La babysitter
di
Cupido
genere
tradimenti
Awa aveva ventitré anni ed era arrivata dal Senegal in Italia da alcuni anni. Era una ragazza alta, dalla pelle color ebano e dai lineamenti delicati. Portava i capelli raccolti in sottili treccine e aveva un sorriso caldo che metteva subito a proprio agio chiunque le parlasse. Il suo fisico era armonioso: fianchi morbidi, gambe forti e seno molto abbondate, una figura femminile evidente ma equilibrata, che le conferiva una presenza elegante senza essere appariscente.
Quando si presentò per il colloquio da babysitter, fu la moglie ad aprirle la porta.
«Prego, entri.»
La donna si chiamava Elena. Tailleur impeccabile, postura rigida e sguardo diretto. Sembrava una persona abituata a prendere decisioni e a essere ascoltata. Durante il colloquio fece quasi tutte le domande lei, prendendo appunti e verificando le referenze di Awa con una precisione quasi militare.
Accanto a lei sedeva il marito, Marco.
Marco era l'opposto. Camicia con le maniche arrotolate, sorriso facile e un modo di fare rilassato. Ogni tanto interrompeva la moglie con qualche battuta.
«Non la spaventare subito, Elena.»
La donna gli rivolse un'occhiata severa.
«Sto semplicemente facendo il colloquio.»
Awa, seduta davanti a loro, capì immediatamente la dinamica della coppia. Elena era quella che teneva il timone. Marco sembrava uno di quegli uomini che riuscivano a essere amichevoli con chiunque in pochi minuti.
Il bambino, Matteo, aveva quattro anni e conquistò Awa quasi subito. Vivace, curioso e pieno di domande.
Ottenne il lavoro.
Con il passare delle settimane, Awa imparò a conoscere le abitudini della famiglia.
Elena era manager in una grande azienda e viaggiava spesso per lavoro. Poteva passare giorni interi all'estero tra riunioni e conferenze.
Marco invece lavorava come impiegato e rientrava a casa quasi sempre nel tardo pomeriggio.
Era con lui che Awa trascorreva più tempo.
Ogni sera lui arrivava con qualche battuta pronta.
«Matteo si è comportato bene oppure devo prepararmi psicologicamente?»
Oppure:
«Sei sicura che non sia tu la vera responsabile della sua energia infinita?»
Awa rideva. Marco aveva un carattere leggero e scherzoso.
Spesso le offriva un caffè o un aperitivo mentre aspettava che terminasse il turno.
«Dai, cinque minuti. Te li sei meritati.»
Awa non riusciva mai a capire se quello fosse semplicemente il suo modo di essere oppure se ci fosse qualcosa di più.
In fondo lui sembrava comportarsi così con tutti.
Quando Elena era in trasferta, però, le chiedeva spesso di fermarsi oltre l'orario.
«Ho una cena di lavoro. Ti pago le ore extra.»
Awa accettava volentieri.
Le prime volte non ci fece troppo caso.
Poi una sera accadde qualcosa che cambiò la sua percezione.
Marco tornò molto tardi. Lei stava sistemando le ultime cose in un’altra stazna.
Quando arrivò in soggiorno: non era solo.
Era con una ragazza sui 25, elegante che Awa non aveva mai visto. Si stavano limonando, Marco con la camicia sbottonata, lei con le spalline del vestito abbassate, forse si era dimenticato di lei.
Marco si bloccò per un istante.
Poi sorrise come se nulla fosse.
«Awa, grazie ancora per esserti fermata.»
Le consegnò una somma molto più alta del previsto.
«Per il disturbo.»
Lei capì immediatamente: era per il silenzio.
Non disse nulla.
Salutò e uscì.
Camminando verso casa, però, non riusciva a togliersi dalla mente quella scena.
Aveva sempre sospettato che Marco non fosse esattamente il marito ideale.
Ma una cosa era immaginarlo.
Un'altra era vederlo con i propri occhi.
Nei mesi successivi accadde altre volte.
Mai identiche.
Mai con la stessa donna.
Awa non faceva domande.
Lui non dava spiegazioni.
Tra loro si instaurò una sorta di silenzioso accordo.
Finché arrivò quel giovedì.
