. Si osservò allo specchio appannato, le mani che seguivano le curve che Marco avrebbe toccato tra poche ore. Si era depilata con cura, profumata con quell'olio alla vaniglia che le faceva venire i brividi quando qualcuno le passava la lingua lungo il collo. "Come vuoi che mi vesta?" chiamò verso la camera da letto, dove Donato stava sparecchiando il tavolo con una precisione maniacale.
"Come quando siamo andati al mare l'estate scorsa," rispose lui senza esitare. "Quel vestito bianco che si vede tutto quando sei contro luce."
Giorgia sorrise tra sé. Lo ricordava bene, quel pomeriggio in cui Donato l'aveva trascinata tra gli scogli non appena aveva visto i bagnanti allontanarsi. Il vestito era ancora nell'armadio, piegato con cura sotto la busta di carta velina. Lo indossò lentamente, sentendo la stoffa leggera aderirle come una seconda pelle. "Che mutandine metto?" domandò, tendendo due paia verso la porta della camera da letto.
Donato entrò e le osservò per un momento, gli occhi che si soffermavano sulla lingerie nera che stringeva tra le dita. "Quella sexy," disse alla fine, indicando il tanga di pizzo con un sorriso che non riusciva a trattenere. "Anche se non credo che già da stasera avrai modo di fargliele vedere."
Giorgia lo fissò con un'espressione che gli fece venire la pelle d'oca, poi abbassò le palpebre con un languore studiato. "Mai dire mai," rispose con un tono che era una promessa, mentre si infilava il tanga con movimenti esageratamente lenti. Vide Donato deglutire, le mani che si stringevano attorno alla maniglia dell'armadio. Quella reazione le piacque più di quanto avrebbe ammesso.
Il campanello suonò alle otto in punto, preciso come un appuntamento di lavoro. Giorgia si sistemò un'ultima volta i capelli mentre Donato andava ad aprire, il cuore che le martellava così forte da temere che Marco potesse sentirlo già dall'ingresso. Quando lo vide sulla soglia, con quella bottiglia di Vermentino che teneva come un mazzo di fiori e la camicia azzurra che gli aderiva alle spalle, sentì un brivido correrle lungo la schiena. "Entra," lo salutò, spostandosi appena per farlo passare e sfiorandogli il braccio con un contatto che sapeva essere più intimo di un bacio.
Marco entrò con un'aria rilassata che contrastava con la tensione che vibrava nell'aria. "Grazie per l'invito," disse, consegnando la bottiglia a Donato con un cenno del capo che era insieme rispettoso e complici. Poi i suoi occhi scivolarono su Giorgia, dalla scollatura del vestito fino alle caviglie nude, con una lentezza che le fece capire che stava immaginando esattamente cosa ci fosse sotto quella stoffa bianca. "Sei stupenda," aggiunse, semplice come se stesse commentando il tempo.
La cena fu un balletto di sguardi e doppi sensi, con Donato che riempiva i bicchieri più del necessario e Marco che raccontava aneddoti d'ufficio modificati apposta per far ridere Giorgia in quel modo particolare che le faceva dondolare i seni. Quando arrivò il caffè, Marco allungò una mano per prendere lo zucchero e le sfiorò le dita con una naturalezza che fece trasalire entrambi. "Scusa," mentì, ritirando la mano con una lentezza che diceva tutto il contrario.
Giorgia sorseggiò il vino, osservando Donato dalla coda dell'occhio. Suo marito non aveva mai avuto un'espressione così intensa, come se stesse guardando un film particolarmente avvincente e fosse arrivato alla scena clou. "Volete passare in salotto?" propose alla fine, alzandosi con un movimento fluido che fece aderire il vestito ai fianchi. Marco non rispose, ma quando i suoi occhi si incollarono al punto esatto in cui il tessuto si infilava tra le sue cosce, Giorgia capì che la risposta era scritta in quel silenzio carico di promesse.
Il salotto sembrava più piccolo di prima, l'aria satura di un'elettricità che faceva vibrare la pelle. Giorgia si sedette sul divano con studiata nonchalance, lasciando apposta uno spazio tra sé e Donato—uno spazio che Marco occupò senza esitazione, il ginocchio che sfiorò il suo mentre si accomodava. "Quindi," disse Marco, versandosi un altro bicchiere di vino con movimenti sicuri, "dovrei essere io il bull della situazione?" La parola uscì con naturalezza, come se l'avesse pronunciata mille volte prima.
"Bull è un termine che non mi piace, direi più un "amico intimo" disse Giorgia, sentendo il calore del vino sciogliersi nello stomaco. "Solo se ti va," rispose, la voce più bassa del solito. "Ma ci sono delle regole."
Marco inclinò la testa, gli occhi che brillavano di interesse genuino. "E quali sarebbero?"
Donato intervenne prima che lei potesse rispondere, le parole che gli uscivano a raffica come se le avesse preparate da tempo. "Nessun rapporto completo tra te e Giorgia senza che io sia presente o o senza il mio consenso se non ci sono. E soprattutto..." esitò un attimo, "...nessun legame sentimentale solo complicità sessuale ed amicizia."
Marco sorrise lentamente, le labbra che si incurvavano come se stesse assaporando un vino particolarmente prezioso. "Mi sembrano condizioni più che ragionevoli," disse, appoggiando il bicchiere sul tavolino con un tintinnio preciso. Poi si spostò leggermente sul divano, il ginocchio che premeva contro quello di Giorgia con una pressione appena più decisa. "Ma permettimi una domanda—" La voce gli si fece più bassa, intima. "Tu, Giorgia, sei sicura che questo sia quello che vuoi davvero? Non è una scelta da fare solo per compiacere tuo marito."
Giorgia sentì le guance infuocarsi. Non si era aspettata che mettesse in discussione la sua motivazione proprio davanti a Donato. "Sì," rispose senza esitazione, le dita che si stringevano attorno al bicchiere. "Anzi, è stata più una mia idea che sua." Sentì Donato irrigidirsi accanto a lei, ma continuò: "E se devo essere sincera, ho pensato a te più volte negli ultimi mesi. Quando mi masturbo."
Il silenzio che seguì fu così denso che Giorgia poté sentire il ticchettio dell'orologio a muro nella stanza accanto. Marco la fissò, gli occhi che le scendevano lungo il corpo con una lentezza deliberata, come se stesse già immaginando tutto. Poi, senza preavviso, allungò una mano e le sfiorò il ginocchio nudo sotto l'orlo del vestito—un tocco leggero come una piuma, ma che le fece sobbalzare la gamba. "Bene," sussurrò. "Allora forse dovremmo cominciare con qualcosa di semplice, no? Per vedere se la chimica c'è davvero."
Giorgia deglutì, sentendo il polso accelerare a un ritmo folle. "Tipo?" chiese, la voce che le tremava leggermente.
Marco sorrise e si alzò, allungando una mano verso di lei. "Vieni qui," disse semplicemente. Quando Giorgia si alzò a sua volta, lui la guidò davanti al grande specchio sopra il camino, fermandosi dietro di lei a una distanza che non era né troppo intima né troppo formale. "Guardati," le ordinò con voce calma, mentre le posava le mani sulle spalle. "E dimmi cosa vedi."
Giorgia obbedì, gli occhi che incontravano il proprio riflesso—il vestito bianco trasparente contro luce, i capezzoli già duri che si intravedevano sotto la stoffa, le labbra leggermente dischiuse per il respiro affannoso. "Vedo... una donna che vuole essere desiderata," sussurrò alla fine.
Dietro di lei, Marco annuì lentamente, le mani che scendevano lungo le braccia di Giorgia con una pressione appena percettibile. "Esatto. E ora chiudi gli occhi." Quando lei obbedì, sentì il respiro di Marco scaldarle la nuca mentre si chinava per sussurrarle all'orecchio: "Ora immagina le mie mani che ti spogliano. Lentamente. Cominciando da qui—" Le dita di Marco sfiorarono l'ampia scollatura del vestito, scivolando appena sotto il tessuto senza però sollevarlo. "Ti piace?"
Giorgia annuì, incapace di parlare, il corpo che sembrava pulsare al ritmo delle sue dita. A pochi passi, Donato osservava dalla poltrona, le mani strette attorno al bracciolo come se temesse di alzarsi e interrompere quella scena ipnotica. "Sì," riuscì a dire Giorgia alla fine, la voce roca. "Mi piace."
Marco sorrise contro la sua nuca, poi si voltò verso Donato con un'espressione che era insieme complicità e sfida. "E a te piace guardare tua moglie mentre qualcun altro la fa sentire così?" chiese, mentre una mano scendeva lungo il fianco di Giorgia per fermarsi appena sopra il punto in cui il vestito si infilava tra le sue cosce.
Donato deglutì così forte che lo sentirono entrambi. "Sì," ammise, la voce più bassa del solito. "Dio, sì."
Marco annuì, soddisfatto, poi tornò a concentrarsi su Giorgia, le labbra che sfioravano il suo orecchio mentre parlava. "Allora forse stasera possiamo limitarci a questo. Un assaggio." Le mani risalirono lungo i suoi fianchi, fermandosi appena sotto i seni—vicini, ma senza toccarli. "Così la prossima volta che ci vediamo al bar, saprai esattamente cosa mi passa per la mente quando ti guardo sorseggiare quel caffè." Un morso leggero al lobo dell'orecchio, poi si allontanò con un sorriso che bruciava più di un bacio. "A meno che tu e Donato non vogliate che continui già stasera, ovviamente."
Giorgia trattenne il respiro, il corpo ancora vibrante dal tocco di Marco. Sentì Donato alzarsi dalla poltrona, i suoi passi avvicinarsi con un'andatura che conosceva bene—quella di quando aveva deciso qualcosa e non c'era più spazio per i dubbi. "Continua," disse lui, la voce più bassa del solito mentre si fermava a pochi centimetri da loro. "Ma lasciala vestita."
Marco sorrise, un'espressione che sembrava dire *ho capito*, e ricominciò a scivolare le mani lungo i fianchi di Giorgia, questa volta più sicuro. "Come vuoi tu," rispose, mentre le dita si allargavano per seguire la curva dei suoi fianchi sotto il vestito leggero. "Ma sai che prima o poi questo vestito dovrà venire via, vero?"
Giorgia annuì senza aprire gli occhi, le mani che si stringevano ai lati del vestito per trattenersi dall'afferrarlo e strapparselo via da sola. Marco le passò i pollici lungo le costole, poi risalì lentamente fino a sfiorare la parte inferiore dei suoi seni—così vicino da farle venire i brividi, ma senza mai toccarli davvero. "Ti sto torturando?" sussurrò contro la sua nuca, le labbra che sfioravano la pelle appena sopra la scollatura.
"Un po'," ammise Giorgia, aprendo finalmente gli occhi e incontrando lo sguardo di Donato nello specchio. Suo marito aveva le labbra serrate, ma gli occhi erano fissi sui movimenti di Marco, il petto che si sollevava più veloce del normale. Quel dettaglio la fece fremere ancora di più. "Ma mi piace."
Marco ridacchiò, il respiro caldo sulla nuca di Giorgia che le fece rabbrividire la pelle. "Se ti piace ora, aspetta di vedere cosa ho in mente per la prossima volta." Le mani si fermarono appena sotto i seni, le dita che disegnavano cerchi invisibili sulla stoffa trasparente. "Ma stasera ci fermiamo qui. Voglio che tu ci pensi. Ogni volta che sentirai la stoffa sfiorarti i capezzoli, ricorderai queste mani che non ti hanno ancora toccato davvero."
Giorgia gemette piano, la schiena che si inarcava impercettibilmente verso di lui. Marco si allontanò con un sorriso compiaciuto, sistemandosi i polsini della camicia con un gesto studiato. "Allora ci vediamo venerdì al solito bar?" chiese, raccogliendo la giacca dal divano con movimenti fluidi. "Potremmo... parlare di come continuare."
"Venerdì," confermò Giorgia, la voce più roca del solito. Si passò una mano tra i capelli, notando come Donato seguisse ogni suo movimento con uno sguardo che non aveva più niente di maritale. Era la stessa espressione che aveva avuto la prima volta che l'aveva vista nuda, dodici anni prima nella squallida camera di un bed and breakfast di Pisa.
Marco si avviò verso l'ingresso, ma si voltò sull'uscio con un'aria pensierosa. "Ah, quasi dimenticavo." Si avvicinò a Giorgia e le sfiorò il lobo dell'orecchio con i denti, un morso così leggero che avrebbe potuto immaginarselo. "Non indossare mutandine venerdì," sussurrò, abbastanza forte perché Donato potesse sentire. "Voglio sapere che sei bagnata solo per il pensiero di quello che potrei farti."
La porta si chiuse alle spalle di Marco con un tonfo ovattato che sembrò risuonare nel silenzio del salotto. Giorgia rimase immobile davanti allo specchio, le dita che tremavano ancora leggermente contro l'orlo del vestito. Nello specchio, vide Donato avvicinarsi da dietro, le mani che le sfioravano i fianchi esattamente dove Marco le aveva toccato pochi secondi prima. "Allora?" chiese lui, la voce strozzata. "È come te l'aspettavi?"
Giorgia si voltò lentamente, il tessuto del vestito che si attorcigliava attorno alle cosce con un fruscio. "Meglio," sussurrò, sollevando una mano per accarezzare la mascella di Donato. "Tu? Come ti sei sentito a guardare?"
Donato la fissò con un'intensità che le fece abbassare la mano. "Come se avessi bevuto dieci caffè di fila," ammise, afferrandole il polso e portandole la mano all'inguine. Il tessuto dei pantaloni era teso, caldo. "E come se non avessi mai visto davvero mia moglie prima d'ora."
Giorgia gli sfiorò la protuberanza attraverso i pantaloni, osservando come le pupille di Donato si dilatassero all'istante. "E venerdì?" chiese, abbassando la voce in un tono che sapeva lo eccitava. "Vuoi che lo porti qui dopo il bar? O preferisci che ci incontriamo da soli la prima volta?"
Donato la fissò, le narri che si dilatavano con ogni carezza di Giorgia attraverso il tessuto. "Voglio..." esitò, la voce rotta dal desiderio, "voglio che torniate qui insieme. Ma che tu entri per prima, da sola." Le labbra gli tremarono in un sorriso nervoso. "Voglio vederti accoglierlo, senza sapere che sto guardando."
Giorgia sollevò un sopracciglio, le dita che si fermarono sulla cerniera dei suoi pantaloni. "Vuoi spiarmi?" sussurrò, avvicinandosi fino a sfiorargli le labbra con le proprie. "Che cosa perversa, marito mio."
La risata di Donato si perse nel bacio che lei gli impose, brutale dopo tanta tensione trattenuta. Quando si staccò, entrambi erano senza fiato. "Venerdì, allora," annuì lui, afferrandole i fianchi e spingendola contro lo specchio con un’urgenza che non aveva mostrato da mesi. "Ma stasera sei ancora mia."
Giorgia sorrise contro la sua bocca, lasciando che le mani di Donato le sollevassero il vestito lungo le cosce. Non era Marco, non era quel tocco calcolato che la faceva impazzire di curiosità—era Donato, il suo odore di colonia ormai familiare, le dita che conoscevano ogni sua curva senza bisogno di esplorare. Eppure quella sera, mentre la spingeva sul divano con una frenesia quasi giovanile, Giorgia chiuse gli occhi e immaginò che fossero quelle di Marco a scivolarle tra le cosce.
La luce del bar era calda, intima, e Giorgia incrociò le gambe sotto il tavolino sentendo il tessuto della gonna scivolarle sulla coscia nuda. Nessuna mutandina, proprio come Marco aveva ordinato. Il semplice pensiero le fece serrare le ginocchia per un istante, un brivido che le corse lungo la schiena mentre portava la tazzina di caffè alle labbra. Dall'altro lato del tavolo, Marco sorseggiava il suo espresso con una calma che sembrava studiata, gli occhi che la fissavano sopra il bordo della tazzina con un'intensità che le faceva sciogliere la colonna vertebrale.
"Sei puntuale," osservò lui, posando la tazzina con un tintinnio preciso. "E molto obbediente." Lo sguardo le scivolò sulle gambe incrociate, come se potesse vedere attraverso il tessuto della gonna. "Posso controllare?"
Giorgia deglutì, la tazzina che tremava leggermente tra le sue dita. "Qui?" sussurrò, gettando un'occhiata ai tavoli vicini. Nessuno sembrava prestare loro attenzione, ma l'idea di essere scoperta le accendeva la pelle.
Marco sorrise, quel sorriso lento che le faceva venire i brividi, e scivolò una mano sotto il tavolo. Le sue dita sfiorarono il ginocchio di Giorgia, poi iniziarono a salire lungo la coscia con una lentezza esasperante. "Nessuno ci sta guardando," sussurrò, la voce così bassa che dovette inclinarsi per farsi sentire. "E anche se lo facessero, penserebbero solo che siamo due amici che si godono un caffè."
Giorgia trattenne il respiro quando le dita di Marco raggiunsero l'orlo della gonna, scivolando sotto il tessuto con una sicurezza che le fece stringere i denti. "Marco..." mormorò, il nome che le uscì a fatica mentre le sue dita trovavano la pelle nuda, calda, già umida.
"Esattamente come ti avevo chiesto," commentò Marco, le dita che disegnavano cerchi sempre più vicini al punto che la faceva tremare. Si interruppe appena prima di toccarla davvero, il polpastrello che sfiorò appena il bordo più sensibile prima di ritirarsi. "Perfetta." Si pulì le dita con un gesto deliberatamente lento sulla tovaglietta, poi le portò alle narici, chiudendo gli occhi per un istante come se stesse annusando un vino pregiatissimo. "E ora sai che ogni volta che incrocerai le gambe, sentirai di nuovo questa mano."
Giorgia gemette piano, la mano che afferrò il bordo del tavolo per non tradirsi. "Dio, Marco..."
Giorgia si morse il labbro inferiore mentre Marco si reclinava sulla sedia, i suoi occhi scuri che la scrutavano con un'intelligenza quasi crudele. "Ti piace giocare con il fuoco, vero?" mormorò lui, il tono di voce che le accarezzava la pelle più delle sue dita avrebbero potuto. "Seduta qui, in un bar qualsiasi, mentre tuo marito sa esattamente cosa sta succedendo e non può farci niente."
Una scossa elettrica le attraversò l'addome all'idea. Donato l'aveva accompagnata fino all'angolo della strada, le dita che le stringevano il polso mentre le sussurrava all'orecchio: "Ricordati che sto guardando". Non dal bar, ma dalla loro macchina parcheggiata a venti metri di distanza, con un binocolo da teatro che sembrava ridicolo eppure la faceva bagnare all'istante.
"Non è solo giocare," sussurrò Giorgia, abbassando lo sguardo sul caffè ormai freddo. "È... sentire che esisto ancora. Che posso ancora far perdere la testa a un uomo." Sollevò gli occhi su Marco attraverso le ciglia. "A due uomini."
Marco emise un suono basso, quasi un ringhio, e si sporse in avanti fino a sfiorarle il ginocchio sotto il tavolo. "E se ti dicessi che voglio assaggiarti proprio ora? Qui, con tutti che potrebbero voltarsi e vedere come la moglie perbene di Donato si sta sciogliendo per un altro uomo?"
Giorgia sentì il cuore accelerare fino a quasi spezzarle il torace. Le parole di Marco le bruciarono le orecchie più del caffè che aveva appena inghiottito. "Non puoi essere serio," mormorò, ma le gambe si aprirono leggermente sotto il tavolo, tradendola.
Marco sorrise quel sorriso da lupo che le faceva mancare il fiato. "Mai stato più serio." La mano tornò sotto la gonna, questa volta più decisa, le dita che scivolarono senza esitazione tra le sue cosce. "Guarda quel tipo al bancone," sussurrò, mentre il dito medio trovava il punto esatto che la faceva tremare. "Se si girasse ora, vedrebbe tutto."
Giorgia seguì lo sguardo di Marco verso l'uomo con la giacca di tweed che ordinava un cornetto. L'idea che potesse voltarsi e scoprirla, vedere le dita di Marco che la stavano aprendo con quella sicurezza... Un brivido violento le attraversò la schiena e si ritrovò ad afferrare il bordo del tavolo con entrambe le mani.
"Sto...sto tremando," ammise, la voce strozzata. Marco le sfiorò il clitoride con un movimento circolare così preciso che le fece emettere un gemito soffocato.
Giorgia sentì il respiro bloccarsi in gola quando Marco aumentò impercettibilmente la pressione, il polpastrello che premeva esattamente nel punto che la faceva perdere il controllo. "Sei bellissima quando cerchi di non gemere," mormorò lui, il tono basso e roco mentre osservava il suo viso contorcersi. "Ma non trattenerti. Lascia che quel vecchio al bancone senta cosa succede veramente al tavolo dei buoni borghesi."
Le dita di Giorgia affondarono nel tessuto della tovaglia, le unghie che graffiavano il lino mentre Marco accelerava il movimento, ogni piccolo cerchio più deciso del precedente. Una goccia di sudore le scivolò lungo la tempia, mescolandosi alla scia di rossetto che aveva morso via dal labbro inferiore. "Sto per—" riuscì a sussurrare, ma la frase si spezzò quando Marco le inserì improvvisamente due dita dentro, il palmo che le sfregò il clitoride con un movimento secco che la fece inarcare la schiena contro la sedia.
Fu come essere colpita da un fulmine. Giorgia sbatté le palpebre, il bar che svaniva in un biancore accecante mentre l'orgasmo la travolgeva con una violenza che non provava da anni. Le labbra si aprirono in un gemito muto, le dita di Marco che continuavano a muoversi dentro di lei mentre il tremore si propagava dalle cosce fino alla punta dei piedi.
"Santo cielo," riuscì a dire quando riaprì gli occhi, trovando lo sguardo di Marco fisso su di lei, gli occhi neri e brillanti come carbone. L'uomo al bancone si era voltato, ma stava solo cercando lo zucchero. Marco ritirò le dita con un lentezza esasperante, portandosele alla bocca con uno sguardo di sfida. "Deliziosa," commentò, leccandosi le dita con una teatralità che le fece accendere di nuovo la pelle. "E ora pensa che tuo marito sta guardando tutto dall'auto."
Giorgia chiuse gli occhi per un istante, immaginando Donato che stringeva il volante con le nocche bianche mentre osservava la scena attraverso il binocolo. "Dio, Marco," mormorò, aprendo gli occhi e trovando il suo sguardo ancora fisso su di lei. "Non sapevo che potessi essere così... crudele."