Elena era all'estero da tre giorni.
Matteo si addormentò presto.
Le ore passarono.
Le dieci.
Le undici.
Mezzanotte.
Quando finalmente sentì la porta aprirsi, Awa si preparò mentalmente a salutare e andarsene.
Ma quella sera Marco era solo.
Nessuna voce femminile.
Nessun profumo estraneo.
Sembrava addirittura stanco.
«Serata complicata?» chiese lei.
«Molto.»
Lui si lasciò cadere sul divano.
Poi indicò una bottiglia e due bicchieri.
«Ti va qualcosa da bere prima di andare?»
Awa esitò.
«Solo cinque minuti.»
«Promesso.»
Si sedettero ai lati opposti del tavolino.
Per la prima volta parlarono davvero.
Non del bambino.
Non degli orari.
Non delle trasferte.
Parlarono della loro vita.
Del Senegal.
Della famiglia di Awa.
Del lavoro.
Di come fosse difficile crescere un figlio quando entrambi i genitori erano sempre impegnati.
Marco sembrava diverso dal solito.
Più serio.
Più sincero.
Eppure, mentre la conversazione continuava, Awa non riusciva a ignorare un pensiero.
Forse era colpa di tutto ciò che aveva visto nei mesi precedenti.
Forse era semplice diffidenza.
Ma una domanda continuava a tornarle in mente.
Marco la stava invitando a parlare perché aveva bisogno di compagnia...
oppure stava cercando di avvicinarsi a lei?
E soprattutto, se fosse stato così, come avrebbe reagito lei?
La conversazione proseguì oltre quanto entrambi avessero previsto. Il silenzio della casa, interrotto soltanto dal ticchettio dell'orologio in cucina, rendeva l'atmosfera diversa dal solito.
Awa si accorse che il modo in cui la guardava era cambiato. Non era più soltanto cordialità.
«Sai,» disse lui dopo un lungo momento, «con te riesco a parlare in un modo che con poche persone mi capita.»
Lei abbassò lo sguardo sul bicchiere. Quelle parole la mettevano a disagio e, allo stesso tempo, la lusingavano.
Era consapevole che si stava entrando in un territorio pericoloso. Lui era sposato. Lei lavorava per quella famiglia.
Eppure nessuno dei due sembrava avere fretta di interrompere quella serata.
Quando infine Awa si alzò per andare via, Marco l'accompagnò alla porta. Per un istante rimasero in silenzio.
C'era qualcosa di non detto tra loro, qualcosa che entrambi avevano percepito ma che nessuno aveva avuto il coraggio di trasformare in parole.
Ma poi lui, guardandola negli occhi, la baciò! Intensamente, passionale, proibito.
La barriera tra di loro cadde all’istante. Sentì le sue mani sul suo corpo e fu tutto fin troppo facile. Lui la spogliava, capo per capo e lei non si opponeva. Il suo corpo si muoveva istintivamente: per ogni capo tolto a lei, lei ne toglieva uno a lui.
Quello che succedeva con le altre ragazze ora stava succedendo con lei, non le importava: lo voleva. Si inginocchiò, il suo membro turgido svettava e lei lo fece sparire nella sua bocca. Una, due, mille volte.
La prende in braccio e la fa sedere sul tavolo, allarga le gambe e: «Ho sempre avuto una curiosità: la figa di una nera dentro è nera o rosa?»
«Vieni a scoprirlo.»
La apre ed inizia a leccarla, ora lo sapeva. La leccava e stimolava in tutti i modi possibili. Le venne in faccia e lui bevve.
Con un filo di voce: «Marco ti prego scopami»
La mise a pecora, davanti allo specchio, il suo culone era un bel bottino, come le tette che pendevano. Lei eccitata glielo posiziona e lui con un colpo le è dentro. Lui era un toro scatenato e dettava un ritmo sostenuto.
Poi la mise sopra e mentre lo cavalcava facendo saltare le tette, lei gli massaggiava le palle.
«Fammi una spagnola, voglio sborrarti sulle tette» sembravano a due cuscini fatti apposta per lui. In un grugnito le sparò il suo seme addosso. Esausti e col fiato corto si sdraiarono sul divano e si addormentarono.