Marco sorrise e le prese la mano sotto il tavolo, portandola sul suo panno già duro sotto i pantaloni. "E questa è solo la prima lezione," promise, premendo la sua mano contro l'erezione che pulsava sotto il tessuto. "Immagina cosa ti farò quando saremo a casa tua, con Donato che guarda da due metri di distanza."
Giorgia si ritrovò a stringere il tessuto della gonna tra le dita, le gambe che tremavano ancora per l'orgasmo che Marco le aveva strappato con una facilità quasi offensiva. "Dovremmo... andare," sussurrò, gettando un'occhiata all'orologio dietro il bancone. Le otto e venti. Donato li avrebbe visti arrivare dalla finestra del salotto.
Marco annuì, ma non si mosse. Invece, le passò un tovagliolo di carta sotto il tavolo. "Per le tue cosce," disse semplicemente, gli occhi che brillavano di un divertimento perverso. "Non voglio che Donato pensi che sia stato troppo gentile."
Giorgia lo fissò, poi scoppiò in una risatina soffocata che le fece scendere una lacrima lungo la guancia. Si pulì con movimenti rapidi, sentendo il tessuto umido contro la pelle. "Sei impossibile," mormorò, ma le labbra le si incurvarono in un sorriso che non riusciva a controllare.
Fuori, l'aria della sera era fresca contro la sua pelle accaldata. Marco le tese il braccio con un gesto vecchio stampo, e Giorgia vi si aggrappò senza esitazione, le dita che affondavano nella stoffa della sua giacca. "Non credo di aver mai camminato così veloce verso casa di un'altra donna," commentò lui, mentre svoltavano nell'angolo della strada.
Le luci del salotto erano soffuse quando Marco spinse il cancello del giardino, le punte delle scarpe che scricchiolavano sulla ghiaia con una lentezza calcolata. Giorgia lo precedeva di due passi, il vestito bianco che ondeggiava appena sopra le ginocchia ad ogni movimento. "Sei sicuro che vuoi fare così?" sussurrò, voltandosi verso di lui con un'espressione che oscillava tra l'eccitazione e il dubbio. "Che io entri per prima?"
Marco le sfiorò la schiena con due dita, seguendo la curva della colonna fino alla cintura. "Assolutamente." La voce era un basso brontolio che le fece accapponare la pelle. "Voglio che Donato veda come mi accogli quando pensi di essere sola. Che senta il suono dei tuoi baci prima ancora di vederti toccarmi."
Giorgia inspirò profondamente, il profumo delle rose del giardino che si mescolava all'odore maschile di Marco. Con un cenno del capo, aprì la porta d'ingresso ed entrò, lasciando che lui la seguisse dopo un conteggio mentale fino a dieci.
Il salotto era vuoto, ma Giorgia sapeva che Donato era nascosto da qualche parte—la tenda del mezzanino leggermente scostata, forse, o la porta della camera da letto socchiusa. Si voltò verso Marco che ora entrava, il suo corpo alto che riempiva lo spazio con una presenza che sembrava vibrare nell'aria. Senza parlare, gli si avvicinò e gli afferrò il volto tra le mani, attirandolo in un bacio che non lasciò spazio a esitazioni.
Le labbra di Marco si aprirono sotto le sue con una facilità che le fece perdere il fiato. Giorgia sentì le sue mani stringerle i fianchi attraverso il tessuto della gonna, le dita che affondavano nella carne come per segnarla. Un gemito le sfuggì dalla gola quando lui la spinse all'indietro, fino a farle sentire lo stipite della porta contro la schiena. Non c'era traccia di Donato, ma sapeva che li stava osservando—lo percepiva nel modo in cui l'aria vibrava, carica di un'attenzione silenziosa.
"Ti sei preparata per me?" mormorò Marco contro la sua bocca, una mano che già le sollevava la gonna lungo la coscia. Giorgia annuì, incapace di parlare, mentre le sue dita scoprivano l'assenza di slip sotto il vestito. Marco emise un suono gutturale, quasi un ringhio, e le affondò due dita dentro senza preamboli. "Perfetta," sussurrò, mentre lei si inarcava contro di lui. "Sei perfettamente bagnata, proprio come sapevo che saresti stata."
La porta del mezzanino scricchiolò appena, ma nessuno dei due si voltò. Marco invece accelerò il movimento delle dita, il pollice che premeva sul clitoride di Giorgia con una precisione che la fece urlare. "Piano," gemette lei, ma era già troppo tardi—il secondo orgasmo la travolse come un'onda, più forte del primo, e si aggrappò alle spalle di Marco mentre le ginocchia le cedevano.
Lui la sostenne senza sforzo, poi la sollevò tra le braccia come se pesasse nulla. "Dove?" chiese semplicemente, gli occhi scuri che brillavano nella penombra. Giorgia indicò con la testa il divano, ma Marco scosse la testa. "No. Voglio che Donato veda tutto." La portò invece al centro del salotto, sotto la luce del lampadario, e la depose delicatamente sul tappeto persiano. Poi si inginocchiò davanti a lei e le afferrò le caviglie, aprendole le gambe con decisione. "Guardala," disse a voce alta, rivolto alla stanza vuota. "Guarda come la faccio venire."
Giorgia sentì le dita di Marco affondarle nei fianchi mentre lui la spingeva giù sul tappeto, il tessuto persiano che le graffiava la pelle nuda delle cosce. "Aspetta—" tentò di dire, ma Marco le tappò la bocca con un bacio profondo, inghiottendo le sue proteste mentre le slacciava il vestito con l’altra mano. Il tessuto scivolò via, lasciandola esposta sotto la luce calda del lampadario. Da qualche parte nella casa, sentì un respiro trattenuto—Donato stava osservando, proprio come avevano pianificato, ma ora che era reale, Giorgia sentiva una fitta di timore mescolarsi all'eccitazione.
"Non ti nascondere," sussurrò Marco, afferrandole i polsi e fissandola con uno sguardo che le bruciò la pelle. "Lui vuole vederti godere. E io voglio vederti arrenderti." Le labbra di Marco scesero lungo il suo collo, i denti che le affondarono nella carne delicata sopra la clavicola mentre una mano le palpeggiava il seno con movimenti esperti. Giorgia gemette, il corpo che si inarcava incontro a lui quando sentì le dita di Marco scivolare di nuovo tra le sue cosce—questa volta più dure, più decise, come se volesse dimostrare qualcosa a chiunque stesse osservando.
"Così," Marco la lodò quando lei aprì ancora di più le gambe, le dita che le scivolavano dentro con una facilità che la fece vergognare. "Sei così bagnata che potrei entrarci con tutta la mano." La voce era un brontolio contro il suo seno, la lingua che le disegnava cerchi attorno al capezzolo mentre le dita continuavano il loro lavoro implacabile. Giorgia si morse il labbro per non urlare, le dita che si aggrappavano ai capelli di Marco mentre un altro orgasmo si avvicinava, più forte dei precedenti.
"Sto per—" tentò di avvertirlo, ma Marco le tappò la bocca con un'altro bacio profondo, inghiottendo i suoi gemiti mentre accelerava il movimento delle dita. Il terzo orgasmo la travolse come un treno, facendole contorcere le dita nei capelli di Marco mentre un grido le strappava dalla gola. Per un attimo, il mondo svanì—e quando riaprì gli occhi, Marco la fissava con un'espressione che la fece rabbrividire di nuovo.
"Ora," disse semplicemente, slacciandosi la cintura con movimenti fluidi. "Ora che sei pronta." Giorgia capì immediatamente cosa intendeva—e quando Marco la fece girare sulle mani e sulle ginocchia, sentendo la sua schiena inarcarsi sotto la pressione delle sue mani, un brivido di anticipazione le corse lungo la colonna.
"Così," Marco lodò, la voce più ruvida del solito mentre le afferrava i fianchi con una presa che avrebbe lasciato segni. "Donato vedrà proprio questo." Giorgia sentì la punta del cazzo di Marco sfiorarle l'ingresso, la pelle che pulsava di desiderio mentre lui si prendeva il suo tempo per spostarle i capelli dalla nuca. "Guarda bene," disse Marco a voce alta, rivolto alla stanza vuota mentre finalmente spingeva dentro, riempiendola tutta in un unico movimento fluido.
Giorgia urlò, il corpo che si piegava all'indietro contro Marco mentre lui iniziava a muoversi con una lentezza crudele. Ogni colpo era calcolato per massimizzare il piacere—e il dolore, quel dolore sottile che sapeva che a Giorgia piaceva—mentre le sue mani scendevano lungo la schiena di lei per afferrare i suoi fianchi e guidarla incontro a ogni sua spinta.
"Così," ripeté Marco, accelerando il ritmo mentre il suo corpo si piegava su quello di Giorgia, coprendola completamente con la sua massa muscolosa. Una mano le afferrò i capelli, tirandole indietro la testa per esporre la gola mentre l'altra le palpeggiava il seno con movimenti quasi brutali. "Guarda come la prendo," sussurrò Marco contro il suo orecchio, la voce roca per lo sforzo. "Guarda come la tua donna geme sotto di me."
Marco le afferrò i fianchi con una presa che avrebbe lasciato lividi, le dita affondate nella carne morbida mentre la girava bruscamente sul tappeto. Giorgia emise un gemito strozzato quando la schiena sbatté contro il pavimento, le gambe sollevate e aperte a forza dalle sue ginocchia. "Guarda bene, Donato," ringhiò Marco contro la sua nuca mentre le torceva un braccio dietro la schiena, esponendola completamente alla vista nascosta del marito. "Guarda come tua moglie si offre a un vero uomo."
Il primo colpo arrivò senza preavviso. Giorgia urlò quando il palmo di Marco le schiaffeggiò il culo con un secco schiocco che echeggiò nel salotto, lasciando un'impronta rossa sulla pelle diafana. "Più forte," ansimò lei, contorcendosi contro la presa di Marco mentre un secondo schiaffo la faceva sobbalzare in avanti. Marco le afferrò i capelli, tirandole indietro la testa fino a farle sentire il respiro caldo sulla nuca. "Ecco la tua troia," sussurrò, sfregando il cazzo ancora duro tra le sue natiche arrossate. "Guarda come trema per averlo nel culo."
Giorgia sentì la punta del cazzo di Marco premere contro lo sfintere, già lubrificato dalle sue stesse perdite. "Aspetta—" tentò di dire, ma Marco le tappò la bocca con una mano mentre spingeva in avanti con un movimento brutale. Il dolore fu acuto, lancinante, e Giorgia si contorse con un urlo soffocato contro le dita di Marco. "Piano, Dio, piano—"
"Troia bugiarda," ringhiò Marco accelerando invece il ritmo, ogni spinta che la scuoteva in avanti sul tappeto. "Ti vedo come ti eccita." Una mano le scivolò sotto, le dita che trovavano il clitoride gonfio e lo strizzavano con movimenti sincronizzati ai colpi. Giorgia si morse il labbro fino a sentire il sapore del sangue, il buco del culo che bruciava mentre si apriva intorno alla sua circonferenza.
Da qualche parte nella stanza, un gemito soffocato—Donato stava perdendo il controllo. Marco sorrise contro la nuca sudata di Giorgia e le torse un capezzolo tra pollice e indice. "Senti? Anche tuo marito è eccitato vedendoti prendere il cazzo nel culo come una puttana da strada."
Il dolore si trasformò in piacere acuto quando Marco cambiò angolazione, la punta del cazzo che le strofinava quella zona interna che la faceva vedere le stelle. Giorgia si lasciò andare in un gemito roco, le dita che si aggrappavano al tappeto mentre il terzo orgasmo la travolgeva. "Sì, cazzo, sì—" ansimò, il buco del culo che pulsava intorno a lui mentre veniva.
Marco non rallentò. Afferrò i suoi fianchi e la sollevò a quattro zampe, penetrandola ancora più profondamente. "Ora vieni di nuovo," ordinò, schiaffeggiandole il culo già arrossato. "Vieni mentre ti scopo il culo e tuo marito si sega guardandoci."
Donato non resistette più. Con un gemito strozzato, si alzò dall'ombra dove si era nascosto e avanzò verso di loro, il panno della tuta spinto giù, il cazzo rigonfio che pulsava nella sua mano. "Dio santo," sussurrò rauco, cadendo sul divano con le gambe divaricate mentre si masturbava senza vergogna. "Sfondale quel culo, Marco. ."
Giorgia girò la testa verso quel suono familiare, le labbra gonfie socchiuse in un'espressione tra lo shock e l'eccitazione. Marco le afferrò i capelli, costringendola a guardare il marito. "Ecco chi comanda davvero qui," le sussurrò contro l'orecchio, accelerando le spinte. "Lui vuole vederti piena del mio cazzo. E tu vuoi mostrargli quanto sei una troia, vero?"
Il "sì" di Giorgia si perse in un gemito roco mentre Marco la inchiodava al tappeto con spinte sempre più violente, il suo cazzo che le sbatteva contro le natiche arrossate con un rumore umido che riempiva la stanza. Donato, ora seduto sul divano con le gambe divaricate, si masturbava senza vergogna, gli occhi fissi sul punto dove Marco e Giorgia erano uniti. "Dio, guardatevi," mormorò, la mano che accelerava sul suo cazzo rigonfio. "Sembrate fatti l'uno per l'altra."
Marco lasciò andare i capelli di Giorgia solo per afferrarle un braccio e torcerlo dietro la schiena, esponendola ancora di più alla vista di Donato. "Vuoi che ti venga dentro, troia?" le sussurrò contro l'orecchio, la voce roca per lo sforzo. "O preferisci che finisca sulla tua faccia perché tuo marito veda quanto sei sporca?"
Giorgia ansimò, le parole che le uscivano a fatica tra un colpo e l’altro. "Dentro—voglio sentirti venire dentro—"
Marco le diede uno schiaffo sul culo, lasciando un'impronta rosso acceso sulla pelle già martoriata. "Allora stringi quel culo, perché sto per riempirti." Con un ultimo ringhio, Marco le affondò dentro fino all'osso, il corpo che si irrigidì mentre le scaricava dentro con lunghe pulsazioni calde. Giorgia urlò, il buco del culo che si contraeva intorno a lui mentre veniva di nuovo, le gambe che tremavano incontrollabilmente.
Le settimane seguenti trasformarono quella dinamica iniziale, violenta e possessiva, in qualcosa di più intimo, quasi domestico. Marco arrivava ogni giovedì sera con una bottiglia di vino e il sorriso strafottente che faceva sciogliere Giorgia ancora prima che si toccassero. Ora la prendeva con una lentezza nuova, le mani che esploravano il suo corpo come se lo stessero riscoprendo ogni volta, le labbra che si soffermavano sul collo, sui polsi, su quelle zone che Donato aveva smesso di baciare anni prima. "Sei bellissima così," mormorava Marco mentre le slacciava il reggiseno con un gesto che ormai conosceva a memoria, le dita che scivolavano sotto l'elastico della mutandina di pizzo che Giorgia indossava solo per lui.
Donato osservava dal divano, il bicchiere di whisky mezzo vuoto tra le mani, gli occhi che seguivano ogni movimento come se stesse guardando il suo film preferito. Non si masturbava più—o almeno, non subito. Aspettava che Marco lo guardasse sopra la spalla di Giorgia, con quell’occhiata complicità che ormai si scambiavano da settimane, prima di avvicinarsi e inginocchiarsi ai suoi piedi. "Fallo," bisbigliava Marco, tirando Giorgia per i capelli all'indietro perché potesse vedere il viso di Donato mentre questo gli puliva il cazzo ancora grondante di lei. La prima volta, Donato aveva esitato. La quarta, leccava via ogni goccia con un languore che lo sorprendeva persino a se stesso.
Era diventato un rituale: Marco che la scopava sul letto matrimoniale, le dita intrecciate a quelle di Giorgia mentre le andava dietro con una profondità che la faceva urlare in un modo che Donato non sentiva da anni. Poi, mentre lei gemeva ancora per le ultime contrazioni, lui si ritirava. "Tuo marito ha fame," diceva, e Giorgia sorrideva, stanca, felice, allungando una mano per guidare Donato verso di lui.
"Ti piace?" gli aveva chiesto Marco, tirandosi indietro appena sufficiente per far sbavare Donato. "Vederla prendere il mio cazzo è una cosa. Sentirlo in bocca è un'altra, vero?" Donato aveva annuito, incapace di parlare, mentre Giorgia gli massaggiava i capelli e sussurrava qualcosa che solo lui poteva sentire.
Marco spezzò una fetta di pane ancora calda e la intinse nell'olio d'oliva, le dita che sfioravano quelle di Giorgia sul piatto di portata. Era la terza domenica che pranzavano insieme, e la familiarità del gesto fece sorridere Donato mentre versava il vino. "Allora, weekend prossimo?" chiese Marco, passando il pane a Giorgia con uno sguardo che sapeva di promessa. "Ho prenotato quella baita sul lago che ti piace tanto."
Giorgia incrociò le gambe sotto la gonna di lino, sentendo la stoffa sfiorarle le cosce nello stesso punto dove Marco le aveva lasciato un livido a forma di mezzaluna due sere prima. "Tutti e tre?" chiese, la forchetta sospesa a mezz'aria mentre studiava la reazione di Donato.
Marco scosse la testa, il sorriso che si allargava mentre afferrava la mano di Giorgia sotto il tavolo. "No, stellina. Solo io e te." Il soprannome nuovo le fece arrossire le orecchie—era quello che le sussurrava quando la teneva inchiodata al muro del bagno durante le feste, fingendo di aiutarla a ritrovare l'equilibrio dopo un bicchiere di troppo.
"A meno che tu non voglia venire anche tu, Donato. Ma mi sembrava di aver capito che venerdì e sabato avessi quella riunione con i clienti di Milano."
Giorgia abbassò lo sguardo sul piatto, le labbra che si incurvavano in un sorriso mentre assaporava il gioco di potere. Marco ricordava tutto—gli impegni di Donato, i suoi gusti, persino il nome del loro bastardino meticcio. E soprattutto sapeva quando spingere e quando lasciare spazio.
"Ti dispiace se vado da sola?" Disse Giorgia rivolgendosi a Donato, "Ti prometto che penserò sempre a te."
Donato annaspò per una risposta, le nocche bianche attorno al bicchiere. "Sì, certo, la riunione," borbottò. Giorgia riconobbe quella voce—era la stessa che usava quando fingeva di non aver visto l'ultima bolletta del telefono. Ma quando alzò gli occhi, il marito la stava fissando con una luce nuova. "Voi... andate pure, divertitevi" aggiunse, più fermo. Un filo di saliva gli brillava all'angolo della bocca.
Marco rise, un suono basso e caldo, e portò la mano di Giorgia alle labbra. Le leccò il palmo con la punta della lingua, lento, davanti a Donato. "Che bravo marito che hai," mormorò.
"Magari faremo qualche video chiamata cosi potrai guardarci in queste due sere."
Parte uno
"Non è che hai già cambiato idea, vero?" chiese Donato, spostando il caffè sul tavolo senza berlo. L'aria in salotto era ferma, come se anche la stanza trattenesse il fiato.
Giorgia scrollò le spalle, ma ilava le labbra nel gesto, un segnale che Donato conosceva bene dopo dieci anni di matrimonio. Era indecisa, certo, ma non spaventata. "Non ho cambiato idea," rispose alla fine. "È solo che non voglio che sia una cosa... qualsiasi."
Lui annuì, le dita che tamburellavano sul bracciolo del divano. "Lo so. Nemmeno io." E poi, dopo un attimo di silenzio che sapeva di complicità: "Ma siamo sicuri che vuoi un uomo solo per te?"
Giorgia lo fissò, gli occhi scuri che brillavano di una sfumatura che Donato non vedeva da anni. "Sì," disse piano. "Ma deve essere il *giusto*."
"Allora chi?" chiese Donato, abbassando la voce come se qualcuno potesse origliare. Il salotto era vuoto, ma la domanda sembrava richiedere un tono confidenziale, quasi cospiratorio.
Giorgia si morse il labbro inferiore, un'abitudine che aveva quando rifletteva. "Ho pensato a Marco," disse finalmente. "Quello che abbiamo conosciuto al matrimonio di tua cugina due anni fa. Ricordi? Alto, capelli scuri, sempre impeccabile."
Donato aggrottò la fronte per un attimo, poi gli si illuminò lo sguardo. "Ah, lui! Quello che faceva l'architetto?"
"Sì, proprio lui." Giorgia sorrise, un sorriso che Donato non le vedeva fare da mesi. "Lo incontro ogni tanto al bar sotto l'ufficio. È sempre solo, mai con donne. E...
"...e mi è sempre piaciuto come uomo," continuò Giorgia, abbassando le ciglia con un'aria quasi timida che contrastava con l'audacia delle sue parole. "Se devo avere un amante, preferirei lui. Se lui, ovviamente, fosse d'accordo." Le labbra le tremarono appena sul finale, ma lo sguardo rimase fermo, sfidando Donato a contraddirla.
Donato inspirò profondamente, il petto che si sollevava come se stesse per immergersi in acque profonde. "Marco," ripeté, come se il nome avesse un sapore nuovo da assaporare. "Hai parlato con lui di... questo?"
"Non direttamente." Giorgia si strinse nelle spalle, le dita che giocherellavano con l'orlo della sua camicetta di seta. "Ma qualche settimana fa, al bar, ha fatto un commento. Diceva che gli piacciono le donne sposate perché sanno quello che vogliono. E poi..." esitò, arrossendo leggermente, "...mi ha sfiorato la mano quando mi ha passato lo zucchero. È stato un attimo, ma ho capito."
La stanza parve contrarsi intorno a loro. Donato sentì un brivido insolito scendergli lungo la schiena—non di gelosia, ma di eccitazione. "E tu? Hai... reagito?"
"Ho lasciato che mi sfiorasse," sussurrò Giorgia, le dita che ora si stringevano attorno alla tazza di caffè freddo. "E poi gli ho sorriso. Quello che sai, quello che faccio quando..." Si interruppe, ma Donato sapeva. Quel sorriso a labbra socchiuse che gli faceva venire voglia di spogliarla lì, sul tavolo della cucina, come ai tempi dell'università.
Donato deglutì. "Marco," ripeté, come se il nome fosse una chiave che stesse girando in una serratura arrugginita. "E se poi... non fosse come te l'aspetti?" La domanda era mal formulata, ma Giorgia capì.
"Allora niente," rispose lei, semplice come spezzare un filo. "Ma tu lo hai visto, no? Come si muove. Come parla. Ha quella... pazienza." Le pupille di Giorgia si dilatarono leggermente, e Donato pensò che forse erano anni che sua moglie fantasticava su quell'uomo mentre la prendeva da dietro nella loro camera da letto. L'idea lo eccitò più di quanto avrebbe mai ammesso.