Vennero svegliati dopo qualche ora da Matteo che chiamava il padre… si guardarono in faccia e risero.
«Forse è meglio che vada»
Awa uscì nel fresco della notte con il cuore più agitato del previsto, chiedendosi se quella fosse stata soltanto una avventura o l'inizio di un “problema” molto più grande.
Quando si presentò per il colloquio da babysitter, fu la moglie ad aprirle la porta.
«Prego, entri.»
La donna si chiamava Elena. Tailleur impeccabile, postura rigida e sguardo diretto. Sembrava una persona abituata a prendere decisioni e a essere ascoltata. Durante il colloquio fece quasi tutte le domande lei, prendendo appunti e verificando le referenze di Awa con una precisione quasi militare.
Accanto a lei sedeva il marito, Marco.
Marco era l'opposto. Camicia con le maniche arrotolate, sorriso facile e un modo di fare rilassato. Ogni tanto interrompeva la moglie con qualche battuta.
«Non la spaventare subito, Elena.»
La donna gli rivolse un'occhiata severa.
«Sto semplicemente facendo il colloquio.»
Awa, seduta davanti a loro, capì immediatamente la dinamica della coppia. Elena era quella che teneva il timone. Marco sembrava uno di quegli uomini che riuscivano a essere amichevoli con chiunque in pochi minuti.
Il bambino, Matteo, aveva quattro anni e conquistò Awa quasi subito. Vivace, curioso e pieno di domande.
Ottenne il lavoro.
Con il passare delle settimane, Awa imparò a conoscere le abitudini della famiglia.
Elena era manager in una grande azienda e viaggiava spesso per lavoro. Poteva passare giorni interi all'estero tra riunioni e conferenze.
Marco invece lavorava come impiegato e rientrava a casa quasi sempre nel tardo pomeriggio.
Era con lui che Awa trascorreva più tempo.
Ogni sera lui arrivava con qualche battuta pronta.
«Matteo si è comportato bene oppure devo prepararmi psicologicamente?»
Oppure:
«Sei sicura che non sia tu la vera responsabile della sua energia infinita?»
Awa rideva. Marco aveva un carattere leggero e scherzoso.
Spesso le offriva un caffè o un aperitivo mentre aspettava che terminasse il turno.
«Dai, cinque minuti. Te li sei meritati.»
Awa non riusciva mai a capire se quello fosse semplicemente il suo modo di essere oppure se ci fosse qualcosa di più.
In fondo lui sembrava comportarsi così con tutti.
Quando Elena era in trasferta, però, le chiedeva spesso di fermarsi oltre l'orario.
«Ho una cena di lavoro. Ti pago le ore extra.»
Awa accettava volentieri.
Le prime volte non ci fece troppo caso.
Poi una sera accadde qualcosa che cambiò la sua percezione.
Marco tornò molto tardi. Lei stava sistemando le ultime cose in un’altra stazna.
Quando arrivò in soggiorno: non era solo.
Era con una ragazza sui 25, elegante che Awa non aveva mai visto. Si stavano limonando, Marco con la camicia sbottonata, lei con le spalline del vestito abbassate, forse si era dimenticato di lei.
Marco si bloccò per un istante.
Poi sorrise come se nulla fosse.
«Awa, grazie ancora per esserti fermata.»
Le consegnò una somma molto più alta del previsto.
«Per il disturbo.»
Lei capì immediatamente: era per il silenzio.
Non disse nulla.
Salutò e uscì.
Camminando verso casa, però, non riusciva a togliersi dalla mente quella scena.
Aveva sempre sospettato che Marco non fosse esattamente il marito ideale.
Ma una cosa era immaginarlo.
Un'altra era vederlo con i propri occhi.
Nei mesi successivi accadde altre volte.
Mai identiche.
Mai con la stessa donna.
Awa non faceva domande.
Lui non dava spiegazioni.
Tra loro si instaurò una sorta di silenzioso accordo.
Finché arrivò quel giovedì.
Elena era all'estero da tre giorni.
Matteo si addormentò presto.
Le ore passarono.
Le dieci.
Le undici.
Mezzanotte.
Quando finalmente sentì la porta aprirsi, Awa si preparò mentalmente a salutare e andarsene.
Ma quella sera Marco era solo.