Dalla strada arrivò il rumore di un motorino che accelerava. Giorgia si alzò, improvvisamente energica, e prese il telefono dal bancone. "Lo chiamo ora," disse, senza esitazione. "Meglio saperlo subito se ho letto male i segnali. Metto il vivavoce cosi potrai ascoltare"
"Pronto, Marco? Sono Giorgia." La voce le tremò appena, ma le dita rimasero ferme attorno al telefono. Donato osservava dalla poltrona, il ginocchio che ballava nervosamente mentre aspettava di capire dal tono della conversazione se sua moglie fosse pienamente convinta di quello che stava per fare.
Dall'altro lato della linea, Marco rispose con un tono calmo che tradì solo una leggera sorpresa. "Giorgia. Che piacere." Il rumore di fondo suggeriva che fosse ancora in ufficio, forse alla scrivania con quel portamento impeccabile che le aveva fatto girare la testa due anni prima al matrimonio. "E cosa devo questa telefonata?"
Giorgia inspirò. "Volevo chiederti... una cosa insolita." Le parole le uscirono più sicure del previsto, come se finalmente liberasse un pensiero covato troppo a lungo. "Tu e io. E Donato. Saremmo interessati a... esplorare una dinamica particolare. Se tu fossi disponibile."
"Spiegati meglio." disse Marco.
"Vedi dopo 10 anni di matrimonio, la passione tra me e Donato si è affievolita. Siccome ci amiamo moltissimo, soffriamo per la mancanza di quella carica erotica di un tempo e avremmo pensato di ravvivarla con...qualcosa di nuovo nel nostro ménage."
Il silenzio dall'altra parte durò tre secondi esatti—Giorgia li contò mentalmente—prima che Marco rispondesse con una risatina soffocata che non suonava affatto offesa. "Aspetta, fammi capire. Mi stai proponendo di diventare il tuo amante con il benestare di tuo marito?" La sua voce si fece più bassa, intima, come se si fosse avvicinato al telefono.
"In pratica sì," confermò Giorgia, sentendo la punta delle sue orecchie scaldarsi mentre parlava. "Ma solo se io ti piaccio e tu non abbia altri legami sentimentali." Si morse il labbro, gli occhi fissi sulla punta delle sue dita che tamburellavano leggermente sul bancone della cucina. "Se pensi di poter essere interessato alla proposta, potremmo vederci stasera a cena da noi e parlarne approfonditamente."
Dall'altro lato della linea, Marco rimase in silenzio per un attimo troppo lungo. Giorgia immaginò i suoi polpastrelli che tamburellavano sulla scrivania di quercia, la camicia azzurra stropicciata ai polsi mentre rifletteva. Poi, finalmente, una risata calda e bassa. "Non mi aspettavo certo *questa* telefonata alle quattro del pomeriggio di un martedì." La voce gli si fece più intima, quasi un brivido nell'orecchio. "E sì, Giorgia, mi piaci. Abbastanza da farmi venire in mente certe immagini ogni volta che incrocio il tuo sguardo al bar."
Giorgia trattenne il respiro. Non si era immaginata che fosse così diretto. "E... gli altri legami?"
"Nessuno." Marco abbassò ancora di più la voce, fino a farla sembrare un sussurro contro la sua pelle. "Ho sempre preferito le relazioni... chiare. Senza equivoci. E la tua proposta sembra decisamente chiara." Un rumore di carta spostata, come se stesse già chiudendo i documenti per la giornata. "A che ora vuoi che venga?"
"Alle otto," rispose Giorgia, mentre Donato si schiariva la gola dietro di lei. "Porta qualcosa da bere. Bianco, secco."
"Lo so cosa ti piace," disse Marco, e la linea si interruppe lasciando nell'aria un'eco di complicità che fece vibrare lo stomaco a Giorgia. Si voltò verso Donato, il telefono ancora stretto tra le dita come una prova tangibile di ciò che avevano appena messo in moto. Suo marito aveva le labbra serrate, ma gli occhi—quelli non mentivano—erano scuriti da un desiderio che non vedeva da anni.
***
La doccia era ancora calda quando Giorgia ne uscì, il vapore che si arricciava attorno ai suoi fianchi mentre si asciugava con movimenti lenti. Si osservò allo specchio appannato, le mani che seguivano le curve che Marco avrebbe toccato tra poche ore. Si era depilata con cura, profumata con quell'olio alla vaniglia che le faceva venire i brividi quando qualcuno le passava la lingua lungo il collo. "Come vuoi che mi vesta?" chiamò verso la camera da letto, dove Donato stava sparecchiando il tavolo con una precisione maniacale.
"Come quando siamo andati al mare l'estate scorsa," rispose lui senza esitare. "Quel vestito bianco che si vede tutto quando sei contro luce."
Giorgia sorrise tra sé. Lo ricordava bene, quel pomeriggio in cui Donato l'aveva trascinata tra gli scogli non appena aveva visto i bagnanti allontanarsi. Il vestito era ancora nell'armadio, piegato con cura sotto la busta di carta velina. Lo indossò lentamente, sentendo la stoffa leggera aderirle come una seconda pelle. "Che mutandine metto?" domandò, tendendo due paia verso la porta della camera da letto.
Donato entrò e le osservò per un momento, gli occhi che si soffermavano sulla lingerie nera che stringeva tra le dita. "Quella sexy," disse alla fine, indicando il tanga di pizzo con un sorriso che non riusciva a trattenere. "Anche se non credo che già da stasera avrai modo di fargliele vedere."
Giorgia lo fissò con un'espressione che gli fece venire la pelle d'oca, poi abbassò le palpebre con un languore studiato. "Mai dire mai," rispose con un tono che era una promessa, mentre si infilava il tanga con movimenti esageratamente lenti. Vide Donato deglutire, le mani che si stringevano attorno alla maniglia dell'armadio. Quella reazione le piacque più di quanto avrebbe ammesso.
Il campanello suonò alle otto in punto, preciso come un appuntamento di lavoro. Giorgia si sistemò un'ultima volta i capelli mentre Donato andava ad aprire, il cuore che le martellava così forte da temere che Marco potesse sentirlo già dall'ingresso. Quando lo vide sulla soglia, con quella bottiglia di Vermentino che teneva come un mazzo di fiori e la camicia azzurra che gli aderiva alle spalle, sentì un brivido correrle lungo la schiena. "Entra," lo salutò, spostandosi appena per farlo passare e sfiorandogli il braccio con un contatto che sapeva essere più intimo di un bacio.
Marco entrò con un'aria rilassata che contrastava con la tensione che vibrava nell'aria. "Grazie per l'invito," disse, consegnando la bottiglia a Donato con un cenno del capo che era insieme rispettoso e complici. Poi i suoi occhi scivolarono su Giorgia, dalla scollatura del vestito fino alle caviglie nude, con una lentezza che le fece capire che stava immaginando esattamente cosa ci fosse sotto quella stoffa bianca. "Sei stupenda," aggiunse, semplice come se stesse commentando il tempo.
La cena fu un balletto di sguardi e doppi sensi, con Donato che riempiva i bicchieri più del necessario e Marco che raccontava aneddoti d'ufficio modificati apposta per far ridere Giorgia in quel modo particolare che le faceva dondolare i seni. Quando arrivò il caffè, Marco allungò una mano per prendere lo zucchero e le sfiorò le dita con una naturalezza che fece trasalire entrambi. "Scusa," mentì, ritirando la mano con una lentezza che diceva tutto il contrario.
Giorgia sorseggiò il vino, osservando Donato dalla coda dell'occhio. Suo marito non aveva mai avuto un'espressione così intensa, come se stesse guardando un film particolarmente avvincente e fosse arrivato alla scena clou. "Volete passare in salotto?" propose alla fine, alzandosi con un movimento fluido che fece aderire il vestito ai fianchi. Marco non rispose, ma quando i suoi occhi si incollarono al punto esatto in cui il tessuto si infilava tra le sue cosce, Giorgia capì che la risposta era scritta in quel silenzio carico di promesse.
Il salotto sembrava più piccolo di prima, l'aria satura di un'elettricità che faceva vibrare la pelle. Giorgia si sedette sul divano con studiata nonchalance, lasciando apposta uno spazio tra sé e Donato—uno spazio che Marco occupò senza esitazione, il ginocchio che sfiorò il suo mentre si accomodava. "Quindi," disse Marco, versandosi un altro bicchiere di vino con movimenti sicuri, "dovrei essere io il bull della situazione?" La parola uscì con naturalezza, come se l'avesse pronunciata mille volte prima.
"Bull è un termine che non mi piace, direi più un "amico intimo" disse Giorgia, sentendo il calore del vino sciogliersi nello stomaco. "Solo se ti va," rispose, la voce più bassa del solito. "Ma ci sono delle regole."
Marco inclinò la testa, gli occhi che brillavano di interesse genuino. "E quali sarebbero?"
Donato intervenne prima che lei potesse rispondere, le parole che gli uscivano a raffica come se le avesse preparate da tempo. "Nessun rapporto completo tra te e Giorgia senza che io sia presente o o senza il mio consenso se non ci sono. E soprattutto..." esitò un attimo, "...nessun legame sentimentale solo complicità sessuale ed amicizia."
Marco sorrise lentamente, le labbra che si incurvavano come se stesse assaporando un vino particolarmente prezioso. "Mi sembrano condizioni più che ragionevoli," disse, appoggiando il bicchiere sul tavolino con un tintinnio preciso. Poi si spostò leggermente sul divano, il ginocchio che premeva contro quello di Giorgia con una pressione appena più decisa. "Ma permettimi una domanda—" La voce gli si fece più bassa, intima. "Tu, Giorgia, sei sicura che questo sia quello che vuoi davvero? Non è una scelta da fare solo per compiacere tuo marito."
Giorgia sentì le guance infuocarsi. Non si era aspettata che mettesse in discussione la sua motivazione proprio davanti a Donato. "Sì," rispose senza esitazione, le dita che si stringevano attorno al bicchiere. "Anzi, è stata più una mia idea che sua." Sentì Donato irrigidirsi accanto a lei, ma continuò: "E se devo essere sincera, ho pensato a te più volte negli ultimi mesi. Quando mi masturbo."
Il silenzio che seguì fu così denso che Giorgia poté sentire il ticchettio dell'orologio a muro nella stanza accanto. Marco la fissò, gli occhi che le scendevano lungo il corpo con una lentezza deliberata, come se stesse già immaginando tutto. Poi, senza preavviso, allungò una mano e le sfiorò il ginocchio nudo sotto l'orlo del vestito—un tocco leggero come una piuma, ma che le fece sobbalzare la gamba. "Bene," sussurrò. "Allora forse dovremmo cominciare con qualcosa di semplice, no? Per vedere se la chimica c'è davvero."
Giorgia deglutì, sentendo il polso accelerare a un ritmo folle. "Tipo?" chiese, la voce che le tremava leggermente.
Marco sorrise e si alzò, allungando una mano verso di lei. "Vieni qui," disse semplicemente. Quando Giorgia si alzò a sua volta, lui la guidò davanti al grande specchio sopra il camino, fermandosi dietro di lei a una distanza che non era né troppo intima né troppo formale. "Guardati," le ordinò con voce calma, mentre le posava le mani sulle spalle. "E dimmi cosa vedi."
Giorgia obbedì, gli occhi che incontravano il proprio riflesso—il vestito bianco trasparente contro luce, i capezzoli già duri che si intravedevano sotto la stoffa, le labbra leggermente dischiuse per il respiro affannoso. "Vedo... una donna che vuole essere desiderata," sussurrò alla fine.
Dietro di lei, Marco annuì lentamente, le mani che scendevano lungo le braccia di Giorgia con una pressione appena percettibile. "Esatto. E ora chiudi gli occhi." Quando lei obbedì, sentì il respiro di Marco scaldarle la nuca mentre si chinava per sussurrarle all'orecchio: "Ora immagina le mie mani che ti spogliano. Lentamente. Cominciando da qui—" Le dita di Marco sfiorarono l'ampia scollatura del vestito, scivolando appena sotto il tessuto senza però sollevarlo. "Ti piace?"
Giorgia annuì, incapace di parlare, il corpo che sembrava pulsare al ritmo delle sue dita. A pochi passi, Donato osservava dalla poltrona, le mani strette attorno al bracciolo come se temesse di alzarsi e interrompere quella scena ipnotica. "Sì," riuscì a dire Giorgia alla fine, la voce roca. "Mi piace."
Marco sorrise contro la sua nuca, poi si voltò verso Donato con un'espressione che era insieme complicità e sfida. "E a te piace guardare tua moglie mentre qualcun altro la fa sentire così?" chiese, mentre una mano scendeva lungo il fianco di Giorgia per fermarsi appena sopra il punto in cui il vestito si infilava tra le sue cosce.
Donato deglutì così forte che lo sentirono entrambi. "Sì," ammise, la voce più bassa del solito. "Dio, sì."
Marco annuì, soddisfatto, poi tornò a concentrarsi su Giorgia, le labbra che sfioravano il suo orecchio mentre parlava. "Allora forse stasera possiamo limitarci a questo. Un assaggio." Le mani risalirono lungo i suoi fianchi, fermandosi appena sotto i seni—vicini, ma senza toccarli. "Così la prossima volta che ci vediamo al bar, saprai esattamente cosa mi passa per la mente quando ti guardo sorseggiare quel caffè." Un morso leggero al lobo dell'orecchio, poi si allontanò con un sorriso che bruciava più di un bacio. "A meno che tu e Donato non vogliate che continui già stasera, ovviamente."
Giorgia trattenne il respiro, il corpo ancora vibrante dal tocco di Marco. Sentì Donato alzarsi dalla poltrona, i suoi passi avvicinarsi con un'andatura che conosceva bene—quella di quando aveva deciso qualcosa e non c'era più spazio per i dubbi. "Continua," disse lui, la voce più bassa del solito mentre si fermava a pochi centimetri da loro. "Ma lasciala vestita."
Marco sorrise, un'espressione che sembrava dire *ho capito*, e ricominciò a scivolare le mani lungo i fianchi di Giorgia, questa volta più sicuro. "Come vuoi tu," rispose, mentre le dita si allargavano per seguire la curva dei suoi fianchi sotto il vestito leggero. "Ma sai che prima o poi questo vestito dovrà venire via, vero?"
Giorgia annuì senza aprire gli occhi, le mani che si stringevano ai lati del vestito per trattenersi dall'afferrarlo e strapparselo via da sola. Marco le passò i pollici lungo le costole, poi risalì lentamente fino a sfiorare la parte inferiore dei suoi seni—così vicino da farle venire i brividi, ma senza mai toccarli davvero. "Ti sto torturando?" sussurrò contro la sua nuca, le labbra che sfioravano la pelle appena sopra la scollatura.
"Un po'," ammise Giorgia, aprendo finalmente gli occhi e incontrando lo sguardo di Donato nello specchio. Suo marito aveva le labbra serrate, ma gli occhi erano fissi sui movimenti di Marco, il petto che si sollevava più veloce del normale. Quel dettaglio la fece fremere ancora di più. "Ma mi piace."
Marco ridacchiò, il respiro caldo sulla nuca di Giorgia che le fece rabbrividire la pelle. "Se ti piace ora, aspetta di vedere cosa ho in mente per la prossima volta." Le mani si fermarono appena sotto i seni, le dita che disegnavano cerchi invisibili sulla stoffa trasparente. "Ma stasera ci fermiamo qui. Voglio che tu ci pensi. Ogni volta che sentirai la stoffa sfiorarti i capezzoli, ricorderai queste mani che non ti hanno ancora toccato davvero."
Giorgia gemette piano, la schiena che si inarcava impercettibilmente verso di lui. Marco si allontanò con un sorriso compiaciuto, sistemandosi i polsini della camicia con un gesto studiato. "Allora ci vediamo venerdì al solito bar?" chiese, raccogliendo la giacca dal divano con movimenti fluidi. "Potremmo... parlare di come continuare."
"Venerdì," confermò Giorgia, la voce più roca del solito. Si passò una mano tra i capelli, notando come Donato seguisse ogni suo movimento con uno sguardo che non aveva più niente di maritale. Era la stessa espressione che aveva avuto la prima volta che l'aveva vista nuda, dodici anni prima nella squallida camera di un bed and breakfast di Pisa.
Marco si avviò verso l'ingresso, ma si voltò sull'uscio con un'aria pensierosa. "Ah, quasi dimenticavo." Si avvicinò a Giorgia e le sfiorò il lobo dell'orecchio con i denti, un morso così leggero che avrebbe potuto immaginarselo. "Non indossare mutandine venerdì," sussurrò, abbastanza forte perché Donato potesse sentire. "Voglio sapere che sei bagnata solo per il pensiero di quello che potrei farti."
La porta si chiuse alle spalle di Marco con un tonfo ovattato che sembrò risuonare nel silenzio del salotto. Giorgia rimase immobile davanti allo specchio, le dita che tremavano ancora leggermente contro l'orlo del vestito. Nello specchio, vide Donato avvicinarsi da dietro, le mani che le sfioravano i fianchi esattamente dove Marco le aveva toccato pochi secondi prima. "Allora?" chiese lui, la voce strozzata. "È come te l'aspettavi?"
Giorgia si voltò lentamente, il tessuto del vestito che si attorcigliava attorno alle cosce con un fruscio. "Meglio," sussurrò, sollevando una mano per accarezzare la mascella di Donato. "Tu? Come ti sei sentito a guardare?"
Donato la fissò con un'intensità che le fece abbassare la mano. "Come se avessi bevuto dieci caffè di fila," ammise, afferrandole il polso e portandole la mano all'inguine. Il tessuto dei pantaloni era teso, caldo. "E come se non avessi mai visto davvero mia moglie prima d'ora."
Giorgia gli sfiorò la protuberanza attraverso i pantaloni, osservando come le pupille di Donato si dilatassero all'istante. "E venerdì?" chiese, abbassando la voce in un tono che sapeva lo eccitava. "Vuoi che lo porti qui dopo il bar? O preferisci che ci incontriamo da soli la prima volta?"
Donato la fissò, le narri che si dilatavano con ogni carezza di Giorgia attraverso il tessuto. "Voglio..." esitò, la voce rotta dal desiderio, "voglio che torniate qui insieme. Ma che tu entri per prima, da sola." Le labbra gli tremarono in un sorriso nervoso. "Voglio vederti accoglierlo, senza sapere che sto guardando."
Giorgia sollevò un sopracciglio, le dita che si fermarono sulla cerniera dei suoi pantaloni. "Vuoi spiarmi?" sussurrò, avvicinandosi fino a sfiorargli le labbra con le proprie. "Che cosa perversa, marito mio."
La risata di Donato si perse nel bacio che lei gli impose, brutale dopo tanta tensione trattenuta. Quando si staccò, entrambi erano senza fiato. "Venerdì, allora," annuì lui, afferrandole i fianchi e spingendola contro lo specchio con un’urgenza che non aveva mostrato da mesi. "Ma stasera sei ancora mia."
Giorgia sorrise contro la sua bocca, lasciando che le mani di Donato le sollevassero il vestito lungo le cosce. Non era Marco, non era quel tocco calcolato che la faceva impazzire di curiosità—era Donato, il suo odore di colonia ormai familiare, le dita che conoscevano ogni sua curva senza bisogno di esplorare. Eppure quella sera, mentre la spingeva sul divano con una frenesia quasi giovanile, Giorgia chiuse gli occhi e immaginò che fossero quelle di Marco a scivolarle tra le cosce.
La luce del bar era calda, intima, e Giorgia incrociò le gambe sotto il tavolino sentendo il tessuto della gonna scivolarle sulla coscia nuda. Nessuna mutandina, proprio come Marco aveva ordinato. Il semplice pensiero le fece serrare le ginocchia per un istante, un brivido che le corse lungo la schiena mentre portava la tazzina di caffè alle labbra. Dall'altro lato del tavolo, Marco sorseggiava il suo espresso con una calma che sembrava studiata, gli occhi che la fissavano sopra il bordo della tazzina con un'intensità che le faceva sciogliere la colonna vertebrale.
"Sei puntuale," osservò lui, posando la tazzina con un tintinnio preciso. "E molto obbediente." Lo sguardo le scivolò sulle gambe incrociate, come se potesse vedere attraverso il tessuto della gonna. "Posso controllare?"
Giorgia deglutì, la tazzina che tremava leggermente tra le sue dita. "Qui?" sussurrò, gettando un'occhiata ai tavoli vicini. Nessuno sembrava prestare loro attenzione, ma l'idea di essere scoperta le accendeva la pelle.
Marco sorrise, quel sorriso lento che le faceva venire i brividi, e scivolò una mano sotto il tavolo. Le sue dita sfiorarono il ginocchio di Giorgia, poi iniziarono a salire lungo la coscia con una lentezza esasperante. "Nessuno ci sta guardando," sussurrò, la voce così bassa che dovette inclinarsi per farsi sentire. "E anche se lo facessero, penserebbero solo che siamo due amici che si godono un caffè."
Giorgia trattenne il respiro quando le dita di Marco raggiunsero l'orlo della gonna, scivolando sotto il tessuto con una sicurezza che le fece stringere i denti. "Marco..." mormorò, il nome che le uscì a fatica mentre le sue dita trovavano la pelle nuda, calda, già umida.
"Esattamente come ti avevo chiesto," commentò Marco, le dita che disegnavano cerchi sempre più vicini al punto che la faceva tremare. Si interruppe appena prima di toccarla davvero, il polpastrello che sfiorò appena il bordo più sensibile prima di ritirarsi. "Perfetta." Si pulì le dita con un gesto deliberatamente lento sulla tovaglietta, poi le portò alle narici, chiudendo gli occhi per un istante come se stesse annusando un vino pregiatissimo. "E ora sai che ogni volta che incrocerai le gambe, sentirai di nuovo questa mano."
Giorgia gemette piano, la mano che afferrò il bordo del tavolo per non tradirsi. "Dio, Marco..."
Giorgia si morse il labbro inferiore mentre Marco si reclinava sulla sedia, i suoi occhi scuri che la scrutavano con un'intelligenza quasi crudele. "Ti piace giocare con il fuoco, vero?" mormorò lui, il tono di voce che le accarezzava la pelle più delle sue dita avrebbero potuto. "Seduta qui, in un bar qualsiasi, mentre tuo marito sa esattamente cosa sta succedendo e non può farci niente."
Una scossa elettrica le attraversò l'addome all'idea. Donato l'aveva accompagnata fino all'angolo della strada, le dita che le stringevano il polso mentre le sussurrava all'orecchio: "Ricordati che sto guardando". Non dal bar, ma dalla loro macchina parcheggiata a venti metri di distanza, con un binocolo da teatro che sembrava ridicolo eppure la faceva bagnare all'istante.