Nessuna voce femminile.
Nessun profumo estraneo.
Sembrava addirittura stanco.
«Serata complicata?» chiese lei.
«Molto.»
Lui si lasciò cadere sul divano.
Poi indicò una bottiglia e due bicchieri.
«Ti va qualcosa da bere prima di andare?»
Awa esitò.
«Solo cinque minuti.»
«Promesso.»
Si sedettero ai lati opposti del tavolino.
Per la prima volta parlarono davvero.
Non del bambino.
Non degli orari.
Non delle trasferte.
Parlarono della loro vita.
Del Senegal.
Della famiglia di Awa.
Del lavoro.
Di come fosse difficile crescere un figlio quando entrambi i genitori erano sempre impegnati.
Marco sembrava diverso dal solito.
Più serio.
Più sincero.
Eppure, mentre la conversazione continuava, Awa non riusciva a ignorare un pensiero.
Forse era colpa di tutto ciò che aveva visto nei mesi precedenti.
Forse era semplice diffidenza.
Ma una domanda continuava a tornarle in mente.
Marco la stava invitando a parlare perché aveva bisogno di compagnia...
oppure stava cercando di avvicinarsi a lei?
E soprattutto, se fosse stato così, come avrebbe reagito lei?
La conversazione proseguì oltre quanto entrambi avessero previsto. Il silenzio della casa, interrotto soltanto dal ticchettio dell'orologio in cucina, rendeva l'atmosfera diversa dal solito.
Awa si accorse che il modo in cui la guardava era cambiato. Non era più soltanto cordialità.
«Sai,» disse lui dopo un lungo momento, «con te riesco a parlare in un modo che con poche persone mi capita.»
Lei abbassò lo sguardo sul bicchiere. Quelle parole la mettevano a disagio e, allo stesso tempo, la lusingavano.
Era consapevole che si stava entrando in un territorio pericoloso. Lui era sposato. Lei lavorava per quella famiglia.
Eppure nessuno dei due sembrava avere fretta di interrompere quella serata.
Quando infine Awa si alzò per andare via, Marco l'accompagnò alla porta. Per un istante rimasero in silenzio.
C'era qualcosa di non detto tra loro, qualcosa che entrambi avevano percepito ma che nessuno aveva avuto il coraggio di trasformare in parole.
Ma poi lui, guardandola negli occhi, la baciò! Intensamente, passionale, proibito.
La barriera tra di loro cadde all’istante. Sentì le sue mani sul suo corpo e fu tutto fin troppo facile. Lui la spogliava, capo per capo e lei non si opponeva. Il suo corpo si muoveva istintivamente: per ogni capo tolto a lei, lei ne toglieva uno a lui.
Quello che succedeva con le altre ragazze ora stava succedendo con lei, non le importava: lo voleva. Si inginocchiò, il suo membro turgido svettava e lei lo fece sparire nella sua bocca. Una, due, mille volte.
La prende in braccio e la fa sedere sul tavolo, allarga le gambe e: «Ho sempre avuto una curiosità: la figa di una nera dentro è nera o rosa?»
«Vieni a scoprirlo.»
La apre ed inizia a leccarla, ora lo sapeva. La leccava e stimolava in tutti i modi possibili. Le venne in faccia e lui bevve.
Con un filo di voce: «Marco ti prego scopami»
La mise a pecora, davanti allo specchio, il suo culone era un bel bottino, come le tette che pendevano. Lei eccitata glielo posiziona e lui con un colpo le è dentro. Lui era un toro scatenato e dettava un ritmo sostenuto.
Poi la mise sopra e mentre lo cavalcava facendo saltare le tette, lei gli massaggiava le palle.
«Fammi una spagnola, voglio sborrarti sulle tette» sembravano a due cuscini fatti apposta per lui. In un grugnito le sparò il suo seme addosso. Esausti e col fiato corto si sdraiarono sul divano e si addormentarono.
Vennero svegliati dopo qualche ora da Matteo che chiamava il padre… si guardarono in faccia e risero.
«Forse è meglio che vada»
Awa uscì nel fresco della notte con il cuore più agitato del previsto, chiedendosi se quella fosse stata soltanto una avventura o l'inizio di un “problema” molto più grande.
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