"Non è solo giocare," sussurrò Giorgia, abbassando lo sguardo sul caffè ormai freddo. "È... sentire che esisto ancora. Che posso ancora far perdere la testa a un uomo." Sollevò gli occhi su Marco attraverso le ciglia. "A due uomini."
Marco emise un suono basso, quasi un ringhio, e si sporse in avanti fino a sfiorarle il ginocchio sotto il tavolo. "E se ti dicessi che voglio assaggiarti proprio ora? Qui, con tutti che potrebbero voltarsi e vedere come la moglie perbene di Donato si sta sciogliendo per un altro uomo?"
Giorgia sentì il cuore accelerare fino a quasi spezzarle il torace. Le parole di Marco le bruciarono le orecchie più del caffè che aveva appena inghiottito. "Non puoi essere serio," mormorò, ma le gambe si aprirono leggermente sotto il tavolo, tradendola.
Marco sorrise quel sorriso da lupo che le faceva mancare il fiato. "Mai stato più serio." La mano tornò sotto la gonna, questa volta più decisa, le dita che scivolarono senza esitazione tra le sue cosce. "Guarda quel tipo al bancone," sussurrò, mentre il dito medio trovava il punto esatto che la faceva tremare. "Se si girasse ora, vedrebbe tutto."
Giorgia seguì lo sguardo di Marco verso l'uomo con la giacca di tweed che ordinava un cornetto. L'idea che potesse voltarsi e scoprirla, vedere le dita di Marco che la stavano aprendo con quella sicurezza... Un brivido violento le attraversò la schiena e si ritrovò ad afferrare il bordo del tavolo con entrambe le mani.
"Sto...sto tremando," ammise, la voce strozzata. Marco le sfiorò il clitoride con un movimento circolare così preciso che le fece emettere un gemito soffocato.
Giorgia sentì il respiro bloccarsi in gola quando Marco aumentò impercettibilmente la pressione, il polpastrello che premeva esattamente nel punto che la faceva perdere il controllo. "Sei bellissima quando cerchi di non gemere," mormorò lui, il tono basso e roco mentre osservava il suo viso contorcersi. "Ma non trattenerti. Lascia che quel vecchio al bancone senta cosa succede veramente al tavolo dei buoni borghesi."
Le dita di Giorgia affondarono nel tessuto della tovaglia, le unghie che graffiavano il lino mentre Marco accelerava il movimento, ogni piccolo cerchio più deciso del precedente. Una goccia di sudore le scivolò lungo la tempia, mescolandosi alla scia di rossetto che aveva morso via dal labbro inferiore. "Sto per—" riuscì a sussurrare, ma la frase si spezzò quando Marco le inserì improvvisamente due dita dentro, il palmo che le sfregò il clitoride con un movimento secco che la fece inarcare la schiena contro la sedia.
Fu come essere colpita da un fulmine. Giorgia sbatté le palpebre, il bar che svaniva in un biancore accecante mentre l'orgasmo la travolgeva con una violenza che non provava da anni. Le labbra si aprirono in un gemito muto, le dita di Marco che continuavano a muoversi dentro di lei mentre il tremore si propagava dalle cosce fino alla punta dei piedi.
"Santo cielo," riuscì a dire quando riaprì gli occhi, trovando lo sguardo di Marco fisso su di lei, gli occhi neri e brillanti come carbone. L'uomo al bancone si era voltato, ma stava solo cercando lo zucchero. Marco ritirò le dita con un lentezza esasperante, portandosele alla bocca con uno sguardo di sfida. "Deliziosa," commentò, leccandosi le dita con una teatralità che le fece accendere di nuovo la pelle. "E ora pensa che tuo marito sta guardando tutto dall'auto."
Giorgia chiuse gli occhi per un istante, immaginando Donato che stringeva il volante con le nocche bianche mentre osservava la scena attraverso il binocolo. "Dio, Marco," mormorò, aprendo gli occhi e trovando il suo sguardo ancora fisso su di lei. "Non sapevo che potessi essere così... crudele."
Marco sorrise e le prese la mano sotto il tavolo, portandola sul suo panno già duro sotto i pantaloni. "E questa è solo la prima lezione," promise, premendo la sua mano contro l'erezione che pulsava sotto il tessuto. "Immagina cosa ti farò quando saremo a casa tua, con Donato che guarda da due metri di distanza."
Giorgia si ritrovò a stringere il tessuto della gonna tra le dita, le gambe che tremavano ancora per l'orgasmo che Marco le aveva strappato con una facilità quasi offensiva. "Dovremmo... andare," sussurrò, gettando un'occhiata all'orologio dietro il bancone. Le otto e venti. Donato li avrebbe visti arrivare dalla finestra del salotto.
Marco annuì, ma non si mosse. Invece, le passò un tovagliolo di carta sotto il tavolo. "Per le tue cosce," disse semplicemente, gli occhi che brillavano di un divertimento perverso. "Non voglio che Donato pensi che sia stato troppo gentile."
Giorgia lo fissò, poi scoppiò in una risatina soffocata che le fece scendere una lacrima lungo la guancia. Si pulì con movimenti rapidi, sentendo il tessuto umido contro la pelle. "Sei impossibile," mormorò, ma le labbra le si incurvarono in un sorriso che non riusciva a controllare.
Fuori, l'aria della sera era fresca contro la sua pelle accaldata. Marco le tese il braccio con un gesto vecchio stampo, e Giorgia vi si aggrappò senza esitazione, le dita che affondavano nella stoffa della sua giacca. "Non credo di aver mai camminato così veloce verso casa di un'altra donna," commentò lui, mentre svoltavano nell'angolo della strada.
Le luci del salotto erano soffuse quando Marco spinse il cancello del giardino, le punte delle scarpe che scricchiolavano sulla ghiaia con una lentezza calcolata. Giorgia lo precedeva di due passi, il vestito bianco che ondeggiava appena sopra le ginocchia ad ogni movimento. "Sei sicuro che vuoi fare così?" sussurrò, voltandosi verso di lui con un'espressione che oscillava tra l'eccitazione e il dubbio. "Che io entri per prima?"
Marco le sfiorò la schiena con due dita, seguendo la curva della colonna fino alla cintura. "Assolutamente." La voce era un basso brontolio che le fece accapponare la pelle. "Voglio che Donato veda come mi accogli quando pensi di essere sola. Che senta il suono dei tuoi baci prima ancora di vederti toccarmi."
Giorgia inspirò profondamente, il profumo delle rose del giardino che si mescolava all'odore maschile di Marco. Con un cenno del capo, aprì la porta d'ingresso ed entrò, lasciando che lui la seguisse dopo un conteggio mentale fino a dieci.
Il salotto era vuoto, ma Giorgia sapeva che Donato era nascosto da qualche parte—la tenda del mezzanino leggermente scostata, forse, o la porta della camera da letto socchiusa. Si voltò verso Marco che ora entrava, il suo corpo alto che riempiva lo spazio con una presenza che sembrava vibrare nell'aria. Senza parlare, gli si avvicinò e gli afferrò il volto tra le mani, attirandolo in un bacio che non lasciò spazio a esitazioni.
Le labbra di Marco si aprirono sotto le sue con una facilità che le fece perdere il fiato. Giorgia sentì le sue mani stringerle i fianchi attraverso il tessuto della gonna, le dita che affondavano nella carne come per segnarla. Un gemito le sfuggì dalla gola quando lui la spinse all'indietro, fino a farle sentire lo stipite della porta contro la schiena. Non c'era traccia di Donato, ma sapeva che li stava osservando—lo percepiva nel modo in cui l'aria vibrava, carica di un'attenzione silenziosa.
"Ti sei preparata per me?" mormorò Marco contro la sua bocca, una mano che già le sollevava la gonna lungo la coscia. Giorgia annuì, incapace di parlare, mentre le sue dita scoprivano l'assenza di slip sotto il vestito. Marco emise un suono gutturale, quasi un ringhio, e le affondò due dita dentro senza preamboli. "Perfetta," sussurrò, mentre lei si inarcava contro di lui. "Sei perfettamente bagnata, proprio come sapevo che saresti stata."
La porta del mezzanino scricchiolò appena, ma nessuno dei due si voltò. Marco invece accelerò il movimento delle dita, il pollice che premeva sul clitoride di Giorgia con una precisione che la fece urlare. "Piano," gemette lei, ma era già troppo tardi—il secondo orgasmo la travolse come un'onda, più forte del primo, e si aggrappò alle spalle di Marco mentre le ginocchia le cedevano.
Lui la sostenne senza sforzo, poi la sollevò tra le braccia come se pesasse nulla. "Dove?" chiese semplicemente, gli occhi scuri che brillavano nella penombra. Giorgia indicò con la testa il divano, ma Marco scosse la testa. "No. Voglio che Donato veda tutto." La portò invece al centro del salotto, sotto la luce del lampadario, e la depose delicatamente sul tappeto persiano. Poi si inginocchiò davanti a lei e le afferrò le caviglie, aprendole le gambe con decisione. "Guardala," disse a voce alta, rivolto alla stanza vuota. "Guarda come la faccio venire."
Giorgia sentì le dita di Marco affondarle nei fianchi mentre lui la spingeva giù sul tappeto, il tessuto persiano che le graffiava la pelle nuda delle cosce. "Aspetta—" tentò di dire, ma Marco le tappò la bocca con un bacio profondo, inghiottendo le sue proteste mentre le slacciava il vestito con l’altra mano. Il tessuto scivolò via, lasciandola esposta sotto la luce calda del lampadario. Da qualche parte nella casa, sentì un respiro trattenuto—Donato stava osservando, proprio come avevano pianificato, ma ora che era reale, Giorgia sentiva una fitta di timore mescolarsi all'eccitazione.
"Non ti nascondere," sussurrò Marco, afferrandole i polsi e fissandola con uno sguardo che le bruciò la pelle. "Lui vuole vederti godere. E io voglio vederti arrenderti." Le labbra di Marco scesero lungo il suo collo, i denti che le affondarono nella carne delicata sopra la clavicola mentre una mano le palpeggiava il seno con movimenti esperti. Giorgia gemette, il corpo che si inarcava incontro a lui quando sentì le dita di Marco scivolare di nuovo tra le sue cosce—questa volta più dure, più decise, come se volesse dimostrare qualcosa a chiunque stesse osservando.
"Così," Marco la lodò quando lei aprì ancora di più le gambe, le dita che le scivolavano dentro con una facilità che la fece vergognare. "Sei così bagnata che potrei entrarci con tutta la mano." La voce era un brontolio contro il suo seno, la lingua che le disegnava cerchi attorno al capezzolo mentre le dita continuavano il loro lavoro implacabile. Giorgia si morse il labbro per non urlare, le dita che si aggrappavano ai capelli di Marco mentre un altro orgasmo si avvicinava, più forte dei precedenti.
"Sto per—" tentò di avvertirlo, ma Marco le tappò la bocca con un'altro bacio profondo, inghiottendo i suoi gemiti mentre accelerava il movimento delle dita. Il terzo orgasmo la travolse come un treno, facendole contorcere le dita nei capelli di Marco mentre un grido le strappava dalla gola. Per un attimo, il mondo svanì—e quando riaprì gli occhi, Marco la fissava con un'espressione che la fece rabbrividire di nuovo.
"Ora," disse semplicemente, slacciandosi la cintura con movimenti fluidi. "Ora che sei pronta." Giorgia capì immediatamente cosa intendeva—e quando Marco la fece girare sulle mani e sulle ginocchia, sentendo la sua schiena inarcarsi sotto la pressione delle sue mani, un brivido di anticipazione le corse lungo la colonna.
"Così," Marco lodò, la voce più ruvida del solito mentre le afferrava i fianchi con una presa che avrebbe lasciato segni. "Donato vedrà proprio questo." Giorgia sentì la punta del cazzo di Marco sfiorarle l'ingresso, la pelle che pulsava di desiderio mentre lui si prendeva il suo tempo per spostarle i capelli dalla nuca. "Guarda bene," disse Marco a voce alta, rivolto alla stanza vuota mentre finalmente spingeva dentro, riempiendola tutta in un unico movimento fluido.
Giorgia urlò, il corpo che si piegava all'indietro contro Marco mentre lui iniziava a muoversi con una lentezza crudele. Ogni colpo era calcolato per massimizzare il piacere—e il dolore, quel dolore sottile che sapeva che a Giorgia piaceva—mentre le sue mani scendevano lungo la schiena di lei per afferrare i suoi fianchi e guidarla incontro a ogni sua spinta.
"Così," ripeté Marco, accelerando il ritmo mentre il suo corpo si piegava su quello di Giorgia, coprendola completamente con la sua massa muscolosa. Una mano le afferrò i capelli, tirandole indietro la testa per esporre la gola mentre l'altra le palpeggiava il seno con movimenti quasi brutali. "Guarda come la prendo," sussurrò Marco contro il suo orecchio, la voce roca per lo sforzo. "Guarda come la tua donna geme sotto di me."
Marco le afferrò i fianchi con una presa che avrebbe lasciato lividi, le dita affondate nella carne morbida mentre la girava bruscamente sul tappeto. Giorgia emise un gemito strozzato quando la schiena sbatté contro il pavimento, le gambe sollevate e aperte a forza dalle sue ginocchia. "Guarda bene, Donato," ringhiò Marco contro la sua nuca mentre le torceva un braccio dietro la schiena, esponendola completamente alla vista nascosta del marito. "Guarda come tua moglie si offre a un vero uomo."
Il primo colpo arrivò senza preavviso. Giorgia urlò quando il palmo di Marco le schiaffeggiò il culo con un secco schiocco che echeggiò nel salotto, lasciando un'impronta rossa sulla pelle diafana. "Più forte," ansimò lei, contorcendosi contro la presa di Marco mentre un secondo schiaffo la faceva sobbalzare in avanti. Marco le afferrò i capelli, tirandole indietro la testa fino a farle sentire il respiro caldo sulla nuca. "Ecco la tua troia," sussurrò, sfregando il cazzo ancora duro tra le sue natiche arrossate. "Guarda come trema per averlo nel culo."
Giorgia sentì la punta del cazzo di Marco premere contro lo sfintere, già lubrificato dalle sue stesse perdite. "Aspetta—" tentò di dire, ma Marco le tappò la bocca con una mano mentre spingeva in avanti con un movimento brutale. Il dolore fu acuto, lancinante, e Giorgia si contorse con un urlo soffocato contro le dita di Marco. "Piano, Dio, piano—"
"Troia bugiarda," ringhiò Marco accelerando invece il ritmo, ogni spinta che la scuoteva in avanti sul tappeto. "Ti vedo come ti eccita." Una mano le scivolò sotto, le dita che trovavano il clitoride gonfio e lo strizzavano con movimenti sincronizzati ai colpi. Giorgia si morse il labbro fino a sentire il sapore del sangue, il buco del culo che bruciava mentre si apriva intorno alla sua circonferenza.
Da qualche parte nella stanza, un gemito soffocato—Donato stava perdendo il controllo. Marco sorrise contro la nuca sudata di Giorgia e le torse un capezzolo tra pollice e indice. "Senti? Anche tuo marito è eccitato vedendoti prendere il cazzo nel culo come una puttana da strada."
Il dolore si trasformò in piacere acuto quando Marco cambiò angolazione, la punta del cazzo che le strofinava quella zona interna che la faceva vedere le stelle. Giorgia si lasciò andare in un gemito roco, le dita che si aggrappavano al tappeto mentre il terzo orgasmo la travolgeva. "Sì, cazzo, sì—" ansimò, il buco del culo che pulsava intorno a lui mentre veniva.
Marco non rallentò. Afferrò i suoi fianchi e la sollevò a quattro zampe, penetrandola ancora più profondamente. "Ora vieni di nuovo," ordinò, schiaffeggiandole il culo già arrossato. "Vieni mentre ti scopo il culo e tuo marito si sega guardandoci."
Donato non resistette più. Con un gemito strozzato, si alzò dall'ombra dove si era nascosto e avanzò verso di loro, il panno della tuta spinto giù, il cazzo rigonfio che pulsava nella sua mano. "Dio santo," sussurrò rauco, cadendo sul divano con le gambe divaricate mentre si masturbava senza vergogna. "Sfondale quel culo, Marco. ."
Giorgia girò la testa verso quel suono familiare, le labbra gonfie socchiuse in un'espressione tra lo shock e l'eccitazione. Marco le afferrò i capelli, costringendola a guardare il marito. "Ecco chi comanda davvero qui," le sussurrò contro l'orecchio, accelerando le spinte. "Lui vuole vederti piena del mio cazzo. E tu vuoi mostrargli quanto sei una troia, vero?"
Il "sì" di Giorgia si perse in un gemito roco mentre Marco la inchiodava al tappeto con spinte sempre più violente, il suo cazzo che le sbatteva contro le natiche arrossate con un rumore umido che riempiva la stanza. Donato, ora seduto sul divano con le gambe divaricate, si masturbava senza vergogna, gli occhi fissi sul punto dove Marco e Giorgia erano uniti. "Dio, guardatevi," mormorò, la mano che accelerava sul suo cazzo rigonfio. "Sembrate fatti l'uno per l'altra."
Marco lasciò andare i capelli di Giorgia solo per afferrarle un braccio e torcerlo dietro la schiena, esponendola ancora di più alla vista di Donato. "Vuoi che ti venga dentro, troia?" le sussurrò contro l'orecchio, la voce roca per lo sforzo. "O preferisci che finisca sulla tua faccia perché tuo marito veda quanto sei sporca?"
Giorgia ansimò, le parole che le uscivano a fatica tra un colpo e l’altro. "Dentro—voglio sentirti venire dentro—"
Marco le diede uno schiaffo sul culo, lasciando un'impronta rosso acceso sulla pelle già martoriata. "Allora stringi quel culo, perché sto per riempirti." Con un ultimo ringhio, Marco le affondò dentro fino all'osso, il corpo che si irrigidì mentre le scaricava dentro con lunghe pulsazioni calde. Giorgia urlò, il buco del culo che si contraeva intorno a lui mentre veniva di nuovo, le gambe che tremavano incontrollabilmente.
Le settimane seguenti trasformarono quella dinamica iniziale, violenta e possessiva, in qualcosa di più intimo, quasi domestico. Marco arrivava ogni giovedì sera con una bottiglia di vino e il sorriso strafottente che faceva sciogliere Giorgia ancora prima che si toccassero. Ora la prendeva con una lentezza nuova, le mani che esploravano il suo corpo come se lo stessero riscoprendo ogni volta, le labbra che si soffermavano sul collo, sui polsi, su quelle zone che Donato aveva smesso di baciare anni prima. "Sei bellissima così," mormorava Marco mentre le slacciava il reggiseno con un gesto che ormai conosceva a memoria, le dita che scivolavano sotto l'elastico della mutandina di pizzo che Giorgia indossava solo per lui.
Donato osservava dal divano, il bicchiere di whisky mezzo vuoto tra le mani, gli occhi che seguivano ogni movimento come se stesse guardando il suo film preferito. Non si masturbava più—o almeno, non subito. Aspettava che Marco lo guardasse sopra la spalla di Giorgia, con quell’occhiata complicità che ormai si scambiavano da settimane, prima di avvicinarsi e inginocchiarsi ai suoi piedi. "Fallo," bisbigliava Marco, tirando Giorgia per i capelli all'indietro perché potesse vedere il viso di Donato mentre questo gli puliva il cazzo ancora grondante di lei. La prima volta, Donato aveva esitato. La quarta, leccava via ogni goccia con un languore che lo sorprendeva persino a se stesso.
Era diventato un rituale: Marco che la scopava sul letto matrimoniale, le dita intrecciate a quelle di Giorgia mentre le andava dietro con una profondità che la faceva urlare in un modo che Donato non sentiva da anni. Poi, mentre lei gemeva ancora per le ultime contrazioni, lui si ritirava. "Tuo marito ha fame," diceva, e Giorgia sorrideva, stanca, felice, allungando una mano per guidare Donato verso di lui.
"Ti piace?" gli aveva chiesto Marco, tirandosi indietro appena sufficiente per far sbavare Donato. "Vederla prendere il mio cazzo è una cosa. Sentirlo in bocca è un'altra, vero?" Donato aveva annuito, incapace di parlare, mentre Giorgia gli massaggiava i capelli e sussurrava qualcosa che solo lui poteva sentire.
Marco spezzò una fetta di pane ancora calda e la intinse nell'olio d'oliva, le dita che sfioravano quelle di Giorgia sul piatto di portata. Era la terza domenica che pranzavano insieme, e la familiarità del gesto fece sorridere Donato mentre versava il vino. "Allora, weekend prossimo?" chiese Marco, passando il pane a Giorgia con uno sguardo che sapeva di promessa. "Ho prenotato quella baita sul lago che ti piace tanto."
Giorgia incrociò le gambe sotto la gonna di lino, sentendo la stoffa sfiorarle le cosce nello stesso punto dove Marco le aveva lasciato un livido a forma di mezzaluna due sere prima. "Tutti e tre?" chiese, la forchetta sospesa a mezz'aria mentre studiava la reazione di Donato.
Marco scosse la testa, il sorriso che si allargava mentre afferrava la mano di Giorgia sotto il tavolo. "No, stellina. Solo io e te." Il soprannome nuovo le fece arrossire le orecchie—era quello che le sussurrava quando la teneva inchiodata al muro del bagno durante le feste, fingendo di aiutarla a ritrovare l'equilibrio dopo un bicchiere di troppo.
"A meno che tu non voglia venire anche tu, Donato. Ma mi sembrava di aver capito che venerdì e sabato avessi quella riunione con i clienti di Milano."
Giorgia abbassò lo sguardo sul piatto, le labbra che si incurvavano in un sorriso mentre assaporava il gioco di potere. Marco ricordava tutto—gli impegni di Donato, i suoi gusti, persino il nome del loro bastardino meticcio. E soprattutto sapeva quando spingere e quando lasciare spazio.
"Ti dispiace se vado da sola?" Disse Giorgia rivolgendosi a Donato, "Ti prometto che penserò sempre a te."
Donato annaspò per una risposta, le nocche bianche attorno al bicchiere. "Sì, certo, la riunione," borbottò. Giorgia riconobbe quella voce—era la stessa che usava quando fingeva di non aver visto l'ultima bolletta del telefono. Ma quando alzò gli occhi, il marito la stava fissando con una luce nuova. "Voi... andate pure, divertitevi" aggiunse, più fermo. Un filo di saliva gli brillava all'angolo della bocca.
Marco rise, un suono basso e caldo, e portò la mano di Giorgia alle labbra. Le leccò il palmo con la punta della lingua, lento, davanti a Donato. "Che bravo marito che hai," mormorò.
"Magari faremo qualche video chiamata cosi potrai guardarci in queste due sere."
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